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Bulgaro
     
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 IL TACCUINO DEL CUCULO 
Danilo Manera intervista Jordan Radichkov
Tela di ragno, tralcio di vite, scia di lumaca, ballo di foglia, rete di pioggia, sentiero di sassi, c'è una traccia invisibile che porta, a cavallo di mille e più colline, dalle contrade balcaniche di Radichkov, nella Bulgaria nordoccidentale, fino alle Langhe, a ovest e settentrione della penisola italica, dove lo scrittore slavo è venuto più volte tra amici, a primavera. Quelli che seguono sono brani di conversazione raccolti dal dragomanno, risposte intagliate con calma nel legno, come i tratti del volto di Jordan, interrotte solo di tanto in tanto per ascoltare insieme il cuculo tra i rami dei ciliegi e delle gaggie.

Come caratterizzeresti la letteratura del tuo paese?

Non me la so davvero spiegare: frutto più dell'intuizione che delle scuole, ricorda il corso d'un fiume che vaga qua e là, serpeggia, svolta e ritorna su se stesso, e così, presto o tardi, giungerà alla sua meta. Se i critici potessero decidere il tragitto, traccerebbero una linea retta e tanti saluti. Invece la nostra letteratura cerca percorsi intricati per ascoltare la preghiera del musulmano, la triste canzone del greco o gli improperi del rumeno che corre scalzo inseguendo la sua bombetta trascinata dal vento.

Qui sulle Langhe, questa zona che il tempo e gli uomini hanno a lungo modellato in forme di singolare bellezza, i paesi sono costruiti in cima alle colline, bene in vista. Da noi invece i villaggi sorgono giù in basso, nelle valli, in un paesaggio poco addomesticato. I bulgari si sono sempre sforzati di nascondersi tra la natura, di non farsi trovare. Anche quando scriviamo, facciamo come i bambini, che nascondono quello che scrivono con la mano.

I bulgari sono molto legati alla terra: nel nostro folclore c'è un personaggio, Mastor Manol, che dopo aver edificato un'altissima e stupenda moschea si fabbrica, lì sul tetto, in mezzo alle nuvole, due magnifiche ali di legno per tornarsene a casa. L'opposto di Icaro.

Esiste ancora oggi un rapporto con la tradizione medievale?

Le lettere bulgare sono le più antiche tra quelle slave, orgoglio e segno distintivo della nazione anche nei secoli del giogo ottomano. Ma con esse non c'è ormai alcun legame, anche se a me è parso quasi di sentirle vive grazie alla compagnia del filologo Petar Dinekov e del maestro Emilijan Stanev, l'unico che ha tentato di ritessere un filo, in opere come La leggenda di Sibin, principe di Preslav e L'anticristo. C'è continuità semmai con lo slancio illuministico-risorgimentale dell'Ottocento, che ha prodotto però uno sviluppo rapido e frettoloso, dove in pochi anni si sono bruciate esperienze durate decenni altrove, tanto che la nostra letteratura sembra uno studente in ritardo che fa le scale a tre gradini per volta.

Devo dire che la nostra poesia in particolare mi è parsa molto roboante e piena di polvere da sparo prima, poi encomiastica o intimista, benché ci siano eccezioni di rilievo, come Valeri Petrov. Abbiamo invece molti bravi narratori, specialmente nei generi del racconto e della novella (una misura che voi chiamate racconto lungo o romanzo breve), come Gencho Stoev, Nikolaj Chajtov o Ivajlo Petrov. E una solida tendenza alla satira e all'ironia, basti citare Radoj Ralin o il giovane Ivan Kulekov.

I bulgari amano monologare, per questo non ci sono da noi opere drammatiche di grande levatura. Ci piace soprattutto raccontarci storie. In un mondo dove si parla sempre di meno, da noi la parola ha ancora una notevole dignità. Potrà sembrare ingenuo a popoli più colti, ma il 24 maggio abbiamo una festa nazionale importantissima, quella dell'alfabeto. Nelle regione da cui provengo si tramandano poche canzoni, ma moltissime maledizioni. Si crede molto al vivo potere magico della parola. Peccato che da noi la letteratura si insegni fin dalle prime classi delle scuole in un modo tanto perfetto e coinvolgente che finita l'università gli studenti non aprono più un libro.

Che prospettive hanno ora gli autori bulgari, dopo i grandi cambiamenti avvenuti?

Abbiamo difficoltà materiali d'ogni tipo, dalla carta che manca alla valanga di cultura di massa occidentale, soprattutto americana, che ha sostituito quella precotta e imbavagliata che circolava prima, ma è quasi altrettanto mediocre e provinciale. Inoltre, la censura aveva affinato in noi un particolare stile d'espressione, aveva creato un teatrale codice di complicità col lettore per dire le cose in modo obliquo, e adesso a volte siamo in difficoltà a dirle direttamente. Senza contare che siamo abbastanza sprovveduti invece di fronte alla censura indiretta del mercato. Però la nostra letteratura si è anche liberata di una miriade di pseudoscrittori suicidi dal punto di vista creativo per l'asservimento ai dettami del passato regime. E ce la farà ad andare avanti, se solo l'Europa mostrerà un po' d'interesse verso di lei. Noi ci rendiamo conto di vivere all'ombra dei grandi popoli e delle grandi culture: non siamo presuntuosi. Ma a volte l'erba medicinale che cura i dolori dell'anima cresce anche nel più umile prato. E se l'Europa s'addomesticasse troppo, può sempre trovare da noi una manciata di semi selvatici!

La Bulgaria ha rilevanti tradizioni spirituali, evidenti anche dalla tua ultima prosa 'filosofica", e che oggi paiono liberamente rifiorire...

Uno dei più gravi misfatti compiuti dal totalitarismo è l'aver cancellato dalla memoria del popolo il codice morale. Se adesso c'è un ritorno verso la religiosità è perché la gente vuole ritrovare nei fondamenti del cristianesimo i principi basilari dell'umanità: che tutti gli uomini sono uguali e fratelli, e che a me duole un dente proprio come a un italiano. Siamo uguali nella sofferenza, e la solidarietà esiste solo là dove le persone soffrono nello stesso modo. Vedi, noi bulgari siamo sempre vissuti in un particolare isolamento, tra barbari conflitti e catastrofi naturali, il che ha prodotto, accanto a molta superstizione pagana, anche una certa tendenza al misticismo.

Ci troviamo in una stretto corridoio tra l'Europa e l' Oriente. In Europa non ci considerano europei, in Oriente non ci ritengono orientali, e per questo abbiamo passato metà della nostra vita in piedi, come in un'anticamera. Ora ci auguriamo che diventi più agibile il cammino verso la cultura, l'economia e la civiltà europea. Essendo un piccolo paese abbiamo sempre cercato un partner più forte e questa è stata la nostra sventura. Ogni volta che l'Europa si è interessata a noi siamo finiti con l'elmetto in testa... Inoltre, i popoli dei Balcani hanno combattuto tutti contro tutti, senza che nessuno vincesse, ma accumulando molto odio inutile. Un odio che, invece di essere lenito e cancellato dalla pacifica convivenza e dalla collaborazione di cui avremmo tanto bisogno, viene rinfocolato con i peggiori moventi dalle forze peggiori e genera le tragedie che ci angosciano tutti.

Già, i cortili di molti villaggi balcanici, poco distanti da quelli bulgari, sono insanguinati, senza più animali, panni stesi o favole tramandate da nonno a nipote. E da qui fissiamo nei televisori, impotenti e incapaci di comprendere (come la sordomuta di "La memoria e i cavalli " davanti alla disgrazia del bambino caduto dal faggio), occhi stravolti dalla pena e dal terrore... Nelle tue storie circolano vari tipi di esseri magici, demoni e spettri. Possono ancora rappresentare le paure del nostro tempo?

I vampiri di una volta erano creature sciocche e per confonderli bastava appendere un setaccio o una pannocchia fuori dalla porta: passavano la notte a contare i fori o i chicchi, perché si sbagliavano di continuo, e all'alba svanivano. Per cacciare i vampiri di oggi invece non è sufficiente il canto del gallo... Di fronte a certi incubi, i nostri sogni appaiono a volte difese assai fragili.

Un tuo personaggio dice in un racconto: "Io lo so che i draghi non esistono, e non sono superstizioso, ma il drago sì che lo è, e sebbene non gli resti neanche un dente in bocca, a maggio viene a rosicchiarci il grano. Forse per estirpare la superstizione dovremmo estirpare del tutto anche la natura". Mi pare che le credenze, come altri momenti trasgressivi dell'immaginario, costituiscano per te una sorta di primitiva critica del reale...

Sì, è stata la misera gente delle campagne a inventare intere mitologie perché la vita dura e difficile non gli stava bene così com'era. Ma poi mi fanno ridere gli intellettuali cittadini che deridono i "sempliciotti": in città credono ai giornali, ai politici, agli oroscopi, ai gatti neri che ti attraversano la strada. In campagna conviviamo da secoli con gatti di tutti i colori e al resto non ci abbiamo mai creduto! Scherzi a parte, condivido la caduta d'interesse verso il realismo in letteratura, e forse questo spiega la presenza di tante leggende nelle mie storie. Non è interessante leggere nell'infelice prosa di un libro quant'è prosaica e infelice la vita. Tutti sanno che nessuno ha un buon governo e che la grandine rovina i raccolti. Il compito dello scrittore è andare oltre le cose, attraversare l'uomo per comprenderlo, aprire gli occhi su un'infinità di eventi che ci restano ignoti… Se sapessi che miracolo è il semplice sorgere dell'alba su uno stagno, dopo una notte di pioggia! Quanto al tempo e al governo, si somigliano: qualunque cosa dica o chieda la gente, loro finiscono per fare quel che gli pare.

Leggo come una sorta di vocazione poetica la vicenda che narri in "La memoria e i cavalli ", coi suoi molteplici rimandi alle peripezie della scrittura, come il senso di responsabilità che comunica il tenere per mano chi la parola non l'ha mai riavuta, o il superare recinti invalicabili grazie a un'emozione prossima allo spavento. I tuoi personaggi si difendono e si curano, si perdono e si salvano, si confondono e sognano sempre "a parole". Ma il percorso per raggiungerle è difficoltoso, certe volte sembra davvero di sbaciucchiare inutilmente rane per nulla incantate, e non tutti hanno la candida pazienza di Olga…

La parola è un bene prezioso, visto che di tutta la storia dell'uomo non sono rimaste che le pietre e le parole. Va conquistata, ma poi non tradisce. Quanto alla pazienza, ti posso raccontare un'usanza di Kalimanica. La sera della vigilia di Natale, in ogni casa si spargeva sotto la tavola una cesta di paglia. I bambini frugavano fin quando non trovavano tra di essa almeno un chicco di grano, che avrebbe portato fortuna alla casa per tutto l'anno. La paglia veniva bruciata all'alba nell'orto e il chicco si conservava per essere seminato con gli altri ad autunno. Spero di sbagliarmi, ma a volte penso che la vita stessa sia come una cesta di paglia in cui giace nascosto un chicco di grano. Il nostro compito è frugare pazientemente tra la paglia fino a trovarlo.

Puoi darci un indizio grande quanto quel chicco di grano intorno al tuo mestiere?

Messo alle strette, diciamo che una buona partenza può essere ingannare (innanzitutto se stessi) con la dolcezza e la sincerità con cui si mentono gli innamorati.

Cosa vuoi aggiungere per i tuoi lettori italiani?

L'Italia è un paese fortunato perché ha dei vulcani attivi. Se ne avessimo anche solo uno da noi in Bulgaria, nessuno farebbe più nulla: l'intera popolazione si radunerebbe ad aspettare la prossima eruzione. Voi vi siete tanto abituati ai vostri vulcani, che hanno smesso di farvi effetto. E io non voglio, continuando a parlare, smettere di destare la vostra curiosità e attenzione in futuro.

Tratto da Jordan Radichkov, "Gente, gazze, cavalli" - Ed. Voland, 1999

Si ringrazia l'editore Voland per aver gentilmente concesso la pubblicazione dell'intervista.


GENTE, GAZZE, CAVALLI

Autore: Radichkov Jordan
Anno: 1999
Editore: Voland
Pagine: 136
A cura di: Manera Danilo
Traduzione di: Petrova V.
Prezzo: EUR 7,75

Radickov ci parla di un mondo fiabesco e patriarcale, situato in una Bulgaria che affonda le sue radici nel mito e nella fantasia. Un incantato mondo balcanico fatto di erbe odorose, campi, meli selvatici e popolato di lupi bianchi, ranocchi e ladri che fuggono su un arcobaleno.

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