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Bulgaro
     
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 Anni Giovanili 
Racconto di Jordan Radichkov

Nella mia giovinezza m'innamorai di una ragazza. É del tutto superfluo avvertire il lettore che era una ragazza molto bella. Ma anch'io non ero meno di lei. Ero, infatti, un ragazzo molto bello, avevo già le basette e andavo in bicicletta senza porre le mani sul manubrio. E quasi impossibile che una ragazza non s'invaghisca di un ragazzo capace di guidare la bicicletta senza tenere il manubrio e con le basette! Però anche la ragazza montava la bicicletta e aveva i capelli spioventi sulle tempie e per di più suonava il violino, mentre io non sapevo suonare nessuno strumento.

Sennonché, dopo assidue elucubrazioni, trovai da solo la giusta soluzione: mi sarei iscritto alla banda della scuola, avrei imparato a suonare qualche strumento e allora inevitabilmente la ragazza si sarebbe innamorata di me. Agii subito. Andai dal maestro direttore della banda. Era una persona molto musicale, le sue mani e le sue gambe lavoravano come gli stantuffi di una macchina a vapore. Gli dissi che volevo suonare e lui mi chiese se fossi capace di salire la scala dei suoni senza incespicare e io lo feci subito; non solo non inciampai ma nemmeno saltai qualche gradino e neppure il fa mi creò delle difficoltà sebbene sapessi che spuntasse come uno scoglio dall'acqua pronto a farti scivolare.

- Benissimo! — sentenziò il maestro, mise in moto contemporaneamente i quattro arti, si spostò dalla camera nel corridoio e comparve poco dopo muovendo con la stessa velocità gli stantuffi. In quel momento assunse per me l'aspetto fedelissimo di una vaporiera, perché portava un bassotuba, che s'ergeva in alto come il fumaiolo della locomotiva che eseguiva le manovre alla stazione ferroviaria e che tutti chiamavano “la caffettiera”. Sì, a quel tempo alla stazione di Berkoviza c'era una caffettiera: era come la locomotiva a vapore di Stephenson. Consumava una tonnellata di carbone, utilizzando però soltanto il cinque per cento della trazione.

- Soffia! - ordinò il maestro e mi porse la tuba.
Senonché una cosa è “soffia!” e un'altra - soffiare.

Naturalmente mi ci provai ed ebbi la sensazione che l'immane tuba d'ottone mi stesse aspirando tutto, lasciando sbucar fuori solamente le mie scarpe, senza emettere un suono qualsiasi. Il maestro mi tirò fuori, m'insegnò che cosa andava fatto e mi fece soffiare ancor una volta nella tuba. Ed essa — che crediate o no — emise un suono. Un suono per cosi dire, perché in realtà emise un tremendo ruggito, probabilmente simile a quello delle trombe di Gerico. In tal modo il bassotuba mi conquistò per sempre.

Poi iniziammo le prove. La sera soffiavo nella tuba per cavare due note e a mezzanotte la riempivo in segreto di legna, che portavo a casa per accendermi la stufa. Gli altri orchestrali mi portavano invidia, perché nessuno di loro poteva nascondere delle legna nel suo strumento. Devo riconoscere che le prove risultavano alquanto estenuanti — di notte mi pareva che per tutta la sera fossi stato a gonfiare un autobus attraverso il tubo di scarico senza che i vetri dei suoi finestrini non smettessero di tintinnare.

Quando imparai un pochino a suonare questa grande tuba, decisi di fare di notte una serenata alla ragazza che amavo. Mi recai sul luogo, ma appena ebbi iniziato, una finestra si spalancò con gran fracasso, vi apparvero i mustacchi di qualcuno e una voce irosa mi intimò:

- Levatevi dai piedi con questo vostro gracidio, altrimenti vi butto sopra un secchio d'acqua bollente!
Andai via. Mi sedetti sul marciapiede con accanto la mia tuba e pensai che quello lì, invece di versare acqua bollente sui musicisti, farebbe meglio sbollentare i propri mustacchi, perché anche noi ci intendevamo di scarafaggi con i baffi.

Appena lo ebbi definito scarafaggio, mi sentii subito sollevato. Ho notato che ogniqualvolta riuscivo a conferire un nome appropriato a qualcuno, tosto provavo un senso di sollievo. Presi la mia tuba e produssi alcune note nella via buia e deserta, ma nessuno alzò più la voce con me.

Al giorno successivo chiesi alla ragazza se si fosse accorta che durante la notte le avessero fatto la serenata. Mi rispose di aver sentito il passaggio di carrozze che gracidavano con le loro trombe.

- Gracidavano veramente? — chiesi sorpreso.
- Sì, gracidavano! - confermò la ragazza.
- Gracidavano, dici!

Appunto! Tanto che suo padre aveva spalancato la finestra e aveva intimato di cessare quel gracidio, se no avrebbe versato sopra un secchio d'acqua bollente.

Avevano confuso il suono del mio bassotuba con lo strombettio di una carrozza.
Allora sì che odiai totalmente il padre della ragazza. Odiavo d'un odio viscerale quello scarafaggio baffuto e tuttavia non perdevo la calma, perché sapevo che colui che ama una ragazza deve detestarne il genitore. Alcuni ragazzi più grandi mi avevano detto che il genitore era la cosa più schifosa in amore e che stava in continuo agguato con il suo bastone. Poi tornai nel mio paese e la mamma per poco non svenne dalla gioia, apprendendo che avevo imparato a suonare la tuba.

Parenti d'ogni genere passavano da noi per vedere come suonavo una tuba tanto grande e io suonavo tutto il giorno e la sera, quando ricominciavo a suonare, la lampada a petrolio si spegneva per la detonazione. Tutti asserivano di essere in grado di ascoltare anche al buio e perciò suonavo nell'oscurità e tutti dicevano: “Bravo! Non ti discaccia per il denaro che hai speso per farlo studiare!” Mia madre rispondeva che non le dispiaceva.

Quando, in autunno, tornai a Berkoviza, la mia ragazza era diventata ancora più bella - guizzava e ardeva tutta sotto la veste. Ma stavo anche io al paragone e già tentavo di radermi le basette. La sera ascoltavo come suonava il violino e un giorno decisi di andare da lei direttamente dalla scuola, con la tuba, di sedermi nel suo cortile e di suonarle tutto ciò che avevo imparato studiand musica per deliziarla.

Presi in prestito le scarpe di mio cugino, mi lisciai e con la tuba in spalla bussai alla porta. Mi aprirono. Fu lei ad accogliermi, tutta raggiante. Ero anch'io tutto raggiante benché interiormente. Mi compiaccio per il fatto che nel mio caso il bassotuba è raggiante esteriormente, è tutto carico di splendore, mentre io, nascosto dietro di esso, posso essere raggiante interiormente.

- Ora ti suono un pochino — dissi alla ragazza. — Tu sai certamente che da un anno sto imparando a suonare.
- Oh! - esclamò lei. - Fa' con comodo! Mi porse una sedia nel cortile pieno di verde, prese un'altra e si sedette di fronte a me. Dissi tra me: “É giunto il momento! O va o si spezza!” Guardandola contro lo sfondo verde del cortile, pensavo che avrei potuto nasconderla tutta nella tuba e portarmela a casa senza che qualcuno mi notasse, come in inverno portavo la legna nella tuba per accendermi la stufa.

“Rum-rum” — ruggì la mia potente tromba di Gerico. Lei sorrise.
“ Rum-rum!”
Il suo sorriso s'allargò.
“ Rum-rum!”
Proruppe in una risata. “Rum-rum!”

Lei s'alzò per chiamare qualcuno da casa, mentre io continuavo a soffiare e sentivo i polmoni allungarsi e arrivarmi fin quasi i talloni. Mi riducessi pure ad un tanto di polmone, pensai, dimostrerò quello che so. Il bassotuba ha quell'inconveniente che, essendo senz'altro uno strumento molto onorato, è capace di produrre due sole note. Esso è una componente della musica senza essere musica e io non volevo assolutamente essere una componente della musica, perché allora nessuno mi avrebbe notato. “Rum-rum!”

Dalla casa uscì un uomo sconosciuto, probabilmente quello che lei aveva chiamato. Era giovane, le scarpe perfettamente lucidate: se vi si posasse una mosca, camminerebbe con le gambe divaricate. Il giovane sconosciuto s'avvicinò alla ragazza e le pose la mano sulla spalla. Io cominciai a sudare ma non cessai di soffiare. “Rum-rum!”. Lo sconosciuto diede un pizzicotto alla gota della ragazza e tutti e due cominciarono a ridere. Io intanto continuavo a sudare e a soffiare la tuba. Mi parve d'un tratto che lo strumento fosse talmente pieno di salsedine che stesse per coprirsi di ruggine. Perciò cessai di suonare per un attimo - dovevo vuotarne il tubo.

In quel mentre la ragazza che amavo e il giovane che vedevo per la prima volta, cominciarono ad applaudire. “A-a-a! — rideva la ragazza. — Non avevo mai sentito un simile concerto!” “A-a-a!” — rideva lo sconosciuto. — Nemmeno io!”

Feci scolare l'acqua e soffiai con tutta forza. Scoppio io, mi dissi, o scoppia il bassotuba! Però nessuno scoppiò! Senza darmi conto di quello che facevo, mi alzai dalla sedia, attraversai il cortile in verde, procedendo meccanicamente, e uscii nella via senza cessare mai di suonare. “Rum-rum!” Udii sbattere una porta dietro di me, poi sbatterono altre porte, poi comparvero, chissà da dove, bambini che procedettero accanto a me. Mi guardavano negli occhi ed erano raggianti.

“Rum-rum!” — echeggiava nella via la mia tuba d'ottone ed io intanto pensavo che mai più avrei messo piede in quella casa, che mai più avrei suonato una serenata, che mai più avrei vinto vedendomi con quella tuba, che solamente i bambini avrebbero seguito i miei passi. Con i bambini divenimmo grandi amici. Venivano ogni giorno da me perché gli suonassi la tuba e il maestro direttore, che muoveva gli arti come stantuffi di una macchina a vapore mi elogiava per la mia costanza.

Certo che sono costante e tale sarò sempre, come negli anni giovanili, perché gli anni giovanili sono i più belli.

Traduzione: Svetoslav Staikov
Illustrazione: Aleksander Aleksov




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