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Bulgaro
     
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 IL DESTINO DELL'INTERPRETE 
di Assen Marchevksi

Un antico proverbio arabo dice "se il tuo destino è la morte sulla forca, non puoi morire annegato". Mia nonna diceva la stessa cosa, e molti anni dopo, nella terribile prigione dell'Asinara dov'ero impegnato come interprete in un'indagine italo-bulgara, davanti a un caffè corretto con grappa un boss della mafia mi ha ripetuto lo stesso proverbio in dialetto siciliano. Semplice - era il mio destino, Italia, la sua lingua, le delegazioni italiane, i diplomatici e i ministri, le attrici e le cantanti italiane, i libri, gli spaghetti e la pizza, la polizia italiana, i giudici ecc. ecc.

Nessuno riesce a scappare dal proprio destino, e nemmeno io sono riuscito a scappare dal mio, che si chiamava Italia. Correva l'anno 1958 quando mi sono presentato ai test d'ingresso alla facoltà di Lingue dell'Università di Sofia. In una maniera del tutto regolare mi sono classificato fra i primi venti candidati per il corso di Filologia (Lingua e Letteratura) Francese. Ero cresciuto in famiglia di letterati, imparavo le lingue con molta facilità e ho avuto il voto massimo in letteratura e lingua senza sforzo. Fin qui tutto filava liscio, sarei diventato interprete e speaker della sezione francese di Radio Sofia, o insegnante di francese con un tranquillo futuro circondato dai libri di Dumas, Baudelaire, Stendhal, Zola.

Ma "se il tuo destino è la morte sulla forca, non puoi morire annegato", e a me le Parche avevano predetto Italia, la pazza lingua italiana, e l'ambasciata nella città che più italiana non si può - Roma. E ancora le traduzioni nei ministeri italiani, nei distretti di polizia e tribunali, nelle prigioni e in vari enti pubblici e istituzionali. Il destino mi ha giocato uno scherzo elementare; qualche giorno dopo i risultati dei test passando nel cortile dell'Università con l'idea di controllare un'altra volta l'elenco lessi un annuncio fatale "i candidati utilmente collocati nelle graduatorie per le varie lingue occidentali possono richiedere il trasferimento nel corso di Italiano, dove ci sono ancora posti vacanti". Mi ricordo che avevo appena finito di leggere l'annuncio quando scoppio un temporale, venne giù grandine e mi costrinse a riparare nel sottopasso oscuro vicino alla piazza. Mentre la grandine e la pioggia picchiavano violentemente, io tutto fradicio e stordito dai fulmini feci la richiesta d'iscrizione al corso di Italiano.

Da quel momento in poi rimasi per sempre legato all'Italia e all'italianistica. Non c'era nessuno a darmi dei buoni consigli, nessuno a raccontarmi qualcosa su Italia, su che genere di nazione sono gli italiani e su quello che mi aspettava una volta imboccata quella strada. Dieci anni dopo, quando ero già diventato interprete e conoscevo meglio le cose, sapevo che Italia, che ha dato all'umanità Dante, Petrarca e Boccaccio, Michelangelo e Fellini, conta 57 milioni di abitanti di cui un milione e mezzo è completamente analfabeta (mette la crocetta per firmare, dati del 91), che l'italiano è addirittura più furbo dai sofianzi (gli "schop") quando si tratta di aggirare la legge o di ingannare qualcuno, che la maggioranza degli italiani non ha mai visitato Pompei, il Colosseo o Napoli, e non per mancanza di tempo o di mezzi, ma perché non è interessata alle antichità, che 61 italiani su 100 non hanno letto nemmeno un libro nell'ultimo anno (dati del 95), che sempre secondo le statistiche 18 milioni di italiani ha completato solo la scuola elementare, che 83% degli abitanti di Roma non ha mai messo piede nei Musei Vaticani, e infine sapevo che per gli italiani la capitale della Bulgaria è Bucarest o Budapest, tanto per l'italiano medio Bulgaria… Ungheria… è la stessa cosa.

Per l'italiano medio la Bulgaria è un paese decisamente esotico, da qualche parte in Oriente, molto lontano a est, oltre alla Turchia o giù di là. Gli sembra incredibile che il volo Sofia-Roma dura solo 1 ora e mezzo, che da Trieste a Sofia la distanza è solo 650 km di autostrada. Mi ha lasciato senza parole la domanda di una contessa (un'intellettuale, aveva una figlia musicista famosa), la quale durante un rinfresco all'ambasciata mi chiese "Comunque, sig. Marchevski… avete ancora dei cannibali nel vostro paese?". Ho faticato non poco cercando di raccontarle qualche cosa della nostra storia, partendo da Cirillo e Metodio e arrivando fino ai bulgari-garibaldini, ma alla fine della lezioncina lei ha ripetuto incredula "E comunque, forse c'è ne è qualche cannibale rimasto lì, che so sulle isolette del mar Nero?" Le ho spiegato che di isola nel mar Nero c'è né solo una, di nome "Bolscevik", perché vi abitavano "bolscevichi" e comunisti e ora non ci vive più nessuno, ma lei non si è convinta del tutto.

Il termine "slavo" è incomprensibile e oscuro per la maggioranza degli italiani. Loro lo collegano ai zingari che arrivano a numerosi gruppi dalla Jugoslavia, quindi per gli italiani "slavo" uguale "zingaro". Risulta impossibile far capire la suddivisione in slavi meridionali, orientali e occidentali, com'è del tutto incomprensibile per gli italiani il fatto che alle basi della nazione e del primo stato bulgaro sta l'unione fra slavi meridionali e veterobulgari (questi ultimi provenienti dal Caucaso, per chi legge oggi, n.d.t.). La spiegazione sul elemento slavo nella formazione della nazionalità bulgara viene regolarmente interpretato dagli italiani come un tentativo di nascondere una qualche componente etnica zingara nella nazione, quindi è del tutto inutile discutere con loro la questione.

Ma l'italiano medio non conosce nemmeno la propria gloriosa storia. E' altrettanto inutile discutere con lui dov'è la tomba di Nerone: lui SA che Nerone è sepolto nella località "Tomba di Nerone", nei pressi della circonvallazione di Roma, mentre in realtà la tomba del famoso imperatore si colloca in Piazza del Popolo, in pieno centro, sotto l'altare della chiesa di S.Maria del Popolo. E' superfluo discutere con gli italiani dov'e il Campo Marzio dell'antica Roma, per loro si trova vicino a Orvieto a 100 km dalla capitale, mentre in realtà sta sulla riva sinistra del Tevere, di fronte al Castel S.Angelo. E se insisti si arrabbiano di brutto e ti danno dell'ignorante. A proposito, ancora S.Cirillo ha avuto modo di scoprire l'ignoranza degli italiani (ops……Marchevski, quelli erano romani!!! N.d.t.J) Una volta a Roma (anno 869) dopo una lunga discussione con dei sacerdoti gli chiesero "Padre, perché sei così sudato?" Cirillo rispose "…ho discusso con degli ignoranti".
Comunque, fino al 1983 circa continuavamo a ricevere all'ambasciata buste con indirizzo Sofia-Romania, oppure Bucarest-Bulgaria. Meno male che con l'attentato al Papa la nazione italiana ha avuto modo di chiarirsi le idee su cos'è la Bulgaria, dov'è Sofia, e se possono o meno esserci ancora dei cannibali nelle terre bulgare.

Gli italiani, come tutti quelli fermamente convinti della propria furbizia e intraprendenza, sono un popolo di ingenui: ogni messaggio della stampa viene letto come una verità assoluta, la televisione può modellare l'opinione pubblica a piacimento. La loro ingenuità è proverbiale. Una volta è venuto in ambasciata il ministro dell'agricoltura che voleva telefonare a S.Penchev a Sofia, io dovevo tradurre. Non si riusciva a prendere la linea. Alla fine è entrato nella mia stanza, che era piuttosto piccola, sporca e mal arredata, si è seduto ad aspettare con me, gli ho offerto una sigaretta poi ho fatto portare il caffè, la linea non si riusciva a prendere e non sapevo più che fare. La sua presenza lì mi metteva in imbarazzo e dopo aver scambiato qualche parola con la centralinista gli dissi "La segretaria del compagno Penchev mi ha riferito che lui in questo momento è impegnato, sta raccogliendo banane su una palma, è meglio che lei vada a attendere la telefonata su nel salone grande, una quindicina di minuti, non di più" E pensa te, lui ci ha creduto alle banane, perché concluse "allora è andato alla sua casa di campagna".

Invece il dirigente del Protocollo del Ministero degli Esteri, un diplomatico veramente molto intelligente e di una certa cultura, dopo la visita di una delegazione bulgara a Pompei mi confessò "Sig. Marchevski, se non venivano i bulgari non avrei visto Pompei. Ma noi italiani siamo così, pigri e insensibili alla cultura".

Di tutto quanto detto sopra chiedo scusa ai miei numerosissimi amici italiani, ma questa è la verità, loro la conoscono, come conoscono se stessi meglio di chiunque altro. Certamente ci sono anche degli italiani colti, intelligenti, nobili e buoni, ma non tutti sono così. E poi anche noi bulgari non scherziamo, non siamo mica migliori, soprattutto all'estero, se devo tener presente quello che ho visto e vissuto nel corso dei 12 anni nell'ambiente diplomatico e lavorando all'ambasciata di Roma. Ma di questo parlerò dopo.

Il mestiere dell'interprete è particolarmente nobile, ma anche particolarmente difficile. E lo è ancora di più se hai a che fare con un popolo che parla velocemente, come quello italiano. La lingua italiana non è fra le più facili, la grammatica è particolarmente intricata e gli italiani stessi non conoscono bene la propria lingua. Nei primi anni del mestiere mi dicevano "non fare una traduzione troppo letteraria, come se leggessi un libro, noi facciamo a pugni con l'italiano letterario, usiamo i dialetti". In effetti, Italia si è formata più o meno nello stesso periodo come la Bulgaria - verso la fine del secolo scorso, ai tempi di Garibaldi. Fino a quel momento c'erano dei piccoli staterelli: Venezia, Firenze, il regno di Napoli, Sicilia, Genova, e ognuno di questi aveva una lingua politico - giuridica e un dialetto. L'unificazione della lingua italiana avviene per opera della televisione, e da soli 30 anni. Tutto questo rende particolarmente difficile il compito dell'interprete, soprattutto in caso di traduzione orale e simultanea.
Come interprete sia in Bulgaria che in Italia ho trascorso un sentiero difficile, con molti ostacoli e pericoli, ho visto e vissuto molte cose. Ho lavorato tante volte per Aldo Moro, Giulio Andreotti, per 4 presidenti italiani (Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Eugenio ( n.d.t. Oscar Luigi, Eugenio Scalari è un giornalista) - Scalfaro), per Enrico Berlinguer, Giovanni Agnelli, Carlo De Benedetti, Bettino Craxi, Martelli, e per una diecina di ministri. Ho incontrato tre volte il capo della P2 L. Gelli, e in occasione di alcune trattative commerciali ho mangiato e bevuto con i capi mafiosi. Non parliamo del "caso Antonov" - dall'arresto al rilascio, tre lunghi anni, 1198 giorni senza un giorno di ferie, senza una pausa nemmeno il sabato e la domenica, non mi hanno lasciato tornare a Sofia nemmeno per i funerali di mia madre. Insomma, tutta la mia vita e in particolare quei 12 anni ininterrotti a Roma sono passati come un infinito serial televisivo in cui ogni giorno capitava qualcosa. Un bulgaro arrestato, una nave fermata, un incidente in autostrada con bulgari coinvolti e i corpi da identificare e nello stesso giorno rinfresco nella Presidenza, la stessa notte corri in ospedale per l'intervento al figlio del console ("è meglio che ci sia anche l'interprete, non si sa mai"). Traduzioni live per i film, traduzioni di interventi a convegni, pranzi e cene dove non ti danno nemmeno un bicchiere di acqua. Di recente ho fatto un calcolo approssimativo dei miei lavori in cabina simultanea - ho lavorato per 1200 manifestazioni varie italo-bulgare. Da parte bulgara non ho ricevuto nessun riconoscimento particolare per questa attività, a Roma non ero diplomatico, non avevo il passaporto diplomatico, e percepivo uno stipendio che era la metà di quello dei diplomatici. Paragonata agli standard italiani la mia busta paga mensile equivaleva a un quarto di quello che prendeva un operatore ecologico dipendente del Comune di Roma. Ma non rimpiango di aver vissuto quei tempi gloriosi, quella vita con un ritmo bestiale, gli incontri giornalieri con persone di ogni livello e con le più incredibili professioni.

Se aggiungo anche che ho lavorato come interprete per Giovanni XXIII, Paolo IV e almeno 25 volte per Giovanni Paolo II potete immaginare la pressione alla quale ero sottoposto. Comunque da parte italiana ho avuto un riconoscimento: nell'anno 1987 con grande rumore mi hanno premiato con una medaglia d'oro e mi hanno conferito il titolo di Cavaliere, come Berlusconi. Mi è rimasto il soprannome Cavaliere, che i miei amici italiani mi hanno appiccicato e nessun altro vantaggio. Anzi, qualche svantaggio forse, perché i nostri all'ambasciata mi consideravano "l'uomo degli italiani" e non mi hanno equiparato ai diplomatici tanto meno mi hanno aumentato lo stipendio. Mi hanno comunque lasciato lavorare in ambasciata perché avevano un gran bisogno di uno come me. I miei colleghi di Sofia invece mi hanno proclamato "mafioso" appena hanno saputo che il decreto di conferimento del titolo "Cavaliere" era firmato da Andreotti, nella sua qualifica di allora Presidente del Consiglio. Sentenziarono "è tutto chiaro, lo conosciamo Marchevski, in ambasciata lo hanno lasciato e anche la mafia lo appoggia". Quella degli interpreti è una tribù invidiosa, nei tempi del processo "Antonov" il Messaggero pubblicò un articolo sui tre interpreti simultanei più veloci nel mondo (un giapponese, un russo e il bulgaro Marchevski). Io non avevo ancora letto l'articolo a Roma, ma i colleghi di Sofia l'avevano già letto (forse dalla redazione italiana della radio) ed è arrivato subito un rapporto contro di me al Ministero (bulgaro) degli Esteri. Meno male che ero indispensabile per gli interrogatori del processo se no chissà che fine avrei fatto.
Ma torniamo all'arte della traduzione. I politici italiani sono oratori nati. Una buona parte con la quale ho lavorato aveva una formazione giuridica, quasi tutti professori di legge, come A.Moro, G. Andreotti, E. Berlinguer, G. Leone, F. Cossiga. Sicuri di se e di quello che volevano esprimere, loro cercavano sempre di brillare e far bella figura come oratori senza preoccuparsi minimamente di essere tradotti. La costruzione della frase in italiano è di per se molto complessa, nella stampa e nelle opere letterarie non è raro trovare una frase di 10-12 righe. Proprio le frasi così lunghe sono le preferite dei politici, e spesso loro cercano di velare il vero significato del discorso.

Un'eccezione era Giulio Andreotti, diplomatico nei pensieri e nelle parole, era un politico particolarmente intelligente e saggio, durante le trattative teneva sempre conto del fatto che lo traducevano in una lingua straniera e quando voleva esprimere un concetto concreto lo stringeva in 7-8 parole. Parlava piano e aspettava che io traducessi, facendo delle pause. Queste pause erano dettate non da una qualche pietà per l'interprete ma da uno scopo più profondo, mentre io traducevo lui osservava le reazioni sul viso del capo della delegazione bulgara. Se il nostro sorrideva o annuiva con cenni di capo Andreotti continuava a sviluppare il discorso (e il proprio compito politico) nella direzione scelta, se invece intuiva un qualche segno di disapprovazione cambiava rotta invertendo a 180 gradi e cominciava tutta un'altra musica. Ho lavorato come interprete durante incontri con lui numerose volte e fin da subito ho notato il suo sottile metodo di condurre le trattative. Forse più di una volta mi è scappato di sorridere alle sue "svolte" e una sera dopo alcune trattative particolarmente difficili, durante il rinfresco, lui mi bloccò in un angolo a quattr'occhi e mi disse "Io e te Marchevski abbiamo una buona sintonia per quanto riguarda la traduzione. Oggi mi sono convinto che hai appreso perfettamente il mio modo di condurre gli incontri". Gli risposi che per me era fondamentale che mi lasciasse prendere fiato, e che non potevo che ammirare la sua bella capacità di esprimere i propri pensieri con chiarezza. Andreotti disse "Non è facile, sono ministro degli esteri da 20 anni, devo trattare con arabi, ebrei, russi e americani, a questi ultimi non gli sono simpatico...poi devo trattare con voi, con la Jugoslavia. Con i contatti così difficili il politico deve aiutare l'interprete a lavorare con calma, perché da quel lavoro dipende in buona parte l'esito delle trattative. Altrimenti si rischia il crollo di tutta quanta la trattativa. Con te ci conosciamo bene, sono soddisfatto, ho incontrato poche volte interpreti come te. E ricordati che per diventare un buon interprete simultaneo uno deve avere due vite a disposizione. Tu forse in una vita precedente lo sei già stato interprete a politici scorbutici come me."
Povero Andreotti, ora alla fine della sua vita l'hanno abbandonato tutti, l'hanno incolpato di legami con la mafia, cosa impensabile per un leone politico del suo livello. Il mio rispetto per lui è dovuto non solo alla nostra conoscenza diretta e allo scambio di lettere negli anni; lui era il primo politico ad aver dichiarato con grande coraggio che "i bulgari non c'entrano nulla con l'attentato al Papa e non c'è nessuna pista bulgara". Fece questa dichiarazione dieci giorni dopo l'arresto di Antonov davanti all'ambasciatore in una nostra visita nel suo ufficio in Via del Corso. Dopo ripeté le stesse dichiarazioni in diversi articoli sulla stampa e nel suo libro. Ma di questo parlerò dopo.

Quanto alla professione dell'interprete in apparenza è tutto rose e fiori, splendido: ti trovi in tv in mezzo a due capi di Stato, c'è la tua foto sui quotidiani con due ministri degli esteri o nell'ufficio del presidente del Parlamento. In tram qualche tuo amico dice ad alta voce "Ieri sera ti ho visto di nuovo in tv, con il ministro, eri tu vero?" e la gente si gira per guardarti neanche fossi una scimmia rara. I giornali diffondono la foto in cui sei col bicchiere di spumante in mano, alla sottoscrizione di qualche importante contratto internazionale. Dio scampi da una pubblicità simile, soprattutto da quella col bicchiere. Ancora oggi quando mi vedono sulle scale nel condominio le vecchiette smettono di parlare e dopo riprendono a mormorare dietro alla mie spalle "questo qui è un lecchino eccezionale, mangiava e beveva assieme a Zhivkov, ora mangia e beve con Zhelev, anche ieri l'ho visto in tv con il portavoce del Papa e con Zhelev, scommettiamo che è diventato persino cattolico!?".
Secondo l'opinione pubblica l'interprete si nutre di caviale, salmone e aragoste, invece dell'acqua beve spumante e liquori francesi, si sposta in Mercedes, e indossa abiti e scarpe comprati con i soldi dei contribuenti. Nessuno immagina che ai cosiddetti "pranzi di lavoro" l'interprete rimane seduto su uno scomodissimo sgabello dietro il "nostro" e non gli spetta nemmeno un bicchiere di acqua, non osa accendere una sigaretta per non fare cadere la cenere sui tappeti. E se per pietà lo si lascia avvicinare il tavolo gli danno solo le posate e un bicchierino di vino, niente cibo, se no si rischia che gli vada di traverso mentre parla. I diplomatici più consumati (nostri e italiani) hanno imparato bene il modo giusto di condurre "i pranzi di lavoro": il nostro parla mentre l'italiano "lavora" con la forchetta e ascolta, poi si invertono i ruoli, nel frattempo l'interprete deve tradurre prima per l'uno poi per l'altro. E' emblematico un caso capitato con l'interprete di Stalin, durante alcune trattative con gli americani e gli inglesi verso la fine della guerra. Durante un pranzo ufficiale l'interprete non calcolando bene le pause fra i "bocconi" dei grandi e nell'impulso forte di tradurre una parola si mise a tossire, allora Stalin molto arrabbiato gli disse "hai trovato il momento giusto per abbuffarti". Da allora quelli del KGB hanno sempre avuto la premura prima dei pranzi far inghiottire all'interprete un paio di panini con il lardo e un bicchiere di acqua. Ancora Pietro Il Grande dopo aver studiato per bene l'etichetta della corte tedesca ha classificato chiaramente l'interprete in fondo alla corte che accompagnava i nobili, collocando nell'ultimo carro "i servi, i cocchieri, gli interpreti e altra gentaglia".

Non molto diverso era il trattamento riservato agli interpreti nelle nostre ambasciate estere. Appena iniziai a lavorare presso l'ambasciata, già nelle primissime settimane alcuni nostri diplomatici cercarono di umiliarmi, ma senza riuscirci. Con loro ho risolto, ma la mole di lavoro era enorme. Dal 1979 al 1991, il tempo che trascorsi a Roma, l'ambasciata bulgara "copriva" quattro stati - Italia, Vaticano, San Marino e Malta. Ognuno di questi aveva delle specifiche caratteristiche e richieste, un modo proprio di relazionare, di fare le lettere e i verbali, e persino l'intestazione e gli indirizzi. Ma soprattutto aveva una propria politica verso la Bulgaria. Bastava sbagliare una virgola e le conseguenze erano una gaffe diplomatica. Il testo in bulgaro che io dovevo tradurre era spesso sgrammaticato, dai significati oscuri, semplicemente intraducibile. I nostri diplomatici mi apprezzarono subito, forse perché mi impegnai a correggere il testo bulgaro e spesso dovevo andare a chiedere loro cosa avrebbero voluto dire per rifarlo, e per questo forse non mi trattarono come un semplice tecnico a loro disposizione. Il problema era che ben presto si abituarono a lasciare a me la stesura delle lettere e delle note, girandomi la nota italiana con un'indicazione in margine "rispondere in qualche modo, non vogliamo partecipare, vedi tu in qualche maniera…". Questo trucco lo imparò anche l'ambasciatore, conservo ancora copia di note importanti del Ministero italiano degli Esteri con indicazioni del tipo "Marchevski, rispondi tu, anche negativamente…".
Ancora all'inizio del mio incarico a Roma ho capito che l'ambasciatore non si fidava e non contava su almeno metà dei diplomatici. Su alcune questioni si consultava con Sofia, oppure prendeva le decisioni da solo, e poi girava la questione a me, per la traduzione e la consegna della nota.

L'ignoranza del nostro corpo diplomatico era proverbiale. Io ero una specie di segretaria dattilografa dell'ambasciata e dovevo pure decidere se dovevamo partecipare o no a tale mostra, o a quel festival del cinema, se dovevamo invitare o meno le rappresentanze italiane per questo o quel convegno a Sofia. E nel frattempo il compagno diplomatico invece di rispondere agli inviti italiani e fare il proprio lavoro (per il quale era stato inviato) non muoveva un dito ma continuava a intascare uno stipendio due volte il mio, e usufruiva anche dell'auto statale e persino della benzina pagata. E se uno così voleva traslocare in un appartamento esposto al sud del nostro condominio dichiarava "Io sono figlio di attivista combattente, ho i miei DIRITTI e basta".
Ai bulgari di questo tipo ho dedicato un intero capitolo del libro, alcune delle avventure erano tragicomiche e oggi mi sembrano davvero incredibili.

Questo brano, tratto dal libro "Italianski potajnosti" (I misteri italiani), Ed. Hemus - Sofia, ha lo scopo di illustrare l'opera.

Traduzione dal bulgaro di Vesselina Nikolova

(N.d.T: più che una traduzione letteraria, ho cercato la traduzione "alla lettera", per vari motivi. Credo anche io che l'autore invece di tradurre il proprio libro in italiano forse lo "riscriverà", considerando i legami particolari che ha con l'Italia e la lingua italiana)


MISTERI ITALO-BULGARI

Autore: Marchevski Assen
Anno: 2002
Editore: Stango
Prezzo: EUR 1.033,00

L'autore del libro Assen Marchevski (1934-2012) Ŕ stato un noto interprete di lingua italiana, che ha lavorato per lunghi anni nell'ambasciata bulgara di Roma. Grazie al suo incarico e ai suoi impegni professionali diventa testimone oculare di molti degli avvenimenti che caratterizzano i rapporti fra Italia e Bulgaria, incontra molte persone importanti e personaggi famosi, e ha la possibilitÓ di penetrare nell'intimo della mentalitÓ e nello spirito italiani scoprendo alcune curiose somiglianze fra italiani e bulgari. Di particolare interesse sono le pagine dedicate al "caso Antonov" e all'attentato al Papa Giovanni Paolo II, ne Ŕ dedicato un intero capitolo del libro, che per l'intensitÓ dell'azione si avvicina ai migliori gialli con il pregio per˛ di essere indiscutibilmente veritiero. Interessante, fresco e scritto con buona dose d'ironia, "I misteri italiani" Ŕ alla seconda edizione in Bulgaria, dove Ŕ diventato subito best-seller. ╚ pubblicata ora l'edizione italiana dell'opera.

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