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Bulgaro
     
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 L'orologio senza lancette 
Anna Kamenova (1894-1982)

La raccolta della scrittrice bulgara Anna Kamenova, pubblicata per la prima volta a Sofia nel settembre del 1980, contiene sei racconti [1] incentrati sul rapporto moderno uomo - donna nel loro entourage familiare e sociale, nel quotidiano dipanarsi di piccole parole, azioni e pensieri che circondano la coppia di oggigiorno. La prosa, scorrevole, fa immergere il lettore in un ambiente a lui noto, fatto di semplicità e di interrogativi inerenti la vita così come la si vive giorno dopo giorno, coi suoi piccoli misteri, incomprensioni e attese. Il passato e il presente spesso si sovrappongono nel tentativo di trovare, da soli o in due, la risoluzione del problema di sempre: l'amore e la serenità del rapporto umano, la vita e la memoria dopo la fine di essa. L'orologio che segna il tempo è, appunto, senza lancette e può ritornare indietro a far rivivere ciò che credevamo perduto per sempre.

[1] I racconti presenti nella raccolta sono i seguenti: Test di matrimonio, Acqua nella rete da pesca, La lettera, Caledoscopio, L'orologio senza lancette, La donna e il pino.


L'OROLOGIO SENZA LANCETTE

Anna Kamenova da  “L’orologio senza lancette, Racconti”, Sofia, Balgarski pisatel, 1980

Traduzione di Valeria Salvini, Firenze, 2002

        La donna non aveva fretta. Camminava con cautela. I suoi stivali scivolavano lungo le piastrelle gelate, camuffate sotto il soffice manto di neve. Non guardava davanti a sé, lo sguardo rivolto unicamente ai passi che faceva. Spessi e pesanti fiocchi  di neve facevano calare una rete bianca davanti agli occhi e le annebbiavano la vista.  Fece un gesto con la mano per scacciare i fiocchi di neve che cadevano incessantemente.

        - Cenciaiolo-o-o!

        Il grido stridente e strascicato proveniva da lontano e, come staccato dall'uomo che lo emetteva,  lo precedeva e tagliava il silenzio della neve.

        Di fronte a lei avanzava un uomo alto che indossava calosce e un cappotto scuro e liso. Nel passargli accanto la donna riuscì a malapena a tenersi in piedi e non scivolare. La sua voce roca la scosse:

        - Cenciaiolo-o-o!

L'uomo si fermò proprio davanti a lei, la squadrò e continuò:

        - Compro tutto. Vestiti vecchi, scarpe. Compro anche vecchi orologi. Anche se sono completamente rotti. Ha degli orologi vecchi?

        La donna indietreggiò. La sagoma scura in mezzo alla nebbia bianca la opprimeva. La vicinanza del cenciaiolo la confuse. La sua voce non era potente, ma,  senza avvedersene, lei gli obbedì:

        - Sì, li ho.

        - Vengo a vederli.

        La donna si riprese lentamente dalla paura.

        - Non lo vede che sto uscendo ora di casa!

        - Vengo tra un'ora. Fa freddo. Non ho voglia di uscire di nuovo.

        - Farò certamente tardi.

       La donna cercava di oltrepassarlo, ma non riusciva a continuare a camminare. La neve si innalzava da ambo le parti come un'alta parete. L'uomo non si scostava, fermo sul passaggio stretto e battuto dalla neve.

        - Allora domani. Dove abita? Qui vicino, sicuramente. Che piano, che numero? Vengo domani.

        Poi abbassò la voce e parlò quasi confidenzialmente:

       - Ho un amico, ha un negozietto di orologi. Lavora molto bene ma non ha pezzi di ricambio. Gli ho promesso che l'avrei aiutato.

        Il cenciaiolo affondò gli stivali nella neve. Il suo richiamo, rivolto a compratori ignoti, fece di nuovo eco in modo sordo, attutito dalle cortine di neve.

- 2 -

       La donna aveva veramente un vecchio orologio. Da tempo non le serviva più. Se ne stava in fondo alla cassapanca, sommerso da oggetti inutili.

      E ora, dopo tanti anni, lei lo tirò fuori. Lo tenne tra le mani a lungo, e lo guardava come si guarda un quadro, come si fissa un ritratto quando si vuol vedere al di là della fotografia. Poi lo caricò, lo mise sul tavolo e lo appoggiò su un libro. L'orologio funzionava. La sua voce era sonora e monotona. Il tempo non aveva sciupato le molle e non ne aveva attutito il suono. Segnava ogni minuto, ogni secondo, ma non misurava il tempo. L'orologio non aveva lancette.

      Raramente gli orologi si somigliano. Ce ne sono di ogni tipo, riccamente imbellettati e di diversa forma: grandi, ovali, sferici, messi su un piedistallo, con superficie numerica di porcellana oppure di metallo o sveglie antiche con campanelli. Questo orologio non ne ricordava nessun altro, era un orologio a muro, piccolo, lungo, con angoli smussati, senza pendolo, senza vetro e senza cornice. Sul legno scuro brillavano cifre di metallo giallo. Un tempo questa superficie di  legno era illuminata da due lancette dorate - larghe come due braccia che invitavano a comprarlo.

      Loro non avevano esitato nemmeno un secondo. Sì, lo dovevano proprio avere. Avrebbero fatto a meno di qualche altra cosa. E' così bello!

      L'organizzatore della mostra rifiutò di venderlo. Era stato portato lì proprio per quell'occasione. "E' un pezzo unico e raro - aveva detto - lo dobbiamo tenere per metterlo in mostra in una vetrina. Per réclame." Ma loro insistettero così tanto, ed erano così giovani, che l'organizzatore cedette.

      Fu l'abbellimento più significativo della loro piccola dimora. Tutte le volte che guardavano l'orologio, si scambiavano uno sguardo e sorridevano: "Abbiamo fatto bene a prenderlo. E' veramente unico. E fa un tic-tac così piacevole." L'orologio parlava con loro come fosse un essere vivente e segnava i giorni, i mesi, gli anni.

      Per l'ultima volta lui guardò l'orologio, si chinò e prese la valigia:

       - Sto facendo tardi. Non essere arrabbiata. Tra una settimana sono di ritorno e allora discuteremo tutto di nuovo. Vado. Non vuoi venire con me all'aeroporto?                                                        

      Lei non lo accompagnò all'aeroporto nonostante il fatto che partisse per l'estero. Stette a lungo a guardare dalla finestra il taxi che si allontanava. Poi si volse verso l'orologio. Questi faceva tic-tac in modo sonoro e uniforme. Continuava a parlare, a ricordarle i giorni belli, i giorni senza nubi. Perché non è andata ad accompagnarlo? Lui sicuramente sarà già arrivato in aeroporto e va di fretta, corre per prendere l'aereo che sta già partendo. Forse si volta per vedere se lei non gli è corsa dietro.

La donna non levava lo sguardo dall'orologio. Ecco, l'aereo sta per decollare, in questo istante, in orario. La donna prese l'orologio e lo gettò con rabbia per terra. Le lancette saltarono via senza rumore. Una andò a finire sotto il letto.

     Senza lancette l'orologio era orribile: accigliato, scuro, ma continuava a parlare, a ricordare, a tormentarla. La donna lo sollevò da terra, lo avvolse in un panno di lana, almeno così forse riusciva a soffocare la sua voce inquietante, e lo ficcò in fondo alla cassapanca.

     Quando seppe dell'incidente aereo, la donna rimase impietrita. Assieme al dolore la tormentava il senso di colpa. Come sempre, lei era stata impetuosa, forte e prepotente. Se fosse andata con lui all'aeroporto, forse lui non sarebbe partito quel giorno e sarebbe tornato più tardi, con un altro aereo. Adesso lui non tornerà a spiegarle, a discutere nuovamente con lei, come le aveva promesso. E neanche lei può più dirgli  che era stata insolente e irragionevole e che anche questa volta lui aveva probabilmente avuto ragione.

     Giorno dopo giorno lei si metteva in piedi davanti alla finestra e guardava la strada dalla quale era partito il taxi.

     Un giorno suonarono alla porta. Lei non aspettava nessuno, non aspettava niente e si diresse con angoscia verso la porta. Un corriere portava una lettera.

      - Probabilmente è per lei. Sa, due mesi fa è caduto un aereo diretto in Bulgaria.  I passeggeri sono morti tutti, ma, si figuri, si è salvata la sacca della posta. L'hanno trovata mentre cercavano la scatola nera per capire le cause dell'incidente. La sacca conteneva  lettere e pacchi ed è rimasta attaccata ad un albero, bruciando solo in cima. Si è conservata una metà delle lettere e dei pacchi, ma la maggior parte è parzialmente bruciata.

 La donna chiuse gli occhi. I passeggeri sono tutti morti, ma la lettera è per lei -  "una lettera bruciata", a conferma della terribile notizia.               

       - L'indirizzo si legge con difficoltà. Nell'ufficio postale ci hanno messo molto per individuarlo. Hanno messo a confronto le lettere dell'indirizzo con quelle della lettera nella busta. Credono sia per lei. Ecco, guardi lei stessa. Riconoscerà la calligrafia se le è nota.

      La scrittura grossa, inclinata. Basta una parola perché indovini che è stata scritta dalla sua mano.

       - La vita è così, non c'è niente da fare - continuava il corriere  - La persona se n'è andata, ed è rimasto un foglio di carta.

      Un foglio di carta! Non sa dunque il postino che questa busta per metà bruciata e la lettera dentro sono una notizia da lui, da suo marito.

      L'orologio faceva tic-tac, non cessava di chiacchierare, come uno che racconta e ama ascoltare le proprie parole. Il cuore di lei batteva piano, in modo uniforme. Era il cuore meccanico dell'orologio che batteva così, o il suo, che gli andava dietro, con lo stesso ritmo?

     E senza tenere la lettera in mano - quante volte l'aveva letta e riletta - lei ne vedeva ogni riga annebbiata, ogni parola annerita. Vedeva anche le parole impossibili a leggere e quelle cancellate. Il fuoco che le aveva attraversate, aveva bruciato la lettera e tutta la sua vita.

      "Mia Lila, non vedo l'ora di tornare e di spiegarti tutto. Ti ho amareggiata prima di partire. Ti scrivo per questo, e poi per lettera è più facile..."

      Avevano iniziato i loro primi discorsi d'amore per corrispondenza. Dopo i primi incontri lui era partito per andare a lavorare al lago. Lei veniva a sapere tutto del suo lavoro, della costruzione della diga, delle sue tensioni ed emozioni per lettera. C'erano stati attimi brutti, momenti di disperazione e momenti di tenacia, di inquietudine e di gioia per quel che aveva raggiunto. Le raccontava di persone stupende venute dalla campagna e del loro altruismo. Le sue lettere erano brevi e fitte, ma grazie ad alcune pagine lei viveva con lui una settimana intera, fino a quando non arrivava la prossima lettera. Le diceva che nel comunicarle le difficoltà i suoi pensieri si concentravano e diventavano più limpidi e lo aiutavano a trovare una soluzione ai problemi più ardui. La necessità da parte di lui di condividere ogni esperienza era per lei segno del suo affetto. Quel lago non solo lo rappresentava, ma era un mondo per lei meraviglioso, sconosciuto e indicibilmente ricco, in cui il padrone era lui.       

      Una sera, arrabbiato per i libri in disordine, era entrato nella sala lettura della biblioteca e aveva riconosciuto una voce nota:

      - Ingegnere, lei ha una nuova bibliotecaria. Quale libro desidera?

      - Lila, non hai idea di quanto mi sei mancata. Adesso andrà tutto meglio.

      In una sua lettera aveva menzionato che la bibliotecaria se n'era andata. E lei prendeva sempre decisioni veloci e impulsive. Aveva mollato il lavoro interessante che aveva appena iniziato ed era partita per il lago. Là era nato e cresciuto il loro primo figlio.

     La donna fissò a lungo lo sguardo sulle pagine affumicate, alla ricerca di una sola parola intera che facesse da chiave alla frase seguente:

     ... "Un'incomprensione può annientare una vita, piena..."

    Incomprensione o capriccio, una conseguenza della sua irragionevolezza, della sua frettolosità, della sua tenacia.

     - No e no. Non voglio più sentir parlare di costruzioni. Mi bastano gli anni vissuti alla diga. Tutta la mia gioventù se n'è andata sui pendii del lago.

     - Rimpiangi? Ma tu dici spesso che quelli sono i nostri anni più belli. Ti eri affezionata non meno di me a quella costruzione, alla gente.

     - Allora ero giovane. Non mi facevano paura le difficoltà. Con gli anni si cambia. Ora ci eravamo appena sistemati, una casa comoda, i figli sono cresciuti.

     - Ma io vado lì solo temporaneamente.

     - Mi è venuto a noia! Non passerai mica tutta la vita sulle impalcature.....

     - Questa volta è diverso. Devo installare uno strumento nuovo, devo provarlo. Lo sai quanto tempo ci ho lavorato sopra, quanto ci ho messo di personale, di mio: la scienza, l'immaginazione. E' stato il mio sogno fin dagli anni dell'infanzia.

     - Puoi dare il progetto a un altro che lo costruisca lui.

     - Ma lo devo controllare, devo vedere come lavora sul posto. Può sfuggirgli qualcosa, qualche correzione che posso fare solo io.

     - Non sapevo che fossi così vanitoso.

     - E' un mio progetto. Lo devo portare alla fine. Non porterà il mio nome, non verrà fuori il mio ritratto in prima pagina sui giornali, non darò interviste e non risponderò a questionari. Però darà qualcosa in più ai nostri monti, si aggiungerà alle nostre scoperte e realizzazioni nazionali. Per me è importante che si realizzi e che funzioni.

     - Non è bello che i ragazzi crescano senza padre proprio a quest'età. Lo sai che nostro figlio si interessa di musica. Dovrà frequentare i concerti. La piccina vuole studiare lingue.

     - Tu ce la farai benissimo con loro. Lila, non ti mettere tra me e il mio lavoro.

     - Allora vuol dire che ti do noia?

     - Hai dimenticato cosa vuol dire per me la tua presenza? Cerca di capire, non voglio sprecare il mio tempo. Ora sono nel pieno del mio vigore creativo. Il tempo corre, passa senza accorgersene.

     L'orologio aveva attirato il suo sguardo come un magnete. Si chinò, prese la valigia e disse le sue ultime parole:

    - Faccio tardi. Non vieni con me all'aeroporto?

    Non c'era un rimprovero, nè una parola di questo nella lettera. La donna, pensierosa,  gira la pagina.

    ... "Forse ho sbagliato nel non spiegarti appieno... il lavoro, per quanto urgente e pieno di responsabilità, non è meno importante della comprensione ... tra due che si vogliono bene..."

    E di nuovo non si legge niente. La donna tenta di comporre una parola da una sola lettera, di comporre una frase da un solo motto. Al posto delle lettere leggibili vede il suo amato viso. Le sue labbra le sussurrano:

    "... Sempre... con la sola presenza ... soltanto ... mia unica..."

     Quanto tempo è passato da allora? Si susseguono giorni, anni. Le due braccia metalliche che scandivano i minuti e le ore non esistono più. Solo il crepuscolo le indica l'ora in cui i suoi passi avevano risuonato per l'ultima volta nel corridoio.

    Aveva aspettato per giorni interi, aveva aspettato mesi, anni. Tentava di immaginarsi che lui fosse sempre in viaggio  e che sarebbe tornato: che lei era sola solo temporaneamente. Cercava di abituarsi a vivere senza di lui. Ma come si fa a vivere senza un passato?

     Dove va il tempo? Avanti o indietro? L'orologio è senza lancette e puoi far sì che vada al contrario. Neanche il tempo di lei è obiettivo. Pensava di poterlo fermare gettando via l'orologio. Invece quello continuava ad andare con ritmo meccanico. Il tempo non sarebbe tornato indietro, ma lei poteva riavvolgere il nastro del suo passato. Ed è come se nelle sue vene affluisse sangue nuovo. Si sente giovane e amata, come un tempo. La loro gioventù non era stata un impeto d'amore o un'attrazione temporanea, ma un legame intenso.

       Le lancette brillanti e dorate mancano e il legno scuro è triste. E' lo stesso legno, lo stesso orologio, ma non è gioioso e affabile come era prima, quando erano in due.

       A che cosa sarebbero servite ora queste cifre insignificanti? Esse non sono protese avanti, verso un futuro. Non hanno prospettiva. L'orologio però respira, parla piano e in modo monotono, con il ritmo di un oratore saggio. I ricordi non sono vestiti vecchi, ammucchiati nella cassapanca della nonna. I suoi ricordi non sono dei cenci vecchi. Non sono coperti dalla polvere del tempo, ma brillano ed emettono luce come lancette metalliche in una stanza buia. Racconta, ti prego racconta degli anni passati. Non sono stati molti, ma sono stati ricchi di tenerezza e di creatività. Racconta! La stanza si riempie della sua voce, la trafigge dovunque lei si volti.  Una trasmissione stereofonica echeggia e le dà ansia. La riempie col fascino del ricordo e col dolore dell'addio. Una domanda alla quale non sa dare risposta la rende  inquieta e la riempie di sensi  di colpa. Perché si sono lasciati senza tenerezza, senza calore, senza una stretta di mano, senza un abbraccio?

        Un suono insistente di campanello. Questo è il cenciaiolo. E' venuto per toglierle l'ultima gioia in mezzo al dolore. Presa da paura, la donna ha coperto l'orologio ed è andata alla porta.

        Alto e scuro, il cenciaiolo ha la mano sulla maniglia e spinge la porta per entrare.

       - Vada via!

       -  Ma non ha detto...

       - Non ho detto nulla. Ha capito? Non ho niente! Vada via!

       La donna sbatté la porta, la chiuse a chiave e vi si appoggiò contro, perché nessuno la potesse aprire.




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