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 SOLOF, L'UOMO VANITOSO 
Fiabe bulgare

Solof abitava una bella casuccia, in campagna. Un giorno, un vegliardo buss˛ alla sua porta. Solof apri, guard˛ con maraviglia lo sconosciuto. Non aveva mai visto un volto cosi rugoso e scarno. Due minuscoli stracci sbiaditi, le palpebre, ricoprivano gli occhi, la cui luce non trapelava che da una fessura strettissima. Ma era una luce intensa, che turb˛ profondamente l'uomo.

- Domando ospitalitÓ a te per qualche giorno - disse il vecchio.

Solof non si aspettava una simile richiesta. I mendicanti, di solito, non chiedono ospitalitÓ. Si accontentano di qualche quattrinello, di un pezzo di pane. L'ignoto doveva essere un mendicante. Bastava, per convincersene, guardare le sue vesti lacere, senza pi¨ colore. Solof era molto vanitoso: teneva all'amicizia coi ricchi, coi nobili; ma non sopportava alleanze plebee.
Diede al vegliardo una pagnotta, poi gli chiuse la porta in faccia. Dopo due giorni, nella piccola casa di campagna giunse uno straniero. Un giovane dal nobile portamento, vestito con estrema eleganza.

Buss˛ alla porta: "toc, toc".
Quando Solof gli apri, vide, seduto sul terriccio della strada, il vegliardo che non aveva voluto ospitare. Ma non vi bad˛.

- Che vuoi? - chiese, con gentilezza, al bel cavaliere.
- Stavo dirigendomi al mio castello su quell'alta montagna. Non vedi? Si chiama il Castello Rosso. Sembra una fiamma, a guardarlo di qui.
- Sei tu, dunque, il signore del Castello Rosso?
- Proprio.
- Un principe, certo.
- Ecco, un principe. Dunque, il cavallo che doveva portarmi lass¨ Ŕ morto. Passavamo il fiume a guado. La povera bestia ha perduto l'equilibrio ed Ŕ caduta in acqua. E non ha pi¨ potuto rialzarsi. Sarebbe stolto, tu capisci, che io tentassi di raggiungere a piedi la mia cima alpestre, lass¨. Domani acquister˛ un altro puledro, e tu stesso mi accompagnerai al mercato del vicino villaggio. Puoi ospitarmi per questa notte?

Solof non domandava niente di meglio alla sorte. Un principe, un autentico principe in casa sua! L'aveva sognato molte volte, senza crederlo p6ssibile. Si sprofond˛ pertanto in riverenze, si dichiar˛ felice di mettere la sua umile dimora a disposizione di un tanto illustre personaggio. Prepar˛, affannandosi attorno ai fornelli, una cenetta succulenta, ghiottissima. Poi apparecchi˛ la tavola.

Continuava, intanto, a ripetere:

- Che contentezza, che onore! Che contentezza, che onore!
Quando sedette con l'ospite dinanzi alla mensa, avverti per˛ un senso di freddo. Il suo entusiasmo, senza ch'egli potesse darsene ragione, cadde. E, pur continuando lo sciocco ritornello: " Che contentezza, che onore! Che contentezza, che onore!", si sentiva un bizzarro malessere, un senso di inquietudine. Si accorse, a un tratto, che il principe aveva gli occhi vermigli e che tra i suoi capelli nerissimi e lisci, sporgevano, al sommo del capo, due piccole corna. Il malessere, il senso d'inquietudine si cambiarono allora in una paura folle. Disse all'ospite:

- Vado nell'orto per cogliere l'indivia.

Tremava. E anche la sua voce tremava. Si mosse con fatica. Quando fu sulla soglia della stanza, udý un frastuono diabolico. Si volse esterrefatto. La tovaglia, i piatti, le vivande roteavano per la stanza come foglie in balia di un vento ciclonico. Si raccomand˛ a Dio, riuscý, compiendo uno sforzo supremo, a raggiungere la porta di casa, ad aprirla. Il vecchio era sempre li, seduto sul terriccio della strada. Solof gli si avvicin˛:

- Ho visto il Diavolo. Proprio il Diavolo. Ha gli occhi di fuoco, le corna.

Il vegliardo si lev˛.

- Dio Ŕ il padrone, il Diavolo Ŕ il servo - disse. - Il padrone pu˛ sempre scacciare il servo. Andiamo.

- Come? Vorresti entrare in casa mia?

- Entro in casa tua. Non temo.

Solof rest˛, trepidante, sulla strada. Udý un urlo rauco, poi, subito, vide il falso principe. Era uscito dalla porta con la velocitÓ di un razzo, correva come se fosse rincorso da un branco di lupi famelici. Dietro di lui, pacatamente, usci di casa il gran vegliardo. Il terrore di Solof cadde.

- Chi sei? - domand˛, stupito.
- Chi sei tu, che puoi far fuggire Satana?
- Sono Giovanni, l'Apostolo. Cristo Ŕ in me. Da lui mi viene l'autoritÓ e la forza per vincere gli spiriti malvagi.

Solof si gett˛ in ginocchio.

- Perdonami, sublime amico di Ges¨. Perdonami. Sono stato cattivo con te. Per vanitÓ, per stupidaggine. Adesso mi sento un uomo diverso: buono e umile. Ti ospiter˛ con gioia.

- Capisco - disse il santo.- Nella tua anima, ora, arde il fuoco sacro. Sono pago di questo, felice di saperti salvo. Io devo andarmene in cerca di altri uomini che, dimenticando l'altare di Dio, si genuflettono dinanzi ai potenti della terra. In cerca di altri uomini che non conoscono la legge d'amore. Io devo insegnar le parole di Cristo a chi non le conosce, ripetere le parole di Cristo a chi le ha dimenticate. Per ci˛ non muoio, perci˛ mi Ŕ vietato il riposo.

- Conducimi con te - implor˛ Solof.

- Non ho bisogno di compagni, nÚ di aiuti. Mi basta il lume eterno che arde nel mio corpo logoro e stanco.

- Conducimi con te. Trasformami in una cosa che ti possa esser utile. Sei scalzo e devi camminare tanto. Ebbene, fai di me un paio di calzari.

L'Apostolo si raccolse un attimo in preghiera, e subito al posto di Solof apparvero un paio di calzari. L'amico di Ges¨ vi infil˛ i piedi decrepiti e riprese, pi¨ contento, la sua strada senza fine.




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