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Bulgaro
     
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 L'AMICO PANETTIERE 
Fiabe bulgare

Olaf, percorrendo la strada del bosco, parlava e gesticolava.

- Il mondo è perfido, gli uomini sono tutti figli di Satana. Io non voglio più vederli, gli uomini. A star con essi, sembra proprio di abitar nell'inferno.

Un vecchio, che stava seduto ai piedi di una betulla, udì le parole accese del viandante.

- O uomo, perché ti lagni?

Olaf sussultò. Ma vide colui che aveva fatto la domanda. Lo raggiunse e gli rivelò la causa della sua tristezza.

- Un mio amico panettiere, quando i suoi affari prosperavano e poteva rallegrarsi di forti guadagni, soccorreva, porgendo gratuitamente le pagnottelle fresche, molti poveri del villaggio. Da qualche tempo i suoi affarucci vanno male. Non può, quindi, permettersi il lusso dell'elemosina quotidiana. Le persone che egli aveva beneficato l'accusano di avarizia, diffondendo sul suo conto le voci più offensive. E non c'è nessuno che si ribelli a queste calunnie, nessuno che difenda il buon uomo. Io tentai di difenderlo, io solo. Come se avessi pronunziato una bestemmia, mi si scagliò contro tutto il villaggio. Eh, gli uomini non capiscono nulla. Non conoscono la gratitudine, non sono generosi, né onesti. Tutto il villaggio contro: una cosa da far vergogna! In una società simile non vivo, non posso più vivere in mezzo agli uomini.

Il vegliardo si era levato in piedi. Sul suo volto, un gomitolo nerastro di grinze, gli occhi sembravano fiammelle d'oro:

- Gli uomini sono figli di Dio, non di Satana. Peccano, ma possono emendarsi. Bisogna aver pietà di essi, indulgere alle loro colpe, cercar di metterli sulla buona strada.

- Tu vivi solitario - disse Olaf; - non puoi capire il mio disgusto, il mio risentimento. Non hai amici a cui gli uomini abbiano fatto oltraggio.

Le fiammelle d'oro, nel gomitolo di grinze, mandavano adesso sprazzi di luce.

- Non dire questo. Io ho un amico, un grande amico, un sublime amico. Un tempo lontano lontano, camminavo al suo fianco. Vedevo il suo cuore, come si vede un liquido rosso in un vaso di vetro. Egli offriva agli uomini il pane della Verità, un pane che dà conforto, un pane che sazia l'anima. Per far l'immensa offerta, era venuto da un mondo di gioia eccelsa, venuto qui, nel fango della terra. E camminava scalzo sul fango, sui ciottoli, sulle spine. Ma sorrideva agli uomini, additava la strada buona della letizia eterna. E sai come gli uomini ricompensarono il meraviglioso donatore? Mandandolo a morte come un assassino, come un ladro. Malgrado questo, io non posso odiare gli uomini. Egli, l'amico sublime, comanda di non odiarli. Sono deboli, schiavi di troppe passioni, infelici.

- Ma chi è il tuo amico? E perché te ne stai solitario nella selva, se non disprezzi l'umanità?

- Il mio amico è Gesù Cristo. Io non vivo solitario nella selva. Vado per il mondo. Ora qui e ora là. Conosco tutti i luoghi del mondo:
le cime dei monti e le città popolose, le nebbie settentrionali e l'ardentissimo sole del Sud. Conosco tutte le strade, tutti gli uomini. Ho accettato, per amor di Dio, un sacrificio terribile: quello di non morire mai. Sono esausto, ma riuscirò a riposarmi soltanto dopo il giorno del Giudizio Universale.

Olaf guardò con sgomento quell'intrico di rughe, quegli occhi che, come gli astri, sembravano eterni.

- Chi sei?

- Giovanni, sono Giovanni l'Apostolo.

Olaf non dubitò neanche un attimo che il vegliardo avesse mentito, e cadde in ginocchio. Si sentiva l'anima lieve. Avrebbe potuto ritornar dagli uomini e amarli.



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