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 LA SITUAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN BULGARIA - 2002 
Fonte: Amnesty International
Vi sono state diverse denunce riguardanti maltrattamenti e casi di tortura da parte delle forze dell’ordine. Pochissimi dei sospetti responsabili sono stati portati davanti alla giustizia. Molte delle vittime, alcune delle quali minori, erano di etnia rom. Le forze di polizia hanno continuato a fare uso di armi in circostanze vietate dagli standard internazionali, causando feriti e morti. Le condizioni in molti istituti per malati mentali hanno determinato trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Continue sono state le violazioni al diritto d’espressione. È stato negato il diritto di tenere una riunione pacifica a un’organizzazione formata da macedoni.


Torture e maltrattamenti da parte della polizia

Numerose sono state le denunce di tortura e maltrattamenti da parte della polizia. Almeno una persona sarebbe deceduta in circostanze sospette, molto probabilmente a causa di percosse ricevute da agenti di polizia.

A gennaio la polizia di Sofia, durante le ricerche di un sospetto omicida, ha arrestato Mehmed Mumum (conosciuto anche come Milotin Mironov), che avrebbe tentato di sfuggire a un controllo di polizia. Le forze dell’ordine lo avrebbero preso a calci su tutto il corpo dopo averlo immobilizzato a terra. Mehmed Mumum avrebbe perso i sensi e sarebbe deceduto prima di poter ricevere le cure mediche d’emergenza. Un portavoce del ministero degli Interni ha in seguito dichiarato che Mehmed Mumum aveva opposto resistenza e che si era reso necessario l’uso delle manette. Sembra siano state avviate indagini sulla sua morte, ma alla fine dell’anno i risultati non erano ancora noti. Dopo un’indagine sulla sua morte, almeno un agente è stato incriminato; il suo processo era in corso alla fine dell’anno.

La maggioranza di coloro che hanno denunciato atti di tortura e maltrattamenti da parte delle forze di polizia hanno lamentato che, dopo l’arresto, sarebbe stato loro negato il contatto con un avvocato o con i loro parenti, inoltre non avrebbero potuto ricevere le cure mediche necessarie.

A luglio, Veska Voleva, un’avvocata, è intervenuta in un caso di sfratto di una famiglia da un appartamento di Sofia. Due agenti di polizia l’avrebbero ammanettata, trascinata per le scale e portata al nono distretto di polizia regionale. All’interno di una cella con sbarre sarebbe stata malmenata e presa a calci per circa 15 minuti da cinque agenti e in seguito ammanettata a una sbarra di ferro per due o tre ore. Dopo essere stata trattenuta per 24 ore in una cella spoglia e costretta a dormire sul pavimento di cemento, le sarebbe stato negato di contattare i familiari e di essere visitata da un medico.

Solo pochi dei probabili responsabili sono stati portati davanti alla giustizia. Anche in quel caso le indagini sono apparse inutilmente lunghe e sono state intralciate dagli imputati che sembra abbiano ostacolato di continuo i testimoni.

A gennaio due ex agenti di polizia di Nikopol sono stati condannati a cinque e sei anni di carcere per avere malmenato un detenuto, poi deceduto nel novembre 1994 a causa delle ferite riportate in seguito al maltrattamento. L’episodio era stato osservato da un testimone che aveva taciuto per un anno a causa delle minacce ricevute dagli agenti stessi.


Rom

Vari sono stati i rapporti durante l’anno riguardanti casi di tortura e maltrattamento subìti da membri della comunità rom da parte della polizia. Molte delle vittime erano minori. Il Progetto diritti umani, un’organizzazione non governativa locale, ha portato avanti le indagini riguardanti 90 casi di gravi violazioni ai diritti umani subìti dai membri della comunità rom. Nella maggior parte dei casi riportati, le denunce contenevano i nominativi dei militari colpevoli. Per molti casi sembra comunque che le indagini non siano state condotte in maniera attenta e imparziale.

A maggio, a Stara Zagora, un sedicenne è stato arrestato di fronte al giardino in cui aveva raccolto alcune prugne da un uomo che si è presentato come agente di polizia. Il giovane è stato ammanettato e portato alla centrale di polizia dove sarebbe stato preso a pugni, calci e percosso con un manganello su tutto il corpo. L’agente, dopo avergli puntato una pistola alla tempia, avrebbe chiesto a sua moglie: «Cosa debbo fare del cadavere dopo che l’ho ucciso?». Poco dopo sono arrivati i genitori del ragazzo, che è stato rilasciato. La sera stessa ha ricevuto cure per le contusioni riportate al petto, alla testa e al volto.

A febbraio, all’interno del distretto di polizia regionale di Pavlikeni, Nikolay Nikolovov sarebbe stato percosso con un manganello da un agente che lo interrogava sul furto di un impianto hi-fi. Lo stesso giorno è stato visitato da un esperto di medicina legale che avrebbe segnalato lividi di 12-15 centimetri sulle braccia, sulla schiena e sulla coscia destra. A giugno il tribunale militare di Tarnovo decideva di non avviare un’inchiesta penale contro l’agente poiché la sua condotta veniva considerata «decisamente insignificante dal punto di vista del pericolo sociale».


Uso di armi da parte della polizia

Vi sono state numerose segnalazioni di sparatorie da parte della polizia che contravvenivano gli standard internazionalmente riconosciuti. Le autorità non hanno trattato in maniera adeguata questa grave violazione dei diritti umani. Almeno tre persone sono decedute in incidenti di questo tipo. A febbraio Emanuil Yordanov, allora ministro degli Interni, avrebbe dichiarato di volere riesaminare tutte le clausole riguardanti l’uso di armi da fuoco sia da parte della polizia sia da parte della popolazione civile, ma solo per quest’ultima sono state formulate delle proposte. Avrebbe anche disposto un esame psicologico per tutti gli agenti di polizia da compiersi in un arco di tre mesi e procedure di indagine più accurate nel ministero degli Interni. Sembra comunque che questi provvedimenti abbiano dato scarsi risultati.


Condizioni negli istituti per malati mentali

I malati di mente ricoverati in istituti di stato per cure permanenti sono soggetti a condizioni crudeli, disumane e degradanti. Le case sociali, appellativo ufficiale per tali istituti, sono solitamente dislocate in località periferiche. I residenti sono ospitati in strutture inadatte e fatiscenti, in condizioni igieniche precarie e non viene loro lasciato alcun effetto personale. Erano talvolta soggetti a forme crudeli di restrizione e isolamento. Spesso il personale è insufficiente ed impreparato, le cure mediche inadeguate e le strutture per la riabilitazione inesistenti. In alcune case la mancanza di cure mediche adeguate, riscaldamento, generi alimentari avrebbe causato alcuni decessi. Raramente sono stati effettuati esami autoptici per accertare le cause di tali decessi e non è stata avviata alcuna indagine penale per stabilire le responsabilità nei casi di grave negligenza nei confronti dei pazienti.

Nell’Istituto femminile di Sanadinovo le pazienti che si ‘comportavano male’ venivano rinchiuse in una gabbia formata da due muri di mattoni e sbarre e filo di ferro negli altri due lati. A ottobre un delegato di AI ha visto di persona sei donne in una di queste gabbie, delle dimensioni di 3 metri per 1,5. Apparivano assenti e non aggressive. Il pavimento era coperto di urina e feci, le donne coperte di sporcizia. Una di queste era nuda dalla vita in giù, sulla sua pelle erano evidenti molte piaghe.

Non è stato possibile determinare da quanto tempo erano vittime di questo stato d’isolamento, poiché non vi era alcun tipo di archivio sui loro casi.


Libertà di espressione

Molte persone che stavano esercitando pacificamente il diritto alla libertà di espressione sono state arrestate con l’accusa di ‘teppismo’.

A gennaio quattro uomini e un minorenne sono stati arrestati a Sofia per aver portato uno striscione durante una cerimonia pubblica sul quale era scritto «Fuori i sostenitori della Nato!» in cui il simbolo della Nato era stato modificato in modo da ricordare una svastica. Dopo la cerimonia il presidente Petar Stoyanov avrebbe detto: «Questa è blasfemia! È ora di prendere provvedimenti decisivi contro questi ruffiani…» . I dimostranti sono stati portati in una stazione di polizia dove sono stati trattenuti fino al giorno seguente. È stata avviata un’indagine su ordine del pubblico accusatore da parte della Corte Suprema di Cassazione che giudicava i dimostranti colpevoli di «teppismo». Ad aprile l’accusa è stata annullata dal tribunale di Sofia.

A settembre il tribunale della regione di Pleven ha annullato la condanna di Aleksandar Kandjov. Era stato condannato a quattro mesi di detenzione, sospesa per tre anni, per vandalismo aggravato per aver organizzato la raccolta di firme per una petizione in cui il ministro della Giustizia era stato definito «massimo idiota del sistema giudiziario». Aleksandar Kandjov era stato trattenuto in custodia per quattro giorni dopo il suo arresto avvenuto nel luglio 2000.


Omo ‘Ilinden’

A marzo il procuratore pubblico di Blagoevgrad ha avviato un’indagine penale per incitamento all’odio razziale e nazionale in seguito alla distribuzione di volantini di Obedinena makedonska organizatiya ‘Ilinden’ (Omo ‘Ilinden’, Organizzazione unita macedone ‘Ilinden’), che invitavano i residenti della regione a dichiararsi macedoni nel censimento che si stava tenendo. Alla fine dell’anno nessuno era stato comunque condannato. A luglio la polizia ha impedito agli attivisti di Omo ‘Ilinden’ di tenere un’assemblea pacifica per commemorare un anniversario nazionale. Tre attivisti che stavano filmando l’azione della polizia sono stati trattenuti per tre ore prima di essere rilasciati senza alcuna accusa. A ottobre la Corte Europea per i diritti umani ha stabilito che le autorità avevano violato il diritto di libera assemblea e associazione, poiché avevano impedito simili riunioni commemorative da parte degli attivisti di Omo ‘Ilinden’ nel periodo tra il 1994 e il 1997.


Rapporti e missioni di Amnesty International

Bulgaria: Disabled women condemned to ‘slow death’ (AI Index: EUR 15/002/2001)


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1997 - Obiezione di coscienza

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LINK DI INTERESSE - DIRITTI UMANI IN BULGARIA

Amnesty International - (in inglese)

Comitato Helsinki Bulgaro (in bulgaro ed inglese)



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