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 LA RINASCITA DELLA CINEMATOGRAFIA DELL'EST 
di Pierre Daum
[Le Monde Diplomatique - Gennaio 1998]

Il film si apre su dei funerali. Due bambini, quasi adolescenti, accompagnano il padre alla tomba. Si tratta de I ragazzi Witman. Un accurato adattamento del romanzo di inizio secolo di Geza Csath. Il giovane regista ungherese autore del lungometraggio, Janos Szçsz, segue, con distacco e sensibilità, le prime emozioni sessuali dei suoi eroi. Abbandonati da una madre incapace di amarli, daranno libero corso a tutti gli istinti, uccidendo gli ibù del granaio e carezzando i seni di una ragazza nel vicino bordello. Erotismo e desiderio di uccidere si riuniscono nella scena finale: per rubare un gioiello e pagare così la prostituta, uccidono la madre.

Perdita brutale dei punti di riferimento del passato, scomparsa della legge, libertà totale in preda alle esperienze istintive, necessità di distruggere gli ultimi legami col passato per diventare ricchi nel futuro...: questo film geniale è come una metafora dei paesi dell'Europa centrale e orientale, ma anche del loro cinema.

Perché il crollo improvviso del sistema sovietico, ha provocato, in quest'arte straordinariamente popolare dopo la seconda guerra mondiale, una crisi senza precedenti. Di qui la caduta spettacolare della produzione la Russia non ha prodotto che una ventina di film nel 1996, contro i 400 all'anno fino al 1990 e della frequentazione delle sale: nel 1988, il bulgaro "medio" andava ancora al cinema 11 volte all'anno, mentre oggi ci va una volta e mezzo, come del resto i tedeschi (1). E solo la Repubblica ceca, grazie alla passione folle della popolazione per la produzione nazionale sembra resistere alla razzia americana. Tutti questi paesi hanno conosciuto in un secondo tempo, tra il 1991 e il 1994, la distruzione dell'industria cinematografica di stato, seguita da una ristrutturazione più o meno fallita sfociata nella nascita di una pletora di produttori indipendenti, i quali si sono però eclissati quando hanno scoperto che il settore non offriva le opportunità finanziarie sperate, soprattutto in materia il riciclaggio del denaro sporco.

Oggi, pur abbandonata da uno stato ancora meno generoso, una giovane generazione di cineasti sembra decisa a ripartire su nuove basi. Anche a costo di lasciare via libera ai suoi istinti.
Non senza successo, almeno dopo il 1996: la curva della produzione, molto in ribasso fino al 1994, ha registrato una netta ripresa e sono nati tanti bei film. Anche se la maggior parte di esse non avrà mai accesso a una distribuzione internazionale (2), molti sono stati selezionati e alcuni perfino premiati dai grandi festival. Così per esempio il film del giovane regista ceco Jan Sverak, Kolya, si è visto assegnare l'Oscar per il miglior film straniero a Hollywood.

Questo relativo benessere non deve far dimenticare le profonde differenze che persistono all'interno dell'ex blocco sovietico.
Raggruppare tutti i paesi in un giudizio globale, vago quanto comodo, si rivela scorretto non appena si analizzano le singole realtà. Bastano le statistiche a dimostrarlo. Come amalgamare la Repubblica ceca che ha prodotto l'anno scorso 20 lungometraggi uno dei quali, Kolya, ha superato il milione di spettatori (3) e la Lituania, che ne ha prodotto uno solo (4)?

In materia di produzione emergono due categorie di paesi (5). La prima, oltre alla Repubblica ceca comprende la Polonia (23 film nel 1995, 17 nel 1996), l'Ungheria (19 film nel 1995, 18 nel 1996) e la Romania (18 film nel 1994, e 9 nel 1995). Si caratterizza per avere un nocciolo di professionisti, qualificati secondo le norme europee, e di produttori seri e attivi e uno stato fortemente impegnato nel finanziamento della produzione nazionale (ad eccezione della Repubblica ceca, dove la scarsa partecipazione statale è compensata da quella straordinariamente forte della televisione e degli studios Barandov). Tali paesi sono in grado, grazie alle coproduzioni europee, di realizzare progetti ambiziosi che è possibile distribuire al di là del territorio nazionale.
I film prodotti nel 1996, cercano, nella maggior parte dei casi, di dar conto della realtà, presente o passata. Da qui una certa pesantezza. In Ungheria, dove I tre moschettieri in Africa, una commedia brillante di Istvan Bujtor, ha avuto un enorme succcesso, due giovani registi propongono un ritorno interlocutorio sul passato: in Lungo crepuscolo, di Attila Janisch, un'anziana archeologa decide bruscamente di lasciare la macchina che la riporta a casa per continuare la sua strada da sola. Sorpresa dalla notte viene maltrattata da un autista di autobus, si ritrova in una casa semidistrutta, si ricorda all'improvviso di averci abitato un tempo, sembra morire...
Molto meno metaforico, Uccelli di bambola, di Peter Timar, ricostruisce in modo vivace e buffo l'atmosfera degli anni Sessanta.
A Praga, Kolya trascina lo spettatore nella storia alla Kundera di un vecchio scapolo incallito, violoncellista di mestiere, che si lascia rubare la frivola libertà da un bambino abbandonato, sullo sfondo della "rivoluzione di velluto". Agli antipodi di quella leggerezza, Boomerang, il film terribilmente toccante di Hynek Bocan, scritto da un vecchio prigioniero dei campi di lavoro; un colonnello di Stalin si trova rinchiuso, nel 1958, con gli uomini che un tempo lui stesso aveva condannato e che, salvo uno, lo vogliono uccidere...

Nel secondo gruppo di paesi dell'Est figurano la Bulgaria (6 film nel 1996), la Slovacchia (3 film nel 1996), gli Stati del Baltico (10 film in totale nel 1995), la Slovenia (4 film nel 1995), la Georgia e l'Ucraina. Gli altri stati non producono di fatto quasi nulla. Va notato come in Asia Centrale persista una produzione di qualità in Mongolia, in Turkmenistan e in Uzbekistan. Le loro capacità di produzione sono minime: il budget statale è scarso e il risultato è che si preferisce affittare le sale ai concessionari di automobili; i grandi studios sono all'abbandono, i produttori quasi inesistenti. Eppure anche lì la comparsa di un regista di talento riserva delle belle sorprese. E' il caso del giovane Martin Sulik. Il suo nuovo film, Orbis Pictus, meno cristiano-filosofico del suo precedente lungometraggio, Il giardino, segue la corsa attraverso la bella campagna slovacca di una giovane adolescente.
Nella sua corsa la protagonista incontrerà un autista un po' vagabondo, un deputato malinconico, dei saltimbanchi matti, un giovane sposo, il vecchio amante di sua madre e, per finire, un pastore solitario seduto in cima alla sua roccia.

La Federazione russa è un caso a parte. Lì, tutto sembra crollare poco a poco, senza speranza di ripresa. Dai 47 lungometraggi del 1995 la produzione è caduta ai 20 dell'anno successivo. Gli studios, un tempo grandiosi, ormai sono hangar in rovina: tornano a vivere solo per qualche serata rave. E le attrezzature ormai vetuste aumentano considerevolmente i costi dei film. Se poi si aggiungono i prezzi esorbitanti degli alberghi di Mosca e di San Pietroburgo, oltre a una nuova forma di criminalità selvaggia... si arriva a spiegare paradossi come questo: il più importante regista russo, Nikita Michalkov, ha girato il suo ultimo film, Il barbiere di Siberia, a Praga, negli studios Barandov. Due grossi ostacoli sbarrano la strada del rinnovamento: il pirataggio dei film su videocassetta, che continua malgrado la legge sul diritto d'autore del 1993, e gli scarsi investimenti del settore televisivo, invece in piena espansione, nella produzione cinematografica. Per finanziarla non resta che lo stato, a sua volta in bancarotta.

Eppure quest'anno al festival di Cannes è stato presentato un film russo notevole, Il fratello, di Axel Balabanov. E' un esempio illuminante della migliore produzione che circola attualmente a Mosca, un esempio illuminante del nuovo eroe russo, molto ben interpretato da Serghei Bodrov, che si era già fatto notare in Il prigioniero del Caucaso (diretto da suo padre). Con il fascino da star americana, con i suoi gusti musicali un po' retrò e le sue pulsioni razziste, il personaggio viene dalla campagna ed è appena tornato dalla guerra (in Cecenia). Lascia il suo villaggio per San Pietroburgo, dove vive il fratello che lo trascina nella sua attività di killer. In assenza della legge dissacrata dalla corruzione di coloro che dovrebbero rappresentarla egli detta la sua legge: uccidendo i cattivi mafiosi (spesso del Caucaso) per la gioia del pubblico. Un vero western, versione post-sovietica.
Sul versante del cinema d'autore s'impongono alcuni nomi: Kira Muratova, le cui Tre storie affondano, con humour surrealista, nell'assurdità mortale che regna in Russia, e Alex Sokurov che, con Madre e figlio, sorta di Pietà rovesciata in cui il figlio sostiene la madre morente, sembra uno dei pochi autori alla ricerca di un bagliore di speranza. I registi russi in definitiva sono, proprio come i loro contemporanei, sbandati.
"Prima spiega Naum Klejman, direttore del Museo del cinema di Mosca, la nostra vita era regolata dal materialismo storico; oggi, a dirigerla è un materialismo isterico. La gente è entrata nel libero mercato senza sapere che cosa fosse la libertà umana".

Davvero critica fino al 1994, la situazione del cinema nei paesi dell'Est sembra ormai in ripresa. Nella maggior parte dei paesi una ristrutturazione riuscita ha riequilibrato la triade stato-televisione-pubblico. Inoltre le coproduzioni europee che si moltiplicano intessono una rete continentale solida di professionisti, soprattutto grazie agli sforzi delle istituzioni europee. Così il Fonds Eurimages del Consiglio d'Europa interviene nella produzione di 25 paesi: da quando è nato, nel 1989, ha dato il suo sostegno a 497 lungometraggi e documentari, per un budget equivalente a circa 240 miliardi di lire; il suo budget annuale ammonta oggi a circa 45 miliardi. Quanto al programma Média dell'Unione europea, interviene a monte e a valle della creazione dei film, e questo in 21 paesi: il budget di Média I (1990-1995) è stato di 390 miliardi di lire, quello di Média II (1996-2000) ammonta a circa 600 miliardi. Infine il centro nazionale per la cinematografia (Cnc) francese disponeva, a partire dal 1990, di un "Fonds Eco" per il sostegno alla produzione dei paesi dell'Est, purtroppo soppresso nell'aprile del 1997 dal ministero della cultura, ma alcuni paesi potranno avere accesso al "Fonds Sud" del Cnc...

Malgrado questi apporti la giovane generazione di cineasti, pur rinnovando le forme estetiche, non ha soldi per mettersi alla prova. In tanti paesi si deplora l'assenza di una volontà politica senza la quale affondano tutti i progetti di sostegno al cinema. Diritti d'autore, tasse, facilitazioni fiscali, obbligo per i distributori di reinvestire parte dei profitti nel cinema nazionale, ecc. (6). Allo stesso tempo, a giudicare dalla qualità spesso mediocre di tante produzioni, forse sarebbe bene che venissero rivisti anche i criteri di selezione per l'accesso al finanziamento pubblico.

Note

  1. La maggior parte delle cifre menzionate è tratta dall'Annuaire statistique 97 de l'Observatoire européen de l'audiovisuel, Strasburgo 1996.
  2. Il crollo delle strutture cinematografiche nei Peco sembra aver risparmiato i festival di film, alcuni dei quali vanno meglio di prima. Tra i molti, domina quello di Karlovy Vary, nella Rebupplica ceca.
  3. Report on Czech Cinematography in 1996, ministero della cultura ceco, marzo 1997.
  4. La repubbblica ceca conta 10,3 milioni di abitanti, contro 3,7 milioni in Lituania (dati 1996). A titolo di confronto, nel 1995 il numero dei film prodotti nei 5 paesi europi più importanti è stato di 141 per la Francia, 76 per la Gran Bretagna, 75 per l'Italia, 63 per la Germania e 59 per la Spagna.
    Negli Stati uniti sono circa 500, di cui solo 400 sono stati distribuiti.
  5. Come è ben rilevato nel Rapporto del Consiglio d'Europa sul finanziamento della produzione cinematografica in Europa, reso noto in occasione dell'ottava conferenza dei ministri europei responsabili degli affari culturali, tenutasi a Budapest il 28 e 29 ottobre del '96, questa divisione ha fatto risaltare le profonde somiglianze tra Europa dell'Est e Europa dell'Ovest.
  6. In Bulgaria, un progetto di legge proposto dall'Unione dei cineasti per l'alimentazione di un fondo per il cinema è stato respinto dall'Assemblea nazionale in prima lettura, nell'agosto del 1996. In Slovacchia, la legge quadro nel cinema, la cui diciottesima versione è attualmente allo studio, non è mai stata votata.


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