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 "Ho visto gente felice per un attaccapanni" 
La felicità: due o tre appendiabiti. Li ho consegnati a Veska l'altro giorno. Me li aveva chiesti con molta umiltà, dopo avermi confidato, con molta dignità: "Come topi, viviamo come topi. È dura la vita per noi, ... è dura".

Veska, così, con quegli appendiabiti, potrà sistemare i suoi quattro indumenti e quelli di suo marito nella "sua" casa abbandonata, dove vive da qualche settimana. Si trova nel nostro Paese da circa un anno e parla discretamente l'italiano. Veska è infermiera e si è valsa di questo suo titolo, dunque, per assistere una persona anziana della nostra città: mancano migliaia di infermieri negli ospedali e molti anziani sono privi di una assistenza adeguata. La signora assistita da Veska, però, a seguito degli acciacchi dell'età, è stata ricoverata in una Casa di riposo e, così, Veska è rimasta senza lavoro e senza abitazione.

Quarantaseienne, Veska ha un figlio di venticinque anni nel proprio Paese, la Bulgaria. I due coniugi l'hanno lasciato alle cure di un prete ortodosso e hanno tentato l'avventura italiana per questo loro figlio. "Molti vengono in Italia - mi ha detto Veska - per il miraggio di una casa nuova, per una macchina nuova: io e mio marito siamo venuti per nostro figlio". Il figlio di Veska è gravemente malato di leucemia e ha bisogno di cure particolari che i suoi genitori non possono garantirgli nella loro, pur dignitosa, povertà. Veska e il marito condividono la "loro" casa abbandonata (senza vetri alle finestre) con una donna lituana e le sue due figlie: la diciottenne Marija e la sorellina di appena quattro mesi.

In questi giorni Marija e la sua mamma abbracciata ad un fagottino in cui era avvolta la sua sorellina, sono venute alla nostra mensa: abbiamo dato loro da mangiare e abbiamo fornito degli alimenti adatti per la piccolina. Il freddo, in questi ultimi giorni, inizia a farsi sentire: queste due famiglie, sfuggite alla miseria, si ritroveranno anche stanotte a dormire sul nudo pavimento di una casa divenuta, comunque, fortunatamente il loro rifugio.

Frate Stefano Invernizzi

Lettera al "Corriere della Sera" - Cronaca di Milano - 18.11.2001


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