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Bulgaro
     
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 GLI INCONTRI DI BULGARIA-ITALIA 
Verona, 19.03.2005

IL CONTRIBUTO BULGARO ALLA LIBERAZIONE
DELL'EUROPA SUD-ORIENTALE DAL NAZIFASCISMO

Le relazioni e gli interventi - Resoconto Fotografico: 1 | 2 | 3
Presentazione dell'iniziativa (на български)

Intervento di Nedjalko Dacev

Verso la fine degli anni Settanta del secolo ormai trascorso, Ilcio Dimitrov, uno dei maggiori storici bulgari viventi, indicava nella unilateralità - degli indirizzi tematici e dei giudizi che ne conseguono - il limite cronico della storiografia del suo Paese nel secondo dopoguerra. Oggi, mentre si celebra, e giustamente, il sessantesimo anniversario della fine dell’incubo nazifascista in Europa, ottenuta con la resistenza armata delle popolazioni oppresse non meno che grazie alla vittoria degli eserciti alleati; sembra opportuno aggiungere qualche ulteriore considerazione critica sullo stato della ricerca storica su quell’evento nella Bulgaria dei nostri giorni.

Quasi tre decenni son passati dalla denuncia di Ilcio Dimitrov e la propensione all’unilateralità degli storici bulgari non pare affatto esaurita: sembra addirittura che questa tendenza continui a condizionare ogni memoria storica e a determinare in senso restrittivo la cognizione dei Bulgari circa il loro recente passato. È possibile dare una spiegazione di questo atteggiamento elusivo e delle sue conseguenze senz’altro negative?

Fino a tempi vicini, diciamo fino a tutto il 1990, l’esperienza traumatica vissuta dalla società bulgara nel periodo 1939-1944 veniva obbligatoriamente ridotta alla sola rivolta popolare contro la borghesia reazionaria che aveva trascinato il Paese in guerra dalla parte sbagliata, quella dell’ Asse, e contro il regime dispotico del cosiddetto “monarcofascismo”. Quale fosse il clima politico in cui si istaurò quel regime, quale sia stata la sua sostanza ideologica, quali fossero i legami ed i riferimenti con i regimi fascisti classici di Italia e dì Germania (ma anche di Ungheria, Polonia, Austria) restano aspetti tuttora poco indagati.

Il concetto stesso di Fascismo, in Bulgaria, non é stato fatto oggetto di una analisi storica approfondita, tale cioè da reggere il confronto con quelle svolte in altri Paesi d’Europa da studiosi di vario orientamento politico ma tutte di grande spessore metodologico (vengono alla mente i nomi del francese Pierre Milza, dell’inglese lan Kershaw, dell’italiano Emilio Gentile). La storiografia bulgara rimane tuttora in bilico tra due interpretazioni schematiche del fenomeno fascista: quella rigidamente classista ereditata dai tempi del Komintern, e quella revisionista/negazionista venuta alla ribalta dopo la scomparsa del socialismo reale. In entrambi i casi, si tratta di opzioni fortemente ideologizzate, alquanto discutibili dal punto di vista scientifico. Se ne possono dare tre esempi illuminanti.

In un manuale scolastico dal titolo assai ambizioso (“Europa e Fascismo”) edito nel 1979, l’autore Milen Semkov, storico del Partito comunista bulgaro, riproduce acriticamente la definizione del fascismo adottata nel 1933 dal tredicesimo “plenum” dell’ Esecutivo del Komintern: -“scoperta dittatura terroristica degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitalismo, che trova tra i piccoli borghesi, i contadini snaturati e i proletari degeneri delle città la base di massa per i grandi monopoli”-.
Quella definizione altro non era che la riduzione a slogan di una celebre analisi del fascismo italiano delle origini, condotta da Palmiro Togliatti nel ’28, successivamente ampliata ed approfondita nelle “Lezioni sul fascismo” che costituiscono la base del rapporto che lo stesso Togliatti tenne al VII congresso del Komintern di quello stesso anno, il 1935.

Com’é noto, in quella storica circostanza il bulgaro Gheorghi Dimitrov e l’italiano Togliatti si fecero promotori del passaggio dalla tesi del “fronte unico” contro il cosiddetto socialfascismo (cioè le socialdemocrazie) a quella dei “fronti popolari” aperti a tutte le forze sinceramente democratiche, anche borghesi, contro la minaccia di una guerra fascista giudicata imminente ma non ancora inevitabile. È storicamente accertato che quella svolta nella strategia del comunismo internazionale fornì non solo le motivazioni teoriche ma anche le indicazioni operative per i futuri movimenti di resistenza e di liberazione europei, a partire da quello spagnolo. Di tutta la complessa evoluzione del pensiero togliattiano, e del suo influsso sull’orientamento dei movimenti comunisti nazionali, il Semkov non tiene conto alcuno e ripropone come unico valido -alle soglie degli anni Ottanta!- il rozzo slogan kominternista del lontano 1933.

Un decennio più tardi, affrontando da tutt’altra ottica il problema di ridefinire il fenomeno fascista in chiave non classista, Zhelju Zhelev -filosofo fino a quel momento semisconosciuto che diventerà presidente della Bulgaria “rifondata” dalla nuova costituzione del 1991- ripropone al disorientato Lettore l’interpretazione revisionista resa classica dal tedesco Ernst Nolte in un celebre saggio del 1966: fascismo quale legittima reazione a comunismo, Hitler come naturale controfigura di Stalin.
Buon ultimo, in tempi a noi vicinissimi, Tzvetan Todorov -noto sociologo bulgaro naturalizzato francese- opta per una impostazione etica, anzi moralistica del medesimo problema, che inevitabilmente non può aggiungere nulla di nuovo alla precedente interpretazione revisionista. Secondo lui, l’affermarsi dei regimi totalitari in alcuni dei paesi più evoluti d’Europa si deve spiegare identificando in essi il “male assoluto” del Ventesimo secolo, le cui forme estreme sarebbero appunto l’idea fascista e quella comunista. Ma promuovere determinati fenomeni storici a patologie perenni del genere umano - come in questo caso fa il Todorov - é solo un’operazione manichea estranea alla scienza, anche a quella sociologica professata dall’Autore.

Come si evince dai tre esempi sopra riferiti, in Bulgaria si resta ancora lontani da qualsiasi tipo di ricostruzione scientifica, documentata e non unilaterale, di un fenomeno che non soltanto ha caratterizzato un periodo cruciale di storia europea ma che, travalicando il limite cronologico, condiziona ancora la memoria delle nuove generazioni, chiamate a perpetuare nel tempo l’eredità storica di quanti vissero quella tragica esperienza uscendone vincitori. Si continua in sostanza a eludere il quesito di fondo, se si possa o meno parlare di un fascismo bulgaro. Si insiste a impiegare questo termine in modo astratto, per definire fatti e personaggi fra loro diversissimi, per il solo motivo, cronologico, che si collocano nell’ arco di tempo compreso tra il 1923 e il 1944. Volendo ipotizzare l’insorgenza di un movimento fascista anche in Bulgaria, ne andrebbero evidenziati anzitutto i caratteri peculiari, il bagaglio ideologico e la consistenza numerica ed organizzativa, ben al di là delle occasionali analogie con situazioni verificatesi in altri paesi. In questa impresa, obbligatoria per degli storici autentici, si sono fin qui cimentati studiosi stranieri, francesi in particolare, piuttosto che quelli bulgari, i più diretti interessati. Le loro analisi circolano oggi anche in Bulgaria, però su qualche rivista settoriale alla portata di pochi specialisti.

Da quegli studi emerge, in primo luogo, che la mobilitazione delle classi medie, passaggio obbligato verso l’istaurazione di qualsiasi regime totalitario di massa, in società agricole poco differenziate come le balcaniche non trovò spazio o, al massimo, coinvolse qualche sparuto circolo, di intellettuali senza avvenire e di ufficiali disoccupati.

Se mobilitazione di massa ci fu in Bulgaria negli anni Venti, essa si realizzò sul versante opposto, tra la popolazione delle campagne inquadrata dietro il suo energico capo Stamboliski. Grazie al loro sostegno, questi poté organizzare un servizio d’ordine paramilitare di partito, la “guardia arancione”, forse sull’esempio dello squadrismo di Mussolini; sostituì la coscrizione obbligatoria interdetta ai Bulgari dal trattato di Versailles col servizio del lavoro (agricolo) obbligatorio. Infine, progettava di riformare anche il sistema rappresentativo, tramite un’assemblea corporativa di esponenti delle categorie produttive, che avrebbe stabilito una volta per sempre la supremazia contadina sugli altri strati sociali. I programmi dello Starnboliski nei quali trovavano posto, accanto al populismo democratico e interclassista, taluni tratti demagogici e sovvertitori tipici del primo fascismo mussoliniano, furono vanificati dal colpo di stato militare del maggio 1923, che estraniò per anni a venire l’Unione Agraria bulgara dal giuoco politico.

Anche il successivo colpo di stato militare, quello del giugno 1934, si rifaceva esplicitamente ad un altro dogma fascista, quello dello stato etico nazionale al di sopra delle parti sociali, non però anche al logico corollario del suo capo carismatico, del duce. La nuova giunta golpista esordisce come da copione. Bandisce per legge i partiti tradizionali, di destra e di sinistra; persegue e incarcera i comunisti; mette il bavaglio alle pretese irredentiste della lobby macedone. La via verso l’auspicato stato forte di stampo fascista sembrava spianata; invece si verifica qualcosa di diverso e - se possibile - di peggiore. Da 1935 la Bulgaria arretra ai livelli di una autocrazia dinastica di tipo vetero-ottocentesco, in cui il monarca assume su dì sé tutto il potere e lo gestisce tramite scialbi figuranti scelti nella cerchia dei suoi cortigiani.

Quell’anacronistico stato di cose che caratterizzò il regno di Boris Terzo Coburgo venne qualificato -ma del tutto impropriamente- appunto come “monarcofascismo”. Secondo gli analisti stranieri prima citati (ma anche secondo gli osservatori diplomatici coevi), re Boris non cercò mai alcuna forma di consenso di massa al suo strapotere persona1e poiché diffidava del popolo come delle élites intellettuali e degli stessi alti gradi militari che pur gli avevano consegnato il governo; usò gli organi dello stato per reprimere la popolazione, non per mobilitarla a proprio sostegno; abbandonò l’economia nelle mani del capitale straniero indifferente agli interessi dello stato-nazione.

Su quella figura enigmatica, di despota d’altri tempi trapiantato in pieno Ventesimo secolo, che amava definirsi come l’ultimo democratico d’Europa, da sempre in Bulgaria abbondano gli aneddoti mentre scarseggiano o addirittura latitano i giudizi storici; appunto in assenza dei quali ha finito per prevalere, nella pubblicistica corrente d’ogni colore, il luogo comune del monarcofascismo, che sintetizza senza spiegarla la parabola politica del Coburgo e dei suoi accoliti.

Ma le omissioni ed i silenzi non si arrestano qui. Anche al movimento di opposizione interno al regime monarchico, la cosiddetta “opposizione borghese non fascista” (per distinguerla da quella dell’ultradestra di Aleksander Tzankov, l’affossatore di Stamboliski) si riserva un trattamento di superficiale sottovalutazione, in quanto fenomeno considerato intrinsecamente funzionale alla politica reazionaria del monarca. Al contrario, e malgrado la sua inconsistenza numerica - nella XXV Assemblea Nazionale del 1940 entrano solo sette suoi deputati, cinque agrari e due indipendenti, contro i 143 della maggioranza governativa) ad essa si rivolgono gli ex comunisti del Partito Operaio durante la campagna elettorale, nell’ intento di stabilire un’asse comune, quasi un’anticipazione di fronte popolare, tale da neutralizzare almeno in parte l’iniquo sistema elettorale. È grazie a quell’intesa che anche l’estrema sinistra entra alla Camera con dieci deputati, salvo venirne estromessa quasi subito per regio decreto. Alla sparuta pattuglia degli oppositori superstiti, che si impegna in una disperata battaglia contro la politica guerrafondaia e pro-Asse di re Boris e del suo primo ministro Bogdan Filov, continuano a guardare fiduciosi, oltre all’ elettorato contadino tradizionale, strati sempre più ampi della borghesia urbana.

La complessa evoluzione di questo gruppo moderato ma non conservatore a oltranza, disponibile anzi alle soluzioni più avanzate dei molti problemi aperti dalla guerra; la sua azione in difesa della legalità costituzionale, contro le smaccate violazioni ed i soprusi operati dal re e dai ministri, contro le prime discriminazioni antisemite; la sopravvivenza semiclandestina negli anni della guerra, l’appoggio alla Resistenza e la partecipazione dì alcuni suoi esponenti di spicco al Fronte Patriottico assieme ai comunisti, sono altrettante pagine di storia bulgara contemporanea tuttora poco riguardate, malgrado il buon avvio al loro studio dato dalle opere del citato Ilcio Dimitrov, del suo collega accademico Mito Isusov e del più giovane Ljubomir Oghnjanov. Dall’approfondimento della ricerca in questo campo uscirebbe avvantaggiato anche il naturale antagonista dell’opposizione moderata nella corsa al rinnovamento democratico dello stato e della stessa società bulgara: cioè quel movimento comunista oggi tanto vituperato il cui ruolo dentro il Fronte Patriottico, al momento della Liberazione e nei mesi della Guerra patriottica, fu certo importantissimo ma non travalicante quello degli altri partiti e gruppi politici.

Da questa e dalle altre analisi verrebbe, forse, la risposta ad un ultimo quesito al quale, durante sessant’anni, non si è saputo o voluto dare soluzioni: ciò che accadde in Bulgaria il 9 settembre 1944 fu una insurrezione popolare spontanea, un’azione rivoluzionaria organizzata o un semplice cambio al vertice, un colpo di stato analogo ai precedenti, sia pure di segno politico opposto? E quanto si verificò dentro le forze armate, prima e durante quella giornata fatidica, fu semplice ammutinamento della truppa esasperata o invece una sommossa provocata dall’ azione dei Comitati militari, o1ganismi clandestini voluti e sostenuti dal Fronte Patriottico?

A questo intrico di interrogativi contraddittori fra loro, la memorialistica più che la letteratura storica fornisce solo illazioni che si contraddicono a loro volta. Ma anche la risposta degli storici non é univoca, come dimostrano due esempi alquanto significativi.

Il primo esempio é rappresentato dalla grande storia della Guerra Patriottica, opera collettiva apparsa tra il 1981-1984 a cura dell’ Ufficio Storico dello Stato maggiore dell’Esercito. Nel primo dei quattro volumi che la compongono, dedicato ali antefatti della guerra, 9 settembre incluso, si privilegia in via di principio l’ultima delle cinque ipotesi sopra elencate, ossia quella della rivolta organizzata dei soldati contro l’ufficialità reazionaria, la loro adesione in massa al Fronte Patriottico e la partecipazione armata alla fase decisiva della lotta di Liberazione.

Non viene beninteso trascurato il ruolo, peraltro più politico che militare, svolto dalle prime unità partigiane costituite su iniziativa dei comunisti fin dall’autunno 1941. Ma la loro attività, fortemente condizionata dall’armamento inadeguato, dall’inesperienza bellica di capi e di gregari, dalla disparità numerica rispetto all’avversario (polizia, gendarmeria, reparti ausiliari e speciali dell’esercito) non assume carattere determinante ai fini della Liberazione, questo almeno secondo gli storici dello Stato Maggiore. Ai quali sembrano di secondario rilievo altri due fatti invece determinanti per l’evolversi del movimento resistenziale bulgaro.

Dopo gli insistenti appelli da Mosca di Gheorghi Dimitrov, a non ripetere gli errori dell’infausta insurrezione del settembre 1923, cui mancò il supporto delle masse contadine, a puntare più sulla disgregazione che sulla sconfitta in campo aperto delle forze avversarie; e soprattutto dopo la costituzione del Fronte Patriottico, avvenuta nell’aprile 1942 su un dettagliato progetto dello stesso Dimitrov; il lavoro politico delle forze della Resistenza fu rivolto a creare nel Paese il maggior numero possibile di comitati frontisti clandestini, in modo da allestire una diffusa rete di contropoteri che, al momento giusto, subentrassero quasi automaticamente alle autorità locali senza soluzioni di continuità nell’ esercizio dell’amministrazione. Il ché difatti avvenne in numerosi centri abitati della provincia anche prima del 9 settembre, e senza bisogno di far intervenire, se non in sporadiche circostanze, i gruppi armati partigiani della zona. Ciò determinò le condizioni ottimali per la svolta finale al vertice dello stato, più che il fattore propriamente militare.

L’altro esempio ci viene dato da Slavka Petrova, storica e autrice di una corposa monografia sui fatti del settembre 1944, edita sempre nel 1981. Fin dal titolo del suo lavoro, essa introduce la tesi dell’insurrezione rivoluzionaria di massa, diretta dai comunisti attraverso propri organi di partito, che operavano in parallelo e talvolta in contrasto con i Comitati del Fronte, dove pure i comunisti sedevano quali membri autorevoli. Questo in corso d’opera. Nelle conclusioni, la Petrova affronta di petto la questione se quella del settembre sia stata una insurrezione o un colpo di stato, riservando al problema un apposito paragrafo. Date le premesse, la risposta suona scontata: delle 550 pagine che formano il volume alla nostra Autrice ne bastano soltanto due per riassumere i fatti succedutisi nella fatidica notte tra l’8 e il 9 di settembre. Ma é la cadenza stessa di quei fatti a contraddire tanta sufficienza da parte della Petrova.

Eccone la successione: incontro notturno della delegazione del Fronte Patriottico (Gheorghjev, Petkov, Kazasov, Neikov, Dramaljev) col nuovo primo ministro Muravjev, in carica da soli otto giorni; sue dimissioni alla notizia per telefono dell’ingresso dell’ Armata Rossa in Dobrugja; - a notte fonda passaggio dalla parte del Fronte del ministro della Guerra gen. Malinov; suo ordine telefonico ai reparti di guarnigione nella capitale di occupare ministeri, uffici pubblici e vie di comunicazione; ore 2 e 15 del giorno 9, inizio delle operazioni; ore 2 e 45, fine delle medesime; ore 6 e 15 del mattino: Kimon Gheorghjev, nuovo primo ministro, informa via radio i cittadini dell’avvenuto trapasso di poteri. Reparti partigiani affluiti in città nelle ore successive subentrano alla polizia nella tutela dell’ ordine pubblico.

Le testimonianze straniere parlarono allora unanimi di colpo di stato; i molti documenti successivamente emersi dagli archivi sovietici, inglesi e americani, ma anche tedeschi e jugoslavi, confermano quella prima e mai smentita versione. In modo tanto rapido e incruento si concludeva la lenta agonia del regime autocratico, durata un intero anno dopo la repentina scomparsa del monarca. I Reggenti suoi successori in quel lasso di tempo non seppero far di meglio che intensificare la repressione contro gli oppositori interni e cercare, all’estero, una tardiva intesa con gli Alleati occidentali, senza risultati. Sarà solo la Guerra Patriottica condotta a fianco della coalizione antihitleriana, col sacrificio di migliaia di caduti troppo presto dimenticati, a riscattare alla fine il buon nome dei Bulgari dalle molte nefandezze purtroppo perpetrate sulle popolazioni di Macedonia, Serbia e Grecia durante l’occupazione di quei territori al seguito dell’invasione italo-tedesca. Ma questa é ancora un’altra vicenda trascurata e, se possibile, intenzionalmente travisata dagli storici odierni.

Come lamentava Ilcio Dimitrov trent’anni or sono - e non si può che convenire, adesso, con la sua amara constatazione - la storiografia bulgara resta tuttora in debito verso la scienza non meno che verso le generazioni a venire.


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