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MEMORIA DEL MALE, TENTAZIONE DEL BENE. INCHIESTA SU UN SECOLO TRAGICO

Autore: Todorov Tzvetan

Anno: 2001

Editore: Garzanti Libri

Pagine: 402

Traduzione di: Rossi R

Prezzo: EUR 16,63

ISBN: 9788811600206

Come ci si ricorderà un giorno di questo secolo? Sarà chiamato il secolo di Stalin e Hitler? Sarebbe accordare ai tiranni un onore che non meritano: è inutile glorificare i malfattori. Per parte mia preferirei che si ricordassero, di questo cupo secolo, le figure luminose di alcuni individui dal destino drammatico, dalla lucidità impietosa, che hanno continuato malgrado tutto a credere che l’uomo merita di rimanere lo scopo dell’uomo.

Quale eredità ci ha lasciato il XX secolo? Da un lato ha fatto affiorare gli aspetti peggiori dell’essere umano. Ha visto la tragica affermazione del totalitarismo, con le sue due varianti, il nazismo e il comunsmo. I grandi leader totalitari volevano il bene, non il male, ma hanno deportato, umiliato e torturato popoli interi. I lager e il gulag hanno provocato milioni di morti. Per fortuna la democrazia è riuscita a vincere la battaglia: ma neppure essa è immune da quella «tentazione del bene» che può spingerla a usare le bombe atomiche contro i propri nemici o a intraprendere «guerre umanitarie» senza curarsi della contraddizione. Insieme col male, il XX secolo ha però conosciuto anche il suo opposto. Alcuni individui dal drammatico destino e dall’implacabile lucidità hanno illuminato questa epoca oscura con il loro esempio e i loro scritti: Vassili Grossman, Margarete Buber-Neuman, David Rousset, Primo Levi o Romain Gary ci hanno dimostrato che è possibile resistere al male senza considerarsi una incarnazione del bene e ci hanno restituito la speranza nel «legno storto dell’umanità». Memoria del male, tentazione del bene descrive gli aspetti più bui e quelli più luminosi del nostro passato prossimo e ci insegna a usare nella maniera migliore la storia e la memoria.

Da «Memoria del male, tentazione del bene» pubblichiamo l’inizio del capitolo «Il secolo di Primo Levi».

di Tzvetan Todorov

Il tentativo nazista per nascondere i misfatti dei campi di concentramento e di sterminio si è chiuso con uno scacco completo: pochi avvenimenti della storia contemporanea, come ho detto, sono così ben documentati. I sopravvissuti ai campi si sono spesso sentiti come investiti da una missione - testimoniare - e non hanno mancato di farlo, alcuni subito dopo la liberazione, altri quaranta, addirittura cinquant’anni dopo. Tutte queste testimonianze sono commoventi, spesso sono, per di più, ricche di senso. Uno di questi testimoni ha acquisito una notorietà e un riconoscimento mondiali: Primo Levi.
Questo ebreo nato nel 1919 sarà deportato ad Auschwitz nel febbraio 1944 e ne uscirà, appena vivo, un anno più tardi. Il suo primo libro di testimonianza, «Se questo è un uomo», esce in Italia nel 1947 senza suscitare grande interesse. Negli anni seguenti, Levi conduce parallelamente due carriere, di chimico professionale e di scrittore (come Grossman, ma per tutta la vita); alcuni suoi libri, ma non tutti, rievocano ancora le sue esperienze concentrazionarie: «La tregua», che racconta la sua liberazione, «Se non ora, quando?», un romanzo sulla resistenza ebraica, «Il sistema periodico», di cui alcune sezioni descrivono la vita nei campi, e anche alcuni racconti più brevi. Con il passare degli anni, la sua prima testimonianza si è a poco a poco imposta come un classico e, una volta in pensione, Levi si è trovare spinto a ritornare sempre più sovente sulla propria esperienza nei campi, dapprima con molte interviste, poi in un libro di riflessioni, «I sommersi e i salvati». È morto nel 1987.
Primo Levi è oggi così ammirato che sta per trasformarsi in un’icona - un effetto che sicuramente non avrebbe gradito. La sua opera e il suo destino hanno suscitato numerosissime interpretazioni. Avendo io stesso scritto su di lui, vorrei qui limitarmi a una sola questione fra quelle che lo hanno occupato nei suoi testi sui campi, questione davvero centrale: quella del male.
L’atteggiamento adottato da Levi riguardo agli agenti del male si può descrivere così: nè perdono nè vendetta, ma giustizia. Nè perdono: «Non ho tendenza a perdonare - scrive - non ho mai perdonato nessuno dei nostri nemici di allora, nè mi sento di perdonare i loro imitatori perchè non conosco atti umani che possano cancellare una colpa». Nè vendetta: «La vendetta non mi interessava; ma mi stava bene così, che alle giustissime impiccagioni pensassero gli altri, i professionisti». Quali sono le ragioni di questa scelta.
Innanzitutto, si potrebbe perdonare solo ciò che si è subito personalmente; come potrei arrogarmi il diritto di perdonare ciò di cui un altro ha sofferto? Per questa ragione, l’omicidio - il genocidio è un omicidio di massa - è per definizione imperdonabile. Gli intimi della vita possono decidere di non perseguire con il loro odio l’assassino; possono sostituirsi a colui che ha perduto la vita. Si ha l'impressione che il perdono sia soprattutto utile a colui che lo accorda, per permettergli di vivere in pace; ma non si ha il diritto di farne un’esigenza generale. Il perdono giudiziario, o amnistia, è ugualmente inaccettabile se interviene prima di ogni giudizio e concerne atti gravi come l’omicidio, la tortura, la deportazione o la riduzione in schiavitù: significa sospendere l’idea stessa di giustizia in nome di fattori giudicati superiori, come la pace civile. Il perdono è una scelta personale, mentre il crimine oltrepassa la situazione privata. La colpa, l’offesa, il crimine non hanno solo ucciso l’individuo che ne è stato vittima; essi hanno rotto, o in ogni caso perturbato, l’ordine sociale stesso, che implica l’idea di giustizia e di ricompensa. Quando un individuo perdona un altro, decide di non volergliene per l’offesa subita; ma ciò non ripara per nulla l’attentato all’ordine sociale.
La tentazione della vendetta non è meno criticabile. La vendetta, osserva Levi, non regola nulla: aggiunge una violenza nuova alla violenza precedente; ma questa addizione non ferma la violenza, ne prepara nuove esplosioni nel futuro. «Dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi»; gli esempi, come s’è visto, non mancano.
La punizione del male non è la questione più difficile che lo riguarda; Levi si attarda ben di più sul giudizio che occorre dare di esso. Ne «I sommersi e i salvati», il capitolo che segue immediatamente «La memoria dell’offesa» si intitola «La zona grigia». Con questo termine, di cui ha la paternità, Levi designa, innanzitutto, tutti coloro che non si possono classificare semplicemente come «detenuti» o «guardiani».

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