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L'OCCUPAZIONE ITALIANA DEI BALCANI. CRIMINI DI GUERRA E MITO DELLA «BRAVA GENTE» (1940-1943)

Autore: Conti Davide

Anno: 2008

Editore: Odradek

Pagine: 288

Prezzo: EUR 18,00

ISBN: 9788886973922

Alla fine della seconda guerra mondiale il giudizio sui militari del Regio Esercito era diviso tra un'opinione pubblica internazionale che li considerava criminali di guerra e un'opinione pubblica interna incline a considerarli vittime della guerra fascista e “buoni italiani”.

Quali furono le cause che determinarono una percezione tanto difforme della realtà degli eventi legati alle guerre di aggressione dell'Italia fascista?

Dalla documentazione ricavata, in gran parte inedita, dall'Archivio Centrale dello Stato e da quello del Ministero degli Affari Esteri è emersa come la condotta delle truppe del Regio Esercito durante l'occupazione in Jugoslavia, Grecia ed Albania, negli anni 1940-’43 sia stata caratterizzata dalla snazionalizzazione, dalle repressioni contro i civili, dagli internamenti, dalle esecuzioni sommarie: crimini di guerra, appunto. Ciononostante essa rappresenta da sempre un tema sul quale l'opinione pubblica italiana si è misurata con difficoltà, se non con aperta reticenza. All'elaborazione critica del passato fascista è stato sostituito un generale processo di rimozione e autoassoluzione coniugato sul falso mito del “buon italiano”.

Le ragioni che hanno permesso l'affermazione di un tale paradigma trovano origine nella particolare situazione internazionale del dopoguerra, quando le necessità di riorganizzare il blocco occidentale in chiave anticomunista evitò l'estradizione ed il processo ai numerosi criminali di guerra italiani, richiesti dai governi albanese, jugoslavo e greco al fine di favorire un rapido riarmo dell'Italia e la sua inclusione all'interno dell'Alleanza Atlantica. L'opinione pubblica italiana, sostenuta dallo schieramento conservatore dei partiti antifascisti, si mostrò immediatamente disponibile alla ricezione di tali istanze internazionali assumendo ed introiettando una narrazione che, svincolandola dalle responsabilità storiche del consenso al fascismo, ha rappresentato uno dei fattori principali che hanno concorso a determinare quella “continuità dello Stato” che ha rappresentato fin dalla nascita della Repubblica un ostacolo e un’ipoteca sullo sviluppo democratico della società italiana.

Davide Conti (Roma 1977), dottorando di ricerca in Storia Contemporanea all’Universita di Roma “La Sapienza” e ricercatore della Fondazione Basso - sezione internazionale; ha curato per Odradek Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio (2006).

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