"Tempesta di guerra od oasi di pace?"

Data: 18-03-2001 Fonte: AIM
Autore: Kim Mehmeti

NOTIZIE EST #417 - MACEDONIA
18 marzo 2001


TEMPESTA DI GUERRA OD OASI DI PACE?
di Kim Mehmeti - (AIM Skopje, 16 marzo 2001)


Dopo gli orrori in Kosovo, anche i maggiori pessimisti erano convinti che la Macedonia avesse evitato tutti i rischi di un conflitto militare. Ma questa volta la Macedonia ha sorpreso sia i pessimisti sia gli ottimisti, dando la prova che nei Balcani il ruolo di prognostici può essere assunto da persone completamente ingenue o estremamente pretenziose. Semplicemente, l'oasi di pace, come gli uomini di stato macedoni amavano chiamare questo paese, si trova oggi a essere l'epicentro di una tempesta militare. Forse non per l'intensità delle operazioni militari che, obiettivamente, almeno per il momento, non possono crescere a causa del potenziale militare delle parti in conflitto, ma certamente per l'atmosfera di guerra di cui sono un'illustrazione le colonne di profughi che stanno abbandonando le loro case (per la maggior parte negli ambienti etnicamente misti) e dalle chiamate alla battaglia provenienti dalle diverse parti che si stanno scontrando sopra le teste dei cittadini confusi. E' cominciato tutto a Tanusevci, un villaggio di alcune decine di case e alcune centinaia di abitanti, un villaggio che la Macedonia aveva dimenticato esistere sul suo territorio e del quale si era ricordata solo quando ha firmato l'Accordo sulla determinazione dei confini con la Repubblica Federale di Jugoslavia. I suoi abitanti non hanno ancora la cittadinanza della Macedonia e fino alla guerra in Kosovo hanno fatto appello alle autorità macedoni per essere protetti dalla polizia di Milosevic. Ma i funzionari di Skopje non hanno offerto loro protezione, né hanno ascoltato la preghiera della popolazione di tale villaggio affinché le venisse almeno spiegato chiaramente sotto quale giurisdizione viveva.

E mentre i funzionari di Skopje affermavano che gli incidenti di Tanusevci erano causati da "gruppi terroristici" venuti dal Kosovo, la gente ragionevole affermava che la questione era di gran lunga più grave: e cioè che le "trombe della guerra" avevano una fonte autoctona, vale a dire che la Macedonia stava marciando verso una classica guerra civile in cui la cosa meno importante sarebbe stato chi la aveva fatta scoppiare e chi vi aveva dato il via.

Almeno per quanto riguarda le cause, i Balcani ne hanno a disposizione in abbondanza e sarebbero sufficienti per scatenare guerre nei prossimi secoli. Ora che gli spari sono già cominciati a Tetovo, mentre tutte le previsioni indicano che i disordini si diffonderanno sull'intero territorio della Macedonia occidentale, aumenta il numero di coloro che osano prevedere il futuro corso degli eventi. L'opinione predominante è che i due gruppi etnici più numerosi in Macedonia siano alle soglie di scatenare una guerra reciproca per la prima volta nella loro storia. E anche che la Macedonia potrà sopravvivere come una specie di zona-cuscinetto nei Balcani anche se dovesse riuscire a passare oltre il sentiero sanguinoso della guerra. Dopo una possibile guerra, naturalmente, la Macedonia non sarà mai quello che oggi i macedoni ritengono che sia, né quello che gli albanesi desiderano che sia, bensì quello che decideranno i "salvatori".

Per quanto riguarda le cause dell'azione militare in Macedonia, esse non sono più vecchie di questo nuovo stato. Per metterla semplice, i macedoni e gli albanesi hanno costruito il loro stato comune per dieci anni più come fossero due squadre opposte di tiro alla fune, ciascuna con la speranza di vedere l'avversario cadere o abbandonare. Nel frattempo, solo le élite politiche hanno tratto beneficio dallo stato, diventando rapidamente sorelle al fine di acquisire ricchezza e dimenticando che le fondamenta della piramide - il popolo - si stava dividendo in due mondi paralleli. Le relazioni interetniche sono diventate da lungo tempo ostaggio dei partner nelle coalizioni di governo della Macedonia e il loro livello è dipeso dagli accordi tra i partiti al governo per spartirsi gli affari. Infine, è stato creato uno spazio sufficientemente ampio per la crescita dell'intolleranza tra coloro i quali affermavano che le richieste degli albanesi servivano solo gli interessi dei nuovi ricchi, mentre la posizione senza compromessi nel campo politico dei macedoni (messa a punto come un bastione a protezione degli interessi nazionali di un popolo che non ha altro se non la Macedonia) ha portato profitto unicamente alla élite che occupava posti tali da consentirle di addebitare commissioni per ogni accordo d'affari portato a termine.

Negli ultimi dieci anni la Macedonia non è riuscita a risolvere alcuni problemi cruciali nella sfera delle relazioni interetniche, fatte sempre tornare indietro alla posizione di partenza a ogni elezione parlamentare o locale. Tali problemi si riferiscono al rispetto delle differenze e al loro supporto istituzionale. Per dieci anni in macedonia si sono condotte futili scaramucce tra diverse partigianerie sull'uso della lingua albanese, sull'educazione degli albanesi, sull'uso dei simboli, su un'adeguata rappresentazione degli albanesi nelle istituzioni statali... Per dieci anni le élite politiche di questo paese hanno utilizzato le relazioni interetniche come il migliore articolo di mercanteggiamento al fine di guadagnare o perdere punti politici, dimenticando che il tempo a disposizione della Macedonia era sempre meno e che stava arrivando il momento in cui lo spazio per le manipolazioni si sarebbe fatto molto ristretto. Oggi la Macedonia sta vivendo ciò che secondo la logica sarebbe prima o poi dovuto succedere. I cittadini non hanno più fiducia nei loro partiti politici, in particolare gli albanesi. A differenza dei macedoni, che almeno hanno come "consolazione" il fatto che le istituzioni statali, in particolare la polizia e l'esercito, sono controllate da loro, gli albanesi sono lasciati soli ad affrontare due possibilità - continuare a dare fiducia alla loro corrotta élite politica oppure tendere verso coloro che hanno preso le armi e chiedono una soluzione rapida a tutti i problemi accumulatisi.

Da ciò che viene annunciato dagli spari intorno a Tetovo si può concludere che la Macedonia non è lontana dal dissolversi secondo lo stesso modello in cui si è dissolta la Jugoslavia socialista. Mentre i partiti politici albanesi non hanno il potere di esercitare un'influenza sugli albanesi armati, potrebbe accadere che la polizia e l'esercito della Macedonia comincino a comportarsi sempre più come se il loro dovere fosse unicamente quello di proteggere i macedoni. Non vi è che un passo a separare la Macedonia dal tracciare una chiara linea di divisione tra due blocchi opposti - quello che vedrebbe le istituzioni statali schierarsi con i macedoni e gli albanesi armati proteggere gli interessi del loro gruppo etnico. Qualora ciò dovesse succedere, il resto del film è un deja vu in questo spazio: un esercito di "liberazione" di uno stato a "etnia singola" e la polizia dei macedoni che cercherà di "liberare" i villaggi e le città della Macedonia occidentale dai suoi cittadini albanesi.

Già ora, quando siamo appena agli inizi, la guerra in Macedonia ha un elemento assurdo: tutti - sia gli albanesi armati sia i funzionari dello stato - affermano di essere favorevoli all'integrità territoriale e alla stabilità della Macedonia. I protagonisti internazionali coinvolti esprimono anch'essi questo impegno. Non vi è motivo per dubitare delle loro dichiarazioni. Ma il problema è che tutte e tre le parti hanno un loro proprio modo di intendere la sovranità e la stabilità della Macedonia. Per Macedonia stabile e sovrana le autorità ufficiali dello stato controllate dai macedoni intendono uno stato unitario della popolazione di nazionalità macedone e degli altri cittadini, mentre gli albanesi armati vedono la loro Macedonia stabile come posta sui pilastri dei due maggiori gruppi etnici che vi vivono - i macedoni e gli albanesi; e il pubblico internazionale guarda alla Macedonia come un "primogenito" dei Balcani, il cui padre è il "multiculturalismo" e la cui madre è la "società civile". Questo triangolo formato da tre linee estremamente tese - tre progetti di creazione statale che non coincidono nemmeno in un singolo punto - possono in realtà portare ad un unico risultato - nulla rimarrà della Macedonia, soprattutto se le autorità decideranno di applicare l'idea del primo ministro, il quale ha dichiarato che la "Macedonia non farà troppo la preziosa nello scegliere i propri alleati se la conservazione dell'integrità territoriale verrà minacciata". Sembra che nessuno si sia preoccupato (oppure che abbia dimenticato) di dirgli che la Macedonia è circondata da "salvatori" (alcuni, come la Bulgaria, hanno già offerto di inviare i loro soldati) e qualora un tale "salvataggio" dovesse concretizzarsi, la Macedonia diventerebbe solo la storia romantica del tentativo di creare un nuovo stato nei Balcani.

E mentre in Macedonia stanno giungendo i messaggi di sostegno alla sua integrità e stabilità, tutti sembrano dimenticare che questo paese non sarà in grado di sopravvivere se un tale riconoscimento non dovesse arrivare dai suoi stessi cittadini. Ciò significa che mentre la comunità internazionale sta dando il suo sostegno alla Macedonia nel tentativo di quest'ultima di instaurare l'ordine sul suo territorio, i cinici se la ridono e richiamano l'attenzione sul simile sostegno a suo tempo offerto alla Federazione Socialista Jugoslava, che si è ugualmente dissolta perché non si è resa conto in tempo di non avere il sostegno dei gruppi etnici che vivevano al suo interno. Se stiamo o no vedendo in realtà lo stesso vecchio film, solo che con un regista diverso, rimane ancora da vedere, ma quello che è certo è che, per quanto riguarda le guerre, i Balcani sono molto vigorosi e resistenti. Sembrano non essere ancora stanchi delle colonne di profughi, delle rovine e delle tombe. I Balcani sono inoltre un buon terreno di allenamento per la diplomazia occidentale e per tutti coloro la cui ambizione è diventare esperti in risoluzione dei conflitti. E la Macedonia è specifica per molti elementi, se non altro perché finora sia i macedoni sia gli albanesi vogliono vederla intera e integra. Devono solo ancora scoprire chi li dovrebbe liberare da chi e rispondere ad alcune questioni chiave: qual è il loro interesse a costruire un tale "stato fraterno". Perché anche se le operazioni armate in Macedonia dovessero finire domani, quest'ultima rimarrà ancora una creazione statale instabile se nel frattempo i macedoni non formuleranno con chiarezza la loro disponibilità o meno a creare uno stato multietnico congiunto insieme a tutti gli altri gruppi etnici che vivono al suo interno e gli albanesi non definiranno le richieste e interessi minimi che desiderano realizzare in tale stato. Tuttavia, oggi in Macedonia lo spazio per porre tali domande si è ristretto per il semplice motivo che nel corso di dieci anni i termini delle relazioni multiculturali e interetniche sono stati un pretesto per una falsa democrazia, in realtà per una dittatura nascosta, promossa dalle "sette politiche" etniche. Talis sette hanno dimenticato, però, che la falsa democrazia non porta a null'altro se non a una creazione statale instabile.


Data: 18-03-2001 Fonte: AIM
Autore: Kim Mehmeti