
L'università in Albania tra passato e presente
| Data: 27-10-2004 | | Fonte: "Notizie Est" |
| Autore: Lucia Pantella |
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N.E. BALCANI #833 - ALBANIA
27 ottobre 2004
L’UNIVERSITÀ IN ALBANIA TRA PASSATO E PRESENTE
di Lucia Pantella
Qual è situazione degli atenei albanesi, dalla caduta del comunismo ad oggi? E in quale direzione si sono mosse le politiche universitarie nell’ultimo decennio? Problemi, difficoltà e prospettive di un’istituzione troppo spesso trascurata dall’attenzione pubblica.
Quello dell’Albania rappresenta un caso particolarmente problematico e complesso di transizione post-comunista a causa della pesante eredità del regime di Enver Hoxha, che ha gravato e continua a gravare sulle dinamiche delle riforme politiche e sociali e sul processo di costruzione di uno stato democratico albanese.
La disgregazione del regime comunista, infatti, ha condotto al collasso di tutte le istituzioni statali, da quelle politiche a quelle economiche, da quelle militari a quelle educative. Allo stesso tempo, la fase post-comunista, caratterizzata da una prepotente influenza dei modelli occidentali, ha rivoluzionato le tradizionali strutture della società albanese, dando luogo ad una vera e propria crisi culturale e identitaria che, stando a quanto spera la maggioranza degli Albanesi, si concluderà solamente con l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea. L’Albania, infatti, con la sua propensione verso l’Occidente, ha intrapreso con entusiasmo la strada dell’integrazione nell’UE, riponendo più nelle forze esterne che nelle sue forze interne le prospettive del proprio sviluppo.
D’altra parte uno degli aspetti, spesso trascurato, relativo alla transizione albanese, riguarda proprio la trasformazione del sistema universitario nella fase post-comunista. L’università, infatti, in quanto fucina della classe dirigente di un paese e “cinghia di trasmissione” della cultura nazionale, costituisce un’istituzione di fondamentale importanza all’interno della società, e un pilastro insostituibile nel processo di democratizzazione e di ri-modernizzazione del paese.
La nascita della prima università albanese risale solo al 1957, per opera del Partito del Lavoro Albanese, che aveva accordato un’importanza prioritaria alle istituzioni educative. E al Partito del lavoro bisogna riconoscere il merito di aver proceduto alla scolarizzazione di massa della società albanese e di aver dato impulso all’istruzione universitaria, in precedenza assente. Per questa ragione essa ha avuto fin dall’inizio un’impostazione “comunista”, che si rifletteva in tutti i settori della vita universitaria. Così lo status politico, vale a dire la fedeltà al partito e ai dogmi dello stalinismo, così come interpretati da Enver Hoxha, costituiva una conditio sine qua non per accedere all’insegnamento e alla carriera nell’Università.
Ma al momento attuale lo stato albanese durante la fase di transizione continua a considerare l’istruzione, specialmente quella universitaria, un aspetto altrettanto fondamentale per la vita socio-economica del paese? E osservando le dimensioni e le caratteristiche che il fenomeno della fuga dei cervelli ha assunto in Albania, quale rapporto intrinseco è intercorso tra le istituzioni universitarie e i docenti e come è mutato dopo la caduta del regime? E qual è la nuova identità dell’università albanese nella fase post-comunista e verso quale modello gli attori politici si ispirano?
Per rispondere a questi interrogativi, è necessario innanzitutto spendere alcune parole sulle origini dell’Università albanese, origini che risalgono all’instaurazione del regime comunista, durante il quale tutti gli ambiti della cultura sono stati mobilitati al servizio dell’obiettivo principale del potere: uniformare gli spiriti allo scopo di creare l’Uomo Nuovo Socialista. Perché, citando Gorge Orwell, colui che ha il controllo del passato, diceva lo slogan del Partito, ha il controllo del futuro. E chi ha il controllo del presente, ha il controllo del passato.
Perciò è incontestabile il fatto che le istituzioni educative, e quelle universitarie in particolare, abbiano svolto un ruolo fondamentale per la diffusione dell’ideologia comunista e per la creazione di una classe dirigente omologata ad essa. D’altra parte, il sistema di istruzione, così come esisteva prima del 1990, può essere descritto come un settore governato dallo Stato, dedicato alla soddisfazione del bisogno di forza lavoro altamente qualificata e della ricerca scientifica, e strettamente subordinato agli obiettivi dei piani economici quinquennali.
L’esclusione e la repressione di ogni forma di dissidenza che potesse provenire dalla classe intellettuale albanese, da un lato, e la rilevanza di quest’ultima nel forgiare una società conforme all’ideale socialista, dall’altro, hanno condotto i professori universitari albanesi a costituire la frazione dominata della classe dominante per tutta la durata del regime comunista, uno status sociale che si materializzava con uno stipendio nettamente migliore, in termini relativi, e altri privilegi.
La fine della dittatura comunista e l’avvento della transizione hanno profondamente destabilizzato la società albanese. Lo Stato, da protagonista indiscusso della vita sociale del paese durante il regime comunista, è stato additato come il principale responsabile della rovina del paese, mentre l’introduzione dei principi democratici e dell’economia di mercato si sono rivelati insufficienti a cancellare con un colpo si spugna i secoli di arretratezza dell’Albania. In particolare, il fallimento del progetto di creazione dell’Uomo Nuovo, tanto decantato dal regime socialista, e il disincanto di fronte alla situazione di estrema povertà, arretratezza e incertezza del paese hanno senz’altro condotto la società albanese a covare un sentimento di sfiducia e risentimento nei confronti delle istituzioni pubbliche. Un risentimento che è esploso con tutta la sua violenza durante la crisi delle piramidi finanziarie nel 1997 e che si è riversato in primis sugli edifici pubblici, università comprese.
Quanto alle istituzioni accademiche, nella fase della transizione si è assistito ad una tendenza, condivisa in realtà anche dagli altri paesi dell’Europa Centrale e Orientale usciti dal comunismo, secondo la quale il ruolo della cultura ha subito una clamorosa marginalizzazione all’interno delle strutture sociali del paese. Così fin dal 1991, l’istruzione pubblica è stata sempre più trascurata, screditando la classe intellettuale in generale, e i professori universitari in particolare. Questo spiega in parte perchè l’entità del fenomeno della fuga dei cervelli in Albania, che ha riguardato circa il 40% dei docenti e dei ricercatori, ha assunto un carattere così esteso e generalizzato rispetto agli altri paesi usciti dall’esperienza del comunismo. A ciò va sommato l’esodo interno dei professori universitari, di carattere sostanzialmente centripeto, vale a dire verso la capitale del paese, che ha concorso ulteriormente al deterioramento della qualità dell’insegnamento negli atenei periferici.
L’analisi della situazione attuale del sistema universitario, realizzata anche attraverso una ricerca empirica e alle interviste rivolte a un campione di docenti, ha evidenziato come uno dei problemi principali riguardi proprio la mancanza di motivazione dello staff accademico, che secondo il vice-rettore del politecnico di Tirana, il Prof. Pellumb Berberi costituisce una sorta di crisi sociale dei principi di merito, dove coloro che sono capaci sono spesso dipendenti dagli incapaci, dove una laurea falsificata vale di più di una meritata, dove l’opinione di un esperto “anonimo” vale di più di quello di uno scienziato.
L’università albanese degli anni ’90, quindi, si è trovata ad affrontare una situazione estremamente critica. Consapevoli della propria arretratezza, dal momento che la fine dell’isolamento aveva reso palese il divario esistente con l’Occidente, e privi del sostegno finanziario dello Stato -e non solo- gli atenei albanesi hanno dovuto attrezzarsi per riempire il knowledge gap esistente con i paesi “sviluppati”.
Il processo di internazionalizzazione si è posto così come la sola alternativa valida per sostenere la riqualificazione del sistema universitario. In tal senso le organizzazioni internazionali occidentali hanno rappresentato il referente principale, su cui si sono riversate le aspettative delle università albanesi per il miglioramento dei propri standard accademici. Per questa ragione la comunità internazionale, sotto il vessillo ora dell’Italia, ora degli Stati Uniti e ora dell’Unione europea, sembra quasi avere carta bianca in Albania, ostacolata più che altro dalla corruzione e dalle inefficienze ereditate dal passato e ancora onnipresenti. Allo stesso tempo ogni università albanese ha portato avanti in maniera frammentaria le sue relazioni internazionali con i partner occidentali, nella speranza di trarre dei benefici di breve periodo, in una logica di emergenza.
Al momento attuale uno dei maggiori incentivi, se non l’unico, per i docenti universitari albanesi consiste proprio nella possibilità di partecipare con una certa frequenza ai programmi di scambio con l’estero. Questo è un dato sicuramente positivo, perché dimostra l’apertura e la disponibilità dello staff accademico ad aggiornarsi, al fine di raggiungere gli standard occidentali, nonostante in molti casi esso sia ispirato dal conseguimento di benefici personali.
Tuttavia la tendenza all’internazionalizzazione rischia di far perdere di vista la necessità da un lato di ridurre i forti squilibri interni al paese e, dall’altro, lato di sviluppare una strategia nazionale per la creazione di un sistema universitario albanese competitivo.
Gli atenei albanesi, infatti, sono stati “bombardati” da una serie di azioni da parte delle organizzazioni internazionali, che nella maggior parte dei casi hanno trascurato l’autonoma capacità decisionale delle istituzioni accademiche e politiche del paese.
Come afferma Marco Dogo, è possibile individuare una sorta di filo conduttore che lega le varie fasi della Storia albanese e il riproporsi nella fase della transizione del rapporto arretratezza /dipendenza come nodo centrale del viluppo dei problemi che affliggono l’Albania post-comunista, suggerisce aspetti di continuità con un passato anche lontano, ma che non si è ancora concluso, con la differenza che oggi l’indipendenza (non tanto territoriale quanto decisionale) è stata forse sacrificata sull’altare dello sviluppo.
Da ciò emerge il bisogno impellente di creare un’università albanese di qualità, un centro di eccellenza in grado di competere con gli atenei occidentali e di attrarre le menti albanesi, senza le quali lo sviluppo istituzionale e democratico del paese rischia di essere incompleto e inadeguato. Questo non può prescindere dalla necessità di approfondire il carattere internazionale del sistema universitario, ma senza perdere di vista le peculiarità storiche, sociali e culturali che caratterizzano l’Albania.
Nonostante le difficoltà economiche del paese e le condizioni imposte dal Fondo Monetario impediscano all’Albania di dedicare la percentuale necessaria del proprio PIL per lo sviluppo del sistema universitario, spetta alle istituzioni albanesi creare una strategia nazionale concordata con tutti gli atenei per la riqualificazione dell’istruzione accademica, in primo luogo fornendo degli incentivi per i professori universitari (fondi per la ricerca e aumento degli stipendi), affinché considerino le università albanesi il naturale approdo per le proprie aspirazioni professionali.
La firma della Dichiarazione di Bologna, che ha introdotto l’applicazione di alcuni standard europei alle istituzioni accademiche albanesi, e la volontà di far parte dello spazio comune europeo per l’istruzione universitaria costituiscono dunque degli strumenti di valore indiscusso, ma non possono rappresentare gli obiettivi ultimi della riforma universitaria albanese, perché ciò significherebbe rinunciare anche alla dimensione locale legata alle specificità del paese, senza quindi contribuire al rafforzamento della società civile e delle istituzioni democratiche dell’Albania.
| Data: 27-10-2004 | | Fonte: "Notizie Est" |
| Autore: Lucia Pantella |
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