
Sull'altare della guerra al terrorismo
| Data: 27-10-2003 | | Fonte: "Delo" |
| Autore: Rok Praprotnik |
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N.E. BALCANI #706 - SLOVENIA
27 ottobre 2003
SULL’ALTARE DELLA GUERRA AL TERRORISMO
di Rok Praprotnik - ("Delo" [Lubiana], 18 ottobre 2003)
Inviare soldati sloveni in Afghanistan? E poi, anche in Iraq? Tutti i dubbi sulla partecipazione attiva della Slovenia alla guerra contro il terrorismo, sulle capacità operative dell’esercito e sull’opportunità politica di inviare militari sloveni sui teatri di guerra in medio oriente e in Asia centrale
La Slovenia è un membro della coalizione contro il terrorismo, la più improbabile coalizione di tutti i tempi. E in quanto tale deve impegnarsi attivamente nella guerra globale contro il terrore, non può farsi da parte, limitarsi ad aprire lo spazio aereo e a firmare dichiarazioni varie redatte da lobbisti americani. Questo non è abbastanza. Un membro attivo della guerra al terrorismo deve opporsi ai suoi nemici anche con le armi. Per questo all’inizio di quest’anno è nata l’idea che la Slovenia debba inviare alcuni dei propri soldati in Afghanistan.
L’esercito sloveno ha scelto diciassette uomini, li ha addestrati e preparati ai compiti che li aspettano là. I nostri soldati sarebbero già in Afghanistan, se non l’avesse impedito la corte costituzionale, che ha bloccato i controlli di sicurezza e il rilascio delle autorizzazioni per l’accesso ai dati riservati. Tale autorizzazione a livello nazionale è condizione necessaria per ottenere il via libera a livello internazionale, e poiché i soldati sloveni ancora ne sono privi per il momento sono fermi alla partenza. E probabilmente tale attesa li sfianca più di ogni altra cosa.
Se e quando andranno in Afghanistan, li aspetta un compito impegnativo – la ricognizione in profondità. Questo significa che da Kabul, che è ormai in gran parte sotto il controllo delle forze internazionali, dovranno spostarsi in quella terra di nessuno che è l’interno del paese, e qui raccogliere informazioni. A causa delle condizioni in cui si trova l’Afghanistan, le probabilità di essere attaccati sono relativamente alte. Soltanto nel territorio del gruppo operativo est, all’interno del quale dovrebbero operare i soldati sloveni, ci sono stati negli ultimi sei mesi sette caduti. L’ultimo di tali attacchi si è verificato il 29 settembre, quando forze talibane hanno attaccato militari americani. In quell’occasione è morto un soldato americano e altri due sono rimasti feriti. Il comandante delle forze alleate in Afghanistan, il generale tedesco Gotz Gliemeroth, ha già affermato che il rischio per le forze internazionali a Kabul è aumentato negli ultimi mesi. In Afghanistan l’esercito sloveno si troverà in una situazione ancora mai affrontata nelle missioni all’estero portate a termine fino ad ora.
Dobbiamo far notare che l’invio di soldati sloveni in Afghanistan è stato deciso, sebbene ancora non ufficialmente, senza informare l’opinione pubblica e naturalmente senza una discussione pubblica su quale sia l’interesse della Slovenia nella prospettiva di un impegno militare di suoi soldati all’estero, e in particolare in Afghanistan. Questa operazione, che in sei mesi costerà 200 milioni di talleri [850.000 euro ca., N.d.T.], è davvero nel nostro interesse nazionale? I vantaggi saranno superiori alle spese? E cosa fare, ad esempio, quando è reale la possibilità di perdite anche tra i militari sloveni?
Alla pressione americana alcuni paesi si sono sottratti mandando in Afghanistan un militare o due soltanto. Hanno così ottenuto che anche la loro bandiera sventolasse in quei luoghi, sebbene il loro supporto in fin dei conti sia del tutto marginale. La Slovenia ha scelto una strada più impegnativa. Aggiungiamo che gli Stati Uniti, pilastro della guerra contro il terrorismo, secondo più fonti già cercano la via per il proprio ritiro dall’Afghanistan.
E’ anche possibile che l’impegno in Afghanistan sia soltanto il primo passo verso l’invio di truppe slovene anche in Iraq, il paese dove, secondo le parole del presidente Bush, si è trasferita la guerra al terrorismo. Di voci, secondo le quali il governo sloveno penserebbe all’invio di soldati in Iraq, ne sono già girate parecchie. Fino ad ora non è stato possibile confermarle nemmeno in via informale. In questo periodo però non ci sono le condizioni per un’ ulteriore partecipazione dell’esercito sloveno in Iraq. Ci sono tre ostacoli: la Slovenia non ha abbastanza soldati, quelli che ha ancora non sono addestrati per una simile missione, e ultimo ma non meno importante, l’esercito non ha l’attrezzatura adatta a un clima come quello iracheno. Se, nonostante tutto ciò la Slovenia dovesse inviare soldati, il loro numero sarebbe limitato, al massimo una decina, e probabilmente svolgerebbero solo compiti di polizia militare. Ma è difficile che questo possa rispondere alle esigenze delle forze di occupazione, e soprattutto degli Stati Uniti, che tentano in ogni modo di alleggerire i compiti del proprio esercito, che in Iraq vede impegnate circa un terzo delle loro forze militari.
Tra non molto, nonostante tutto, la Slovenia probabilmente sarà presente in qualche modo in Iraq. Forse allo stesso modo, e con le stesse modalità usate fino ad ora, che mostrano che l’opinione pubblica saprà di tali progetti del governo solo attraverso fonti non ufficiali? Questo perché l’anno prossimo ci saranno le elezioni e una tale decisione del governo sarebbe rischiosa per il consenso popolare?
(traduzione di Francesco Martino)
| Data: 27-10-2003 | | Fonte: "Delo" |
| Autore: Rok Praprotnik |
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