Nel villaggio degli zingari nababbi

Data: 24-11-2003 Fonte: "D" di "Repubblica"
Autore: Nando Sigona

N.E. BALCANI #723 - BALCANI
24 novembre 2003


NEL VILLAGGIO DEGLI ZINGARI NABABBI
di Nando Sigona - (da "D" di Repubblica, 25 ottobre 2003)

A Soroca, in Moldova, vive una fiorente comunità Rom. Con tanto di re.


[La presente versione dell’articolo differisce leggermente dalla versione apparsa su D. Le modifiche sono opera dell’autore]

La stazione degli autobus di Chisinau, la capitale della Moldova, è immersa nel mercato. La fitta rete di banchi su cui i venditori dispongono le variopinte mercanzie si stende fin dentro lo spazio degli autobus. C’è un via vai continuo di persone, animali, oggetti che si aggirano tra gli autobus, salgono e scendono. Odori, profumi, olezzi si soprappongono l’un l’altro, così come i suoni e le voci di quelli che cercano di farsi strada nella calca. Alla banchina 15 c’è la corriera per Soroca. Una decina di persone sono in attesa. L’autista, intanto, rassetta il cruscotto del veicolo e rimette ordine tra le decine di gagliardetti, stemmini, spille e icone religiose che decorano lo spazio di guida. All’ora stabilita si parte. Chisinau resta subito alle spalle. La corriera percorre una sottile e accidentata lingua d’asfalto che taglia chilometri e chilometri di colline di girasoli e grano. Lungo la strada, in corrispondenza di viottoli sterrati, gruppi di contadini aspettano l’autobus; altri vendono prodotti agricoli direttamente dai carri. Di tanto in tanto, come paletti posti a marcare il territorio, appaiono monumenti al contadino socialista, insegne colorate, ma ormai scrostate, delle aziende collettive sovietiche. La radio è sintonizzata su una stazione che trasmette senza sosta musica tecno russa. Il volume è incredibilmente alto. Una donna anziana sputacchia le bucce dei semi di girasole sul pavimento e sembra non farci caso. Un paio di galline intanto, chiuse in scatole di cartone, si beccano rumorosamente.

IL PAESE DEI BALOCCHI

Soroca appare dopo centocinquanta chilometri. Distesa lungo la riva sinistra del fiume Prut, dall’altro c’è già l’Ucraina. In lontananza, quando l’ingresso del villaggio è ancora distante, si scorge la ‘collina degli zingari’, dove risiedono circa cinquemila Rom. Dopo la monotonia dell’architettura sovietica si ha l’impressione di giungere in un museo dell’architettura a cielo aperto: tetti di latta lavorati a mano, guglie e pennacchi, pagode cinesi e fontane di marmo bianco con statue di coccodrilli a fare la guardia, leoni e capitelli dorici, ionici e corinzi, stucchi e marmi, archi moreschi e balconi liberty in ferro battuto. La ‘collina degli zingari’ è una sarabanda di innesti, di accostamenti spettacolari, un trionfo del kitch e della fantasia.

Il quartiere intero sembra un sogno materializzato o meglio un’accozzaglia di sogni, storie, viaggi, fascinazioni, ricordi fusi insieme nella totale anarchia.

Nella Moldova che guarda al passato sovietico con malinconia, i Rom di Soroca sono stati capaci di trovare le risorse e lo spirito per cavalcare i nuovi tempi. Imprenditori, commercianti, mediatori e faccendieri, le famiglie rom hanno tratto beneficio dalla loro abilità a costruire e mantenere relazioni dentro e fuori il paese. I viaggi frequenti in Russia e Ucraina, ma pure nelle altre ex-repubbliche hanno creato una fitta rete di scambi e commerci, legali ed illegali (ma i confini in questa parte di mondo sono molto più labili di quanto non si pensi), che hanno prodotto enormi ricchezze.

Il contrasto tra il ricco quartiere zingaro e il resto del villaggio è stridente. Case cadenti, abbandonate, muri sberciati e strade dissestate si scorgono guardando a valle dai giardini ben curati delle case dei Rom.

L’area abitata dai Rom è cresciuta e si è trasformata vertiginosamente negli ultimi dieci anni. Palazzi, auto di lusso e gioielli sono gli oggetti più eclatanti di questo nuovo benessere. Ma i Rom hanno anche acquistato molti terreni coltivabili, diventando datori di lavoro per la manovalanza locale, che si riunisce davanti alla casa dell’agricoltura, ai piedi del quartiere gitano, ogni mattina all’alba in attesa che vengano i caporali a raccoglierli. Il lavoro da queste parti lo pagano in natura, dice un contadino. Un po’ di farina e formaggio e un bicchiere di vino è tutto quello che si riesce a guadagnare.

ALLA CORTE DEL RE

Nel 1998, quando è morto, Mircea Cerari aveva sessanta anni. A Soroca, dove viveva, si radunò una folla enorme. Rom da tutta la Moldova e dai paesi limitrofi giunsero al villaggio per porgere l’ultimo saluto al ‘re degli zingari’. C’è chi dice fossero quindicimila persone, chi quarantamila. Sta di fatto che per alcuni giorni la cittadina accolse uno dei più grandi raduni Rom degli ultimi anni. Tende, roulotte, baracche di fortuna e furgoni offrirono riparo a coloro che non riuscirono a trovare ospitalità nelle pensioni locali o da parenti e amici.

L’organizzazione del funerale richiese due settimane, durante le quali il corpo del defunto fu tenuto in fresco alla meglio con dei lastroni di ghiaccio. Un funerale reale non è cosa che si prepara da un giorno all’altro; ma l’ammirazione con cui ancora oggi i partecipanti ricordano quel giorno valse lo sforzo. Il corteo funebre, circondato da due ali di folla, accompagnò, per le strade linde del quartiere zingaro fino al luogo della sepoltura, la bara del re. Una bara luccicante, costruita interamente in cristallo e ampia, tanto ampia da contenere un televisore a colori, un fax e un cellulare, proprio come aveva disposto il re prima di morire.

Artur Cerari, figlio e successore di Mircea, ricorda il padre con gli occhi lucidi e ispirati. Artur è un omaccione con una lunga barba bicroma. Mentre parla, accarezza con orgoglio i suoi due rotweiler. Il telefonino gli squilla di continuo. Risponde senza dilungarsi più di tanto e poi riprende a chiacchierare, mostrando nel frattempo vari scorci della sua lussuosa dimora.

Il padre Mircea, racconta, fu proclamato re dei Rom di Moldova e balibasa (capo) della comunità gitana di Soroca nel 1972. Un re autoproclamato e senza regno, ma sicuramente con un suo popolo, vista l’affluenza al suo funerale.

Nonostante il titolo, dice, il re era sempre stato un gran lavoratore. Fino al 1985, aveva fatto l’idraulico. Poi, approfittando degli spazi aperti dall’avvento della Perestroika, aveva fondato, insieme al fratello, una cooperativa specializzata in confezioni e tessuti. L’azienda aveva ben presto aperto succursali nel resto del paese, arrivando ad impiegare centinaia di operaie.

Il successo imprenditoriale aveva fornito a Cerari denaro sufficiente per soddisfare i suoi desideri stravaganti. Subito si fece fare una limousine nera blindata, come i capi di stato, poi un palazzo a tre piani con il tetto decorato di torri e pennacchi, sul modello di quelli degli emiri arabi che aveva visto durante i suoi viaggi di lavoro. Altre stravaganze si raccolgono passeggiando per il paese. Una volta, dicono, conquistò una donna bellissima facendo impiantare un dente d’oro nella bocca della sua amata cagnetta.

Artur ha l’aria di essere un uomo industrioso, come il padre. Ma meno esuberante. Forse per questo, pur avendo ereditato il titolo di re, preferisce farsi chiamare ‘barone dei rom di Moldova’. Così recita il suo biglietto da visita, ornato di svolazzi e ricami dorati.

I FRATELLI SFORTUNATI

Ma non tutti i Rom moldavi sono ricchi. Gli abitanti di Soroca sono visti come una specie di aristocrazia zingara dagli altri. Una cosa a parte. La maggioranza, sottolinea la giornalista Veronika Szente, “vive come il resto della popolazione, senza distinzioni di appartenenza etnica. Un tempo lavoravano nelle fattorie collettive e ora, con la privatizzazione, in molti possiedono piccoli appezzamenti di terra”. Questo non significa che vivano bene, la Moldova è comunque il paese più povero d’Europa, ma, per lo meno, condividono la medesima sorte del resto della popolazione. Per Nicolae Radita, giovane rom impegnato nel sociale, la situazione non è proprio così semplice. I casi di razzismo e di discriminazione sono all’ordine del giorno, e gli attacchi violenti contro i Rom non sono affatto rari. Inoltre, dice Nocolae. ci sono sacche di profondo degrado e povertà, Schinoasa è una di queste. “Un villaggio fantasma dove abitano settanta famiglie rom. Non c’è corrente elettrica, non c’è acqua corrente, non ci sono servizi, non c’è la scuola per i bambini, non c’è lavoro”. E non c’è neanche un sindaco, per cui quando fu fatta la divisione della terra del kolchoz nessuno negoziò per gli abitanti del villaggio e questa finì nelle mani degli abitanti della vicina Tibirica, privando i rom di Schinoasa della loro unica fonte di sostentamento.

A proposito del re degli zingari, la sua opinione è netta. “Noi non abbiamo nessun re, c’è una persona che si fa chiamare ‘barone’, dicendo che viene dal romanes ‘Baro Rom’, capofamiglia, ma è una posizione inventata. Suo padre era molto ricco, e si faceva chiamare re. Per me non ha alcuna importanza, sembra, invece, che ne abbia di più tra i gagè (i non Rom)!”.

Data: 24-11-2003 Fonte: "D" di "Repubblica"
Autore: Nando Sigona