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"Opzione militare per i Balcani"
NOTIZIE EST #182 - BALCANI OPZIONE MILITARE PER I BALCANI [Questo articolo è un anticipo dal numero della rivista "Guerre&Pace" (http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/) che esce in questi giorni. Più sotto potete trovare il sommario dell'ultimo numero] A più di tre anni dalla firma degli accordi di Dayton risulta ormai evidente che i progetti di pacificazione e stabilizzazione dei Balcani sotto l'egida occidentale, e soprattutto statunitense, sono ormai falliti. In particolare, il susseguirsi di tutta una serie di eventi a livello politico, militare ed economico ha portato negli ultimi due anni a una radicale modifica del contesto regionale nel quale le grandi potenze pensavano di portare avanti la propria opera di "stabilizzazione" imperialistica. Nel 1996 era emersa infatti con chiarezza una linea atlantica di svolta politica nei Balcani: l'Occidente ha favorito apertamente tra il 1996 e il 1997 tutta una serie di ricambi ai vertici politici dei vari paesi della regione, alcuni dei quali conclusisi con successo (Romania, Bulgaria), mentre altri hanno avuto un esito imprevisto (Albania) o non hanno avuto alcun esito (Jugoslavia). In tutti i casi, tuttavia, va notato che l'azione occidentale è andata ad inserirsi in situazioni di insofferenze popolari o lotte di potere già in atto e non è mai stata totalmente autonoma o decisiva. Ciò è stato evidente in particolare in Albania, dove le timide e più che tardive mosse di sgancio politico dall'autoritario Berisha non sono state minimamente in grado di rispondere al clima di rivolta nel paese, con la conseguenza che la situazione è largamente sfuggita di mano all'Occidente, il quale ha dovuto porre rimedio frettolosamente richiamando in causa gli ex comunisti. In altre situazioni, come in Jugoslavia o in Bosnia, gli evidenti e dichiarati tentativi di portare al potere forze più presentabili e maggiormente disposte a una collaborazione con l'Occidente si sono scontrati con l'esigenza realistica di avere come controparte forze politiche dalle basi di potere stabili e reali, un'esigenza che in ultimo ha portato, per esempio in Jugoslavia, a mantenere come proprio interlocutore un personaggio della vecchia guardia come Milosevic. Tutte le ambiguità di questa politica stanno ora venendo progressivamente alla luce. Ciò è evidente in Bosnia, dove le forze nazionaliste hanno ulteriormente consolidato le loro posizioni, mentre i progetti di rientro dei profughi e di ricostruzione dello stato sembrano essersi completamente arenati e l'occupazione di fatto delle forze NATO è diventata permanente, senza che vi sia all'orizzonte nemmeno un disimpegno parziale. Ma l'esempio più lampante del fallimento di Dayton è dato dal conflitto in Kosovo, che è in parte una conseguenza degli accordi del '95. Qui il progetto di "stabilità" ha preso la forma di un tentativo di congelare la situazione facendo affidamento sulle politiche passive di Rugova e cercando di indirizzare gli albanesi verso un'integrazione con la Serbia (per esempio con la richiesta, accettata da Rugova nella primavera del 1997, di rimandare le elezioni al fine di preparare una partecipazione degli albanesi alle elezioni in Serbia dell'inverno dello stesso anno). Il risultato è stato invece quello di alimentare le tendenze centrifughe già in atto nel movimento albanese, che hanno portato prima alle manifestazioni degli studenti nell'ottobre del '97 e successivamente alle spaccature all'interno del partito di Rugova (LDK) e alla crescita dell'UCK, trasformatosi un anno fa, dopo gli attacchi e le stragi di Belgrado, da un'organizzazione terroristica in un vero e proprio movimento insurrezionale. Ma non è solo il Kosovo ad avere nuovamente cambiato il quadro dei Balcani. Altri esempi danno un un'idea del grado di complessità e di esplosività della situazione generale. In Romania, per esempio, è miseramente fallito ogni progetto del nuovo governo filoccidentale eletto nel 1996. Per quasi due anni il governo di Bucarest ha ricevuto le lodi dell'Occidente per la sua decisione nel portare avanti politiche economiche liberistiche e per l'impegno dimostrato nel volere aderire alla NATO. Oggi la Romania è sull'orlo del collasso economico ed è attraversata da un'ondata di agitazioni sociali di cui la "rivolta di gennaio" dei minatori è stata solo la punta dell'iceberg, che tuttavia ha portato a un altro pericoloso precedente per la regione quando il governo romeno ha dichiarato lo stato di emergenza e ha ordinato ai carriarmati di muoversi contro il corteo dei minatori. In Croazia il regime di Tudjman è divorato da divisioni interne, mentre la crisi economica nel paese si fa sempre più preoccupante e i sondaggi danno l'opposizione socialdemocratica vincente alle prossime elezioni. Gli oligarchi del regime continuano tuttavia a mantenere il controllo dei principali settori economici e non abbandoneranno le loro posizioni con facilità. Anche nel caso della Croazia va sottolineato che nulla è stato fatto per il rientro dei profughi serbi della Krajina, d'altronde deportati dal paese con l'implicito sostegno dell'Occidente proprio in vista di Dayton. In Macedonia il quadro politico è radicalmente cambiato dopo le elezioni dell'autunno scorso. Il partito del presidente Gligorov, per lunghi anni uno dei principali beniamini dell'Occidente nei Balcani, ha perso in maniera netta la competizione elettorale, aprendo la strada a un nuovo governo "innaturale" che vede insieme la destra sciovinista della VMRO-DPMNE, gli albanesi "radicali" del DPA e una nuova formazione, la DA, costituita da tecnocrati ex comunisti. Nel giro di pochi giorni l'Occidente ha compiuto una netta svolta di rotta, preoccupato dalla crisi nel vicino Kosovo e intenzionato a usare la Macedonia come base per le truppe NATO, e ha fornito un ampio appoggio al nuovo esecutivo. Il risultato è stato che nel giro di brevissimo tempo la VMRO-DPMNE ha abbandonato le proprie posizioni più nazionaliste e gli albanesi del DPA hanno adottato una linea conciliante, mentre, di contro, la SDSM di Gligorov ha cominciato a usare apertamente le difficoltà nelle relazioni tra albanesi e macedoni come arma politica. Le svolte moderate delle forze politiche appaiono tuttavia poco credibili e la VMRO-DPMNE dovrà prima o poi rendere conto al proprio elettorato radicalmente antialbanese, al quale per anni la forza politica si è rivolta con programmi reazionari e al limite del razzismo, mentre in ambito albanese si sta già delineando una spaccatura che potrebbe portare alla creazione di una nuova forza "radicale". L'Albania ha dimostrato tutta la propria fragilità in occasione delle sommosse organizzate da Berisha nel settembre dell'anno scorso, quasi un colpo di stato che ha avuto come conseguenza l'emarginazione di Fatos Nano e un riavvicinamento tra il nuovo premier socialista Majko e il Partito Democratico. A parte le manovre politiche al vertice, nessuno dei problemi del paese è stato risolto o anche solo attenuato, mentre l'Italia afferma sempre più a chiare lettere di volere fare del paese direttamente un protettorato di Roma, sfruttando abilmente la scusa dei profughi. In Bulgaria la situazione è tranquilla solo apparentemente: quest'anno il paese ha in programma un drastico programma di privatizzazioni e altre riforme economiche, uguale a quello che avrebbe dovuto mettere in atto la Romania, con gli esiti che abbiamo visto. Per ora in sordina, ma in maniera comunque evidente, il governo di Sofia sta adottando sempre più la soluzione autoritaria e nazionalista per fare fronte ai problemi interni. Perfino l''"occidentale" Grecia non è esente da gravi problemi sociali ed economici. Quest'anno le mobilitazioni popolari nel paese sono state massicce e hanno coinvolto tutti i settori, dagli studenti, ai lavoratori dipendenti, agli agricoltori, spesso con violenti scontri con la polizia. Le tensioni sociali sono un riflesso degli intensi sforzi di Atene per aderire all'Unione monetaria europea e di quelli paralleli per assumere un ruolo economico di primo piano nei Balcani, come testimoniano la costante presenza di società di stato o semistatali greche nelle privatizzazioni in corso nella regione, spesso con dispendio di enormi mezzi (le privatizzazioni delle Telecom di Serbia e Romania, o della principale banca bulgara, la Postenska Banka). Il contesto politico dei Balcani risente in maniera particolare della disastrosa situazione economica, alla quale nessuno dei governi ha saputo offrire una soluzione anche solo parziale. In realtà, la svolta liberistica annunciata in alcuni paesi, come per esempio Romania e Bulgaria, è stata finora bloccata di fatto dalla fragilità delle economie della regione e dai timori per le rivolte sociali che gli alti costi delle riforme potrebbero comportare, un fatto testimoniato dalle continue massicce, anche se scarsamente coordinate, mobilitazioni dei lavoratori in tutta la regione, dalla Croazia alla Grecia. Un altro decisivo fattore di blocco è costituito dalle lotte intestine tra le varie fazioni delle oligarchie al potere, che tuttavia si ricompattano all'occorrenza quando si tratta di mantenere il controllo complessivo dell'economia. Le privatizzazioni in corso o imminenti in tutti questi paesi ne sono un chiaro esempio e il loro esito è sempre ibrido, portando a una privatizzazione interamente gestita dai gruppi di potere a favore degli stessi settori governativi. Questa evoluzione trova sponda nell'Occidente e gli affari più importanti finora hanno comportato la privatizzazione di interi monopoli (telecomunicazioni, banche, materie prime) all'insegna di una stretta collaborazione tra ministeri locali e governi occidentali o grandi aziende finanziate da questi ultimi mediante gli "aiuti" ai paesi balcanici. Un altro settore importante nei rapporti economici con l'Occidente è quello militare, soprattutto in conseguenza dell'obiettivo di alcuni governi balcanici di aderire a medio termine alla NATO. Anche in questo caso, Bulgaria e Romania sono un esempio di come due paesi in grave crisi abbiano nei fatti finanziato con ingenti mezzi le aziende militari occidentali, mediante l'accettazione di piani di ammodernamento delle strutture militari. Le prospettive di riforma dell'economia hanno trovato poi un altro determinante fattore di freno nella crisi finanziaria mondiale, che ha colpito duramente l'Europa Orientale nel suo complesso. Si sta avendo negli ultimi mesi un crollo verticale sia degli investimenti diretti, sia dei crediti finanziari dall'Occidente verso i paesi "in via di sviluppo", due fattori che nei fatti rendono ancora più difficili i programmi di riforma previsti. La regione nel suo complesso risente anche della sua posizione di zona di transito della maggior parte dei "corridoi" energetici o di trasporto dall'Asia Centrale e dal Medio Oriente verso l'Europa Occidentale e il Mediterraneo. La "guerra dei corridoi", in atto ormai da anni, è lungi dall'essersi conclusa ed è fonte di continue conflittualità e rimescolamenti di carte tra i vari paesi. Il nuovo governo macedone, per esempio, pur essendo noto per le sue posizioni più o meno filobulgare, ha riaperto la possibilità di un transito attraverso il paese di un corridoio che va dalla Grecia fino a Belgrado e di qui all'Europa Occidentale, in alternativa a quello favorito da USA e Italia che va dalla costa bulgara sul Mar Nero all'Albania. Più a nord, di recente, USA e Italia si sono invece trovati in conflitto per un altro corridoio dal Mar Nero verso l'Europa Centrale: gli Stati Uniti appoggiano un transito attraverso la Romania, l'Ungheria e l'Austria, mentre l'Italia favorisce un'ipotesi che coinvolga anche la Serbia, la Croazia e, naturalmente, l'Italia stessa. Sempre in campo economico, va segnalato che due paesi, la Bosnia e l'Albania, continuano a dipendere completamente dagli "aiuti" esteri e che la loro situazione si è ormai fatta cronica, senza che sia all'orizzonte alcuna ipotesi di sviluppo autonomo. L'Occidente ha scelto, in collaborazione con i regimi dei vari paesi, di rispondere a questa situazione di caos e instabilità optando per la via militare. Negli ultimi tre anni, dopo Dayton, la presenza degli eserciti occidentali nella regione si è moltiplicata. Mentre in Bosnia non vi è stata nessuna riduzione della presenza militare, truppe NATO sono state schierate in Macedonia a sostegno dell'operazione OSCE in Kosovo. Inizialmente doveva trattarsi di una forza di protezione dei verificatori occidentali nella regione vicina e composta da 1.700 uomini. Mentre scriviamo in realtà essa è già arrivata a un totale di 2.300 soldati e la NATO ha dichiarato che in caso di intervento sul terreno in Kosovo il contingente in Macedonia dovrà arrivare a un totale di 10.000 effettivi. Sempre mentre scriviamo, sembra probabile un intervento della NATO nello stesso Kosovo con una forza di almeno 30.000 uomini, mentre la missione OSCE, anche se disarmata, costituisce già nei fatti una presenza militare, essendo i suoi componenti quasi tutti membri di eserciti occidentali. Inoltre, negli ultimi mesi è stata messa a punto una forza interbalcanica di pronto intervento alla quale parteciperanno tre paesi della NATO (Italia, Grecia e Turchia) e che a partire da giugno avrà sede in Bulgaria per un periodo di quattro anni, dopo il quale la forza sarà di stanza in Romania per un altro quadriennio. Non si può non notare a tale proposito che l'Italia è l'unico paese a essere militarmente presente in tutte tali missioni, senza eccezioni. Va notato in generale che la nuova presenza militare è a egemonia europea e, in particolare, il contingente in Macedonia, guidato dai francesi e composto unicamente da paesi UE, è il primo caso di una missione NATO o comunque dei paesi occidentali a comando e a composizione esclusivamente europei. Un banco di prova che gli europei sembrano volere estendere al Kosovo, coinvolgendo questa volta gli Stati Uniti in un'operazione che li vedrebbe sì presenti, ma sotto un comando europeo.
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