
L'associazione "La strada" e l'anti sextrafficking in Bosnia
| Data: 23-07-2003 | | Fonte: Notizie Est |
| Autore: Francesca Camillo e Lorenzo Guglielmi |
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N.E. BALCANI #686 - BOSNIA-ERZEGOVINA
23 luglio 2003
L’ASSOCIAZIONE “LA STRADA” E L’ANTI SEXTRAFFICKING IN BOSNIA
di Francesca Camillo e Lorenzo Guglielmi, da Mostar
Intervista con Fadila, coordinatrice a Mostar del progetto anti-sextrafficking dell’Associazione “La Strada”
(NOTA: Questa intervista si ricollega per contenuti al report su Astra e l’anti-sextrafficking pubblicato nel mese di giugno da Notizie Est)
Francesca Camillo, per Notizie Est: Il sex trafficking nell’area di Mostar è organizzato in case di appuntamento e night clubs? Si sa chi sono i proprietari?
Fadila: Ci sono due questioni di fondo:
1-Il traffico delle donne è molto redditizio, porta profitti sicuri perché i trafficanti possono comprare, quindi corrompere, gli ufficiali di polizia. In questo Cantone il fenomeno del trafficking è anche più grave che in altre regioni, come nell’area di Tuzla o Bijelina, perché tutta l’amministrazione è doppia, così anche i problemi si raddoppiano. ( riferito alla divisione etnica tra componente croata e componente bosniaco musulmana).
Il sistema del trafficking è fortemente integrato con la polizia.
2- Il sex-trafficking viene esercitato in diverse forme: i “makros”-sfruttatori non lavorano necessariamente con i bar o i nights clubs, perché spesso organizzano appartamenti privati dove mandare le ragazze. La pubblicità avviene attraverso le hot-lines. Chiunque chiami può avere un incontro con la ragazza anche a grande distanza da qua, per esempio a Zagabria. Questo problema è più difficile da capire perché è poco evidente. Poi vi sono le ragazze registrate come ballerine nei nights, ma che in realtà sono costrette a tutt’altro lavoro. Anche un poliziotto di Mostar incriminato di recente ne aveva costretta una a suo servizio, registrandola come ballerina. Un proprietario di bar con 7 ragazze trafficate può anche guadagnare 20.000 KM, marchi bosniaci, per notte.
F.C.: Riguardo al Codice penale, vengono rispettate le sentenze sui trafficanti? Ci sono leggi e prassi di protezione dei testimoni? Cosa aspettarsi per il futuro?
Fadila: Le leggi attuali sono due: una per la protezione delle vittime e l’altra per la protezione dei testimoni nel processo penale. La legge prevede una protezione inadeguata, ma quando questa legge fu emanata, il trafficking non esisteva ancora come fenomeno criminale. Questo non va bene. La Bosnia-Erzegovina è composta da tre entità, tre Stati nello Stato: un’organizzazione ben diversa da tutti gli altri paesi dell’ex blocco sovietico. I confini sono molto più sorvegliati all’interno che non all’esterno e questo fattore gioca a tutto vantaggio dei traffickers.
Come paese di destinazione, inoltre, la presenza di lavoratori internazionali con buona disponibilità di denaro ha stimolato l’offerta e reso le attività ancor più redditizie. Riguardo all’ammontare dei lavoratori internazionali, è difficile dire quanti siano. Non ci sono dati precisi.
Come paese di transito, siamo un corridoio privilegiato per l’Italia, la Grecia o l’Albania. Anche le ragazze bosniache cadono nella rete dei trafficanti e spesso vengono trafficate da una parte all’altra della Bosnia, così non c’è neanche il problema dei documenti o dei visti. Inoltre, se consideriamo la situazione di partenza di un’economia sfasciata dalla guerra, vediamo che sono frequenti i casi di capitali sporchi riciclati nell’economia legale pulita. Un caso esemplare è quello dell’Hotel Hollywood di Sarajevo. Hanno investito tutto nell’economia legale.
Avere delle leggi adeguate è importante, ma il problema di fondo è un altro. Guardiamo alla Repubblica Srpska: il trafficking è stato riconosciuto dai Codici come un reato. C’è la fattispecie, ma resta fermo il problema dell’effettiva attuazione. Nella vecchia Yugoslavia la mediazione in attività di prostituzione veniva sanzionata con pene dai 5 ai 10 anni di reclusione, ma ora il vero problema riguarda la volontà della vittima, che viene a mancare fin dall’inizio, perché alla base c’è il raggiro e la violenza fisica e psicologica. I giudici continuano a trattare il problema come fosse “mediazione in attività di prostituzione”, così spesso il criminale in questione se la cava con una multa di tremila KM.
F.C.: Chi sono le ragazze ospitate nel vostro rifugio e quali sono i problemi della vostra attività sociale?
Fadila: A Mostar “La Strada” ha un rifugio. Non è finanziato dallo Stato. L’organizzazione si prende cura delle ragazze di qualsiasi nazionalità. In prevalenza passano di qua moldave, ucraine, bielorusse, serbe, montenegrine e anche ragazze bosniache. C’è un problema di comunicazione quando ci sono ragazze di così tante nazionalità. Per esempio, spesso si verificano delle animosità tra donne ucraine e donne moldave. Alcune delle nostre ragazze sono state aiutate dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che ha realizzato un programma per mandare queste ragazze in un paese terzo. Dopo un anno le ragazze spesso cambiano luogo.
Una di loro è rimasta a Mostar e adesso sta seguendo un corso di inglese e computer. Queste ragazze hanno alle spalle violenze e maltrattamenti e non di rado vengono costrette dai loro aguzzini a prendere alcol e droga per lavorare. Così quando arrivano da noi, oltre al trauma fisico e psicologico, hanno il problema della tossicodipendenza. Cerchiamo perciò di fornire un aiuto qualificato: neuropsichiatri, ginecologi, psicologi, trattamenti di disintossicazione etc.
Poi c’è la questione del dopo assistenza, perché le ragazze non hanno solo bisogno di cure, ma anche di un lavoro che dia loro dignità. E questo è il problema maggiore.
F.C.: Cosa succede alle ragazze dopo i sei mesi passati nel vostro rifugio?
Fadila: Molte straniere chiedono asilo. La strada chiede i visti per motivi umanitari e quando può aiuta le ragazze nella ricerca del lavoro. Per ottenere lo status di rifugiate dal Dipartimento degli affari esteri ci sono tempi di attesa di tre mesi. La strada è una rete internazionale e quindi le ragazze che ritornano nel paese di origine o si spostano in un altro paese possono contare sull’appoggio dell’associazione. C’è da considerare che il ritorno a casa comporta sempre la ricaduta in una situazione di indigenza e, non di rado, di pregiudizio familiare e sociale.
Lorenzo Guglielmi, Notizie Est: Avete attivato, come Astra di Belgrado, una campagna mediatica di sensibilizzazione su trafficking? Ci sono state attività come corsi di formazione per i soggetti istituzionali e per le scuole? Siete coordinati con la rete Astra e con altre associazioni di questo tipo?
Fadila: Con Astra si riesce a lavorare bene, ma il coordinamento tra associazioni dell’ex Jugoslavia può ancora migliorare. Come nel caso di Astra con B-92, anche noi abbiamo fatto uno spot nelle principali TV e radio locali, abbiamo distribuito brochures alle vittime potenziali del trafficking, anche nei luoghi di rientro dei profughi di guerra. Siamo riusciti a entrare nelle scuole con una campagna di sensibilizzazione. In maggio, quindi di recente, La Strada ha organizzato workshops per giudici e officiali della polizia, con la speranza che l’approccio umano per il futuro sia diverso: le vittime non possono esser più trattate come colpevoli per decisioni che non hanno preso di loro spontanea volontà. I seminari hanno avuto una buona partecipazione che lascia ben sperare.
Molto materiale informativo è stato distribuito a tutte ambasciate - eccetto quella italiana! - con la richiesta di diffonderlo nei loro paesi.
(Traduzione a cura di Lorenzo Guglielmi)
| Data: 23-07-2003 | | Fonte: Notizie Est |
| Autore: Francesca Camillo e Lorenzo Guglielmi |
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