
Lo status del Kosova rivisitato
| Data: 18-06-2003 | | Fonte: "RFE/RL Balkan Report" |
| Autore: Patrick Moore |
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N.E. BALCANI #676 - KOSOVO
18 giugno 2003
LO STATUS DEL KOSOVA RIVISITATO
di Patrick Moore - ("RFE/RL Balkan Report", 13 giugno 2003)
Il futuro status del Kosova è tornato all'ordine del giorno, ma alcuni aspetti fondamentali rimangono immutati da quando la provincia è diventata un protettorato internazionale nel giugno 1999
[Segue, più sotto, una breve informazione sui due candidati alla successione di Michael Steiner, uno dei quali è l'italiano Antonio Armellini]
Circa due mesi prima di essere assassinato il 12 marzo scorso, il premier serbo Zoran Djindjic ha abbandonato l'approccio attendista della maggior parte dei politici serbi e ha chiesto che venissero aperti nel più breve tempo possibile negoziati sullo status del Kosova (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 31 gennaio 2003). La maggior parte degli osservatori ritiene che lo abbia fatto al fine di avere la meglio sugli altri politici nella competizione per ottenere un sostegno nazionalistico, nel momento in cui si prevedeva che le elezioni generali sarebbero state indette in Serbia nel 2003 o nel 2004. Pochi altri leader serbi hanno scelto di chiedere negoziati immediati, ma molti hanno ripetutamente sollevato la questione del Kosova. Tra di essi, per nominarne solo tre, vi sono il vice primo ministro Nebojsa Covic, il ministro degli esteri della Serbia-Montenegro Goran Svilanovic e il ministro per i diritti umani e delle minoranze, Rasim Ljajic, tutti personaggi di alto profilo sulla scena dei partiti politici a Belgrado.
I politici serbi sottolineano che ogni soluzione definitiva dello status del Kosova deve basarsi sulla Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, secondo la quale il Kosova è parte della Jugoslavia. Prima dello scioglimento formale di tale stato nel 2003, Belgrado e Podgorica hanno concordato che la Serbia dovrà sostituire la Jugoslavia nella formulazione.
Ciò è poi avvenuto, nonostante tutti i partiti politici che rappresentano la maggioranza etnica albanese del Kosova (pù del 90% della popolazione), si oppongano a ogni legame con la Serbia, o con la Serbia-Montenegro. Gli albanesi, e molti osservatori esteri, sostengono che il riferimento al Kosova come parte della Jugoslavia, contenuto nella Risoluzione 1244, non era inteso dalla comunità internazionale come una formula mirata a concedere a Belgrado il diritto di rioccupare un giorno la provincia, ma piuttosto come una copertura legale grazie alla quale il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic ha potuto ritirare le sue forze dalla provincia senza perdere completamente la faccia dopo la sua sconfitta militare da parte della NATO. Secondo un altro punto di vista che circola a Belgrado, la questione dello status richiede una soluzione "regionale" o europea, mirata non a creare "nuovi stati", ma ad affrontare i problemi che affliggono la regione, come la "criminalità organizzata". L'opinione pubblica kosovara diffida di queste idee, poiché ha la sensazione che si tratti di trame per guadagnare tempo fino a quando l'UE, esercitando pressioni, potrà spingere il Kosova a instaurare una relazione con la Serbia e il Montenegro, più o meno nello stesso modo in cui Bruxelles nel 2002 ha costretto queste due repubbliche a creare uno stato comune. I kosovari fanno inoltre notare che "combattere la criminalità organizzata" è una frase spesso utilizzata dai nazionalisti serbi (e macedoni) per dire "usare la mano pesante contro gli albanesi", così come alcuni politici occidentali parlano di "legge ordine" come eufemismo per usare la mano pesante contro le proprie minoranze. Alcuni commentatori kosovari sostengono che i paesi che scatenano e poi perdono le guerre devono aspettarsi di perdere territori e che proprio così stanno le cose nelle relazioni della Serbia con il Kosova. Tali kosovari lamentano inoltre che incoraggiare Belgrado nel pensare di avere un qualsiasi ruolo nella provincia non farà altro che aumentare i suoi appetiti. I timori dei kosovari non sono stati dissipati dal modo apparentemente segreto in cui il capo uscente dell'amministrazione civile dell'ONU (UNMIK), Michael Steiner, e il responsabile della politica estera e della sicurezza dell'UE, Javier Solana, hanno affrontato il problema della composizione della delegazione del Kosova che si recherà al summit UE di Salonicco il 21 giugno prossimo. Dopo avere dato prova di una certa riluttanza, Steiner ha accettato di includere nella propria delegazione alcuni funzionari kosovari eletti, senza specificare di chi si tratterà (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 2 e 6 giugno 2003). Parlando a Podgorica il 6 giugno scorso, Solana ha detto di "attendersi" che Prishtina e Belgrado "avviino un dialogo" durante il summit. Un osservatore ha notato che l'approccio reticente sembra quello adottato dai genitori con i figli nell'imminenza di recarsi dal dentista. Nel corso delle dicussioni svoltesi tra entrambe le sponde dell'Atlantico e nei Balcani durante gli ultimi mesi, svariati osservatori hanno sottolineato che la questione dello status dovrà essere risolta senza inutili attese, al fine di creare una prospettiva chiara e un contesto politico sicuro per la provincia (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 23 febbraio 2001). Secondo questa argomentazione, la comunità internazionale deve continuare a insistere sugli standard di democrazia, su un'economia di mercato e sui diritti delle minoranze, riconoscendo allo stesso tempo che tali standard possono essere raggiunti nel migliore dei modi solo quando lo status futuro del Kosova sarà chiaro e definito. Il presidente eletto del Kosova, Ibrahim Rugova, è esplicitamente favorevole a tale posizione. E sullo stesso status, tutti i partiti albanesi del Kosova sono unanimi: l'indipendenza è l'unica opzione. Insistono sul fatto che una politica congiunta tale da coinvolgere la Serbia è fuori questione dopo il ricorso alla violenza da parte di Milosevic nel 1998-1999 e che ogni tentativo da parte dell'UE o di altri per imporre una tale soluzione al Kosova porterebbe con ogni probabilità a nuove violenze armate. Inolre, la parole vaghe sulle "soluzioni europee" non ispira molta fiducia sul terreno nei Balcani, anche se chi le pronuncia è qualcuno come il ministro degli esteri albanese Ilir Meta. Alcuni commentatori kosovari segnalano inoltre che l'indipendenza della provincia non dovrebbe essere considerata come un regalo generoso da parte di una comunità internazionale onnipotente, ma come il proseguimento logico della dissoluzione della ex Jugoslavia e della tendenza mondiale, in atto dopo il 1945, verso la decolonizzazione sulla base del principio dell'autodeterminazione e della regola della maggioranza.
La comunità internazionale ha fatto chiaramente capire che lo status finale del Kosova, qualunque esso sia, dovrà includere garanzie per i serbi e le altre minoranze. Tra di esse vi sono la libertà di movimento, il diritto di tornare alle proprie case e la sicurezza fondamentale di cui godono tutti i cittadini negli stati democratici. I kosovari sono stati avvertiti ripetutamente del fatto che devono fare di più per garantire tali diritti ai serbi e per controllare la violenza etnica da parte degli albanesi. Ma è difficile che i kosovari vadano oltre la mentalità della dipendenza, quale la si riscontra spesso anche in Bosnia, se non si consentirà loro di assumersi maggiori responsabilità (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 2 maggio 2003). Steiner in effetti ha cominciato a devolvere alcuni, ma non tutti, i poteri dell'UNMIK alle istituzioni elette del Kosova.
La sua insistenza sul mantenere il controllo della delegazione che si recherà a Salonicco, tuttavia, così come l'apparente segretezza che circonda i piani di Bruxelles per il Kosova, hanno portato molti kosovari a ritenere di essere ancora trattati come una colonia. Un altro motivo di preoccupazione diffuso a Prishtina è quello dei continui tentativi degli stranieri di coinvolgere Belgrado in negoziati sul futuro del Kosova, sebbene sia chiaro che il Kosova non verrà restituito al controllo diretto della Serbia (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 16 maggio 2003). Una scuola di pensiero all'interno della comunità internazionale sostiene che nessuna soluzione del futuro status del Kosova possa essere durevole se la Serbia non vi svolgerà un ruolo (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 23 agosto 2002). Ma i politici kosovari, pur essendo disponibili a discutere "aspetti tecnici" con la Serbia, e con tutti i vicini del Kosova, dicono chiaramente che la Serbia vi ha perso ogni ruolo politico con il conflitto del 1998-1999. Alcuni osservatori sostengono che incoraggiare la Serbia a ritenere di avere un futuro in Kosova è una cattiva idea per almeno due motivi. In primo luogo, in tal modo si deviano le energie esistenti in Serbia dalle preoccupazioni veramente importanti per tale paese, e cioè la criminalità, la corruzione e la povertà. L'uccisione di Djindjic non ha lasciato alcun dubio sul grado di radicamento e sulla gravità di tali problemi (si veda "RFE/RL Balkan Report" del 9 maggio 2003). In secondo luogo, si incoraggia la minoranza serba del Kosova a cercare soluzioni politiche a Belgrado invece che a Prishtina, con le istituzioni internazionali che vi operano e con i vicini albanesi. Alla fine di dicembre, Djindjic aveva detto a una delegazione di serbi del Kosova che devono cercare le risposte ai loro problemi a Prishtina, e non solo a Belgrado.
(in numeri arretrati di "RFE/RL Balkan Report" citati nel testo possono essere reperiti online: http://www.rferl.org/balkan-report/archives.html)
UN ITALIANO CANDIDATO A CAPO DELL'UNMIK
Nei giorni scorsi l'UE ha presentato al segretario generale dell'ONU, Kofi Annan, i nomi di due candidati alla successione di Michael Steiner nella carica di capo dell'UNMIK in Kosovo. Si tratta dell'ambasciatore svedese all'ONU, Pierre Schori, e dell'ambasciatore plenipotenziario italiano Antonio Armellini. La scelta di presentare i nomi di due candidati, invece di un unico nome, viene spiegata da fonti non ufficiali dell'agenzia Reuters come una conseguenza del mancato gradimento di Pierre Schori da parte degli USA, irritati per le sue posizioni apertamente contrarie alla guerra anglo-americana in Iraq. Al candidato "originale", pertanto, ne sarebbe stato aggiunto un altro, evidentemente più gradito a Washington. Se Armellini dovesse essere scelto come nuovo capo dell'UNMIK, la carica di inviato speciale dell'UE per il Medio Oriente, anch'essa da assegnarsi, andrebbe all'olandese Marcel Kupershoek e non all'italiano Steffen de Mistura, al fine di evitare un "cumulo di cariche" per l'Italia, sempre secondo quanto scrive la Reuters. Antonio Armellini ha guidato a fine aprile scorso la missione umanitaria italiana nell'Iraq occupato. In precedenza Armellini era stato ambasciatore d'Italia in Algeria e Coordinatore Nazionale italiano per il Patto di Stabilita del Sud Est Europa.
(fonte: Reuters, 17 giugno 2003)
| Data: 18-06-2003 | | Fonte: "RFE/RL Balkan Report" |
| Autore: Patrick Moore |
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