
Serbia, l'ultranazionalismo rialza la testa
| Data: 10-01-2004 | | Fonte: "Notizie Est" |
| Autore: Lorenzo Guglielmi |
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N.E. BALCANI #738 - SERBIA/MONTENEGRO
10 gennaio 2004
SERBIA, L’ULTRA-NAZIONALISMO RIALZA LA TESTA
di Lorenzo Guglielmi
La competizione elettorale per il parlamento si è conclusa con la conferma dell’avanzata nazionalista. Seselj e Milosevic, in testa alla “lista Dal Ponte” nelle elezioni parlamentari del 28 dicembre, ottengono una maggioranza relativa capace di recare notevole disturbo a un’ area democratica ancora troppo divisa. C’è chi parla di “Serbia di Weimar”. E il “nuovo disordine mondiale” che la circonda non è certo di aiuto
Belgrado - Ancora una volta un intricato cocktail di fattori internazionali e instabilità interna ha giocato il ruolo decisivo nel comportamento elettorale della Serbia. Le elezioni parlamentari del 28 dicembre forniscono una foto-panoramica della situazione globale del paese. L’indigesta anomalia di una campagna elettorale con ben quattro candidati dell’Aja (sarcasticamente, “lista Dal Ponte”) e col celebre duetto Seselj-Milosevic, tronfio e vincente alle urne, dovrebbe invitare a una fredda analisi. Adesso, più che mai, è necessario andare oltre un’ indignata reazione, per cercare di comprendere i possibili motivi di questa rivincita del nazionalismo estremo, ovvero, le cause di una disfatta del fronte democratico annunciata da tempo. Prima di sottolineare i punti di forza del blocco nazionalista più estremo (SRS e SPS), è bene fare una breve premessa sui “buchi neri” all’interno della cosiddetta “galassia democratica”, che tanto hanno fatto per risucchiare e disperdere i voti. Va comunque precisato che il concetto “partiti di area democratico-liberale” in Serbia è una classificazione imprecisa, che tuttavia risulta di comodo se si vuol distinguere e isolare da soggetti come Milosevic e Seselj l’opposizione storica (DSS, DS, SPO,etc.), nondimeno affetta da un suo nazionalismo di fondo, sebbene con sfumature più blande. E’ il caso, per esempio, di Vojislav Kostunica e Vuk Draskovic. Detto questo, il primo e più visibile “buco nero” è stato generato dall’incapacità di presentare un fronte compatto di partiti democratici, come invece a suo tempo aveva fatto la DOS, la coalizione simbolo della rivoluzione democratica del 5 ottobre 2000, rimasta incompiuta. Allora si colse, in parte, l’eredità positiva dell’esperienza di “Zajedno”, che aveva già trionfato - in tempi ben più bui - nelle elezioni amministrative del 1996 contro Milosevic.
Tuttavia, in questa recente occasione gli interessi partitocratrici e le lotte di potere interne all’ex DOS hanno dominato su qualsiasi forma di comune buon senso. Le elezioni presidenziali di novembre, annullate per mancanza di quorum, avevano dato già un importante avvertimento sulla dimensione della deriva nazionalista-radicale. Oltre dieci liste in lotta più o meno aperta contro i fantasmi del vecchio regime non potevano certo favorire l’affluenza alle urne di un elettorato già sconvolto dal trauma di due anni di governo instabile targato DOS, dall’omicidio del premier Djindjic e messo al tappeto, a distanza di pochi mesi, da un’estate avvelenata dalla recrudescenza della guerriglia estremista albanese nel sud e da scandali politici, quasi sempre rivelatisi veri. Ineluttabile la crisi autunnale e la morte della DOS. Non c’è nulla di che stupirsi se, nel livello di partecipazione al voto, non si è riusciti neppure a superare la tiepida percentuale del 60% sul totale degli aventi diritto. Gli analisti lo avevano già ampiamente pronosticato: la forza dell’estrema destra è direttamente proporzionale alla diserzione delle urne, perché l’elettorato nazionalista più estremo è tendenzialmente fedele, fa sempre il suo dovere e, nei momenti di crisi, sa attirarsi le simpatie di chi vuole votare “contro”.
L’ASSE AJA-BELGRADO E IL CONTRAPPASSO DI SLOBO.
Accanto a queste semplici considerazioni, che stavano da tempo sulla bocca di tutti, serpeggia l’ “anomalia Milosevic” . La sua campagna elettorale “in diretta- via satellite” dall’Aja diventa ancor più assurda se pensiamo che a riprenderlo sono proprio le telecamere di TV B92, il pioniere della controinformazione negli anni peggiori dell’ ex regime. La macchina politica di Slobodan Milosevic è sicuramente esausta, se vista nella sua parabola storica, ma dal suo crepuscolo il vozd (condottiero) è ancora capace di comunicare efficacemente con il suo elettorato. A Belgrado, Piazza Repubblica s’è ripopolata di fumogeni e bandiere rosse, assumendo le tinte fosche del revival nazional-comunista - incubo di un passato dal quale sembra difficile liberarsi. La coreografia, forse ridicola per un osservatore esterno, è comunque impeccabile se osservata da una prospettiva di strategia interna: l’SPS doveva semplicemente resistere oltre quella linea legale di “galleggiamento” , il 5% “alla tedesca” sancito dalla nuova legge elettorale. La piazza non era chissà che affollata rispetto ad altri comizi, ma l’evento ha richiamato antichi furori da curva della Stella Rossa e vecchi discorsi antimperialisti, mentre le bandiere col ritratto pop del Che Guevara accompagnavano lo sguardo da vitello del “giovane Slobo”, innalzato al cielo in centinaia di icone. “Pobeda, pobeda…!”, vittoria!, grida la folla. A chiusura del surreale cerchio ancora bandiere, colori arcobaleno che al gelido vento di koshava vibravano di “peace”. Nessuno però è sembrato sorpreso. Il popolo dell’ SPS ti dice, col sorriso sulle labbra, che Milosevic non la voleva certo questa sporca guerra, ma è vi stato costretto dai vicini e dal solito complotto ordito dall’estero.
Eccolo, in breve, il meccanismo dell’asse Aja-Serbia: Slobodan Milosevic, pochi giorni prima, risponde alla domanda sulle responsabilità riguardo al massacro di Srebrenica, in Bosnia, sostenendo che a quel tempo la Jugoslavia era già impegnata a costruire il processo di pace, mentre attorno alle imbarazzanti domande sulle operazioni di pulizia etnica a Drenica, controbatte con un malizioso slalom-gimcana di parole, trascinando il discorso sul terreno dell’ennesima “lezione di storia”; perché forse non tutti sanno che, se da un lato gli albanesi del Kosovo non vanno confusi con i terroristi, tuttavia tra quelle montagne le schegge impazzite della guerriglia antiserba s’annidano fin dal 1941, cioè dai tempi del collaborazionismo con l’invasore nazista! I meetings della verità non sono più adunate fiume, ma si riciclano in forma di pillole televisive, come brevi sketch di pubblicità occulta. Slobo, l’incompreso difensore dei patri confini, nuovamente dissotterra la sua sciabola retorica e, trapassando lo sguardo perplesso della parte accusante e l’atmosfera al neon dell’aula, riallaccia amorose corrispondenze coi propri fedeli e ritorni di fiamma con gruppi di “pecorelle” smarrite e deluse dal fragile terreno della neonata democrazia del post- 5 ottobre 2000. L’uomo che un tempo cavalcò la follia della Grande Serbia, non avendo fede in niente, riesce ad amalgamare in sé tutto e il contrario di tutto per riconfermarsi nei solchi del suo eclettismo nazional-populista, scontato e logoro, ma efficace quanto basta. Il vecchio leader, pessimo stratega, dall’Aja dimostra quantomeno capacità tattica e arte del bluff.
E così la folla gli risponde zelante, con adulazione. Seguendo un canovaccio tristemente noto, fornisce l’appropriata veste estetica ai concetti di sempre. Pochi giorni dopo, così, lo spettacolo prosegue in differita, da oltre mille chilometri di distanza. Dopo il magro comizio, è partita una giostra-corteo un po’ carnevalesca ma disciplinata, da Piazza Repubblica a Beogradjanka, andata e ritorno. Il “pifferaio magico” moltiplica persone, bandiere e icone. Se la piazza poco prima era sguarnita, il serpentone diventa lungo quanto l’intero bulevar, un chilometro o forse più. Si crea per un attimo l’illusione che “tutta la Serbia” si sia data l’appuntamento in una gelida serata invernale. Intorno, però, c’è il vuoto. Una scia di vetrine illuminate per Natale, con i saldi anticipati, separa questo popolo di nostalgici in marcia dalla sostanziale indifferenza dei passanti. A volte la carovana di Slobo suscita qualche ilarità. Le facce sono più che altro preoccupate dalla svalutazione del dinaro sull’euro e dalla mancanza di denaro e di lavoro, che continua ad affliggere il paese da 13 anni. Qualche signora indaffarata nelle spese natalizie (shopping più apparente che effettivo) abbassa lo sguardo, lasciando trasparire una smorfia disgusto. Alcuni giovani canticchiano vecchie canzoni comuniste, con evidente sfottò verso il corteo. Nessuno che si unisca spontaneamente. Tutto poi si conclude nel nulla., e alla fine Milosevic ottiene l’unico risultato che davvero gli interessava: sopravvivere a se stesso e mantenere viva una certa immagine della sua nazione. Mentre il potentissimo partito-business JUL (Sinistra jugoslava), della moglie Mira Markovic, sprofonda dentro cifre prossime allo zero assoluto, quel 7.63% (pari a 22 posti in parlamento su 250) che si è conquistato l’ SPS alle urne esprime una formazione politica tutt’ora dotata di grandi capacità di mobilitazione, sia rispetto alla propria base di iscritti che alle periferie del paese, e con discrete possibilità di capitalizzare una parte dei voti di protesta contro il malgoverno DOS. In mezzo a tutti quei nostalgici, eccetto pochi burocrati ben vestiti e pasciuti, prevaleva nettamente la voce della miseria: operai delle fabbriche in crisi, contadini e disoccupati. Riemerge la dura realtà di una Serbia in affannata transizione all’economia di mercato. Il biennio 2001-2003 ha fatto registrare alcuni risultati positivi, per esempio nel settore bancario dove la privatizzazione di quattro colossi statali ha portato a un ritorno di fiducia dei risparmiatori, mentre la politica rigorosa della Banca centrale ha favorito un dinaro stabile e un’inflazione in calo significativo. Tuttavia, rispetto alle misure legislative sulla liberalizzazione dei prezzi e a un sistema doganale riformato, più snello e con livello inferiore di dazi, il settore reale dell’economia deve ancora dare delle risposte adeguate. Il 2003 è stato l’anno delle privatizzazioni di massa, con oltre mille imprese coinvolte nel processo. 1.200 milioni di dollari sono entrati nelle casse dello stato. Questo delicato passaggio avrebbe avuto bisogno di una cornice istituzionale più equilibrata, che invece non c’è stata. Si registra un calo del 3% nella produzione industriale, mentre la disoccupazione rimane a livelli elevatissimi, superando cifre del 30%. Il 2004 è atteso come l’anno in cui gli effetti benefici dei nuovi investimenti si faranno finalmente sentire, sulla produttività e sull’occupazione. In una terra dove il cammino dal sistema a proprietà statale e sociale al libero mercato è stato a lungo impaludato nel guado dell’economia di guerra e di embargo, c’è da aspettarsi che sia difficile lenire un senso radicato di frustrazione sociale con semplici proiezioni ottimistiche sul medio e lungo periodo. I dati che parlano di una caduta radicale dell’indice di povertà non sono per ora di consolazione.
RADICALI, BON TON ALLA POLVERE DA SPARO
Questione in parte diversa è il boom dei radicali di Seselj. Il partito radicale serbo, che si conferma come la forza di maggioranza relativa in quasi ogni parte del paese, con 82 seggi conquistati (27.29% dei voti espressi) e veri e propri feudi come le province serbe del sud o il Kosovo, è per molti versi (ideologia xenofobo-nazionalista e antieuropeista, mentalità dell’elettorato, percentuali conseguite, etc.) assimilabile ad altri partiti della destra xenofoba europea, come possono essere il Fronte Nazionale del suo amico Le Pen, in Francia o la Lega Nord di casa nostra. Con la rilevante differenza che in Francia il livello generale di benessere è infinitamente più elevato, la Corsica non è il Kosovo e i conflitti sociali tendono ancora a trovare soluzioni democratiche, mentre i partiti dell’arco costituzionale sanno aggregarsi in alleanze strategiche per evitare derive reazionarie.
In poche parole, Seselj spaventa più di Le Pen per il semplice fatto che la Serbia è una democrazia ancora “in fasce”. Non è ingiustificato, da questo punto di vista, il timore di una “Serbia di Weimar” (vedi “La Serbia di Weimar”, di Zeljko Cvijanovic su www.osservatoriobalcani.org).
Inoltre, gli ultranazionalisti radicali hanno indubbiamente imparato a comunicare, trattenendo il più delle volte la loro “esuberanza” nei ranghi di un quasi impeccabile bon ton. Il politically correct tiene botta, almeno fino al momento in cui non giungono domande troppo imbarazzanti, che ridanno il via libera al solito gaudente turpiloquio. Nikolic, vincitore radicale alle recenti presidenziali, fortunatamente annullate per mancanza di quorum, è stato il megafono in Serbia del camerata Seselj, impegnato da mesi sui banchi dell’Aja.
Il riflusso nella bassa marea nazionalista va comunque focalizzato nel suo insieme mettendolo in primo piano assieme alla questione del Kosovo e dell’enorme massa di rifugiati che un decennio di guerre ha richiamato sul territorio della Serbia ( più di 600.000 su 7 milioni e mezzo di abitanti). Quelli che i cittadini bollano come seljaci, ‘gente del vilaggio’, spesso sono gli “inurbati” provenienti a ondate dalla Slavonia, dalla Bosnia, dalle Krajine e dal Kosovo; abitanti marginalizzati dei sobborghi della capitale e delle maggiori città, persone che spesso non hanno nulla al di fuori di una memoria ossessionata dalla guerra. D’altra parte, è ormai un fatto innegabile- e ampiamente documentato dai reports dei migliori osservatori internazionali come ICG (International Crisis Group) - che le situazioni del Kosovo, con l’amministrazione ad interim dell’Umnik, e nel sud della Serbia non sono affatto tranquille sotto il profilo della convivenza civile e democratica tra etnie. In Kosovo lo stato di tensione quotidiana nei rapporti tra minoranza serba e maggioranza albanese e il dilagare della criminalità organizzata lasciano presagire come la costruzione di un vero stato di diritto e legalità sia ancora un miraggio.
A tal proposito, si possono citare due fatti esemplari che, risalenti proprio a quest’ ultima estate, mostrano il clima politico interno della Serbia, i rapporti con l’Aja e i meccanismi di costruzione del consenso nazionalista. L’ uccisione di due ragazzi serbi per mano di ignoti cecchini è stata prontamente strumentalizzata dalla peggiore stampa e radiotelevisione serba. Un terribile lutto privato è divenuto l’arma del peggiore revanscismo, alimentando il bisogno di sangue e di martiri. Appena poche settimane prima, nel mese di luglio, era invece scoppiato l’ ‘affare Thaqi’. Hashim Thaqi, leader politico albanese-kosovaro, ex guerrigliero, era stato arrestato dalla polizia ungherese, su un mandato di cattura della polizia jugoslava ancora risalente al 1997. L’accusa era quella di aver ucciso tre poliziotti serbi a Glogovac. Florence Artmann, membro del Tribunale dell’Aja, rispose che non c’erano prove sufficienti per aprire un processo contro il capo dell’ex armata di liberazione del Kosovo (KLA) e attuale leader del “Partito democratico del Kosovo”. Thaqi venne poco dopo rilasciato sotto esplicita richiesta di Michael Steiner, amministratore dell’UMNIK in Kosovo, che ribadì la non attendibilità delle accuse formulate dal precedente regime di Milosevic. L’allora ministro della giustizia, il cristiano-democratico Vladan Batic, reagì da Belgrado con forte indignazione contro la comunità internazionale, sostenendo che le ragioni di questo mancato processo erano politiche anziché legali, mentre 400.000 documenti tra audio, video e varie testimonianze potevano sostenere le accuse contro i leader albano-kosovaro.
In Serbia si parla con scadenza pressochè quotidiana del presunto trattamento di favore che l’Interpol e l’Aja applicherebbero alla caccia dei criminali di etnia albanese.
A questi eventi dobbiamo aggiungere le vere e proprie recrudescenze terroristiche nella valle di Presevo, nel profondo sud. Non è difficile immaginare che un certo scollamento tra potere politico-amministrativo e giustizia, una volta amplificato e strumentalizzato dalla cultura nazionalista (non soltanto dell’ estrema destra radicale) e dal suo fido arsenale mediatico, venga percepito e vissuto dai più disperati come un torto personale del mondo nei riguardi del popolo serbo. Di qui a riconfermare o riabbracciare i leader che propongono le soluzioni più drastiche, il passo è davvero breve.
La scorsa estate, quando al “Media Centar” di Belgrado arrivavano i giornalisti serbi dal Kosovo e da Presevo, si respirava un’atmosfera di sospensione, da retrovia del fronte. “Belgrado non è la Serbia”, si sentiva spesso ripetere.
La situazione nella valle di Presevo, a maggioranza albanese, sembrava essersi calmata dopo la tregua negoziata nel 2001 tra NATO, OSCE, Stati Uniti in cooperazione con le autorità di Belgrado.
Nel marzo 2003, alcuni incidenti sporadici non facevano pensare la calma relativa sarebbe durata ancora fino ad agosto, con ben otto attacchi armati contro esercito serbo e albanesi moderati. Infine il focolaio s’è esteso in Macedonia del nord attraverso azioni di guerriglia contro le forze di sicurezza. Per quel fazzoletto di terra incastonato tra Serbia, Macedonia e Kosovo passano molti traffici illegali di armi, esseri umani e droga. Lotta interetnica tra clan mafiosi e guerriglia albanese dell’armata AKSH s’intersecano pericolosamente. L’interesse sembrerebbe quello di indebolire gli albanesi moderati, già profondamente insoddisfatti per l’arretratezza economica e i rapporti con Belgrado. In realtà quella terra fa gola a entrambe le fazioni estremiste: ai serbi in caso di spartizione del Kosovo, agli albanesi come compensazione. (vedi report I.C.G., 9 dicembre 2003: http://www.crisisweb.org/home/index.cfm?id=2414&l=1 ). In certe zone della Serbia miseria economica, arretratezza culturale e traumi bellici sono le componenti di un unico flagello. Da questa larga fetta di popolazione escludiamo, per ovvi motivi, la rete dei ratni profiteri , piccoli e grandi affaristi della guerra che votano gente come Seselj e Nikolic per pure ragioni di lobby e per paura di fare i conti con la giustizia.
Seselj, Nikolic e tutta la cricca dell’ SRS si sono presentati come “uomini di parola”, di quelli che fanno poche promesse, ma le mantengono tutte. Se è una promessa frugale riportare la Serbia ai suoi “naturali” confini delle Kraijne ( Knin, Dalmazia, attuale Repubblica di Croazia), allora possiamo immaginare che, in un momento di particolare generosità, questo “partito dei modesti” potrebbe liberare i fratelli serbi ortodossi di S.Spiridione a Trieste e poi estendere la Grande Serbia fino all’Egeo, come ai bei tempi dello zar Dusan! Insistendo su queste tematiche grandiserbe, senza uno straccio di programma, i nazionalisti hanno raggiunto consensi del 45-50% proprio nel sud più povero, diseredato e incerto nei confini territoriali e nei diritti civili. Il fallimento sostanziale della DOS e di Nebojsa Covic, anche a causa di oggettive difficoltà nel ritrovare una soluzione mediata per lo status futuro del Kosovo e la protezione della minoranza serba, ha contribuito a riconsegnare centinaia di migliaia di elettori proprio nelle mani di quelle stesse persone che già più di una volta furono la loro rovina.
ORGOGLIO NAZIONALE, MA QUALE L’INTERESSE DELLA NAZIONE?
Alla frammentazione dell’area democratica in una sovrabbondanza di liste, tra loro sovente incompatibili, non ha peraltro corrisposto un’autentica varietà sul piano ideologico. Il richiamo all’orgoglio nazionale è stato perciò una risorsa importante per tutti i partiti, se escludiamo i DS e la coalizione multietnica “Insieme per la tolleranza”, partito di maggioranza in pochi distretti elettorali della Vojvodina (Austria felix!) ed escluso dall’arena politica per poche migliaia di voti. I meetings pre-elettorali ripetevano quasi sempre le stesse musiche. Canzoni sul Kosovo e sul fronte di Salonicco hanno accomunato radicali, socialisti e i comizi del Partito del Rinnovamento Serbo (SPO), storica forza di opposizione a Milosevic, mentre le melodie tradizionali etniche sono state il leitmotiv di molti altri incontri tra popolazione civile e candidati politici. Su tutti è spiccato ancora una volta il carisma e il talento oratorio del ‘re delle piazze’, Vuk Draskovic (SPO).
Il testimone di nozze (kum) di Seselj, ha preso da subito le distanze dallo scomodo “parente”.
Da piazza Repubblica il leader dell’SPO, oltre a tuonare contro nuovi e vecchi comunisti e corrotti di turno, ha posto l’accento sul fatto che la Serbia mai è stata così incerta nei propri confini e così priva di amici, mentre la sua storia parla chiaramente di appartenenza all’Europa. Uno dei cavalli di battaglia, nella campagna elettorale di Vuk, è stato la promessa di una monarchia costituzionale sotto i Karadjordjevic, spacciata come probabile fattore di stabilità interna e di reinserimento nella tradizione europea, anche se abbinata in modo bizzarro con un modello di economia collettivista, favorevole nazionalizzazione delle imprese e riluttante all’invasione del capitale straniero. Allo scadere dell’appuntamento elettorale, Draskovic ha persino ingaggiato una lotta protezionista “senza quartiere”, che non ha risparmiato una ridicola boutade sulle salsicce slovene di Kranj, accusate di offuscare la serbità delle nobili kobasice sui banchi frigo del Mercator a Novi Beograd. Alla faccia dell’Europa! Petar Stamenkovic, direttore del prestigioso settimanale “Ekonomist”, ha scritto, sul numero del 15 dicembre, dell’eterno ritorno delle maledizioni storiche, questa volta nelle sembianze di una rediviva dinastia che già detiene il primato della mortalità nazionale, con due guerre balcaniche e due guerre mondiali in meno di cinquant’anni. Avessero scelto gli Obrenovic, che almeno qualcosa avevano costruito…
La coalizione tra il Partito per il Rinnovamento Serbo (SPO) di Vuk Draskovic e Nuova Serbia (NS) di Velimir Ilic, sindaco di Cacak, alla fine, si è piazzata al quinto posto con 7.81% pari 23 poltrone in parlamento. Passato il bagno di folla, l’ondata di sentimento monarchico, che tanto è piaciuta alla chiesa ortodossa, è andata presto a frangersi assieme all’incenso del patriarca Pavle tra i freddi puntelli dei calcoli e delle trattative post-elettorali, dimostrandosi al massimo un valido espediente propagandistico. Quando un paese ristagna in una crisi così profonda e generalizzata, per di più con una serie talmente forte di vincoli internazionali, è spesso difficile che le soluzioni proposte si distinguano molto l’una dall’altra.
Tutti i partiti, indipendentemente dallo stato di coscienza, hanno gridato contro la corruzione del sistema, ribadendo la necessità di profonde riforme fiscali e amministrative e una più decisa gestione delle riforme in campo economico-finanziario, per ridare fiato al mercato del lavoro e debellare il flagello della disoccupazione.
Il G17 s’è imposto come unica novità politica davvero vincente sulla scena. Le indagini socio-politiche e i sondaggi condotti dalle principali agenzie lo avevano già anticipato. Questo nuovo partito, fino a pochi mesi fa, era una ONG costituita da tecnici vicini allo schieramento DOS. In piena fase ascendente due celebri ex figure: l’ex vice premier federale Miroljub Labus e l’ex governatore della Banca nazionale di Serbia Mladjan Dinkic. Entrambi gli economisti godono di buona reputazione nel paese, mentre all’estero sono guardati con un occhio di riguardo, soprattutto se confrontati con politici dal conservatorismo un po’ appassito, come Kostunica o Draskovic.
Mladjan Dinkic ha costruito la propria escalation sulla sua politica di rigore alla guida della Banca nazionale, che ha portato il paese verso una fase di inflazione controllata e di stabilità del dinaro. La guerra da lui stesso provocata quest’estate contro la corruzione dilagante nel governo ne ha rinforzato la fama di uomo risoluto. Le sue accuse precise contro singoli membri della compagine governativa, infatti, hanno innescato un putiferio istituzionale, ma alla fine sono risultate vere. (vedi “Le accuse di Dinkic contro il Governo Zivkovic”, di A.Roknic, “Danas” 18/07/2003 http://www.notizie-est.com/article.php?art_id=798 ) . La “campagna moralizzatrice” è iniziata la scorsa estate, a partire da certi documenti della polizia ungherese che menzionavano nomi di ministri del Gabinetto Zivkovic coinvolti in maxi operazioni di riciclaggio di denaro. Il caso scoppiò proprio in coincidenza con la fase di cambiamento della legge sulla Banca nazionale, dal governatore fortemente osteggiata per le limitazioni sull’indipendenza dell’istituzione rispetto al potere del Governo. Dinkic, alla fine, ha perso il posto alla Banca nazionale, ma ha guadagnato molti punti politici, continuando a beneficiare del credito riscosso col suo operato di tecnico, felicemente accompagnato al suo nuovo ruolo di “mattatore”. Le accuse contro l’intero sistema clientelare non si sono sprecate fino all’ultimo meeting pre-elettorale, dove tra i celebri bersagli delle invettive ci sono stati i fratelli Karic, il colosso economico BK - uno dei vecchi potentati nati con Milosevic e sopravvissuti egregiamente al suo declino, colpevole di sottrarsi al pagamento delle tasse sugli extra-profitti - e i rivali DS, con l’allusione a un episodio di voto parlamentare rubato in occasione dell’elezione della nuova governatrice della Banca nazionale, Kori Udovicki. Il secondo caso, sollevato a sorpresa dallo stesso Boris Tadic (capolista DS) coinvolge la deputata DS Neda Arneric, che si trovava a Bodrum in Turchia al momento delle votazioni. Qualcuno aveva utilizzato la sua scheda di voto. La Arneric ha confermato, mentre Tadic ha promesso una severa epurazione di tutti gli elementi coinvolti nel caso, rafforzando la credibilità degli avversari in piena campagna elettorale.
Il G17 ha riscosso un grande successo perché, a partire da una solida base di prestigio, ha saputo coniugare in un’immagine di freschezza politica il dinamismo del “gruppo tecnico”per le riforme strutturali, l’attenzione per il sociale (importanti le dichiarazioni di Labus sulla necessità della concertazione con i sindacati) e la necessità di rilanciare la Serbia in politica estera, per il Kosovo e per la richiedere lo spostamento di alcuni processi per crimini di guerra all’interno del paese. Non si sa bene come quest’ultima opzione possa esser messa in pratica, ma ai fini elettorali i tecnici del G17 hanno senz’altro saputo trovare un linguaggio anche per le tematiche a loro meno familiari. Chi non s’è fatto troppo incantare dalla novità mantiene il sospetto che il G17 abbia consapevolmente preparato la competizione elettorale con un anticipo di almeno 5 mesi…
IL WALZER ZOPPO DELLE TRATTATIVE
Una volta usciti i risultati delle elezioni, molte cose sono cambiate repentinamente.
Kostunica, appagato dall’ottimo esito della competizione (17.6% con 52 posti) che lo conferma leader del primo partito dell’area democratica, ha smorzato i toni della passata intransigenza verso i DS, ribadendo tuttavia come la vittoria radicale sia attribuibile alle responsabilità del partito dell’ex premier-rivale Djndjc, nonché alle eccessive pressioni della comunità internazionale sulla Serbia. Boris Tadic, capolista dei DS, il secondo partito con 12.67% e 38 posti in parlamento, ha immediatamente dichiarato la necessità di una piena collaborazione con l’Aja , riaffermando la linea del defunto premjer. Kostunica non deve aver fatto i salti di gioia…
Le trattative per formare il nuovo governo sono appena iniziate e c’è da scommettere che dureranno a lungo, ben oltre il capodanno ortodosso. I radicali sono fuori dal gioco, ma nonostante ciò continuano a strizzare invano l’occhio ai DSS di Kostunica. Finora, l’unico dato certo è la comune consapevolezza che chiunque osasse allearsi con i radicali di Seselj provocherebbe un suicidio collettivo, e non solo a livello politico. Tutti sanno che un’ulteriore deriva radicale porterebbe l’intero paese in un baratro, ma altre sicurezze non ce n’ è, perché al momento mancano le soluzioni. Le trattative per formare il governo potranno seguire due tracce fondamentali, entrambe ad alto rischio di equilibrio precario. La prima è coerente con l’ unanime ritrosia di tutte le forze democratiche a far entrare i DS nella maggioranza di governo, per cui ci si limiterebbe a concedere al partito dell’ex premier Djindjic qualche “uomo chiave” nella compagine governativa in cambio dell’appoggio esterno in parlamento. Questo comporterebbe un governo di minoranza (inserire i dati) che esclude la partecipazione diretta dei DS, terzo partito classificato alle elezioni, ma pur sempre secondo nell’ area democratica. La seconda, invece, consisterebbe in una “cordata a quattro” tra DSS, DS, G17, SPO, col rischio principale di riportare alla luce le antiche ostilità interne alla DOS, tra Kostunica e i DS, e di rinvigorire i recenti conflitti tra questi ultimi e il G17.
In definitiva, l’unico dato positivo di questo 28 dicembre è stato quello sbarramento “alla tedesca” del 5% che ha portato alla semplificazione del quadro politico, facendo sperare in un futuro rilancio dell’unità tra forze democratiche. Peccato che sia sopravvissuto il partito di Mìlosevic, mentre la formazione politica “Insieme per la Tolleranza” ha mancato il quorum per un soffio e il movimento storico “Otpor” ha subito una disfatta totale, non riuscendo - nella lunga fase di trasformazione in partito politico - a convertire in consensi elettorali le forti simpatie che si era conquistato fin dai tempi delle proteste alla fine degli anni ’90. Otpor ha perso l’occasione di iniziare un nuovo percorso per il futuro dei giovani. E’ proprio la gioventù serba quella che forse paga il prezzo più alto, dopo anni di sogni abortiti e lotte che ora sembrano vanificarsi. Due partiti piccoli ma dalla spiccata personalità avrebbero forse portato qualche giovamento.
Il prossimo importante banco di prova per valutare gli sviluppi delle alleanze sarà dato, con ogni probabilità, dalle elezioni amministrative del prossimo autunno, appuntamento forse meno condizionato dalla situazione internazionale. Non resta che sperare nella capacità di ritrovare senso di responsabilità attorno a una comune idea di interesse nazionale e in un processo per l’omicidio di Djindjic senza nuovi scenari di esasperazione del conflitto politico-istituzionale.
LA SERBIA, I BALCANI E IL NUOVO “DISORDINE MONDIALE”
La Serbia e, più in generale, i Balcani, stanno risentendo fortemente dei nuovi sconvolgimenti internazionali successivi all’ 11 settembre 2001. Gli Stati Uniti sono una grande potenza egemonica non giudicabile da nessun tribunale penale internazionale. Questo, ormai, è stato talmente ripetuto che lo sanno anche i bambini. Mai bisognerebbe sottovalutare le antenne satellitari che s’annidano su gran parte dei tetti e dei balconi dell’Est Europa, senza escludere i più sperduti villaggi. Nell’entropia dell’informazione, certi messaggi vengono subito selezionati e girano subito tra la gente, con capillare diffusione. La questione è sempre capire come le cose vengono percepite. I bombardamenti del ’99 pesano ancora sulla coscienza di molti serbi. I nazionalisti più estremi riescono a campare di rendita grazie a fatti come questi.
La Serbia, intanto, ha riavviato intense trattative con la Nato e, seguendo l’esempio dei vicini, sta provando a rilegittimare il suo esercito in operazioni di “peacekeeping” e di polizia internazionale, con largo anticipo su ogni processo di epurazione (e riforma) delle forze armate e degli apparati di sicurezza dagli elementi sospettati di crimini di guerra.
Il 16 dicembre 2003, William Montgomery, ambasciatore statunitense a Belgrado, ha partecipato alla celebrazione del 25 anniversario della SAJ (forze speciali anti-terrorismo), che è avvenuta proprio nella caserma di Batajnica (vedi “Cadaveri e Champagne” di Andrea Ferrario, su http://www.notizie-est.com/article.php?art_id=867 ). Per un giorno soltanto, passato in silenzio dalla stampa internazionale, c’è stata un’orribile coincidenza tra il luogo delle fosse comuni delle vittime albanesi, la festa nazionale dei loro carnefici e un teatrino di riavvicinamento diplomatico tra due ex nemici, uno dei quali, gli USA, con tutto il Patto Atlantico, gli aveva sparato contro i “missili intelligenti”, proprio per scongiurare altre pulizie etniche. Ecco un esempio eloquente del nuovo caos mondiale. La strategia della guerra preventiva al terrorismo, con la sistematica delegittimazione dell’ONU e l’infrazione frequente della Convenzione di Ginevra, sta convalidando sempre di più una situazione di globale agonia del diritto, nei singoli stati e nelle relazioni tra stati, sempre più basate sulla “potenza”. L’ esercizio di una forza virtualmente senza limiti sta rischiando di monopolizzare lo scacchiere mondiale. Di questo nuovo stato di cose, i Balcani non sono semplicemente un riflesso, ma ne hanno anticipato alcuni tratti che non siamo stati in grado di cogliere in tempo e pienamente. Se l’occidente “evoluto”afferma prassi politico-militari che vanno a giustificare la violazione dei diritti umani in nome degli interessi sovrani - vedi “guerra preventiva al terrorismo” e caso Guantanamo - allora dilagherà in fretta la mentalità del “tutti colpevoli, tutti assolti”. Il nazionalismo non fa altro che rispondere con malizioso linguaggio politico a una domanda, in verità, molto diffusa: “perché per determinati crimini qualcuno può esser perseguito, mentre altri godono dell’impunità?”, o ancora, “come mai la Cecenia è trattata diversamente dal Kosovo e dalla Bosnia?”
Non è ancora facile intuire quali siano le nuove linee geo-strategiche della politica internazionale, che le maggiori potenze occidentali stanno disegnando nei Balcani - sempre che ve ne siano di precise - ma quest’insieme di cortocircuiti, che già mette a dura prova le nostre democrazie, certo non aiuta quelle più fragili a consolidarsi. Di fronte alla crisi della Serbia, è arrivato il momento che l’Unione Europea, per non perdere in credibilità politica e morale, ricominci a pensare ai Balcani come parte integrante della storia del nostro continente, riportando nell’agenda delle priorità l’impegno a mediare una vera soluzione per il Kosovo.
| Data: 10-01-2004 | | Fonte: "Notizie Est" |
| Autore: Lorenzo Guglielmi |
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