
Ottobre 2000: gli incontri con Legija
| Data: 18-04-2003 | | Fonte: "Blic News" |
| Autore: Zoran Djindjic |
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N.E. BALCANI #661 - SERBIA-MONTENEGRO
18 aprile 2003
OTTOBRE 2000: GLI INCONTRI CON LEGIJA
di Zoran Djindjic - ("Blic News" [Belgrado], numeri dall'1 al 22 novembre 2000)
Un mese dopo la caduta di Milosevic, Zoran Djindjic raccontava sulle pagine di un settimanale belgradese i suoi incontri con Legija, il capo dei "berretti rossi" oggi accusato di essere l'ideatore del suo assassinio
[Nel novembre del 2000 l'ex premier serbo Djindjic ha pubblicato sul settimanale "Blic News", in cinque puntate, la propria versione dei giorni che hanno portato alla caduta di Milosevic. Riportiamo qui sotto i brani in cui Djindjic racconta i suoi incontri con Legija. Il titolo originale del testo completo è: "Come abbiamo fatto cadere Slobodan Milosevic"]
[...] Mercoledì [4 ottobre 2000] avevamo già informazioni sul fatto che Milosevic intendeva ricorrere alla forza più brutale. Ma avevamo alcune garanzie che la polizia non lo avrebbe fatto. Tuttavia, non potevamo esserne sicuri.
Per me è stato di importanza chiave il contatto con Legija, capo dei "berretti rossi", che nella strategia di Milosevic dovevano servire all'ultima difesa. Si tratta di 1.200 persone addestrate a combattere in città, corpo a corpo, e che possono, senza alcun problema, fare i conti definitivi con 20.000 civili. Dispongono di elicotteri, di blindati, delle armi più moderne e sono qualcosa a metà tra l'esercito e la polizia. Il mio compito era quello di procurare tale contatto. E sono andato all'incontro.
Con Legija mi sono incontrato mercoledì 4 ottobre e giovedì 5 ottobre. Mercoledì sera ho ottenuto la garanzia che le unità speciali non sarebbero intervenute, a meno che da parte nostra non fossero stati compiuti attacchi contro l'esercito e la polizia. Mi è stato detto: "Se non sparerete sull'esercito e la polizia, non eseguiremo alcun ordine, perché sappiamo che i risultati elettorali sono stati falsificati".
Il 5 ottobre, quando eravamo già entrati nel Parlamento federale, in mezzo alla mischia, mentre nelle strade continuavano i tafferugli, ho avuto un altro incontro con Legija all'interno di una vettura. Si è trattato di un momento assolutamente incredibile. Ed è stato uno di quei momenti in cui uno deve pensare rapidamente e reagire ancora più rapidamente, uno di quei momenti in cui in una certa misura l'istinto è la cosa più importante.
Intorno a me c'era il caos, da ogni parte giungevano nuvole di lacrimogeni, dal Parlamento federale si alzava una colonna di fumo, soffiava un vento dall'odore misto di lacrimogeni e bruciato, la gente si buttava verso il Parlamento o si ritirava nelle vie vicine, cercando riparo dai lacrimogeni che facevano bruciare occhi e gola. Nel mezzo di tale confusione io me ne stavo seduto in una vettura con Legija e lui mi ha detto: "Per me tutto è finito. Per quanto mi riguarda, Milosevic ha chiuso. Se l'esercito interverrà contro di voi, noi interverremo contro l'esercito. Glielo abbiamo detto. Anche loro sanno di non avere alcuna possibilità contro di noi. Quindi l'intero esercito non interverrà. Possono intervenire alcune singole unità, ma in quel caso ci siamo noi. Se vi attaccheranno, vi difenderemo".
Queste sue parole sono state per me di grande sollievo, perché era chiaro che stavamo entrando in un periodo di incertezza e rischi.
[...]
Quella notte [tra il 4 e il 5 ottobre] mi sono incontrato con Legija. Tale incontro è stato per me estremamente rischioso, perché ero già nel mirino. Sapevo che Milosevic aveva ordinato di liquidarmi se ci fossero stati disordini. Ma sapevo che l'unico pericolo poteva venire dai "berretti rossi", perché solo loro, in quanto unità organizzata, erano in grado di intervenire in una situazione di battaglia di strada. Questo incontro, quindi, costituiva un rischio, ma dava anche la possibilità di evitare un bagno di sangue. La condizione di Legija era che mi recassi all'incontro da solo, senza scorta. Sono andato da solo. Ci siamo incontrati in un'automobile al di fuori della città. Poi siamo passati da un'auto a un'altra, abbiamo girovagato a destra e a sinistra conversando. Legija ha detto che il giorno dopo avrebbero ricevuto l'ordine di intervenire, ma che lo avrebbero fatto solo se qualcuno avesse sparato sulla polizia senza motivo, oppure se ci fossero stati attacchi contro le caserme o edifici importanti per la sicurezza del paese. Se le dimostrazioni fossero state pacifiche, se non ci fosse stato un uso massiccio delle armi, o episodi singoli di provocatori, loro non avrebbero eseguito l'ordine di intervenire. Io gli ho garantito che non avremmo usato per primi le armi e che non avremmo attaccato le caserme. Allora lui a sua volta mi ha dato la garanzia che i "berretti rossi" non sarebbero intervenuti e non avrebbero eseguito l'ordine. Gli ho chiesto come era la situazione in altri luoghi. Mi ha risposto che le unità speciali SAJ sono completamente sincronizzate con i "berretti rossi" e che, praticamente, 5.500 uomini sono sulla stessa lunghezza d'onda. Mi ha detto, anche, che tutte le unità di polizia che sono state in Kosovo, come i suoi colleghi, avrebbero agito in modo uguale, mentre per quanto riguarda le altre unità, che non sono state in Kosovo, in realtà non valgono niente come formazioni di combattimento e non possono eseguire tale compito, sono poliziotti civili, "polverini", come li chiamano loro, che non sanno fare niente perché non sono stati addestrati a combattere. Ha concluso dicendo: "Io ti garantisco, a nome di tutti coloro nella polizia che sanno come si combatte, che domani non ci metteremo contro di voi".
Tutto questo mi ha un po' tranquillizzato. Devo ammettere, però, che mi sono domandato se tutto quello che Legija mi aveva detto fosse vero, o solo una provocazione. Mi sono chiesto se non fosse solo un tentativo dei servizi segreti di confonderci per coglierci di sorpresa il giorno dopo. Ma tutto quello che Legija aveva detto era esatto.
[...]
Quando è stato preso il Parlamento, abbiamo sentito che intorno alla Televisione si stava sparando, che erano in arrivo bulldozer e stavano per infrangere l'entrata dell'edificio, mentre contemporaneamente su cinque jeep stava arrivando anche un'unità di intervento che sparava in aria avvicinandosi alla Televisione. Erano circa le 15.30. Mi sono sentito rabbrividire, ci sarebbero stati scontri, ho pensato. Ho inviato subito uno degli uomini del servizio d'ordine a vedere costa stava succedendo, chiedendogli di mettermi in contatto con Legija, che era tra quelle unità di intervento. Nei fatti era al loro comando. Dopo mezz'ora siamo venuti a sapere, non da lui, ma da qualcun altro, che erano entrati nella Televisione, avevano effettuato un'ispezione e poi si erano salutati amichevolmente con i nostri, si erano seduti nelle jeep ed erano tornati indietro. Avevano sparato in aria perché Rade Markovic o qualcun altro dei servizi segreti aveva raccontato loro che i dimostranti tenevano 50 poliziotti come ostaggi alla televisione e li stavano uccidendo uno a uno. Avevano ricevuto l'ordine di andare a liberarli. Quando sono entrati nell'edificio della Televisione e hanno visto che non c'erano poliziotti tenuti in ostaggio, non hanno ritenuto loro dovere difendere la Televisione, si sono seudti nelle jeep e sono tornati indietro senza intervenire. Quando si sono ritirati, mi è stato chiaro che non ci sarebbero stati interventi seri, almeno durante quella giornata.
[...]
Dopo alcuni giorni ho parlato con Pavkovic [allora capo di stato maggiore dell'esercito - N.d.T.] e anche lui mi ha detto di avere ricevuto l'ordine di intervenire, attraverso una busta che conteneva una lettera del presidente, con il sigillo e il nastro azzuro presidenziali, e gli era stata portata dal capo della scorta di Mira Markovic, un certo Djordjevic, e che in quella lettera c'era l'elenco di quaranta nomi di cui sei cerchiati che dovevano essere liquidati quella notte. Tra questi nomi c'erano quelli di Kostunica, Covic, Batic, Perisic, Velja Ilic e il mio... Si ordinava all'esercito di svolgere la funzione di unità terroristica. Avevano tutti gli indirizzi. Pavkovic mi ha detto di avere visto perfino il mio indirizzo di Valjevo. Era una vera e propria caccia. Milosevic quella notte aveva ordinato una caccia contro di noi. L'esercito aveva detto che non poteva eseguire l'ordine, perché non rientrava tra i suoi compiti. Allora Milosevic lo ha chiamato per telefono e gli ha detto che voleva che l'esercito andasse a prendere il controllo dello studio a Kosutnjak, per impedire la trasmissione dei programmi di Studio B e della TV Politika. Pavkovic gli ha risposto, almeno così mi ha raccontato, che non lo poteva fare, perché nella televisione c'erano persone armate e l'esercito non poteva occuparsi di una tale operazione. Milosevic a quel punto ha risposto: "Va bene, allora invierò Rade Markovic e Legija affinché lo facciano". Per quanto riguarda Legija, si era rivolto proprio all'indirizzo giusto.
Quella sera decisiva mi sono visto con Legija. Mi ha ripetuto che per loro era tutto finito. Milosevic ormai faceva parte del passato. "Gli ordini che ci ha dato in questi giorni sono criminali, per fortuna nessuno li ha eseguiti, ma lui ha dimostrato di non avere più il diritto di guidare questo popolo e noi nei fatti ci mettiamo sotto il vostro comando fino a quando le istituzioni non saranno ristabilite". Mi ha promesso: "Se l'esercito si muove contro di voi, lo contrasteremo. E adesso glielo dichiarerò, così sapranno che non avranno a che fare solo con gli studenti e i lavoratori, ma anche con noi". Gli ho detto che per noi era sufficiente. E in linea di principio sapevo che in quel caso qualcuno dell'esercito sarebbe entrato in conflitto con le unità speciali.
Ma Legija mi ha anche detto che avevano ricevuto l'ordine di uccidermi la stessa sera sulla strada per Kosutnjak. Quella sera dovevo andare proprio in quello studio per raccontare cosa stava succedendo. Il piano prevedeva che lungo la strada per Kosutnjak un camion mi avrebbe ostacolato, mentre un altro camion, specializzato in queste operazioni, sarebbe passato letteralmente attraverso la mia automobile, causando la morte per schiacciamento. Lo aveva ordinato Milosevic. A giudicare da ogni cosa, era rimasto tutto il tempo in contatto con Rade Markovic, dal quale otteneva tutte le informazioni. E tra di noi avevano chiaramente moltissime persone che li tenevano informati.
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| Data: 18-04-2003 | | Fonte: "Blic News" |
| Autore: Zoran Djindjic |
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