"Un punto di vista antropologico sull'estremismo albanese"

Data: 22-04-2001 Fonte: e alti) settori dell'establishment macedone di fare un salto di qualità ideologico; l'altro razzismo: i macedoni diventano "slavi" ("Dnevnik"
Autore: Dimitar Dimitrov

NOTIZIE EST #431 - MACEDONIA
22 aprile 2001


UN PUNTO DI VISTA ANTROPOLOGICO SULL'ESTREMISMO ALBANESE
di Dimitar Dimitrov - ("Dnevnik", 14 aprile 2001)


[Come abbiamo già fatto nei numeri scorsi, pubblichiamo a titolo documentativo un articolo che dà un'idea di come la "crisi" del marzo scorso abbia consentito ad ampi (e alti) settori dell'establishment macedone di fare un salto di qualità ideologico, in virtù del quale alcune cose che un tempo venivano espresse tra le righe, oggi vengono dette e rivendicate apertamente. Scegliamo ancora un brano dal quotidiano "Dnevnik", fautore della "società aperta" e considerato il più autorevole del paese, che fino a poco fa si distingueva dagli organi di stampa più rozzi, avvezzi già da tempo alle tirate scioviniste. Si tratta di un brano razzista nei confronti degli albanesi, nel quale si sostiene che l'alto tasso di "riproduzione biologica" di questi ultimi porta direttamente al terrorismo e alla criminalità, che gli albanesi sono un problema esterno alla Macedonia (con un abile "cortocircuito" retorico si lascia intendere che provengono tutti o quasi da fuori del paese - un elemento, questo, che è una costante dei vari sciovinismi balcanici), che essi costituiscono una minaccia per la democrazia europea e per la "superiorità" macedone. L'autore dell'articolo non è un personaggio secondario, ma è un alto esponente della burocrazia al potere, essendo l'ambasciatore macedone a Mosca. Per chi conosce un po' la storia della Macedonia, c'è davvero qualcosa di grottesco e insieme tragico nel leggere all'inizio del terzo millennio cose del genere scritte in nome del popolo macedone, che ha vissuto per decenni duramente sulla propria pelle le condizioni di sottosviluppo economico e sociale imposto e di repressione nazionale di cui ora vengono "incolpati" gli albanesi. Anche in relazione a questo ultimo aspetto, segue più sotto una breve nota su un altro fenomeno dalle radici razziste: l'uso giornalistico del termine "slavo" in riferimento ai macedoni - A. Ferrario]

Il concetto di base di questo testo è che l'estremismo albanese è fondamentalmente un'espressione della crisi di civiltà della comunità albanese, cioè che esso ha un carattere immanente, con cause interne a sé, e non nell'Altro. L'Altro può essere uno stimolatore (Tito, Milosevic, Macedonia), un'alibi (Milosevic) o una cartina tornasole/una demistificazione (Macedonia). Questa crisi di civiltà della comunità albanese può essere definita nei termini più generali come un'incoerenza tra il proprio modo interno di vita e la tendenza culturale dominante nei popoli che circondano tale popolazione nell'Europa Sud-orientale alla fine del secondo e all'inizio del terzo millennio. Da parte sua, l'incoerenza ha in primo luogo il carattere di problema demografico, con molte implicazioni sul piano interno e su quello esterno. E il problema demografico può essere definito come un modello di doppia asimmetria: in primo luogo, un'asimmetria tra il livello di natalità e il grado di sviluppo materiale-culturale della popolazione albanese; in secondo luogo, un'asimmetria tra la natalità degli albanesi e la natalità degli altri popoli della regione. L'autorevole pubblicista britannico Brailsford, che ha scritto il libro "Macedonia" (1906) ed è stato membro della Commissione d'inchiesta Carnegy del 1913 sulle Guerre balcaniche, ritiene che gli albanesi siano "recenti invasori" ("recent invaders") dello spazio vitale macedone. Mezzo secolo dopo questa testimonianza di Brailsford, i censimenti della popolazione constatavano una tale aritmetica della crescita della popolazione albanese nella Repubblica di Macedonia in confronto al rispettivo livello della popolazione macedone, turca e serba. La galoppante crescita biologica della popolazione albanese non può essere sostenuta adegutamente dallo sviluppo economico di quest'ultima. Per tale motivo, questa crescita implica necessariamente la produzione di miseria e povertà, di una stratificazione economica e sociale rigida, unitamente a un'espansione sul territorio, alla desistenza da ogni creatività, alla criminogenità e all'aggressione latente. Contrariamente al metodo del riduzionismo politico del pensiero albanese, che attribuisce forzatamente all'altro la causa del male, adducendo il motivo della "ineguaglianza" e della "discriminazione", da un tale punto di vista, antropologico, il generatore fondamentale del male è la già menzionata asimmetria. Una famiglia con molti figli e poco patrimonio, una comunità famigliare allargata, l'intera comunità albanese, non possono disporre delle condizioni di vita indispensabili per una socializzazione positiva delle nuove generazioni e per un livello soddisfacente di qualità della vita. Una puerpera che ha già molti figli, trattata ingiustamente, genererà con ogni nuovo parto ineguaglianza e discriminazione. Una tale intensa riproduzione biologica non può essere adeguatamente sostenuta da una (ri)produzione economica, con un alloggio, con programmi sociali, educativi, culturali, sportivi, ricreativi, con la creazione di un profilo professionale che termini con un'occupazione e con un'età produttiva. Senza un tale sostegno, l'intensa riproduzione biologica condiziona necessariamente lo stile di sopravvivenza - occupazione di uno spazio chiuso da muri e tetti; agonia architettonico-urbanistica; discriminazione sessuale dalla nascita alla morte; l'aspirazione a modelli esoterici, trascendentali di educazione e cultura nell'ambito dell'etnos; una storiografia ideologizzata e romantica funzionalizzata alla conquista di nuovi spazi per gli albanesi nella sfera geografica e politica; la predisposizione all'anomia, all'economia illegale, alla criminalità; una forte tendenza all'emigrazione. Prima di passare all'aspetto relativo e comparativo della crisi di civiltà della comunità albanese, va detto ancora che a differenza del passato, la mortalità dei neonati è stata praticamente eliminata grazie all'attuale organizzazione sanitaria esistente in Macedonia e che, inoltre, la riproduzione biologica non (auto)controllata degli altri popoli balcanici, caratteristica del modello patriarcale e accompagnata da una scienza medica non ancora sviluppata, è cessata ormai da generazioni, unitamente a tale modello.

Tali fatti contribuiscono a fare sì che la divergenza tra i due modelli di civiltà acquisti il carattere di uno scontro drammatico fino a trasformarsi in estremismo e terrorismo, accompagnati da minacce di migrazioni tattiche e strategiche retrograde di tipo geopolitico ed etnico, che costituiscono in prospettiva un pericolo per i sistemi delle comunità nazional-politiche confinanti - sia per quelle della regione più ampia che, in unltima istanza, per il sistema della democrazia europea. Per un fatto inevitabile, in un determinato spazio geopolitico detto Repubblica di Macedonia, una minoranza (quella albanese) ha raddoppiato in 40 anni la propria partecipazione percentuale alla popolazione complessiva dello stato; un'altra minoranza (quella turca) ha ridotto la propria partecipazione percentuale di un quarto; una terza minoranza (quella serba) la ha diminuita di mezzo punto percentuale; mentre il popolo maggioritario (quello macedone) è rimasto allo stesso livello. Va ricordato, oltre a ciò, che nella Convenzione-quadro [della UE] per la difesa dei membri delle minoranze si avvisano gli stati di non intraprendere misure mirate alla modifica/diminuzione della partecipazione delle minoranze al numero complessivo della popolazione dello stato. Quali messaggi provengono, per la Macedonia, da questo conflitto tra la statistica e la filosofia europea dei diritti dei membri delle minoranze? Se si deve parlare di ineguaglianza e discriminazione, non si ci può riferire in alcun modo alla minoranza albanese. Ciò può valere in primo luogo per la minoranza turca, e quindi le parole e lo spirito della Convenzione-quadro accusano implicitamente e post-festum l'ex potere comunista jugoslavo di discriminazione nei confronti di tale minoranza, che per la maggior parte si è trasferita in Turchia, trascinando con sé anche macedoni di religione islamica. Ciò, inoltre, può valere per la popolazione di maggioranza (e, naturalmente, anche per la minoranza serba, statisticamente marginale) - un fatto che crea una situazione senza precedenti, non prevista dalla Convenzione-quadro: la tendenza a un disequilibrio etnico a favore di una minoranza (quella albanese) a danno delle altre minoranze (quella turca e quella serba) e della popolazione di maggioranza (macedoni).

La spiegazione della tendenza illustrata nega come mito ideologico la tesi secondo cui l'attuale "ineguaglianza" e "discriminazione" degli albanesi in Macedonia è una conseguenza del comunismo. Al contrario, il comunismo può essere accusato di avere prodotto l'ineguaglianza e la discriminazione della minoranza turca e del popolo macedone. Se nello sfruttamento delle risorse della singola sfera geopolitica della Repubblica di Macedonia in 20 anni si è potuta ampliare la quota della minoranza albanese, tale matematica parla di una chiara e innegabile suddivisione delle summenzionate risorse a favore di tale minoranza. Tradotto in lingua etnica, ciò costituisce un'ingiustizia; tradotto in lingua politica - un'invasione di tale sfera, un'aggressione e una discriminazione (nei confronti del popolo macedone e delle altre minoranze). L'evidente compatibilità, nel caso della comunità albanese, tra il sistema comunista e il fattore demografico, documentata dalla statistica, ha il suo proseguimento in un riflesso inconsistente, contraddittorio all'interno del pensiero albanese, nel quale si può individuare ora tragicismo, ora demagogia. Ricordiamo, per un raffronto, che nonostante si dicesse che il comunismo fosse superiore, si assistiva un afflusso/travasamento di popolazione dall'Est all'Ovest, nel caso delle due Germanie, per esempio, da quella orientale a quella occidentale, da Berlino Est a Berlino Ovest. Nel nostro caso, quello macedone-albanese, abbiamo questa situazione: da una parte, la tesi dei leader albanesi secondo cui gli albanesi in Macedonia sono autoctoni, dall'altra, la forte insistenza per una liberalizzazione delle condizioni di idoneità per la cittadinanza albanese; da una parte, la tesi della "ineguaglianza" e della "discriminazione", dall'altra la fuga/emigrazione degli albanesi dal Kosovo e dall'Albania in Macedonia! Queste contraddizioni possono essere comprese e rese intelliggibili se si tiene conto del presupposto della volontà umana (dei leader albanesi) che gli albanesi si insedino in Macedonia per vivere bene al suo interno. Lo stesso fatto del trasferimento volontario da un luogo all'altro, dà in primo luogo a tutto questo il carattere di cacotopia (cattivo luogo), in secondo luogo, il carattere di utopia (luogo buono, desiderabile). Vale a dire che coloro i quali immigrano in Macedonia dal Kosovo e dall'Albania, hanno "dichiarato" facendo ciò che la Macedonia per loro è la terra promessa, la salvezza, e che in Kosovo e Albania non si può vivere. Se per il Kosovo, con il metodo del riduzionismo politico, potrebbe anche essere comprensibile una tale connotazione negativa (in considerazione del ruolo storico di Milosevic), come è possibile comprendere il caso dell'Albania, lo stato madre degli albanesi, che non è né sotto l'occupazione serba, né sotto quella albanese, e dalla quale si fugge in una volontaria "ineguaglianza" e "discriminazione"? Lo si capisce sulla base del concetto di partenza di questo testo, secondo cui il problema albanese è di carattere immanente. Gli albanesi si salvano con la fuga dalla miseria del Kosovo e dell'Albania, si insediano in Macedonia e alzano la voce contro la "ineguaglianza" e la "discriminazione", chiedendo diritti umani! E' evidente che essi non fanno più il confronto con i propri connanzionali del Kosovo e dell'Albania, bensì con i macedoni! Con l'applicazione di questo stesso riduzionismo ad absurdum - astraendo dalla natalità, dalla durata della permanenza in Macedonia, dal proprio apporto a essa - dichiarandosi favorevoli all'europeizzazione e alla democratizzazione, formano, nella democrazia macedone, dei partiti politici albanesi; in Macedonia, rifiutano l'identificazione nazionale macedone, ammessa/sanzionata dalla Costituzione (di fronte alla quale tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica, religiosa, linguistica ecc. sono uguali) e dalla Convenzione-quadro (secondo la quale i membri delle minoranze hanno il diritto di identificarsi direttamente con lo stato nel quale vivono); inoltre, non accettano lo status di minoranza e i diritti speciali che derivano dall'appartenenza a una minoranza, prescritti dalla Costituzione e dalla Convenzione-quadro - richiedono parità collettivistiche in tutti i campi, sostituendo/annullando in tal modo i principi della stratificazine sociale, dell'economia di mercato e del sistema politico; infine, richiedono lo status di nazione costituente, la federazione, la democrazia consensuale, la separazione, la liberazione dall'occupazione macedone - una serie di varianti retoriche dell'idea grande-albanese, dietro alla quale si sono strategicamente schierati sia i leader albanesi, sia i criminali/terroristi albanesi, mantenendo una differenza di tattica tra di loro: con il dialogo politico attraverso le istituzioni del sistema, oppure scavando trincee, uccidendo gli "occupatori", conquistando militarmente territorio macedone.

Nessun soggetto politico macedone ha espreso alcuna riserva nei confronti delle richieste dei terroristi; è emerso un nuovo partito politico, che ha inserito tali richieste nella propria piattaforma programmatica; un partito parlamentare ha sospeso la propria partecipazione ai lavori del Parlamento; il deputato di un partito che fa parte del governo della Repubblica di Macedonia ha deciso di diventare soldato dell'Esercito di Liberazione Nazionale; il suo partito, per non rimanere indietro rispetto ai partiti "albanesi" di opposizione, chiede allo stesso modo con linguaggio "europeo" che cominci immediatamente il dialogo, oggettivamente con lo stesso programma che i terroristi hanno proclamato con il linguaggio delle armi. Una tale dose di concordanza strategica rende plausibile il pensiero che anche il terrore sia stato concordato come mezzo di convincimento. La condanna formale dei metodi dei comandanti e soldati "autonomi" dell'Esercito di Liberazione del Kosovo, con la contemporanea solidarizzazione e il sostegno ai loro obiettivi strategici, assomigliano eccessivamente allo scenario di un copione troppo sporco. Così, il desiderio umanamente comprensibile degli albanesi di insediarsi in Macedonia e di vivere bene al suo interno, si trova ad affrontare una nuova difficoltà logica.

La prima domanda alla quale bisogna rispondere è a cosa si deve, e chi ha il merito della relativa superiorità della Macedonia rispetto al Kosovo e all'Albania? Questa superiorità è dovuta, presumibilmente, ai macedoni - al popolo che ha creato lo stato macedone, che, tra le altre cose, nel corso della Seconda guerra mondiale ha combattuto anche contro un fronte albanese ("Balli kombetar") nelle aree occidentali delal Macedonia, e che per questi motivi è un popolo creatore di stato ("drzavotvoren"). E' dovuta al suo contributo di civiltà protrattosi nel corso di una tradizione secolare e millenare, al suo amore per la vita, alla sua cura per la natura, alla lavorazione della terra, all'artigianato, alle sue capacità di modellare e costruire. Ne consegue logicamente che la migliore vita di cui godono gli albanesi in Macedonia implica la loro partecipazione al godimento dei beni macedoni (che dal punto di vista macedone rappresenta un sequestro o un'invasione, una diluizione di ciò che è macedone in ciò che è albanese, vale a dire un'albanizzazione). Già a questo livello si crea un ostacolo per la qualità di relativa superiorità della Macedonia. Quando l'espansione demografica-geografica-economica-sociale aumenterà fino a diventare un'espansione politica e prenderà la forma della richiesta di trasformazione della Macedonia (di parte di essa) in Albania, allora verrà intaccata proprio tale superiorità, quella che distingua la Macedonia come terra promessa rispetto al Kosovo e all'Albania quali luoghi in cui non si può vivere. Si apre la "prospettiva" di un suo livellamento con il Kosovo e l'Albania, vale a dire di una sua negazione (come modello europeo e di civiltà, ivi incluso come stato di diritto). L'accettazione di questa "prospettiva" come risposta al problema albanese costituirebbe una grande sconfitta di civiltà e strategica. Ciò non farebbe altro che aprire la questione macedone, mentre non chiuderebbe quella albanese. Innegabilmente, poiché la Macedonia non è la causa del problema albanese, essa non può esserne nemmeno la soluzione. In presenza del modello asimmetrico di civiltà della comunità albanese, che abbiamo descritto, non solo l'occupazione di una parte della Macedonia, ma nemmeno l'albanizzazione dell'intera Macedonia renderebbe più felici gli albanesi. Al contrario, ciò aumenterebbe ulteriormente l'elemento negativo e causerebbe un'espansione geografica e politica ancora più minacciosa. Il Kosovo, infine, potrebbe essere un ammonimento sufficiente in tal senso. Per questi motivi, l'approccio di alcuni consiglieri del paese, che accettano essi stessi il metodo del riduzionismo politico e raccomandano in tutta fretta alla Macedonia, in pratica, di accettare le richieste dei terroristi albanesi (sconfitti!), non può che suscitare scherno, rivolta e dolore.

(L'autore è ambasciatore della Repubblica di Macedonia a Mosca)


L'ALTRO RAZZISMO: I MACEDONI DIVENTANO "SLAVI"

Con l'esplodere della crisi in Macedonia si è potuto rilevare nei media un uso massiccio, pressoché senza eccezioni, dei termini "slavi" e "slavo-macedoni" per indicare le persone di nazionalità macedone. Lo hanno fatto giornali e media di ogni tipo: occidentali e balcanici, autorevoli e scandalistici, di sinistra e di destra. L'impiego di questo termine, che a prima vista potrebbe sembrare innocuo, ha un suo pesante significato politico. E' un'espressione diretta delle tesi scioviniste di lunga data sull'inesistenza di una nazionalità macedone, sulla necessità di una tutela degli "slavi di Macedonia" da parte dello stato serbo, bulgaro, greco o addirittura, vista la presunta indeterminatezza della loro coscienza nazionale, sul diritto degli stati confinanti a occuparne le terre. L'impiego di questo termine ha dietro di sé un secolo di incredibili violenze, sopraffazioni e repressioni - il suo impiego, ieri come oggi, è inerentemente razzista, perché tende a negare ai macedoni un'identità nazionale che è una realtà da lungo tempo, cioè li considera, in un certo modo, una nazione "adolescente" che, anche se non deve essere "salvata da se stessa" come affermava di recente degli albanesi il "Guardian", deve essere comunque tutelata da nazioni "adulte". Un italiano può provare a farsi un'idea dell'effetto che fa ai diretti interessati l'impiego di questo termine, provando a immaginarsi un'Italia vittima per decenni di occupazioni e repressioni da parte, che ne so, di una Spagna e una Francia che considerassero gli italiani come in realtà spagnoli o francesi, nella quale oggi i giornalisti parlassero di una popolazione "latina" o "latino-italica". L'impiego del termine "slavo" da parte di politici o accademici di Belgrado o di Sofia non sorprende, mentre invece lascia stupefatti il suo massiccio impiego da parte dei giornalisti occidentali. E', a suo modo, una testimonianza della superficialità con cui molti di essi lavorano, della disponibilità di fatto ad assecondare i giochi politici e, non ultimo, della scarsa considerazione per le popolazioni sulle quali fanno "informazione". A nessuno di tali giornalisti, infatti, è venuto in mente di provare a chiedere ai diretti interessati come si identificano - se lo avessero fatto, dubito che avrebbero ottenuto anche solo in un caso su centomila la risposta "slavo(a)" (A. Ferrario).


Data: 22-04-2001 Fonte: e alti) settori dell'establishment macedone di fare un salto di qualità ideologico; l'altro razzismo: i macedoni diventano "slavi" ("Dnevnik"
Autore: Dimitar Dimitrov