"La sindrome di Pinocchio e la sindrome del pompiere"

Data: 25-06-2001 Fonte: "Notizie Est"
Autore: Andrea Ferrario

L'Italia e i Balcani


NOTIZIE EST #452 - ITALIA/BALCANI
25 giugno 2001


LA SINDROME DI PINOCCHIO E LA SINDROME DEL POMPIERE
commento di Andrea Ferrario


Mentre la maggior parte dei media italiani si occupa dei Balcani soprattutto nei momenti in cui crisi acute sono in atto, con vistosi vuoti quando invece non vi è nulla che "faccia la notizia", c'è un quotidiano, in Italia, che ai Balcani dedica da anni in media uno o due articoli al giorno, spesso anche ampi. Se si aggiunge che il quotidiano, cioè "Il Manifesto", è il punto di riferimento informativo della sinistra anticapitalista italiana, se ne potrebbe concludere che si tratta di una cosa di cui ci si può solamente rallegrare. In realtà, la quantità non sempre fa la qualità e, purtroppo, da questo punto di vista il panorama offerto dai materiali pubblicati dal "Manifesto" su Kosovo, Macedonia e Jugoslavia, è veramente desolante. Va subito aggiunto che l'osservazione riguarda soprattutto gli scritti del caporedattore esteri, Tommaso Di Francesco, che da tempo copre quasi da solo i tre paesi di cui sopra. Non ci soffermiamo qui sull'impostazione della lettura delle vicende balcaniche, che riprende, a volte rendendoli ancora più rozzi, molti dei luoghi comuni più superficiali che hanno corso a sinistra (ma spesso anche a destra), dalla visione cospirazionista, a quella "criminalistica", la cui critica merita uno spazio ben più ampio e una sede diversa da una mailing-list a conduzione individuale. Purtroppo, però, la volontà di fare passare tale visione ideologica, che il più delle volte fa a pugni con la realtà, forza spesso la mano alla redazione esteri fino al punto di portarla a pubblicare delle vere e proprie falsità mirate. E' avvenuto per esempio in tempi recenti, nel momento in cui la tensione era salita al massimo in Macedonia. Per esempio, il 10 giugno Di Francesco riferiva che l'UCK aveva occupato il villaggio di Aracinovo, nei pressi di Skopje, affermando che "tutti gli slavi [sic] hanno abbandonato le proprie case che sono state saccheggiate dalle milizie albanesi": a parte l'uso improprio (e razzista) di slavi invece di macedoni, nemmeno i giornali macedoni più nazionalisti e "in divisa" hanno parlato di case saccheggiate ad Aracinovo, un particolare che evidentemente è frutto della fantasia del giornalista (che tra l'altro non è sul posto). Nel medesimo articolo, Di Francesco parla degli agguati mortali dell'UCK "a decine e decine di soldati macedoni (sia slavi che albanesi). I morti sono ormai centinaia" - in realtà il numero è esattamente di 26. Una delle bugie più clamorose e deliberate Di Francesco la scrive il 15 giugno, quando afferma che "le milizie dell'Uck" hanno chiesto l'intervento della NATO (vero: come garante di un piano di pace) e che invece "il presidente Trajkovski ha chiesto ufficialmente l'invio dei caschi blu e l'invio di una missione Onu per mediare con l'Uck e disarmarlo". Si crea così una contrapposizione inesistente tra un Trajkovski "buono" favorevole all'ONU e alle trattative e un UCK "cattivo" che rifiuta le trattative e chiede l'intervento NATO: Trajkovski in realtà non ha **mai** chiesto l'intervento dell'ONU, un'affermazione inventata da Di Francesco, mentre ha chiesto, proprio come l'UCK, quello della NATO; inoltre, Trajkovski (a differenza dell'UCK) ha sempre nettamente rifiutato ogni trattativa, diretta o attraverso mediatori internazionali, con quelli che continua a definire "terroristi" - anche su questo punto Di Francesco mente. Va poi notato l'uso ossessivo dei termini, come quello di "miliziani", il quale, quando non si parla dei tempi antichi, fa pensare subito a formazioni fasciste, specie qui in Italia. Sulle pagine del "Manifesto" i guerriglieri dell'UCK sono sempre e solo "miliziani", tant'è che a una verifica risulta che dal 1 febbraio al 15 giugno, cioè in circa 115 numeri del giornale, i termini "miliziani albanesi" e "milizie dell'UCK" ricorrono complessivamente ben 201 volte!

Oltre alla crisi in Macedonia, c'è stato negli stessi giorni anche il caso imbarazzante (per la redazione esteri del "Manifesto") di tutta la faccenda dei camion frigoriferi e delle fosse comuni scoperte nei pressi di Belgrado e altrove, che si presuppone contengano corpi di vittime albanesi uccise dalle forze serbe in Kosovo. Della faccenda si parla in Serbia dal 3 maggio: ne hanno riferito in prima pagina, con decine e decine di articoli, tutti i principali giornali serbi, da quelli filogovernativi, come "Politika", a quelli di opposizione, come "Danas", a quelli nazionalisti, come "NIN", a quelli serbo-bosniaci come "Reporter" e altri ancora - è stata, insomma, la principale notizia in Serbia per un mese. Il "Manifesto", nonostante la sua assidua attenzione per l'area non ne ha mai parlato fino al 7 giugno, giorno in cui è rimbalzato anche sulla stampa italiana l'annuncio della probabile presenza (ancora tutta verificare) di 800-900 cadaveri in tali fosse e tutta la questione dei cadaveri scomparsi dal Kosovo e trasportati in Serbia non poteva più esserre ignorata. In questo caso, la "sindrome di Pinocchio" di cui si è parlato sopra, si è trasformata in una "sindrome del pompiere". L'8 giugno compaiono sul "Manifesto" due articoli ad hoc sull'argomento. Nel primo, Di Francesco scrive, con incredibile cinismo, quanto segue: "Che sta accadendo? Due le certezze. La prima è che ora le fosse dovranno saltare fuori comunque. E allora già si parla a Belgrado di uno strano 'traffico di corpi' del famoso, ma ancora non provato, 'camion della morte' o container, con presunti '86 corpi di civili e combattenti dell'Uck', affondato nel Danubio. Quei corpi - ma nessuno sa se sono davvero 86 - ora starebbero viaggiando per essere sepolti - non pietosamente - per allestire la 'fossa tempista'". Di Francesco scrive "si parla a Belgrado", ma chi, domandiamo, ne parla visto che di quanto afferma non si trova traccia sulla stampa serba? Forse lo ha letto in qualche comunicato del SPS, cioè del partito di Milosevic? I mezzi di comunicazione serbi hanno in realtà trattato con prudenza, ma con la dovuta serietà, una vicenda ancora da chiarire e sulla quale tuttavia esistono ormai decine di testimonianze incrociate dalle fonti più disparate. Inoltre, egli usa il termine "già", come se tutta la questione fosse saltata fuori solo ora, cosa che si può permettere perché i lettori del "Manifesto" sono stati tenuti all'oscuro della vicenda per più di un mese. Anche in questo caso, va notato per inciso, ricorrono le tecniche della ripetizione come metodo di insinuazione/convincimento: il 7 giugno Di Francesco scrive che ad annunciare la notizia è stato "il settimanale scandalistico Nedelnj Telegraf, ripreso dall'agenzia Beta e dall'Ansa, ma significativamente non dalla Reuters né dall'Ap" e l'8 giugno si ripete, con qualche variazione - "Dà queste 'quasi-informazioni' l'Ansa, ma non è uscito un solo rigo dalla Reuters e dall'Ap e dalla France Presse". Si tratta di un particolare del tutto insignificante e per correttezza andrebbe detto che l'AP, la France Presse e la Reuters nel mese di maggio e fino a quei giorni avevano seguito costantemente, senza tenerli nascosti come il "Manifesto", gli sviluppi della questione dei corpi trafugati dai camion frigoriferi.

Insieme all'articolo di Di Francesco sul "Manifesto" compare lo stesso giorno un articolo di Sandro Provvisionato, una persona dal ruolo importante nell'impero mediatico di Berlusconi, essendo non un "semplice" giornalista del TG 5, come si segnala nell'articolo, bensì il caporedattore della principale testata giornalistica del neo-premier. Il TG 5, va tenuto presente, è una testata che si è particolarmente distinta nell'alimentare l'isteria nei confronti degli immigrati albanesi e in generale balcanici (per esempio nel caso di Novi Ligure). Provvisionato racconta di una fossa comune ritrovata in Kosovo il 15 giugno '99, a Ruckhat, di cui aveva già riferito nel suo libro "UCK: l'armata dell'ombra" (pagg. 162-163). Secondo quanto riferisce il giornalista, la fossa mostrata quel giorno ai giornalisti da albanesi dell'UCK sarebbe un falso: lo scheletro di una delle quattro vittime sarebbe troppo scarnificato e secondo l'opinione di un anatomopatologo del contingente italiano di Pec, che ha visionato esclusivamente i filmati della troupe del TG 5, si tratterebbe del resto di una persona deceduta molti mesi prima, forse addirittura un anno. Ai giornalisti, tuttavia, erano state date anche le testimonianze dei famigliari delle vittime e mostrati i resti bruciati di altri uccisi. Successivamente Provvisionato, secondo quanto scrive, decide di tornare in auto sul luogo della fossa comune e sul tragitto nota dalla sua vettura, "in aperta campagna" (non si precisa dove) un piccolo cimitero con fosse scavate di fresco e bare aperte, ma vuote. Insomma, il giornalista "capisce subito l'imbroglio" e cioè che "quelle ossa, quello scheletro, quel teschio erano stati esumati da un normalissimo cimitero e spostati di qualche chilometro". Qui la "sindrome del pompiere" è più che evidente: il caso citato da Provvisionato, che si vuole fare apparire autorevole, dovrebbe servire a rendere "dubbio" il caso delle fosse comuni scoperte ora in Serbia e, in generale, l'autenticità di tutte le fosse e di tutti gli eccidi (e d'altronde, nel suo libro Provvisionato aveva inserito questo episodio a conferma delle sue tesi sull'inautenticità del massacro di Racak - quindi, il caso limitato e isolato di Ruckhat va bene per tutte le stagioni) .

Riguardo all'articolo di Provvisionato c'è da osservare quanto segue: 1) egli in sostanza, vista la scarsità degli elementi, chiede un atto di fiducia nei confronti di quanto scrive. E' veramente difficile dargliela: oltre alla sua posizione in una testata come il TG 5, il giornalista è autore di un libro preconcetto proprio sugli albanesi e l'UCK (si veda l'incredibile superficialità con cui vengono acriticamente riciclate nel volume tutte le disinformazioni dei grandi media sul caso di Racak e sulle vittime della guerra in Kosovo) nel quale per esempio si citano dati che si afferma tratti da documenti nei quali poi, a una verifica, non vi è affatto scritto quanto afferma Provvisionato - una mancanza di correttezza sconcertante (si veda a proposito la documentazione raccolta da Ilario Salucci nel suo ottimo articolo "Kosovo, primavera 1999" - http://www.ecn.org/balkan/0009kosovaprimavera99.html). 2) Tutto si basa su un solo scheletro troppo scarnificato su un totale di resti di quattro vittime nella fossa e di un numero indefinito di altre i cui resti si trovano, bruciati, su un'aia. L'anatomopatologo (di cui Provvisionato non cita nemmeno il nome) ha formulato le sue conclusioni unicamente sulla base di un filmato, senza avere visitato il luogo del ritrovamento, senza avere verificato le condizioni dei resti delle altre vittime: non vi è bisogno di essere degli esperti in criminologia per rendersi conto che si tratta di una testimonianza tutta da verificare e che non fa assolutamente testo. Sulla totale inaffidabilità delle testimonianze dei membri del contingente italiano della NATO abbiamo inoltre raccolto documentazione sufficiente e dettagliata nel nostro articolo sul caso di Ljubenic (http://www.ecn.org/est/balcani/kosovo/kosovoc132.htm). 3) L'altro elemento è quello del cimitero "in aperta campagna": nel suo articolo, che non è breve, Provvisionato non ci dice nemmeno dove si trova esattamente, non scende dall'auto per verificare più da vicino, non interroga gli abitanti locali, non si preoccupa di fare alcuna verifica - cioè non fa nulla di quanto dovrebbe fare qualsiasi giornalista che faccia scrupolosamente il proprio mestiere. Inoltre, nel suo libro, aveva raccontato il medesimo episodio affermando sempre che si trattava di un imbroglio con il quale altri cadaveri erano stati trasportati nella fossa, ma senza menzionare il cimitero. 4) Questo caso isolato, privo di fatti verificati, dovrebbe servire come esempio sufficiente a "mettere in dubbio" - dubbi che invece Provvisionato non si pone nemmeno per un istante laddove non averne risulta conveniente alle sue tesi preconfezionate.

Abbiamo noi stessi invitato alla prudenza sulla storia delle fosse comuni trovate a Belgrado. Dalla coincidenza con le lotte intestine tra esercito e ministero degli interni (cioè lotte intestine tra fazioni DOS) e con le divergenze relative alla legge sulla collaborazione con l'Aia, fino alla segretezza con cui vengono condotte le operazioni di scavo, tutto invita a essere prudenti riguardo al caso specifico (ma non solo nel senso che intende il "Manifesto": potrebbe esserci ancora un bis di Ljubenic, con il quale un giornale scandalistico grida ai 1.000 corpi per poi dopo potere dire che erano "solo" alcune decine). Per quanto riguarda invece la vicenda dei camion frigoriferi, le testimonianze e le conferme sono molto più sostanziose e su di essa il "Manifesto" ha scelto il silenzio fino a quando non è stato costretto a parlarne. Il dubbio e la prudenza sono una cosa positiva e doverosa, quando sono finalizzati a una ricostruzione dei fatti il più possibile corretta (e da questo punto di vista l'articolo di Provvisionato fa acqua da tutte le parti). Sono invece un'arma di disinformazione quando sono privi di basi verificate e mirano esclusivamente ad annicchilire il lettore spingendolo a dirsi: "non potrò mai sapere nulla di preciso". E' questa posizione che piace molto ai grandi poteri, i quali nel suo contesto possono muoversi a piacere, con cambiamenti di fronte e, addirittura, smentite ad hoc di se stessi a seconda dell'interesse contingente, come abbiamo largamente documentato nella serie di materiali sulla disinformazione relativa alle vittime della guerra in Kosovo. Questo utilizzo "nichilistico" del dubbio, tra le altre cose, permette ai burocrati dell'informazione di gestire nel contesto di cui sopra il proprio spazio di potere (perché tale è), non come professionisti della notizia, ma come sacerdoti addetti a vuoti riti mediatici, che tornano utili esclusivamente ai grandi poteri, anche quando tali riti vengono presentati sotto il manto della "controinformazione". Solo che, se questi riti si svolgessero sui grandi media legati a tali poteri, si potrebbe considerare la cosa come tutto sommato scontata - non così è, invece, quando ciò avviene sulle pagine del principale quotidiano della sinistra alternativa italiana.


NOTIZIE EST - PRECISAZIONI DI SANDRO PROVVISIONATO
5 luglio 2001

Ho ricevuto, con preghiera di pubblicazione, la seguente lettera di Sandro Provvisionato, che fa riferimento al numero 452 del 25 giugno 2001 di "Notizie Est" e che pubblico volentieri qui sotto integralmente, facendola seguire da una mia risposta.

Andrea Ferrario


LETTERA DI SANDRO PROVVISIONATO

Credo fermamente che la necessità di denunciare i falsi e i tentativi di manipolare l'informazione sia un dovere sacro di qualsiasi giornalista, così come sia un diritto quello di denunciarli.

Mi riferisco a quanto sostiene Andrea Ferrario a proposito di un articolo da me scritto l'8 giugno, contemporaneamente, per i quotidiani "Il Manifesto" e "Liberazione", articolo in cui denunciavo nuovamente (l'ho avevo già fatto sul mio libro "UCK: l'armata dell'ombra") il falso della fossa comune di Ruckhat e le manipolazioni in cui è molto abile l'Esercito di Liberazione del Kosovo.

Rispetto a quanto ho raccontato ho poco da aggiungere perché le cose sono andate esattamente come le ho raccontate.

Ma Ferrario, con la solita abilità di chi – non essendo mai stato sul campo - non sa opporre argomentazioni, mi accusa di manipolazione, insinuando il dubbio che è sempre padre del sospetto e della diffamazione.

Vado per punti.

1) Io sarei "una persona dal ruolo importante nell'impero mediatico di Berlusconi" e lavorerei per una testata, il Tg5, "che si è particolarmente distinta nell'alimentare l'isteria nei confronti degli immigrati albanesi e in generale balcanici (per esempio nel caso di Novi ligure)".

La falsità di quest'ultima affermazione la lascio giudicare a chi segue il Tg5. Su Novi ligure il Tg5, come tutte le altre testate, ha riferito quanto la giovane Erika aveva denunciato ai carabinieri - prima che fosse scoperto il suo ruolo nella tragica vicenda – e lo ha fatto come al solito senza alcun atteggiamento preconcetto.

Circa l'accusa – ben più subdola – che io lavoro per "l'impero mediatico di Berlusconi", il Tg5 si è sempre distinto come testata autonoma ed indipendente. Piuttosto brucia ancora alla faziosità filo-albanese di Ferrario il fatto che fin dall'inizio dei bombardamenti della NATO sui Balcani – e poi ancora dopo quando centinaia di migliaia di profughi sono stati abbandonati a loro stessi nel nord dell'Albania, dove io ero presente, per tradurre le loro sofferenze in immagini forti atte a giustificare l'intervento occidentale - il Tg5 sia stata l'unica testata a denunciare l'assurdità della cosiddetta "guerra umanitaria" che altro non è stata se non un deliberato atto di aggressione alla Serbia, teso anche a coprire i biechi maneggi della Albright e di Holbrooke con Milosevic ai tempi della spartizione della Bosnia.

2) Ferrario mi accusa di non aver precisato dove ho trovato il cimitero campestre con le tombe scavate di fresco e le bare aperte, ma vuote. Se avesse letto bene, avrebbe capito che il cimitero era "a pochi chilometri" dalla fossa comune di Ruckhat.

A quanti chilometri? Mi spiace per Ferrario ma non li ho contati, potevano essere quattro, come cinque, o forse quattro chilometri e 800 metri. Cosa cambia?

Se un giorno Ferrario abbandonerà la sua comoda poltrona davanti al computer per andare a Ruckhat – se non lo sapesse si trova in Kosovo, a una ventina di chilometri (anche qui non so essere esatto) da Pec - potrà contare, con esattezza maggiore della mia, la distanza esatta che intercorre tra il cimitero agreste e la falsa fossa comune.

3) Ferrario mi accusa ancora di non citare il nome dell'anatomopatologo del continegnte italano in Kosovo.

Mi spiace per lui, ma ho perso gli appunti e non ricordo quel nome. Ma glielo farò sapere anche perché l'intervista che gli feci fu trasmessa dal Tg5 con tanto di nome e cognome. Non appena avrò tempo di frugare negli archivi del Tg5 gli manderò la cassetta completa, così potrà soddisfare la sua puntigliosa (e legittima) curiosità.

4) Scrive l'ottimo Ferrario, sempre magnificamente assiso dietro al suo computer: "L'altro elemento è quello del cimitero "in aperta campagna": nel suo articolo, che non è breve, Provvisionato non ci dice nemmeno dove si trova esattamente, non scende dall'auto per verificare più da vicino, non interroga gli abitanti locali, non si preoccupa di fare alcuna verifica – cioè non fa nulla di quanto dovrebbe fare qualsiasi giornalista che faccia scrupolosamente il proprio mestiere.

Accettare lezioni di giornalismo da Ferrario è l'ultima cosa che mi sarei aspettato nella vita, ma tant'è. Se il cimiero è in aperta campagna, con quali abitanti del luogo avrei dovuto parlare? Con altri abitanti del cimitero? Temo che non avrebbero risposto. Chi dice a Ferrario che non sono sceso dall'auto. Cosa ho fatto, secondo lui, ho osservato la scena con un binocolo? Che altre verifiche avrei dovuto fare, oltre a prendere nota di vecchie casse da morto fradicie, aperte e senza cadaveri?

5) E veniamo alle tesi preconfezionate di cui Ferrario è maestro.

Nel caso di Ruckhat ho fatto solo il mio mestiere di giornalista. Se Ferrario sa farlo meglio, si accomodi. Aspettiamo tutti con ansia suoi reportage e suoi libri sui Balcani. Io ho denunciato ciò che avevo visto con i miei occhi, trovando conferma da un medico non qualsiasi, ma da un esperto.

Concludo con le manipolazioni di cui Ferrario mi accusa anche a proposito del mio libro. E' mai stato Ferrario a Racak? No. A Ferrario ottimo e scrupoloso giornalista, sono bastate le parole di William Walker, vero esempio di democratico, se si escludono le sue responsabilità in qualche massacro autorizzato in centro america.

Il filo interventismo accieca a tal punto il buon Ferrario da fargli dimenticare che la Nato e il dipartimento di Stato americano avevano denunciato 100 mila morti in Kosovo, mentre a tutt'oggi non siamo neppure ad un decimo di quella cifra. E dove sono i 900/1000 morti trovati in fosse comuni alla periferia di Belgrado?

Ma la cosa più grave è che Ferrario si ostini a parlare di giornalismo. Tradurre articoli e presentarli ai suoi lettori con qualche considerazione, spesso lontana dalla realtà, fa di lui solo un ottimo traduttore. Ed è per questo che, con grande piacere, mi sono abbonato (gratuitamente) a Notizie Est e che continuerò a restare un suo fedele lettore.

Sandro Provvisionato (giornalista del Tg5)


RISPOSTA DI ANDREA FERRARIO

Ringrazio Sandro Provvisionato per le sue precisazioni in merito a quanto da me scritto. Riguardo all'episodio di Ruckhat, rimango dell'opinione che la testimonianza di un anatomopatologo riferentesi solo a uno degli svariati corpi rinvenuti (secondo l'AFP, otto) e per giunta basata solo su una videocassetta, non possa portare a conclusioni sufficientemente sicure da farne un argomento tale da suscitare per analogia dubbi riguardo ad altri eventi. Per esempio, stimolato dalle precisazioni di Provvisionato, ho fatto ricerche su materiali d'archivio e ho reperito tre testimonianze diverse su un particolare fondamentale, quello della presunta data in cui le persone i cui corpi sono stati rinvenuti a Ruckhat sarebbero state uccise. Provvisionato scrive che un membro dell'UCK gli ha riferito "la data esatta dell'eccidio (il 20 maggio 1999, meno di un mese prima)" ("Manifesto", 8 giugno 2001). Il corrispondente della "Repubblica" Renato Caprile, anch'egli recatosi sul posto a Ruckhat il 15 giugno, scrive tuttavia che il villaggio era ridotto a "un cimitero di pietre e di uomini" a partire dal 7 maggio (non scrive che si tratta della data dell'eccidio, ma se ne puo' dedurre che quest'ultimo sia avvenuto in corrispondenza o prima di tale data, e quindi almeno 13 giorni prima della data citata da Provvisionato, ovvero piu' di un mese prima della data del rinvenimento) ("La Repubblica", 16 giugno 1999). Infine, una fonte non meno autorevole di Provvisionato o Caprile, quale la AFP, scrive che membri dell'UCK hanno dichiarato alla KFOR che le uccisioni erano avvenute nella seconda meta' di aprile, quindi quasi due mesi prima del rinvenimento. La AFP non si richiama in tal caso a imprecisate fonti anonime di qualche organizzazione, bensi' attribuisce la notizia al capitano Giancarlo Simo del contingente italiano (AFP, 15 giugno 1999). Non voglio qui esprimere un'opinione in merito a quale sia la data esatta, ma mi sia consentito osservare che le versioni sono contrastanti e che la differenza di un mese o piu' e' rilevante per lo stato di conservazione di resti umani. Anche il caso parallelo delle bare vuote in un cimitero campestre a pochi chilometri dal villaggio puo' portare solo a supposizioni, e non a conclusioni. Il cimitero rimane, anche dopo le precisazioni di Provvisionato, "non identificato" e il giornalista del TG5 e', a quanto mi risulta, l'unico ad averne riferito. Non gliene faccio certo una colpa, ma un lettore non puo' che giudicare sulla base dei riscontri di cui dispone e non si tratta di un particolare secondario nella ricostruzione degli eventi fatta da Provvisionato nel suo articolo. Inoltre, Ruckhat si trova in un'area particolarmente impervia, come riferisce Caprile nel suo summenzionato articolo, e la distanza di "pochi chilometri" tra il villaggio e il cimitero campestre puo' diventare quindi significativa in termini di reciproca accessibilita'. Nonostante tutti questi particolari che, a parere di scrive, invitano alla prudenza, Provvisionato non sembra avere dubbi ("e' una fossa comune falsa [...] allestita a consumo dei media internazionali il 15 giugno 1999. [...] Lo affermo senza timore di smentite. [...] Sicuramente sulla data della sua morte [cioe' della persona, tra le varie altre, i cui resti sono stati giudicati dall'anatomopatologo italiano troppo vecchi - a.f.] sia i soldati dell'Uck sia la presunta unica superstite dell'eccidio avevano mentito": non un condizionale, non una formula dubitativa - e non ci troviamo qui di fronte a un crimine di entita' trascurabile, essendo l'ipotesi quella di massacro). Non faccio queste osservazioni per partito preso, ma perche' altri casi, di portata tra l'altro maggiore (per esempio il caso gia' citato di Ljubenic), insegnano come l'apparenza spesso inganni e come con verifiche limitate si possa anche giungere a conclusioni errate. Su tutto questo rimango naturalmente aperto al dibattito e rimando, per un'esposizione delle mie argomentazioni, a quanto pubblicato sull'argomento in "Notizie Est" (sezione Kosovo: http://www.ecn.org/est/balcani/kosovo/kosovindex.htm).

Mi dispiace che Provvisionato abbia aggiunto alle sue precisazioni delle affermazioni sul mio conto prive di riscontri. Secondo Provvisionato sarei addirittura accecato dal "filo interventismo": non riesco a capire questa sua affermazione, visto che ho sempre denunciato con energia e chiarezza la guerra della NATO contro la Jugoslavia, cosi' come ogni "interventismo" ancora fin da molto prima di tale guerra, e questo non solo con i miei scritti in "Notizie Est" o altrove, ma anche partecipando attivamente al movimento che si e' opposto alla guerra della NATO. Ne' capisco l'affermazione di Provvisionato secondo cui riguardo al massacro di Racak "a Ferrario [...] sono bastate le parole di William Walker": non solo tali parole non mi "sono bastate", visto che ho raccolto e documentato moltissimi altri materiali e testimonianze, ma nei miei scritti non compare nemmeno una riga di adesione alle affermazioni di Walker relative a tale massacro; in realta', riguardo a Walker condivido il giudizio che ne da' lo stesso Provvisionato e anche per questo ho sempre ritenuto che le dichiarazioni del primo non abbiano valore per una ricostruzione delle dinamiche del massacro di Racak.

Infine, Provvisionato rileva che non sono un giornalista e fa notare che seguo quanto avviene nei Balcani solo da "dietro il computer" o, in alternativa, da "davanti il computer". Non sono in effetti un giornalista di professione, ne' mi sono mai vantato di esserlo, ma continuero' a parlare di giornalismo e di giornalisti, visto che il lavoro di questi ultimi e' per sua natura pubblico e si rivolge a lettori che hanno tutto il diritto di criticare il loro operato. La ricostruzione e l'interpretazione degli eventi non sono certo patrimonio esclusivo di questa categoria professionale, tanto piu' che lo stesso Provvisionato nell'articolo in questione, e in altri suoi scritti, rileva l'esistenza di un'informazione non corretta, o addirittura di disinformazione, proprio nei media. E' vero anche che non sono mai stato in Kosovo, ma, se mi e' consentito, ci terrei a precisare che ho un'esperienza quasi ventennale di presenze assidue, prolungate e attente nell'Europa Orientale in generale e nei Balcani in particolare. Solo che il punto non e' questo. Penso di non dire una cosa campata in aria affermando che l'attivita' di reporter, spesso utilissima e coraggiosa, ha i suoi limiti impliciti, nel senso che copre solo uno dei tanti aspetti della sfera informativa. "Notizie Est", che nasce per l'appunto dalla mia esperienza di traduttore, si ripropone proprio di fornire a chi e' interessato ai Balcani uno strumento di informazione diverso dal lavoro svolto dalle redazioni e dai reporter dei grandi media del nostro paese, in particolare offrendo ai lettori italiani interessati all'area balcanica l'opportunita' di venire a conoscenza della produzione informativa di giornalisti, esperti e reporter dei Balcani, cioe' di persone che fanno lo stesso mestiere di Provvisionato, e di metterla eventualmente a confronto con quella dei suddetti grandi media. Non dispongo certo degli strumenti del TG5 o del "Manifesto", ma dai riscontri comunque avuti mi permetto di trarre la conclusione che non si tratta di un lavoro svolto all'insegna della presuntuosita'.

Andrea Ferrario ("Notizie Est")


Data: 25-06-2001 Fonte: "Notizie Est"
Autore: Andrea Ferrario