"Il "patto globale" e i Balcani"

Data: 13-10-2001 Fonte: "Monitor" [Podgorica], "Utrinski Vesnik"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #482 - BALCANI
13 ottobre 2001


IL "PATTO GLOBALE" E I BALCANI

[Pubblichiamo, a titolo esclusivamente informativo, due articoli che, più o meno direttamente, illustrano come nei Balcani si stia guardando al dopo-attentati negli USA e alla formazione di un "patto globale". Il primo è tratto dal settimanale montenegrino "Monitor" e analizza soprattutto i possibili futuri atteggiamenti degli USA nei confronti dei Balcani, il secondo è stato pubblicato dal quotidiano macedone "Utrinski Vesnik" ed esamina in particolare le conseguenze della nuova situazione per la Macedonia. L'autore del secondo articolo, Dragan Nikolic, di opinioni vicine a quelle dei socialdemocratici di Skopje, scrive regolarmente anche per il quotidiano serbo "Danas" - a.f.]


1) L'AMERICA DIMINUIRA' IL SUO INTERESSE PER I BALCANI?
di Bozo Nikolic - ("Monitor" [Podgorica], 28 settembre 2001)


Cosa sarebbe accaduto se le elezioni in Serbia si fossero tenute il 24 settembre 2001, e non un anno prima? E' probabile che, indipendentemente dalla quantità di imbrogli, di ricatti e di violenze dei suoi satrapi, il condottiero dei serbi avrebbe registrato un'ennesima vittoria "convincente". L'opposizione avrebbe invano organizzato delle dimostrazioni, l'Occidente avrebbe avanzato proteste per via diplomatica e avrebbe prolungato le sanzioni, mentre la Russia e la Cina avrebbero inviato le proprie congratulazioni al loro pupillo. Cioè all'incirca qualcosa di simile a quanto avviene ora con il "padre della nazione" bielorusso, capo dell'ultimo stato stalinista in Europa, Aleksandar Lukasenko. Questo scenario virtuale è una conseguenza del timore di molti nei Balcani che gli attacchi terroristici compiuti l'11 settembre a New York e Washington possano sconvolgere la fragile stabilità nella regione. Tuttavia, la scorsa settimana il Dipartimento di Stato ha inviato nella regione il vice-assistente del segretario di stato per le questioni europee, Janet Bogue, che ha avuto colloqui con politici di Sarajevo e Belgrado. Questo viaggio rientra nell'ambito degli sforzi continui della Washington ufficiale per convincere i politici, in particolare quelli dei Balcani occidentali, del fatto che gli USA proseguiranno a fornire ampi aiuti per il progresso dell'economia. Perché, oltre al loro contributo politico e militare nella regione, gli USA hanno stanziato, per quest'anno finanziario che termina con la fine di settembre, 200 milioni di dollari per la Federazione jugoslava e 150 milioni di dollari per il Kosovo. Inoltre, è in atto un'iniziativa per offrire garanzie a potenziali investitori. I politici balcanici, tuttavia, ritengono che le future promesse finanziarie verranno ridotte. "Penso che la gente non comprenda fino in fondo quanto siano grandi le conseguenze di questa crisi", ha detto un funzionario del governo di Belgrado. Nei fatti, la possibilità di una diminuzione della presenza USA nei Balcani è aperta già da quando, più di otto mesi fa, il presidente repubblicano George W. Bush ha fatto la sua entrata nella Casa Bianca. La sua amministrazione non ha nascosto, durante la campagna elettorale dell'anno scorso, il desiderio di diminuire la presenza nella regione e di lasciare che di quest'ultima se ne occupino gli europei. La tragedia dell'11 settembre porterà a una diminuzione dell'interesse degli USA per i Balcani? Bisogna davvero attendersi un ritiro dei loro soldati, che attualmente nella regione sono più di 10.000? Se ciò avverrà, l'Europa, o più precisamente l'Unione Europea, sarà in grado di assumersi l'onere? A queste numerose domande per ora non c'è una risposta precisa. Gli osservatori occidentali stanno esaminando freneticamente quali potrebbero essere nella ex Jugoslavia le conseguenze dei terribili attacchi contro l'America. A giudicare dalle valutazioni raccolte in un'unica sede dal giornalista britannico Tim Judah (autore dei libri "Kosovo: War and Revenge" e "The Serbs: History, Myth and the Destruction of Yugoslavia"), le opinioni degli osservatori occidentali sono divergenti. Un diplomatico occidentale, che ha presenziato lunedì scorso a una discussione sulla situazione in Macedonia, ritiene che la regione vivrà due rapidi cambiamenti. In primo luogo, gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali chiederanno una sicura neutralizzazione di ogni combattente islamico straniero che si aggira per i Balcani. "Sarà un inferno per qualsiasi paese se ci saranno in giro dei mujahedin", ha detto. In conseguenza di ciò, a quanto si dice, il governo di Tirana ha comunicato in tutta fretta di avere cominciato a verificare tutti gli arabi che attualmente abitano in tale paese e a rafforzare la difesa degli edifici militari stranieri in Albania. Inoltre, già nel 1998 le autorità albanesi, in collaborazione con i servizi segreti americani, hanno impedito un presunto tentativo a opera di collaboratori di Osama Bin Laden di fare saltare in aria l'ambasciata USA a Tirana. Hanno anche cominciato ad accumularsi accuse secondo le quali le autorità musulmane in Bosnia ed Erzegovina, nel momento in cui la guerra nell'ex Jugoslavia era giunta al suo culmine, sarebbero stati in rapporti con Bin Laden e la sua rete. Un'altra conseguenza a breve termine del terrorismo sarà un cambiamento nell'approccio alle trattative: i principali politici occidentali non avranno più tempo o energie da spendere in luoghi come la Macedonia al fine di convincere i politici locali a seguire una direzione politica piuttosto che un'altra. Nei fatti, i vari trucchi balcanici calcolati al fine di ottenere punti di vantaggio non sfoceranno più in visite di ministri occidentali, ma termineranno invece con aspri messaggi telefonici. "Quando verranno consultati saranno impazienti e si aspetteranno che la gente si comporti di conseguenza", ritiene un esperto del Dipartmento di Stato. Il più scettico sembra essere il direttore della Iniziativa Balcanica presso l'Istituto per la Pace degli Stati Uniti a Washington, Daniel Server, il quale ritiene che presto si giungerà a significativi cambiamenti nella politica degli USA. "Si avrà una grande svolta in direzione della politica di 'difesa della patria'". Ciò significa l'investimento di grandi somme nella difesa degli USA dagli attacchi chimici, biologici, missilistici e, naturalmente, anche terroristici. Server, noto come sostenitore di lunga data di un ruolo attivo degli USA nei Balcani, afferma che è sempre stato difficile convincere Washington a impegnarsi nella regione, poiché i Balcani non sono di diretto interesse degli USA. "L'interesse per i Balcani è motivato soprattutto dai rapporti con l'Europa.... Ora vi saranno molte pressioni per porre termine al coinvolgimento e vi saranno meno pressioni diplomatiche", conclude tetramente Server, affermando che l'Europa si dovrà rimboccare le maniche. Al contrario di lui, John Halsman, esperto della Fondazione Informativa di Washington - che si oppone a un impegno degli USA nei Balcani - ritiene che il risultato degli attacchi terroristici sarà invece un aumento della presenza nella regione. "Quando sono in un conflitto, gli USA non nascondono la testa nella sabbia, ma si impegnano ancora di più di prima. La gente dirà che dobbiamo impegnarci", ritiene Halsman, che lavora per un'istituzione vicina al presidente Bush. Karin von Hilep, un'americana che in passato è stata un alto funzionario della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo a Pristina, e ora lavora presso il Centro Studi per la Difesa presso il Royal College di Londra, ritiene che i destini dei Balcani, o almeno l'impegno degli USA nella regione, ora dipendono dall'esito dei dibattiti sulla politica estera degli USA dopo gli attacchi terroristici. L'esito, a sua volta, dipenderà da se il presidente Bush alla fine propenderà per le argomentazioni più aggressive del segretario dalla difesa Rumsfeld, oppure a quelle più moderate del segretario di stato Colin Powell. "Rumsfeld è più favorevole a un disimpegno, mentre Powell, probabilmente, continua a desiderare un maggiore impegno", afferma von Hilep, concludendo che chi vincerà tale disputa risulterà vincitore in tutti gli ambiti: deciderà della partecipazione degli USA alle missioni di pace e se l'unica superpotenza rimasta al mondo adotterà una politica estera proattiva o difensiva. Ma l'esperta ritiene che "in ogni caso, le missioni di pace non saranno una priorità". Nicholas Viti, da lungo tempo esperto di Balcani, attualmente presso il Centro Studi per le Politiche Europee di Bruxelles, è convinto che gli attacchi avranno un influsso limitato sugli USA, poiché Washington aveva già cominciato a diminuire la propria presenza nei Balcani. "Tutto questo rafforza gli argomenti a favore delle capacità europee di mantenimento della pace. I Balcani sono in Europa, e non in America". Viti ricorda che in Bosnia-Erzegovina vi sono sempre meno soldati americani e affrma che la presenza militare in Kosovo verrà gradualmente ridotta. "Il numero dei soldati americani nei Balcani tra cinque anni sarà decisamente inferiore a quello attuale", ritiene Viti. Il problema, tuttavia, è che molti dubitano della capacità dell'Europa di sciogliere il nodo balcanico. Le forze di pace dell'UE e la loro capacità di reagire prontamente sono ancora nella fase di pianificazione. Oltre a ciò, rimane la questione del se o meno l'UE saprà esercitare l'influenza politica di cui gli USA disponevano nei Balcani negli ultimi anni. L'esperto Viti è convinto che tale problema possa essere superato con l'impegno degli USA in una forma o nell'altra, e osserva che comunque le attuali forze del Patto Atlantico in Macedonia hanno solo il sostegno logistico delle forze armate americane. "Insieme a casa nostra, insieme sul terreno", sono le parole spesso citate del segretario di stato Powell. Il fatto che gli USA e i loro alleati non stiano dimenticando i propri impegni e i propri legami con i Balcani, è testimoniato dall'ultima visita del segretario della NATO George Robertson in Macedonia, subito dopo i tragici avvenimenti in America. Più lontano di tutti si è spinto in questi pensieri l'ambasciatore degli USA in Gran Bretagna, William Ferris, il quale afferma che l'amministrazione prevede di rafforzare la propria presenza militare nei Balcani, ai quali guarda come a una zona-cuscinetto contro le minacce terroristiche che provengono da est. I consiglieri politici americani stanno valutando il migliore modo per garantire gli interessi americani ed europei nella regione, ivi inclusi i progettati oleodotti per il trasporto di grandi riserve di petrolio e gas dall'Asia Centrale, afferma Ferris, che è molto amico del presidente Bush. Secondo l'ambasciatore Ferris, è possibile uno scenario nel quale la NATO rafforzerebbe la propria presenza nei Balcani e trasformerebbe tale regione in uno dei fronti più importanti per l'addestramento e l'effettuazione di operazioni. Lo scenario secondo cui i Balcani diventerebbero una zona-cuscinetto rispetto agli instabili regimi orientali si potrebbe realizzare soprattutto in conseguenza dei timori di un aumento del fondamentalismo islamico in Turchia, uno dei membri della NATO. Secondo Ferris, i principali cervelli che stanno dietro la strategia del presidente Bush sono il vicepresidente Dick Cheney, il segretario Rumsfeld e il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice, nonché il segretario di stato Powell. La loro politica sarà orientata verso la stabilità a lungo termine e non solo verso lo stazionamento incoerente di forze militari USA tipico del periodo della precedente amministrazione del presidente democratico Bill Clinton, ha osservato l'ambasciatore Ferris. Per questo Ferris è convinto che la stabilità della Macedonia, che si trova sul previsto tragitto dell'oleodotto che dovrebbe unire il Mar Nero al Mare Adriatico, sia di importnaza fondamentale per lo sviluppo economico dei Balcani. "Si tratterà di un affascinante oggetto di studio nei prossimi anni", ha concluso l'ambasciatore.


2) I BALCANI SONO AL DI FUORI DEL PATTO INTERNAZIONALE
di Dragan Nikolic - ("Utrinski Vesnik", 8 ottobre 2001)


Con la sua attuale ostruzione agli accordi di Ohrid, il governo di Georgievski può solo dimostrare di non essere capace di accettare la propria sconfitta nella guerra sui monti della Sar Planina e al tavolo negoziale di Ohrid. La sconfitta nella guerra non era inevitabile e il governo ne è responsabile. Gli accordi di pace insoddisfacenti di Ohrid non potevano invece essere evitati e il governo non ne può essere ritenuto responsabile. La speranza del governo che la situazione dopo l'11 settembre potesse cambiare radicalmente a suo vantaggio sembrano ormai vicine al dimostrarsi un'illusione. Gli accordi di pace di Ohrid, evidentemente, non possono essere dichiarati non validi ("firmati da un gruppo di cittadini" [l'autore si riferisce alle tesi secondo cui gli accordi non sarebbero validi, perché non firmati da alcun rappresentante delle istituzioni di stato, ma solo da persone che agivano in qualità di esponenti di partito N.d.T]) in conseguenza di tale nuovo contesto. Anche gli accordi di Kumanovo con i quali la Serbia ha perso il Kosovo sono stati firmati da un "gruppo di cittadini". A Ohrid, la Macedonia non ha perso nemmeno un villaggio e gli albanesi nei fatti hanno perso per mezzo secolo il diritto di rivendicare qualche nuovo diritto di fronte alla comunità internazionale. Gli sforzi del governo per modificare gli accordi (invece di ratificarli) potrebbero rivelarsi illusori e dannosi da quando nella sua applicazione e messa in atto sono stati coinvolti i più alti organi dell'ONU, degli USA e dell'UE, i "mietitori" della NATO e ora anche le "volpi", con la cui assistenza è stato portato a compimento il disarmo dell'UCK e il suo autoscioglimento. Si prevede che dopo l'11 settembre si verificheranno cambiamenti radicali nell'Asia Centrale ed eventualmente nella regione del Baltico, nonché nei rapporti tra Washington e Mosca. I Balcani potranno essere solo la periferia di tali sviluppi. George Friedman, fondatore e direttore del'Istituto americano per le ricerce strategiche "Stratfor", afferma che l'America dovrà pagare un alto prezzo per l'alleanza con la Russia, così come lo ha pagato anche durante la Seconda guerra mondiale. I russi hanno perso l'Unione Sovietica sulle montagne dell'Afghanistan, e ora sembra che i russi riacquisiranno i territori perduti nuovamente sulle montagne dell'Afghanistan". Secondo Friedman, l'enorme aumento dell'influenza russa nell'Asia Centrale sarà una conseguenza inevitabile di questa guerra. L'America, in sostanza, insisterà su di ciò per la sicurezza delle proprie basi. Il risultato finale potrebbe essere quello della ricreazione di una sfera di influenza russa in tale parte del mondo, con un sostegno attivo dell'America.

Un processo simile si verificherà nel Caucaso. L'America consentirà inoltre alla Russia di ridefinire i propri rapporti con l'Ucraina e con gli stati Baltici, che sono di estremo interesse strategico per i russi. Friedman afferma che Mosca non potrà imporre all'America il proprio desiderio che la NATO non si espanda verso la Russia, ma la Russia, se la guerra proseguirà, riuscirà comunque a ottenere dall'America miliardi di dollari al fine di potere fornire la propria assistenza in Afghanistan. In tutto questo i Balcani non vengono nemmeno menzionati. Per ora sono fuori dal patto globale. Tutti gli sforzi della propaganda di Belgrado e di Skopje di promuovere la tesi del "terrorismo islamico" nei Balcani come "creatura di Bin Laden" non hanno dato il risultato di fare rientrare anche i Balcani nel patto. Secondo la Reuters, nella regione solo i musulmani di Sarajevo e gli albanesi a Pristina hanno acceso candele per i morti a New York e a Washington! Gli esperti americani non negano la partecipazione di mujahedin nelle guerre in Bosnia, in Kosovo e in Macedonia, ma affermano che non lo hanno fato con obiettivi fondamentalisti, bensì per il profitto e per i commerci criminali. A quanto dicono, "nelle zone di disordine in cui non esiste l'autorità di un potere esistono le condizioni ideali per i profitti delle bande criminali, musulmane o cristiane" (Janusz Bugajski). Fonti occidentali confermano che esiste una via dell'eroina Kabul-Pristina (Direzione per la lotta contro i narcotici), ma non confermano che esista un legame diretto tra Bin Laden e l'Esercito di Liberazione del Kosovo o l'Esercito di Liberazione Nazionale.

Tutto questo è dovuto a motivi pragmatici, perché né per l'America né per la Russia i Balcani rappresentano una priorità. Il Kosovo è lontano dall'Afghanistan, dall'Asia Centrale e dal petrolio del Mar Caspio. L'alleanza americano-russa potrebbe addirittura eliminare l'illusione che sia possibile approffittare delle divergenze di visione rispetto al problema del Kosovo e a quello macedone, che esistono tra Mosca e Washington. Se davvero è giunta la fine definitiva della guerra fredda, ci si potrebbe attendere che Mosca non critichi più l'Occidente in Kosovo e in Macedonia, e che l'Occidente non critichi più Mosca per la Cecenia. Coloro che "giocano da soli" rimarranno al di fuori del trend, potrebbero trovarsi isolati, senza garanzie per la propria sicurezza e senza il sostegno delle istituzioni finanziarie, e forse anche sotto sanzioni. Questo non vuol dire che il nazionalismo albanese, incoraggiato durante la guerra con Milosevic, possa restare una carta che può essere ancora giocata in un futuro imprevedibile. Dopo la sconfitta del nazionalismo croato, serbo e bosgnacco, verrà ora il turno anche di quello albanese. Di questo non si può dubitare. Soprattutto se è vero che l'Albania, la Bosnia e il Kosovo sono zone-cuscinetto nell'ordine mondiale contro Bin Laden ("Sunday Times"). Il futuro della Macedonia potrebbe essere quello di oasi della pace e di luogo in cui si vive bene. Ma il nazionalismo albanese aggressivo potrebbe ottenere grandi vantaggi se provocasse il nazionalismo difensivo e l'antiamericanismo in Macedonia. Gli osservatori stranieri a Skopje non escludono una tale possibilità. Se ciò dovesse accadere, questo "irrazionalismo reinstallato", l'unico che potrebbe sopravvivere in uno stato sempre più povero, sempre meno democratico e sempre più instabile, potrebbe diventare il futuro della Macedonia. E' senz'altro inaccetabile che, in conseguenza di pressioni, la costituzione di un paese sovrano debba essere modificata, che un popolo non possa menzionare il proprio nome in tale costituzione, se lo vuole e se sente che in caso contrario continuerebbe la cancellazione del proprio nome. In condizioni normali tutto questo potrebbe costituire motivo di grande scandalo. Ma le condizioni non sono normali. La guerra doveva essere fermata e il prezzo non poteva essere evitato. E' una fortunata circostanza che così la pace potrà tornare nel paese. E' la cosa migliore che sia accaduta. Naturalmente, non può essere messo in discussione il tentativo di salvare quello che può essere salvato. Questo tentativo potrebbe dare, secondo le ultime informazioni provenienti di Strasburgo, dei risultati [i vertici dell'UE, a quanto riporta la stampa macedone, starebbero esercitando delle pressioni sui partiti albanesi di Macedonia affinché accettino una modifica parziale degli accordi di Ohrid - N.d.T.]. Ogni passo unilaterale fuori dagli Accordi potrebbe essere contorverso e rischioso. Lo stesso vale per il caso in cui si dovesse calcolare solo sulla base delle emozioni patriottiche e non delle risorse reali, interne ed esterne, con le quali una situazione ingiusta può essere modificata con modi non da cow-boys (se la visione non è radicale e se si sa quale deve essere il relativo alleato). Non ci si può aspettare un miracolo su piano globale che trasformi nel giro di una notte la catastrofe nella quale si è trovato il governo di Georgievski nel suo trionfo.




Data: 13-10-2001 Fonte: "Monitor" [Podgorica], "Utrinski Vesnik"
Autore: Autori vari