
Piccoli paesi post-sovietici
| Data: 18-03-2003 | | Fonte: "Diario" |
| Autore: Nando Sigona |
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N.E. BALCANI #642 - BALCANI
18 marzo 2003
PICCOLI PAESI POST-SOVIETICI
di Nando Sigona - (da "Diario" n. 7, 21-27 febbraio 2003)
La Moldova tra Romania, Russia e Transdniester
[Pubblichiamo questo articolo di Nando Sigona sulla Moldova nella sezione generica Balcani. Nando Sigona ha appena pubblicato un interessante libro sui rom, di cui inviamo una presentazione in parallelo a questo messaggio]
FURON GEMELLE
Binario 13 Gara de nord, principale stazione ferroviaria di Bucarest, il treno “Prietenia” (Amicizia) si riempie di viaggiatori prima di intraprendere il suo viaggio quotidiano tra Bucarest e Chisinau. Nonostante il nome faccia ben sperare, di amichevole tra Romania e Moldova pare non sia rimasto che questo treno.
Il passaggio da “due paesi una sola nazione”, espressione con cui dagli inizi degli anni ’90 le élite politiche di Romania e della neonata Repubblica Moldova riconoscevano i profondi legami storici, etnici e culturali che li univano, a “l’espansionismo romeno mina a destabilizzare la sovranità della repubblica moldava”, dichiarazione dell’ottobre 2001del ministro della giustizia moldavo Ion Morei davanti alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, é avvenuto in poco meno di un anno, da quando, in pratica, Vladimir Voronin e il partito comunista hanno vinto le elezioni politiche nell’ex-repubblica sovietica.
La Moldova di Voronin punta decisamente verso est, verso la grande madre Russia. La lobby europeista, filo-Nato, cerca con difficoltà di arginare il cambio di rotta. La nuova politica estera è stata ufficializzata lo scorso anno con un breve documento in lingua russa (il fatto è di per se indicativo). L’auspicio è di costruire “con pragmatismo e realismo, sulla base di considerazioni innanzitutto di ordine economico, i rapporti con l’esterno, con l’obbiettivo di rafforzare le istituzioni statali e l’indipendenza della repubblica”. Queste affermazioni, ad una prima lettura, paiono di buon senso e quasi scontate, ma, ad uno sguardo più attento, svelano un radicale cambio di rotta rispetto al passato.
L’accento sulle considerazioni di ordine economico, a scapito di altre come quelle storico-culturali, non é certo privo di significato.
La Repubblica Socialista Sovietica Moldava è sempre dipesa per le risorse energetiche e le materie prime dalla Russia; dopo l’indipendenza, il nuovo governo aveva cercato di differenziare le fonti di approvvigionamento stringendo accordi con la Romania e l’Ucraina. Il tentativo di riavvicinamento all’Europa, attraverso l’agganciamento alla Romania, passava necessariamente attraverso l’affrancamento dalla dipendenza assoluta da Mosca in questo settore strategicoo.
Nel nuovo documento del governo, però, di Romania ed Ucraina come fonti alternative di energia non si fa cenno. Non a caso. Un segnale era stata la scelta di Chisinau ad agosto 2001 di cancellare la vendita di alcune aziende per la distribuzione elettrica quando già erano giunte le offerte da parte di aziende romene, preferendo cederle, a fronte del pagamento del debito accumulato, all’Ucraina.
Inoltre, in un paese dove il 65% dei 4,5 milioni di abitanti parla romeno-moldavo come madrelingua, l’omissione di considerazioni di ordine storico-culturale nella definizione delle linee guida della politica estera del paese ha un enorme valore politico. Se poi si considera che l’élite politica, che aveva condotto il paese all’indipendenza dall’URSS dodici anni fa, l’aveva fatto puntando proprio sull’alterità del paese rispetto al mondo slavo e enfatizzando invece i legami con la Romania e l’Occidente - paventando anche la riunificazione con la “gemella” (il modello era l’unificazione delle Germanie) - allora appare evidente quanto le affermazioni di Voronin siano innovative.
In quest’ottica, l’obiettivo dell’indipendenza e del rafforzamento delle istituzioni statali, auspicate dal documento di politica estera, va letto, da una parte, come una definitiva archiviazione di qualsiasi progetto di unificazione con la Romania, che, d’altronde, al momento non gode dell’appoggio neanche della maggioranza romeno-moldava; dall’altra, come una garanzia, per questa stessa maggioranza, che il progetto di unione con la Russia e la Bielorussia, punto centrale del programma elettorale di Voronin, non è poi tanto prossimo a realizzarsi.
A sostegno dell’autenticità dei propositi contenuti nel documento contenente le linee guida di politica estera, è giunta a fine 2001 la visita a Mosca di Voronin, dove è stato firmato un accordo bilaterale, “Trattato Politico di Base”, che impegna le parti per i prossimi dieci anni e “ha dato al partenariato strategico russo-moldavo - ha dichiarato Voronin nella conferenza stampa a Mosca - una base legale”.
Nel trattato la Russia riconosce, e tutela, l’integrità territoriale della Moldavia, fatto fondamentale visti i contenziosi territroiali apertio con Ucraina, Romania e Transdniester, e si impegna, come mediatore ufficiale, a lavorare alla risoluzione politica della disputa, tra Chisinau e Tiraspol, capitale della regione del Transdniester autoproclamatasi indipendente undici anni fa. In questa vicenda la Russia ha svolto un ruolo tutt’altro che secondario. In una ricerca pubblicata nel 1999 con il supporto dell’UNHCR, il politologo moldavo Oazau Nantoi scrive che “Mosca sin dall’inizio ha approfittato delle tensioni in Transdniester per bloccare il processo di democratizzazione in atto ed ostacolare la trasformazione della Moldavia sovietica in uno stato indipendente”. “Il separatismo del Transdniester, aggiunge l’autore del rapporto, fu coscientemente provocato da Mosca, soprattutto attraverso le attività dell’organizzazione Soiuz, costituita dai membri del Consiglio Supremo dell’URSS, guidati da Anatoli Lukianov, uno degli ideologi del colpo di stato dell’agosto 1991 a Mosca”.
Il trattato impegna la piccola repubblica moldava a garantire lo studio della lingua russa in tutte le scuole di ogni ordine e grado e a riconfermare il ruolo fondamentale del russo come lingua di comunicazione interetnica nel paese, avallando il progetto di Putin di recuperare lo spazio economico e culturale dell’Unione Sovietica, unificandolo nell’uso della lingua russa.
TUTTI IN CARROZZA
Una scritta, dipinta con il normografo, ricorda che i vagoni del treno “Prietenia” sono stati costruiti nella DDR. I corridoi sono arredati con ghirlande di fiori finti, i finestrini coperti da tendine con la mantovana di stoffa simil-damascata; ovunque ci sono tappeti dalle decorazioni orientali. L'agenda del viaggiatore, il regolamento, è bilingue: in russo e romeno.
Un odore di affettati e formaggio di vacca impregna tessuti e tappeti. Il personale a bordo è prevalentemente femminile; donnone dalle sembianze di governanti teutoniche sistemano le persone negli scompartimenti, offrendo caffè o tè per arrotondare la paga. L’autunno é mite, ma la notte scende presto e avvolge il treno lasciando intravedere solo di tanto in tanto le poche luci degli agglomerati urbani. Con le ore le voci si fanno più concitate, in vagoni prima vuoti si osservano movimenti di persone in cerca d’intimità. L'odore dell'alcol arriva a zaffate dalle carrozze dove gruppi di viaggiatori improvvisano banchetti. Vodka russa, zuica e palinca romeni (grappe a base di prugne) sono offerti anche agli sconosciuti. Esempi di multiculturalismo etilico.
L'Italia, vista da qui, è una versione remix dell'italiano vero di Toto Cotugno, che canticchiano nello scompartimento di fianco accompagnando una radiolina accesa per alleviare la notte.
Le carrozze ballano sui binari come carri sui sentieri di campagna. Per percorrere i seicento chilometri che separano le due capitali occorrono almeno tredici ore. Un viaggio lungo negli scompartimenti surriscaldati per i caloriferi usi a ben altri freddi.
La frontiera arriva gradualmente, ma con l’impeto del neon che si accende ad un'intensità prima non immaginabile. Le guardie, che parlano solo romeno o russo, passano più volte con fogli da compilare. Nelle carrozze si sviluppano forme di solidarietà tra stranieri disorientati.
La sosta al confine si protrae per oltre tre ore. Una volta terminate le formalità burocratiche, il treno raggiunge le officine ferroviarie dove si spegne. Lunghi minuti d’attesa prima di accorgersi che il vagone sussultando si solleva dai binari di quasi due metri. Forestieri insonnoliti si affacciano dai finestrini per spiare le operazioni. Il treno è stato smembrato e gli operai, muniti di lunghi martelli di legno, manualmente procedono alla sostituzione della zona motrice dei vagoni.
Le rotaie dell'Unione Sovietica, infatti, non seguivano gli standard del resto d’Europa, per cui ancora oggi è necessario sottoporre tutti i treni provenienti da oltre il confine dell'ex-Impero a questa operazione di adeguamento ai nuovi binari.
TEMPO FUORI LUOGO
La stazione degli autobus di Chisinau brulica di persone, animali, merci. Una schiera di slot-machine copre una parte dell’enorme mosaico sovietico, raffigurante contadini, grano, operai e arnesi da lavoro, che decora una delle pareti della struttura.
L’autobus Nicolaev é diretto ad Odessa, centocinquanta chilometri ad est. Attraversiamo la campagna moldava in direzione di Tiraspol; villaggi si affacciano di tanto in tanto ai lati della strada. Dalla radio rattoppata, che fino ad ora ha trasmesso musica tecno-house in russo, inizia a sentirsi una vecchia canzone di Eros Ramazzoti.
Dopo meno di un’ora di viaggio arriva la frontiera. L’autobus si ferma nell’avamposto della autoproclamata Repubblica di Transdniester, appena fuori Tighina-Bendery. La città, costruita sui resti di una colonia genovese del XIV secolo chiamata Tigin, occupa una posizione strategica sulla riva sinistra del fiume Dniester (Nistru). I suoi due nomi che si sono alternati nei secoli raccontano bene il suo essere confine, punto di passaggio e di conquista: colonia genovese, città del principato di Moldavia, protettorato e fortezza turca, e poi russa dal 1812 al 1918. Dopo una parentesi tra le due guerre mondiali in cui fu occupata dalla Romania, fu assegnata da una clausola segreta del patto Molotov-Ribbentrop, insieme al territorio della Bessarabia, all’URSS. Oggi i due nomi coesistono e cercano di imporsi l’uno sull’altro, metafora della guerra in atto per l’egemonia culturale della regione.
Moldavia e Transdniester sono costruiti per opposizioni binarie; le élite politiche che li hanno guidati nella lunga transizione seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica hanno fondato la loro legittimità sulla minaccia rappresentata dal vicino. Hanno enfatizzato gli elementi storici e culturali che potessero giustificare la loro stessa esistenza come soggetti politici autonomi. Così, se per la Moldavia, agli inizi degli anni ’90, il problema principale era allontanarsi dalla Russia e dalla sua storia, per i leader della repubblica secessionista di Transdniester, dove al momento dell’indipendenza della Moldavia si erano trasferiti i quadri del KGB e della burocrazia fedele a Mosca, la questione chiave era di creare proprio con il sostegno della Russia (la XIV armata russa é tuttora di stanza tra Tighina e Tiraspol) e della popolazione urbana in maggioranza russofona un’entità politica indipendente dalla Romania.
Un soldato della milizia sale sull'autobus. I residenti in Transdniester mostrano, insieme alla carta d'identità moldava, un altro documento con foto. Agli stranieri tocca scendere. Aspettiamo qualche minuto senza capire, alla fine ci porgono un telefono. Dall'altro lato una persona pronuncia qualche parola in un italiano farcito di romenismi. Con gentilezza ci spiega cosa dobbiamo fare una volta giunti a Tiraspol per non incorrere in problemi con la polizia. Bisogna presentarsi entro tre ore dall’arrivo in città al commissariato, pagare in un vicino ufficio postale-banca un visto di $5 (che si aggiunge ai $50 pagati per entrare in Moldavia), dichiarare quanti giorni intendiamo rimanere e dove. La scelta, in verità, non é molto ampia: l'hotel Drusba.
L'hotel, l’unico della città, ospita turisti (pochi), uomini d'affari di passaggio, uffici di aziende straniere, ambulatori medici e studenti fuori sede della vicina università. I prezzi per gli stranieri sono maggiorati, secondo la regola già in uso in Unione Sovietica.
L'atmosfera che si respira a Tiraspol ricorda quella delle vecchie città termali. Il vuoto cittadino è interrotto dagli autobus stracarichi di passeggeri. Sulle strade ampie circolano poche auto, anche se colpisce l’alta percentuale di vetture di grossa cilindrata. Il verde è ben tenuto. Le fontane sembrano non funzionare da anni.
Gruppi di anziani camminano con le sporte della spesa. La loro presenza caratterizza il paesaggio urbano. Indossano di solito abiti sdruciti e portano al petto, con fierezza, le decorazioni militari dell’armata rossa.
I pochi giovani che si vedono sono soldati, con la tipica canottiera bianca e blu a righe orizzontali sotto la divisa verde. Percorrono in lungo e in largo le strade del centro a gruppi di due-tre, parlottando rilassati.
Le tre ore passano cercando la posta-banca. In fila fuori al commissariato una donna sbraita. “C’è sempre una fila da fare, per qualsiasi cosa”. Lo dice in moldavo. Ne approfitto per chiederle qualcosa. “Qui, anche chi conosce il moldavo preferisce non farsi sentire in pubblico, la lingua ufficiale é il russo, per tutti”, dice.
Alla stazione proviamo a chiedere informazioni sui prossimi autobus per Comrat, capitale della Gagauzia. Le indicazioni sono tutte in russo, nel paese è in uso il solo alfabeto cirillico, la regola vale anche le persone che parlano e scrivono romeno-moldavo, così come aveva voluto Stalin a tempi della Repubblica Socialista Sovietica Moldava.
LA TERRA DEI GAGAUZI
La Gagauzia non é un territorio continuo. Il Gagauz Yeri si estende a macchia di leopardo nel cono sud della Moldavia, una regione stretta tra Ucraina e Romania, ed é costituito dall’insieme dei villaggi dove la maggioranza dei residenti appartiene all’etnia gagauza; onsiste nei due distretti confinanti Comrat e Ceadir Lunga, e del distretto territorialmente non collegato di Vulcanesti (all'estremità meridionale della Moldova), oltre a diverse comunità rurali disperse. Il censo del 1979 contava 173,000 gagauzi in Moldova, di questi l’89% parlava come prima lingua il gagauzo. Dal 1994, con una legge approvata dal parlamento moldavo, la regione gode di uno status speciale. Il provvedimento ha risolto, almeno temporaneamente, la disputa che dagli inizi degli anni ’90 aveva visto schierarsi la minoranza gagauza, appoggiata e finanziata dalla propaganda russa, contro il neonato stato moldavo, che, si ripeteva, rappresentava una minaccia per i diritti delle minoranze etniche e culturali del paese.
La corriera percorre la sottile e accidentata lingua d’asfalto che taglia chilometri e chilometri di colline di girasoli e grano. Lungo la strada, in corrispondenza di viottoli sterrati, gruppi di contadini aspettano l’autobus; altri vendono prodotti agricoli direttamente dai carri. Di tanto in tanto incrociamo monumenti al contadino socialista, insegne colorate, ma ormai scrostate, delle aziende collettive sovietiche. La Moldavia era il granaio dell'URSS, oltre che il fornitore del miglior vino.
Comrat, la capitale della Gagauzia, é un villaggio espanso, dilatato, di circa settantamila anime. Le lingue parlate sono il gagauzo e i russo, pochi conoscono il moldavo.
La corriera si ferma ad un incrocio. Schiere di case a tre-quattro piani si affacciano da lontano, intorno edifici non finiti e terra battuta da cui si alzano nuvole di polvere; un’anziana Rom vende sementi seduta su una sedia. L’arrivo di un forestiero desta molta curiosità. Lungo la strada, inaspettatamente ampia per una cittadina di queste dimensioni, le donne, di guardia davanti ai loro cancelli, fanno commenti; i bambini, invece, seguono a distanza. L’autista, prima di ripartire, domanda: “sicuri di voller restare qui?”.
La stazione é costituita da una tettoia in cemento grezzo che introduce ad un locale di una trentina di metri quadri, dove sono sistemate le panche di legno. Tre finestrelle quadrate, poco più grandi di un foglio A4, servono da sportelli. Una solitaria impiegata dispensa biglietti ai viaggiatori in fila. L’autista, prima di partire, passa a raccogliere i soldi della sua corsa.
A Comrat c’è solo una piccola pensione dove alloggiare. Pensione ed anche il solo locale di svago della città aperto fino a tardi; la sera vi si radunano giovani coppie, piccole comitive e i parlamentari locali. Le stanze sono molto confortevoli, alla televisione danno una telenovelas argentina doppiata fuori tempo in russo e sottotitolata in romeno.
Branchi cani sonnolenti presidiano ogni strada. Di fianco al parlamento (Baskani) c’é la casa della cultura, un ampio locale vuoto sostenuto da robuste colonne di colore rosso sormontate da capitelli decorati con falce e martello. Poco distante, su un’altura, c’è la sede dell’unica università al mondo dove s’insegna in gagauzo. La lingua è una dialetto del turco parlato dalla popolazione locale di origini turche stabilitasi in queste zone nel XVIII secolo, in fuga dai continui conflitti nella penisola balcanica. L’imperatrice Caterina II gli concesse di fermarsi in Bessarabia in cambio della loro conversione alla religione cristiano ortodossa.
Al mattino una folla chiassosa di studenti affolla il corso principale. E' la giornata dei pedagoghi e ognuno porta alla propria insegnante un fiore in segno di ringraziamento. Bancarelle, carri, montagnolle di peperoni e pomodori: è il mercato che appare all'improvviso sulla strada che porta alla stazione.
APERTURE
Il riavvicinamento di Chisinau a Mosca ha rimescolato le carte. Dopo un decennio in Moldavia é tornato al governo il partito comunista, dichiaratamente filo-russo, che gode dell’appoggio della popolazione russa, urbana e economicamente dominante, e degli strati sociali più colpiti dalla povertà diffusa, attirati dalla retorica comunista-sovietica di Voronin.
L’elezione di Vladimir Voronin ha portato con sé un altro elemento di novità: il ritorno al potere, dopo dieci anni, di un rappresentante della classe politica formatasi nelle file del partito comunista sovietico, che, come nel caso di Voronin, aveva le sue basi economiche e sociali nelle città del Transdniester.
Nei mesi immediatamente successivi all’elezione del nuovo governo moldavo, il presidente Putin aveva mostrato una certa resistenza rispetto ad una presa di posizione diretta di Mosca nella risoluzione del conflitto tra Moldavia e Transdniester. I successivi sviluppi delle relazioni tra i due paesi fanno pensare che si trattasse di un atteggiamento tattico volto ad ottenere, dal già ben disposto governo comunista di Voronin, ancor più decisi passi nella direzione di Mosca.
L’11 settembre, poi, si è sentito anche da queste parti. Così, la denuncia presentata da Voronin all’Osce sui traffici illegali di armi e droga del Transdniester con Al Qaeda ha avuto l’effetto di smuovere i due collosi dell’area: Russia ed Ucraina. I due paesi, infatti, temono che continuare a non intervenire provocherebbe il diretto intervento della comunità internazionale nella risoluzione del conflitto interno alla Moldavia e la loro conseguente perdita di peso nella regione.
Dopo lunghi tentennamenti il governo secessionista guidato da Smirnov sembra ora accettare il progetto sostenuto dall’Ue di federazione con la Moldavia. Il ritorno in campo del responsabile degli esteri, Valeri Liktai, epurato durante l’estate per aver espresso il proprio sostegno alla scelta federativa, lo testimonia. La decisione, secondo l’agenzia BASA-press, è stata comunicata direttamente al capo missione dell’Osce, David Swartz, dal presidente e fondatore della repubblica di Transdniester agli inizi di dicembre, subito dopo il rientro di quest’ultimo da una visita a Mosca. Il vero ago della bilancia è il rapporto Russia-Unione Europea, con la NATO e gli Stati Uniti impegnati a muovere le loro pedine sullo scacchiere in maniera più o meno autonoma. Gli uffici delle organizzazioni internazionali e le sedi diplomatiche sono dei veri e propri ministeri aggiunti con i quali il governo Voronin deve fare i conti quasi quotidianamente.
| Data: 18-03-2003 | | Fonte: "Diario" |
| Autore: Nando Sigona |
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