Omosessuali: disprezzati e soli anche nella morte

Data: 06-10-2002 Fonte: "Danas"
Autore: Ben Andoni

N.E. BALCANI #582 - ALBANIA
6 ottobre 2002


OMOSESSUALI: DISPREZZATI E SOLI ANCHE NELLA MORTE
di Ben Andoni - ("Danas" [Belgrado], 25 settembre 2002)

[L'omosessualità nei Balcani è ancora oggetto di grandi tabù. Ce ne dà una testimonianza il breve articolo che segue, riguardante nello specifico l'Albania. Ma sono numerosi i casi recenti e meno recenti che danno un quadro di come la situazione sia analoga in altri paesi della regione. Nei mesi scorsi, una coraggiosa manifestazione di gay serbi è stata selvaggiamente aggredita da estremisti di destra, mentre in Romania le "accuse" di omosessualità vengono ancora frequentemente utilizzate come arma di discredito politico. In Bulgaria recentemente la discussione in parlamento di una legge blandamente "liberale" ha visto esponenti della destra e della sinistra più conservatrice tuonare contro il pericolo che gli "invertiti" rappresenterebbero per la società. In Croazia invece quest'estate c'è stata una partecipata e festosa sfilata del gay pride, ma anche in questo caso i media, ivi compresi molti di quelli "seri", hanno riferito dell'evento con termini di ironico disprezzo. L'esito è ovunque lo stesso: la segregazione di una parte della popolazione, fino agli esiti più tragici a livello individuale, come ci racconta "Danas"]

TIRANA - Il 17 agosto 2002 Bashkim Arapi ha bevuto del veleno e nel giro di poche ore è morto in un ospedale di Tirana, la capitale dell'Albania. Vicino al suo letto c'era solo il suo partner, con il quale Arapi viveva da 12 anni. Al funerale non hanno partecipato che poche persone. Nessun membro della famiglia di Arapi, o altri parenti, è venuto a dare l'addio all'estinto. E' morto abbandonato e disprezzato dalla maggior parte della società albanese. Tutto questo solo perché era il presidente della Associazione degli Omosessuali d'Albania.

"La popolazione in Albania ha un atteggiamento marcatamente antiomosessuale. Gli ultimi sondaggi indicano che la stragrande maggior parte della gente ci considera persone malate. Se ci dichiariamo pubblicamente come omosessuali non possiamo ottenere un lavoro decente e la nostra famiglia ci ripudia. Solo gli albanesi possono capire tutta la pesantezza dell'essere ripudiati dalla propria famiglia", dice Naser Almalek, segretario dell'Associazione degli Omosessuali. E' uno dei pochissimi membri di tale organizzazione che osa parlare apertamente e con il proprio nome completo di fronte ai media. L'Associazione degli Omosessuali ha tentato di organizzare un funerale dignitoso per Arapi. "Abbiamo cercato di darci da fare in prima persona. Abbiamo organizzato una veglia nella casa di un amico, in conformità alla nostra tradizione. Con un po' di soldi raccolti con l'aiuto di amici emigrati in Italia abbiamo organizzato il funerale", racconta Almelek. Mentre parla, se ne sta affranto nel bar "La voglia", nel centro di Tirana. Ha circa 30 anni ed è di origine araba. E' un dentista diplomato a Prishtina, in Kosovo. Ha i capelli neri, tinti da poco. Non ha paura di guardare negli occhi ogni uomo che sta nel bar. Il banco del bar è affollato di giovani che osserva assorto. Almelek non desidera parlare dei posti in cui gli omosessuali di Tirana si riuniscono. Teme di mettere in pericolo la loro sicurezza, perché è già successo che venissero aggrediti quando si è scoperto dove si riunivano. Di solito si tratta di parchi in cui le coppie omosessuali si recano solo di notte. Almalek dice che gi omosessuali di Tirana si servono di appositi codici per riconoscersi e concordare degli incontri. Ma per motivi di sicurezza preferisce non citarli.

"Le famiglie di coloro che fanno parte della nostra associazione di solito preferiscono non sapere cosa fanno i loro figli. Se gli omosessuali tengono la loro sessualità segreta, nascosta dietro a muri, di solito tutto è a posto. Le famiglie non li ripudiano. Ma non appena qualcuno dichiara pubblicamente di essere gay, la famiglia lo espelle. E' una pressione enorme. Arapi non ce la ha fatta. E' per questo che si è ucciso", così spiega Almalek la situazione in cui si trova la popolazione gay albanese. Ma le organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani in Albania affermano che i giovani albanesi sono paradossalmente spesso pronti ad abusare dell'Associazione degli Omosessuali per abbandonare il paese e fuggire all'estero. Almalek conferma che ci sono stati problemi di questo genere. "Un po' di tempo fa dovevamo partecipare a un'importante manifestazione delle associazioni gay negli Stati Uniti. Le spese di viaggio e di alloggio erano pagate, ma è stato davvero difficile ottenere i visti americani. Il motivo era chiaro. I nostri membri sono persone giovani e vi era una forte probabilità che alcuni di essi sarebbero rimasti in America. Questo caso è un indice di come la credibilità della nostra organizzazione presso le rappresentanze diplomatiche a Tirana sia diminuita", conclude. I dubbi avanzati dalle organizzazioni non governative vengono confermati nella maniera più franca da Arip Selimi, ex calciatore del Partizan di Tirana. Non riusciva a trovare un ingaggio all'estero, ma non voleva comunque rimanere in Albania. Il desiderio di trasferirsi all'estero è stato il principale motivo che lo ha portato ad aderire all'Associazione degli Omosessuali. "Non avevo scelta", racconta con un sorriso Selimi, seduto tranquillamente in un bar di Tirana. Si trova in Albania in vacanza e possiede il passaporto di un paese estero, oltre a quello albanese. "Se si vuole abbandonare questo paese bisogna essere pronti a tutto. E non sono stato l'unico a fare una cosa del genere", racconta. Selimi ha ottenuto, tramite l'Associazione degli Omosessuali, l'invito da parte di un'altra organizzazione gay. E così ha ottenuto il visto. Non desidera parlare della sua partecipazione all'Associazione degli Omosessuali. Si confonde e cambia tema ordinando un nuovo giro di bevande. "Cosa vuole, sono tempi difficili qui in Albania. Bisogna decidere, l'orgoglio o un visto. Non è una scelta facile", così Almalek commenta la scelta di Selimi.

L'Associazione degli Omosessuali ha 30 membri attivi e circa 200 soci, ma l'unico ad accettare di parlare con i giornalisti è Almalek. Un'idea della situazione degli omosessuali in Albania la dà il fatto che fino al 1995 l'omosessualità veniva trattata come un crimine. L'articolo 137 del Codice penale prevedeva una pena addirittura fino a 10 anni di reclusione per coloro che venivano identificati come omosessuali. L'articolo del codice penale che prevedeva tale pena per gli omosessuali è stato abrogato nel giugno 1995 e subito dopo tale data è stata ufficialmente registrata l'Associazione degli Omosessuali. "La nostra più grande vittoria la abbiamo ottenuta nel gennaio 1995, quando il parlamento ha legalizzato i rapporti omosessuali. La legge adesso prevede pene solo nel caso di rapporti omosessuali forzati o che coinvolgano minorenni", spiega Almalek. Alcuni membri dell'Associazione degli Omosessuali hanno ricevuto riconoscimenti internazionali per il loro lavoro. "La nostra comunità in Albania ha ottenuto il maggiore riconoscimento internazionale nel 1995, quando uno dei nostri membri ha ottenuto il premio per i diritti umani 'Filippo di Suco' a Washington", ricorda Almalek. Ma sul suo volto compare una smorfia improvvisa quando si ricorda che anche quel membro della sua associazione, dopo avere ricevuto il premio, ha deciso di rimanere all'estero. "E' stato un grande passo indietro per l'Associazione e ha spinto molti giovani a seguire il suo esempio. Ma sono cose che non succedono più, ora", afferma Almalek.

Data: 06-10-2002 Fonte: "Danas"
Autore: Ben Andoni