
L'Albania reale e quella mitica
| Data: 06-06-2003 | | Fonte: Albanian Daily News |
| Autore: ADN |
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N.E. BALCANI #674 - ALBANIA
6 giugno 2003
L'ALBANIA REALE E QUELLA MITICA
(da "Albanian Daily News" [Tirana], 17 maggio 2003)
La complessa realtà, i miti e le identità di un paese che l'Occidente ha spesso superficialmente considerato un fenomeno esotico
In una recente intervista rilasciata al quotidiano "Koha Jone", la responsabile per gli Studi Albanesi presso l'University College di Londra, Stefany Schwander-Sivers, ha raccontato dei suoi primi contatti con l'Albania, della complessità della realtà albanese e dei rischi della superficialità accademico-folcloristica.
Seguono alcuni brani dell'intervista:
D: Quando ha deciso di studiare l'Albania, che immagini ne esistevano in Occidente?
R: L'Albania era un paese dimenticato. Anche all'interno di quella parte del mondo che stava "al di là della cortina di ferro" l'Albania non aveva alcuna rilevanza. Aveva perso praticamente ogni interesse economico e strategico. La sua immagine, direi, era contrassegnata soprattutto dall'isolamento e dal feroce totalitarismo. Tuttavia vi era una piccola fetta di persone in Occidente che guardava all'Albania in maniera romantica e idealistica, per esempio i piccoli gruppi dell'estrema sinistra che visitavano l'Albania e ne tornavano a casa entusiasti, portando così con sé in Occidente un'immagine completamente esotica.
D: Quali impressioni ha tratto a suo tempo dal primo contatto con la realtà albanese?
R: Negli anni '80 studiavo antropologia ed etnologia a Berlino. Allo stesso tempo studiavo Balcanologia e dovevamo scegliere un paese balcanico da studiare in maniera specifica. Io ho scelto l'Albania. Era il 1988. Nello stesso anno abbiamo fatto un viaggio in Albania su invito dell'Accademia delle Scienze albanese. A essere sincera, ho avuto reazioni miste. Da una parte, sono stata rapita dal paesaggio e affascinata dal fatto che si trattasse di un paese isolato dei cui abitanti non sapevo quasi nulla... Dall'altra, ricordo il nostro autista e il nostro traduttore, che più che accompagnarci ci tenevano sotto controllo. Avevo appena cominciato a studiare l'Albania a quei tempi. A un certo momento, spinti dalla curiosità, siamo "sfuggiti" per breve tempo dagli occhi dei nostri sorveglianti. Ci trovavamo a Kukes, nel nord dell'Albania. La gente ci guardava con grande curisoità e non mi posso dimenticare l'entusiasmo e la generosità con cui le persone ci rispondevano quando chiedevamo qualcosa. Non riuscivano proprio a credere che all'improvviso degli stranieri erano piombati in mezzo a loro. In quel momento di libertà, mi sono resa conto del grande contrasto che esisteva tra l'apparenza della propaganda ufficiale e la realtà... Mi ricordo di avere visto delle donne vestite in abiti tradizionali, ma mi sono resa conto che venivano considerate come "arretrate" dagli altri. Mi ha fatto venire in mente la magnifica descrizione che Hahn ha fatto dell'Albania. Tutto questo attirava la mia curiosità, perché il lavoro dell'antropologo è quello di esaminare attentamente i dettagli interessanti. Per esempio, in un paese in cui veniva coltivata la nazionalità, perché le persone che indossavano vestiti tradizionali venivano considerate come fuori dal tempo e dalla "cultura"? La risposta che mi sono data sul posto è che venivano considerate come "persone vecchie", sopravvissute in un sistema comunista che rivendicava la creazione di un "nuovo uomo".
D: Perché ha scelto l'Albania come oggetto dei suoi studi? E' stato una specie di capriccio o anche lei è rimasta affascinata dall'idea esotica e ha pensato: "studierò un paese che nessuno conosce"?
R: Senza volere essere folcloristica o ipocrita, le dirò che quello di cui lei parla, cioè l'essere attratti da un paese perché è sconosciuto, è stato un fattore importante. Ma quello che ha avuto il ruolo principale è stato il primo contatto che ho avuto con gli albanesi. Il contatto che ho avuto con la gente è stato molto vivido ed emozionante. Ciò che mi ha impressionato di più è stato il grande desiderio di comunicare, ascoltare e parlare, anche se le circostanze allora erano molto pericolose. Il mio primo studio sull'Albania riguardava il "concetto di eroismo e dell'eroe", un lavoro molto accademico e astratto. Ma se io dovessi scegliere i miei eroi personali e reali, le mia scelta cadrebbe sicuramente sulle persone che ho incontrato nel 1988. Il loro grande desiderio di imparare, di comunicare, il loro coraggio nelle difficili condizioni in cui si trovavano, avevano qualcosa di eroico.
D: Come vede l'Albania oggi, dopo 12 anni, rispetto all'Albania del 1988?
R: E' un tale balzo nel tempo che mi confonde e non mi sento in grado di dare una risposta. Prendiamo le cose in ordine cronologico. Torniamo indietro al 1988. Quello che mi era rimasto impresso allora non era solo il coraggio della gente, ma anche il fatto che uno straniero fosse qualcosa di molto speciale. Naturalmente oggi le cose sono cambiate e in un certo modo è positivo. Nel frattempo sono tornata in Albania nel 1992, invitata ancora una volta dall'Accademia delle Scienze. In tale occasione, sono immediatamente tornata nel nord del paese, perché avevo avviato uno studio sul significato simbolico e il ruolo sociale della parola d'onore. Un altro studio riguardava il Kanun che, devo dire, aveva cominciato a diventare una specie di moda in Occidente. Ecco qui uno dei cambiamenti prodottisi in 12 anni: sotto alcuni aspetti, l'Albania ha cominciato a diventare un "trend". Ma quando le cose si trasformano in moda, rischiano di essere affrontate in modo pseudo-accademico. E' per questo che sto molto attenta a non cadere in questa trappola. Sarebbe molto interessante studiare come in Occidente l'immagine degli albanesi, dopo l'isolamento totalitario, oscilla tra l'oscurità totale (un'immagine problematica) e il misticismo e il romanticismo (un'immagine largamente idealistica). Dopo il mio studio sul Kanun, la mia attenzione è stata attratta dalle nuove forme di urbanizzazione e dalle relazioni interetniche in Albania. Sono rimasta impressionata in particolare dal processo di determinazione dell'identità in Albania. L'autoidentità veniva a determinarsi sulla base del retroterra educativo, della civiltà e dell'opportunità di emigrare. Quest'ultimo fattore era particolarmente importante per le minorità aromanne.
D: Lei ha parlato dell'immagine degli albanesi nell'Occidente di oggi... Vede un rischio di caratterizzazione folclorica dell'Albania a livello accademico?
R: Al Centro per gli Studi Albanesi di Londra facciamo tutto il possibile per evitare questa "trappola". Per questo motivo promuoviamo studi che evitano caratterizzazioni "patriottiche o folcloriche". Perché ve ne sono. Succede, per esempio, con coloro i quali pensano di avere afferrato l'"essenza dell'essere albanese", identificandola in maniera abusiva o congetturale con il Kanun. Lo fanno senza sondare in profondità, senza tenere conto del contesto sociale e storico. Chi studia i Balcani deve comprendere che la gente del luogo è responsabile ed è protagonista della propria vita e del proprio destino. Questa gente si trova semplicmente in contesti politici e storici defferenti da quelli dell'Europa Occidentale.
D: Nel suo libro "Miti e identità albanesi", i miti vengono analizzati dagli storici, che sono interessati a scoprire in quale misura questi "miti" corrispondono alla verità...
R: Vi sono grandi analisi di alcuni storici in questo libro, ma invece di "provare" la verità di questi miti, offrono una conoscenza alternativa e determinano il contesto storico in cui tali miti assumono dimensioni politiche e sociali. Un mito, per esempio, è quello dell'idea del "pensiero omogeneo" su una nazione, sviluppato dal nazionalismo, soprattutto durante il periodo comunista. Artan Fuga ha fatto un'analisi molto interessante del modo in cui questo mito crea una realtà virtuale, distante dalla realtà sociale. Dal punto di vista antropologico, la promozione di miti in un periodo di transizione è molto interessante. La transizione è un periodo "prolifico" di miti che non sono omogenei, dove ognuno si crea il proprio mito sulla base del rispettivo punto di vista regionale, religioso, mediatico e politico. Allo stesso tempo, la crisi provocata dalla transizione dà nuova vita a quelli che chiamiamo i miti "omogenei", che diventano intoccabili, come il mito degli Illiri, quello di Skanderbeg - probabilmente il più importante nella storia albanese - il mito dell'indifferenza religiosa e metafisica degli albanesi, il "mito" dell'origine e così via... E poiché abbiamo parlato di una conoscenza alternativa e critica, va notato che sono molto pochi coloro i quali ammetterebbero che questi miti sono stati creati e promossi nel XIX secolo, quando l'identità nazionale degli albanesi stava prendendo forma. Tuttavia, tali miti sono diventati naturalmente inerenti, come se esistessero dall'eternità.
D: Poiché lei ha studiato Balcanologia, non posso evitare di chiderle se esiste un mito comune balcanico...
R: Sono sempre molto prudente nel rispondere a questa domanda, per non fare delle generalizzazioni. Quello che mi colpisce nei Balcani è la relazione tra le categorie "Noi" e "Loro". Ai nostri occhi, "Noi" sono sempre gli eroi e nei confronti degli altri siamo sempre le vittime. In poche parole, secondo me, il principale mito comune balcanico è quello di fare di se stessi un eroe e una vittima. Questo "mito" promuove il feticismo della memoria: "Noi" non possiamo mai guardare a qualcuno con occhio critico e pertanto si riproduce solamente l'immagine eroica e vittimista del sé. Il risultato è che si perde contatto con l'"Altro" e si evita il dialogo.
| Data: 06-06-2003 | | Fonte: Albanian Daily News |
| Autore: ADN |
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