"Dopo il K-3 arriva il K-1"

Data: 08-06-2002 Fonte: "NIN", "Politika"
Autore: Ljiljana Smajlovic

N.E. BALCANI #562 - SERBIA/KOSOVO
8 giugno 2002


DOPO IL K-3 ARRIVA IL K-1
di Ljiljana Smailovic - ("NIN" [Belgrado], 30 maggio 2002)


La lettera K è l'abbreviazione che nella parte dell'incriminazione dell'Aia contro Slobodan Milosevic riguardante il Kosovo sta a indicare i testimoni protetti, e il testimone K-3 (Ratomir Tanic [si veda N.E. Balcani #551 del 23 maggio 2002]) così come il testimone K-1 (ci si può attendere, visto il precedente esempio, che anche la sua identità verrà rivelata quando siederà sul banco dei testimoni) sono degli "insider" sui quali l'accusa fa affidamento per provare un punto chiave dell'incriminazione: che l'ex presidente jugoslavo era all'origine della congiura per ripulire etnicamente il Kosovo, cioè per scacciare dal Kosovo una parte significativa della popolazione albanese. Nell'incriminazione dell'Aia tale congiura viene denominata più precisamente un "atto criminale collettivo" che Slobodan Milosevic, a quanto si sostiene, avrebbe concepito già nella seconda metà del 1998. L'esistenza di una tale congiura viene dimostrata indirettamente anche con il fatto che l'accusato "ha aggirato la normale linea di comando, facendo sostituire i funzionari che rappresentavano un intralcio" alla messa in atto di tale "atto criminale". Sia per l'una che per l'altra incriminazione (l'ideazione di una congiura e la sua messa in atto) i testimoni principali dell'accusa sono proprio Ratomir Tanic e il testimone protetto K-1, come è scritto chiaramente nella "relazione preliminare" dell'Accusa del 26 novembre 2001, che è stata distribuita ai giornalisti due mesi prima dell'inizio del processo.

ALLA RICERCA DEI TESTIMONI
Come "NIN" è venuto a sapere da circoli vicini al Tribunale dell'Aia, l'accusa nel frattempo non è riuscita a mettere le mani su testimoni nuovi e più convincenti di quanto non lo siano K-1 e K-3. E come "NIN" è venuto a sapere sempre dagli stessi circoli, esiste una grande probabilità che l'opinione pubblica jugoslava non rimanga più impressionata dall'identità e dalla deposizione di K-1 di quanto non sia stata impressionata da Ratomir Tanic. Naturalmente, non è escluso che i grandi sforzi messi in atto dall'accusa dell'Aia per arrivare a testimoni "migliori" (vale a dire con una migliore credibilità come "insider") dia in breve tempo qualche frutto. All'accusa sono rimasti meno di due mesi (fino al 25 luglio, quando comincerà la pausa estiva del tribunale, dopo la quale si passerà alle parti dell'accusa che riguardano la Croazia e la Bosnia) per dimostrare all'Aia la colpevolezza di Slobodan Milosevic per tutti i crimini che le forze serbe, a quanto si sostiene, hanno compiuto in Kosovo. Non è molto, se si tiene presente che l'Accusa finora ha "speso" 110 giorni e circa 60 testimoni, vale a dire due terzi del tempo di cui disponeva per il Kosovo, soprattutto per dimostrare che in Kosovo durante i bombardamenti sono stati deportati centinaia di migliaia di albanesi. Sono state presentate cosiddette prove "prima facie" e non ci possono più essere molti dubbi sul fatto che vi siano state deportazioni di albanesi e che sugli albanesi siano stati compiuti anche molti altri crimini. Tuttavia, solo una manciata di questi testimoni finora ha potuto confermare di essersi trovato nel 1999, anche solo per un momento, direttamente a contatto con Slobodan Milosevic, e solo Ratomir Tanic finora ha cercato di mettere Slobodan Milosevic stesso in relazione diretta con tali crimini e i loro diretti esecutori, vale a dire di dimostrare che Milosevic sia stato personalmente al vertice della congiura per scacciare fisicamente gli albanesi dal Kosovo al fine di modificare la composizione etnica della provincia serba. Tale testimone, tuttavia, ha lasciato l'aula del tribunale con una credibilità intaccata e finora è l'unico "insider" serbo nella lista dei testimoni dell'accusa, del quale l'accusa ha affermato che è stato personalmente in contatto con Slobodan Milosevic. Tra i testimoni dell'elenco che sono stati direttamente in contatto con Milosevic finora abbiamo visto solo il politico britannico Paddy Ashdown e gli albanesi Ibrahim Rugova, Adnan Merovci, Veton Surroi e Baton Haxhu, un numero davvero misero e limitato, se si tiene conto oltretutto dei loro scarsi contatti con l'accusato.

IL TEMPO STA PER SCADERE
Dal 12 febbraio [inizio del processo - N.d.T.] fino a oggi, l'Accusa ha impiegato due volte più tempo per dimostrare che vi sono stati dei crimini, di quanto non gliene rimanga ora per dimostrare incontrovertibilmente la responsabilità personale di Milosevic, ovvero per dimostrare che i crimini non sono stati atti individuali di singoli membri dell'esercito e della polizia serbi, bensì il frutto di un piano criminale dei vertici dello stato serbo. Il compito del Tribunale sarà quello di porre rimedio, nel tempo che gli rimane, alla scarsa credibilità di Ratomir Tanic (lo si fa così, per esempio: Geoffrey Nice il giorno dopo la deposizione di Tanic ha chiesto al giornalista di "Koha Ditore" Baton Haxhu se Tanic era un personaggio importante, ottenendo una risposta affermativa) e per trovare conferma alla propria argomentazione chiave. Probabilmente a pochi sarà sfuggito che uno dei punti centrali della testimonianza di Ratomir Tanic è stata l'affermazione che Momcilo Perisic e Jovica Stanisic, i principali uomini di Milosevic rispettivamente nell'Esercito jugoslavo e nei servizi segreti, erano personalità positive che nei momenti decisivi si sono opposte all'"atto criminale" di Milosevic, vale a dire alle sue intenzioni nei confronti degli albanesi. Un difensore serbo dei diritti umani, Biljana Kovacevic-Vuco, ha intravisto con insoddisfazione in tutto ciò l'intenzione di limitare, attraverso l'accusa incentrata sulla "catena di comando privata", l'insieme delle responsabilità di tutti i rimanenti livelli istituzionali, di fatto amnistiandoli. Il testimone K-1 dovrà testimoniare proprio su come Milosevic, attraverso Nikola Sainovic, ha creato una tale catena illegale di comando in Kosovo. Altrimenti, per quanto riguarda l'affidabilità di tali testimoni, sapremo solo nelle motivazioni del collegio giudicante, quando tutto sarà finito, se i giudici sono stati davvero così sospettosi nei confronti di Tanic come sembrava a prima vista e se hanno accettato la sua deposizione come effettivamente valida. Ma bisogna dire che, anche se il processo a Slobodan Milosevic viene continuamente paragonato, a causa dei crimini di guerra, con quello di Norimberga, il procedimento contro di lui assomiglia molto di più a quello con il quale alcuni anni fa è stato condannato il noto boss mafioso di New York, John Gotti. Non perché la natura dei loro affari sia simile, ma perché sono stati incastrati nella stessa trappola giuridica. I magistrati hanno accusato Gotti del crimine di congiura criminale, uno sperimentato metodo di lotta contro la mafia mediante il quale è facilmente possibile fare ricadere sui boss i crimini i cui esecutori diretti sono uomini sotto il loro comando. Il testimone principale contro John Gotti era Salvatore Semi "Toro" Garvano (Sammy the Bull), il quale in cambio dell'immunità penale ha testimoniato contro il suo capo, ha ammesso di avere ucciso per conto di quest'ultimo 20 persone e se ne è uscito tranquillamente dalla sala del tribunale per assumere una nuova identità con il programma di difesa e trasferimento dei testimoni.

LA TRASFORMAZIONE
Ratomir Tanic, in confronto a questo "peso massimo" è un testimone "peso piuma", ma entrambi hanno in comune che nessuno si aspetta da loro, visti i loro capi e la natura dei loro affari e dei compiti che dovevano svolgere, che siano dei cittadini modello per potere essere proposti come testimoni affidabili. La differenza forse sta nel fatto che il "Toro" non si è mai nemmeno sognato di mentire al magistrato, ai giudici o alla giuria, perché è stato chiaramente ammonito del fatto che in tal caso l'accordo sulla sua immunità sarebbe venuto a cadere. Sulla testa di Ratomir Tanic non pendeva una tale minaccia: in cambio della sua testimonianza, probabilmente, gli è stato proposto solo il trasferimento in un luogo segreto. All'Aia, con ogni probabilità, adesso è Nikola Sainovic la persona alla quale l'accusa sta sventolando sotto il naso un'eventuale proposta di diminuzione o cancellazione della pena, in cambio di una testimonianza che potrebbe mettere definitivamente alle corde Milosevic, in un modo che possa convingere anche i serbi e non solo la comunità internazionale. A coloro che sono addentro ai segreti dell'ex regime è chiaro che Slobodan Milosevic non ha messo in campo all'Aia tutte le armi di cui disponeva per attaccare Tanic e i suoi analoghi. Milosevic ha fatto finta di non avere mai gettato nemmeno un'occhiata nel dossier segreto della polizia sul testimone principale (cosa di cui forse si pentirà al momento della sentenza) e nel corso dell'interrogatorio incrociato sembrava attendesse che i giudici cadessero d'un colpo al solo sentire che una persona che ha intrigato con il suo regime (e questo negli anni in cui tale regime lottava per la mera sopravvivenza) non abbia un curriculum impeccabile. Il suo atteggiamento nei confronti di Tanic è stato quello di una persona cinica che vuole umiliare, ma Milosevic, anche in questo caso così come più volte fino a ora, si è preoccupato più della propria eredità politica che di difendersi dalle accuse dell'Aia. Un efficace smascheramento di Tanic avrebbe automaticamente comportato un altrettanto micidiale smascheramento della natura del dominio di Milosevic sui serbi. Quest'ultimo si è servito di gente del tipo di Tanic (i cui appetiti sono stati placati con posizioni pubbliche conquistate in maniera disonesta, con affari sospetti, con licenze di importazione, il tutto in cambio di favori politici) come una merce da spendere, quasi allo stesso modo in cui i "tanic" vengono utilizzati dall'ufficio di Carla Del Ponte.

IL GRANDE EGO
Milosevic poteva spiegare tutto ciò nell'aula del tribunale dell'Aia, ma in tale sede cerca soprattutto di difendere il proprio progetto politico. Lui chiama tutto ciò "demolizione del tribunale", ma la sala del processo è solo il posto in cui scrive il proprio testamento politico e non gli viene nemmeno in mente di arrecare danno alla propria eredità politica per guadagnare qualche punto a livello del procedimento, nel quale non nutre alcuna speranza. Ma Milosevic, adesso, passando ore e ore sotto i riflettori della TV, lascia trasparire molto di più di quanto forse non vorrebbe e comunque decisamente di più di quanto abbiamo mai saputo su di lui. La maggior parte dei suoi connazionali ha cominciato a conoscere solo dall'aula del tribunale dell'Aia il vero volto del proprio ex presidente, la sua natura politica e umana, che non è possibile nascondere di fronte a un tale livello di esposizione agli occhi dell'opinione pubblica. I serbi ora hanno l'occasione, grazie alle trasmissioni in diretta della televisione B92, di conoscere finalmente l'indole, le abitudini, la filosofia politica e il carattere individuale dell'uomo che ha segnato le loro vite. Quando nasconde ai giudici anche le cose che gli potrebbero essere di aiuto nel processo, Milosevic non può più nascondere molte altre cose. Gli è difficile minacciare o bluffare; ha capovolto l'aula del tribunale e fa finta che sia uno staterello che comanda secondo i suoi capricci. Ha buoni nervi e un'intelligenza superiore, nonché una buona dose di mancanza di sensibilità per qualsiasi dolore o sofferenza che non siano dei serbi. E quando è costretto a scegliere tra gli interessi nazionali dei serbi (tra i quali vi è quello che nell'aula di tribunale dell'Aia venga confermata la versione più veritiera degli avvenimenti, con quanti più fatti precisi possibile) e i propri interessi personali, il suo ego e la propria incommensurabile vanità, opta sempre per la difesa dei secondi.

(titolo di "Notizie Est")


AIA: SCONTRO AL PROCESSO DEL SECOLO
di Zorana Suvakovic - ("Politika" [Belgrado], 1 giugno 2002)


Nell'aula di tribunale dell'Aia, durante il processo del secolo contro l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, si è giunti, dopo mesi di disaccordi sottaciuti, a uno scontro aperto e acceso tra il collegio dei giudici, guidato dal giudice Richard May, e l'accusa, rappresentata questa volta dal pubblico accusatore Geoffrey Nice, anch'egli britannico. Al centro del diverbio è la stessa essenza del processo, nonché i diversi punti di vista su come debba essere condotto, e pertanto si ritiene che quello attuale sia un momento chiave di questo procedimento, che sta ormai minacciando di protrarsi all'infinito. Richard May, seguito da Patrick Lipton Robinson, ha rimproverato ad alta voce e pubblicamente l'accusa di trascurare il fatto che il processo contro Milosevic riguarda prima di tutto le responsabilità di comando. Invece di portare testimoni più esaurienti, e più affidabili, nei loro racconti riguardo a tale aspetto, i pubblici accusatori "perdono" tempo portando persone che hanno assistito ai fatti sul terreno. Dato che si ritrova in difficoltà in termini di tempo, visto che il giudice May ha limitato la presentazione delle prove relative al Kosovo al 26 luglio, l'accusa tenta di portare di fronte ai giudici gli indagatori del suo team per fare una sintesi delle dichiarazioni dei testimoni e togliersi quindi così di impaccio. "Come potete portare un tale testimone, quando sapete qual è la posizione del collegio dei giudici di fronte a deposizioni di seconda mano", ha chiesto infastidito Richard May a Geoffrey Nice quando l'indagatore Barney Kelly martedì scorso ha cominciato la propria deposizione. La deposizione di Kelly è stata quindi interrotta e alla fine rifiutata, per essere poi seguita da un alterco nel quale, con grande felicità di un Milosevic sorridente e soddisfatto, si è giunti a un evidente profondo disaccordo tra il giudice e l'accusa sull'essenza di tutto questo procedimento. L'eloquente e sempre ammodo Nice ha accusato i giudici di dubitare dell'affidabilità e della veridicità delle testimoninanze, mentre il giudice May gli ha risposto che questi testimoni non fanno altro che ripetere il sommario dell'incriminazione. "Perché allora non siede al banco dei testimoni lei stesso?", ha chiesto May al pubblico accusatore Nice. Nice, tuttavia, ritiene che i suoi uomini portino in tribunale dei materiali "analitici e sintetici" insostituibili, indispensabili per creare un quadro esauriente degli avvenimenti di Racak, per esempio. Il giudice di colore Patrick Robinson, della Giamaica, è stato ancora più aspro e per la prima volta si è udito dal banco dei giudici dell'Aia che "la reputazione del tribunale potrebbe essere messa in questione" se non verrà posto un limito alle prove raccolte sul posto. E' interessante notare che successivamente, nella stessa aula di tribunale, di fronte allo stesso collegio di giudici, nella conferenza stampa data prima del processo a Biljana Plavsic e a Momcilo Krajisnik, si è assistito a un analogo diverbio riguardante problemi di tipo simile. Sono in questione migliaia e migliaia di pagine di documenti, tradotti e non tradotti, che sommergono gli incriminati e i loro difensori. Non sono fisicamente nemmeno in grado di leggere tali materiali di prova, e tantomeno di analizzarli e prepararsi a controbatterli. Per quanto riguarda Biljana Plavsic, essendo in libertà condizionata a Belgrado, potrebbe anche attendere l'inizio del processo, ma in quali diritti può sperare Momcilo Krajisnik, che già da due anni e mezzo langue a Scheveningen e non si intravede la fine della sua carcerazione? Quello che tuttavia fa innervosire ancora di più il collegio dei giudici guidato da Richard May è comunque il fatto che dovranno condurre anche il processo ai leader dei serbo-bosniaci, quando infine comincerà. E' difficile immaginarsi May, Robinson e Kwan che la mattina partecipano al processo a Milosevic, per poi passare il pomeriggio, nella stessa aula di tribunale, a quello a Plavsic e Krajisnik. E' qualcosa che, se non cambierà qualcosa nel frattempo, potrebbe accadere già a ottobre. L'alternativa è quella di concedere anche a Krajisnik la libertà temporanea e di aspettare a dare il via al suo processo fino a quando non sarà terminato quello del secolo, del cui andamento, come è evidente, sono tutti molto preoccupati.


LE CONDIZIONI CROATE PER RINUNCIARE ALLE ACCUSE CONTRO LA JUGOSLAVIA
(da "Glas Javnosti" [Belgrado], 5 giugno 2002)


La Croazia potrebbe ritirare l'accusa presentata contro la Jugoslavia al Tribunale dell'Aia se Belgrado si assumerà la responsabilità dell'aggressione, punirà i criminali di guerra dando così soddisfazione alle vittime croate e ammetterà la propria colpa per l'aggressione e gli spargimenti di sangue sul territorio croato, scrive il quotidiano di Zagabria "Vjesnik".

Successivamente, mediante un accordo bilaterale, si giungerebbe a un'intesa sulla divisione dei danni di guerra compiuti durante le operazioni dell'Esercito jugoslavo (JNA) e dalle unità paramilitari serbe e montenegrine sul territorio croato. Alla comunità internazionale risulterebbe conveniente il ritiro dell'accusa secondo tali modalità, poiché in tale modo si eviterebbe la possibilità di nuove tensioni nella regione e la Jugoslavia eviterebbe una condanna per genocidi, afferma "Vjesnik".

Se si giungerà a una visita di Kostunica a Zagabria, come è stato annunciato recentemente, e a sue scuse pubbliche alla Croazia per la guerra e l'aggressione, si arriverebbe a una forma politica di conferma che la disputa potrà essere risolta giuridicamente concentrandosi sui tre punti menzionati: responsabilità per l'aggressione, processo ai responsabili e pagamento dei danni, afferma il quotidiano. La possibile rinuncia della Croazia all'accusa ha un'altra conseguenza. Più precisamente, la Serbia dovrebbe dare alla Croazia tutti i dati relativi alle persone scomparse. Si insiste molto su questo dettaglio, fatta eccezione per qualche circolo. Nelle trattative politiche e giuridiche per un possibile ritiro dell'accusa della Croazia contro la Jugoslavia l'unica circostanza di ostacolo sarebbe il problema del ritorno dei serbi scacciati, perché alla Croazia viene chiesto di portare a termine il processo di rientro.

(traduzioni di A. Ferrario)


Data: 08-06-2002 Fonte: "NIN", "Politika"
Autore: Ljiljana Smajlovic