
"Ivanovic, Trajkovic, Hill e il Kosovo"
| Data: 23-05-2000 | | Fonte: "Danas", "Reporter" |
| Autore: Autori vari |
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NOTIZIE EST #327 - KOSOVO
23 maggio 2000
IVANOVIC, TRAJKOVIC, HILL E IL KOSOVO
NOTA INTRODUTTIVA
Pubblichiamo qui sotto, a titolo esclusivamente documentativo, tre interviste con altrettanti personaggi che svolgono un ruolo di primo piano per i futuri destini del Kosovo. La prima è un'intervista (integrale) a Oliver Ivanovic, leader del Consiglio Nazionale Serbo di Mitrovica, cioè della cosiddetta "ala dura" dei serbi del Kosovo, i cui altri due principali esponenti sono Marko Jaksic e Vuko Antonijevic. Ivanovic ha un passato completamente avvolto nella nebbia (e che egli mai si è preoccupato di chiarire); di lui si dice che è stato dirigente d'azienda sotto il regime serbo e poi maestro di Judo, mentre sono molti quelli secondo cui è vincolato da stretti legami, diretti o indiretti, con il regime di Belgrado, ma si tratta di voci che non hanno mai trovato conferme concrete, anche se rimane il fatto che i media controllati dal governo serbo, come per esempio "Politika", pubblicano regolarmente articoli di encomio del SNV di Mitrovica. Recentemente, comunque, il SNV di Mitrovica ha ricevuto l'invito esplicito di Djindjic a unirsi alle forze di opposizione di Belgrado. La carriera politica pubblica di Ivanovic è cominciata nel giugno scorso, con la divisione in due di Mitrovica a opera dei "ragazzi del ponte" (di cui è il leader politico riconosciuto) e delle forze francesi della KFOR. Dell'intervista vanno rilevati in particolare due dettagli: la valutazione positiva che Ivanovic dà della politica serba nei confronti del Kosovo durante il periodo tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, politica che valuta sostanzialmente come un'occasione perduta, da una parte, e dall'altra il fatto che, nonostante le critiche all'amministrazione ONU e KFOR del Kosovo, egli non abbia nei confronti di queste ultime una posizione conflittuale, quanto piuttosto una mirata a ottenerne i favori. A differenza di Ivanovic, Rada Trajkovic, della quale pubblichiamo ampi stralci di un'intervista, ha avuto una carriera pubblica ampiamente nota: alto esponente del Partito Radicale di Seselj e ministro per la famiglia nella coalizione "rosso-nera" al potere a Belgrado, è stata estromessa dall'esecutivo nell'inverno del '98 nell'ambito della lunga catena di purghe effettuata in quel periodo dal regime di Milosevic. Uscita quindi anche dal Partito Radicale, che non ha preso le sue difese, è riuscita negli ultimi mesi prima dei bombardamenti a portare con sé larga parte delle sezioni del Partito Radicale in Kosovo. Ultranazionalista convinta, ha rilasciato a più riprese in passato dichiarazioni razziste e minacce di liquidazione nei confronti dei difensori dei diritti umani (contro Natasa Kandic del Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado, per esempio), ed è stata inoltre con Momcilo Trajkovic (al quale non è legata da alcun vincolo di parentela, nonostante l'omonimia) tra i più accesi sostenitori della spartizione del Kosovo. Oggi è entrata a fare parte, come osservatore, dell'Amministrazione Temporanea del Kosovo guidata da Kouchner e cerca di dare di sé un'immagine moderata. Il mese scorso si è iscritta al Partito Democristiano Serbo guidato da Goran Svilanovic e che avrà presto come presidente, secondo quanto ha annunciato ufficialmente oggi il partito, il miliardario serbo-statunitense Milan Panic. E' interessante notare che un'importante dichiarazione resa da Trajkovic nell'intervista, secondo cui tra l'"ala dura" e quella "moderata" dei serbi del Kosovo sarebbe stato concordato un approccio a doppio binario nei confronti della comunità internazionale, è stata confermata, in maniera più criptica, in altre due interviste concesse ad aprile dalla stessa Trajkovic rispettivamente al quotidiano "Danas" e al settimanale "NIN". Di Rada Trajkovic abbiamo pubblicato sul sito "I Balcani" una breve biografia (in inglese) dell'agenzia Beta, utile, anche se un po' all'acqua di rose rispetto al personaggio (http://www.ecn.org/est/balcani/kosovo/radatrajkovic.htm). La terza intervista consiste in realtà in una serie di dichiarazioni rilasciate recentemente al quotidiano serbo "Danas" da Christopher Hill, ex inviato USA per il Kosovo, autore delle numerose bozze di accordo che hanno preceduto Rambouillet e uno dei principali artefici della politica di Washington in Kosovo negli ultimi due anni. Oggi Hill è responsabile per i Balcani nel Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Pur con le loro notevoli circonvoluzioni verbali tipiche del linguaggio diplomatico, le dichiarazioni rese da Hill sono ampiamente rivelatrici delle posizioni passate (per esempio a Rambouillet) e presenti degli USA rispetto alla situazione in Kosovo e, in particolare, alle aspirazioni degli albanesi all'indipendenza.
(Andrea Ferrario)
INTERVISTA A OLIVER IVANOVIC
a cura di Aleksandar Arsenijevic - ("Danas", 13-14 maggio 2000)
Oliver Ivanovic, presidente del Comitato esecutivo del Consiglio Nazionale Serbo (SNV) del distretto di Kosovska Mitrovica, è secondo molti una personalità politica controversa, che è stata portata in primo piano dalla crisi del Kosovo e dagli eventi di Kosovska Mitrovica. La rottura lungo la linea Kosovska Mitrovica-Gracanica ricorda direttamente le divisioni già osservate a suo tempo nella Krajina serba. Per ora il gruppo di Mitrovica e quello di Gracanica guidato dal vescovo della Raska-Prizren Artemije sono saldamente ciascuno sulle sue posizioni e sembra che la frattura si approfondisca ancora di più ogni giorno che passa, senza che vi sia all'orizzonte un avvicinamento delle posizioni.
DANAS: Negli ultimi tempi si è sentito dire a più riprese che la parte settentrionale del Kosovo si trova sotto l'influsso diretto del regime di Belgrado e che il SNV mette direttamente in atto la politica della Belgrado ufficiale.
IVANOVIC: Affermazioni come questa, o simili a questa, che vengono dal vescovo Artemije e da padre Sava Janjic, arrecano un danno diretto ed è solo a tale scopo che vengono rese in pubblico. Tuttavia, coloro che rappresentano un fattore effettivamente rilvante in Kosovo non renderanno mai tali affermazioni. A suo tempo cose del genere le diceva il generale Wesley Clark, ma dopo che si è incontrato con noi del SNV di Mitrovica ha completamente cambiato posizione. Nessuno degli alti rappresentanti della comunità internazionale con i quali abbiamo avuto l'occasione di incontrarci e di parlare, ha mai preso posizioni simili. La tragedia è che tutto questo viene proprio da gente nostra. Belgrado non ha nessuna influenza sulla parte settentrionale del Kosvoo. L'unico nostro collegamento con Belgrado è costituito dal fatto che alla gente che lavora nelle imprese statali, nel settore della sanità e in quello dell'educazione, gli stipendi continuano ad arrivare dalla Serbia, ma questo è un impegno legale della Repubblica Serba nei nostri confronti. Quindi il SNV non è in alcun modo una filiale di Slobodan Milosevic, come alcuni tendono ad affermare.
DANAS: In quale misura la divisione tra i serbi che sono rimasti in Kosovo può influire sulla loro futura sorte?
IVANOVIC: In questo momento non si può parlare di nessun danno grave, perché il gruppo attorno al vescovo Artemije non solo non ha il sostegno dei serbi del Kosovo, ma non ha nemmeno quello dei serbi di Gracanica. Il SNV si è apertamente opposto a tutto quello che fa il gruppo di Gracanica. Abbiamo il sostegno non solo di Kosovska Mitrovica, ma anche di Gracanica, Kosovo Polje e Lapije selo. In altre parole, ciò vuol dire che abbiamo già realizzato un'untà nazionale anche fuori da Kosovska Mitrovica.
DANAS: In cosa consiste tale unità?
IVANOVIC: Innanzitutto abbiamo una posizione unitaria riguardo all'entrata dei rappresentanti serbi nel Consiglio amministrativo temporaneo del Kosovo, al censimento e alle elezioni. Il vescovo Artemije e Momcilo Trajkovic non sono riusciti a raggruppare intorno a sé la gente e per qeusto non hanno il diritto morale di parlare a nome dei serbi del Kosovo.
DANAS: Sembra comunque che le posizioni del vescovo abbiano il sostegno della comunità internazionale.
IVANOVIC: Il fatto che il vescovo Artemije e Gracanica sono difesi dai soldati della KFOR parla già da solo. Il gruppo di Gracanica rifiuta di riconoscere che i principali responsabili diretti dell'attuale difficile situazione in Kosovo sono la comunità internazionale, la KFOR e l'UNMIK. A differenza di loro, noi abbiamo la fiducia della gente. E' innegabile che i serbi del Kosovo non abbiano alcuna fiducia né in Bernard Kouchner né nella KFOR. L'entrata nell'Amministrazione temporanea fino a oggi non ha portato nulla di positivo, mentre dall'altra parte non ha fatto che mettere in questione la possibilità che i serbi continuino a rimanere in Kosovo, nonché il ritorno delle persone fuggite. La realtà ha fino a oggi dimostrato che solo il SNV possiede la forza reale necessaria per mettere in collegamento il popolo serbo del Kosovo con l'UNMIK, la KFOR ed eventualmente le autorità serbe. Dico eventualmente perché con i rappresentanti di Belgrado abbiamo sempre meno contatti. In una tale situazione il SNV si è dimostrato un fattore che non può essere aggirato, anche se alcuni malignamente lo negano.
DANAS: E' innegabile che a suo tempo l'attuale regime serbo abbia trovato una sua base di sostegno proprio in Kosovo, grazie al nazionalismo di cui si è ammantato Slobodan Milosevic. Come guarda a tali fatti oggi, con la distanza del tempo e dopo tutto quello che è successo?
IVANOVIC: Oggi è del tutto chiaro che l'euforia creata dal populismo nazionalista alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90 non è stata sfruttata nel modo giusto. L'omogeneizzazione nazionale, che rappresentava realmente una grande forza, è stata utilizzata in maniera errata. E' un fatto che oggi, dopo tutto quello che è successo al popolo serbo, è molto più difficile attivizzare la gente e rimane quindi la domanda quando il popolo serbo potrà avere nuovamente una possibilità simile di decidere finalmente la soluzione della questione nazionale.
DANAS: Sulla questione nazionale, con modalità diverse tra di loro, insistono anche alcuni partiti politici dell'opposizione. Molti si attendono che sarà l'opposizione serba quella che porterà a una nuova omogeneizzazione nazionale. Lei cosa ne pensa?
IVANOVIC: Lo stesso fatto che dopo tanti anni l'opposizione continui a essere divisa parla da solo. In Kosovo l'opposizione non ha bisogno di unire i serbi, piuttosto si potrebbe dire che la creazione di diversi partiti in Kosovo ha contribuito a dividere il popolo. Abbiamo la stessa opinione anche in merito al tentativo di creare un Parlamento Nazionale Serbo. In questo momento non abbiamo bisogno di una cosa del genere. Il nostro obiettivo è quello di creare un movimento panserbo in Kosovo, del quale entrino a fare parte tutti i fattori politici più importanti, naturalmente a parte i partiti politici estremisti, le cui azioni sono inaccettabili sia per noi sia per la comunità internazionale. Sarebbe una buona mossa, tuttavia alcuni singoli nel SNV hanno visto in ciò una sconfitta delle proprie posizioni politiche e in reazione hanno dato vita al Parlamento Nazionale Serbo, che raccoglie attorno a se quadri politici isolati.
DANAS: Cosa intende quando parla di forze politiche estremiste?
IVANOVIC: Penso soprattutto ai partiti nazionalisti estremisti, rappresentati dai cetnici, che propagandano un'opzione politica del tutto anacronistica basata sull'intolleranza ideologica e nazionale.
DANAS: Come commenta i continui attacchi dell'attuale regime serbo contro i partiti politici all'opposizione, con l'argomentazione che si tratta di traditori al soldo degli stranieri?
IVANOVIC: Non amo tali definizioni. Dobbiamo riconoscere apertamente una volta per tutte che le divisioni tra patrioti e traditori o cetnici e partigiani hanno portato al popolo serbo più danni dei suoi secolari nemici. Sarebbe stato molto più utile per il popolo se in tutti questi anni avessimo condotto discussioni costruttive sugli obiettivi programmatici concreti e le modalità per la loro realizzazione, invece di dividerci incessantemente tra di noi.
DANAS: Il SNV ha l'ambizione di trasformarsi in un fattore politico rilevante in Kosovo, o addirittura in un partito politico?
IVANOVIC: Indipendentemente dal fatto che qualcuno voglia riconoscerlo o meno, noi siamo già un fattore politico rilevante, grazie anche al fatto che rappresentiamo quasi 60.000 persone. E' naturalmente normale che non possiamo rappresentare i serbi in tutte le aree del Kosovo, ma grazie al fatto che le nostre posizioni coincidono con buona parte dei partiti politici che agiscono sul territorio del Kosovo, siamo riusciti a unire i serbi in queste aree.
DANAS: Il vostro rifiuto di prendere parte alla prima riunione del Comitato per il rientro in Kosovo dei profughi ha suscitato molti commenti tra il pubblico.
IVANOVIC: Entrando in un tale organo avremmo tacitamente dato credibilità a un gruppo civile. Dall'altra parte ritengo che esso non significherebbe nulla di concreto per le persone fuggite che attualmente sono sparse in tutta la Serbia. Nel SNV abbiamo deciso che il Comitato organizzativo per il ritorno dei serbi, che agisce nell'ambito del SNV, terrà una riunione alla quale verrà invitato anche Bernard Kouchner e gli altri rappresentanti delle organizzazioni internazionali in Kosovo.
DANAS: Cosa prevede concretamente il piano per il ritorno dei profughi serbi in Kosovo messo a punto dal SNV e che negli ultimi giorni è stato al centro dell'attenzione del pubblico?
IVANOVIC: Il piano che noi abbiamo messo a punto è vecchio più di sei mesi e in esso si precisano con chiarezza i luoghi in cui i serbi potrebbero tornare. Il nostro obiettivo fondamentale è quello di fare tornare entro il 15 settembre nei villaggi della valle di Osojan e nella municipalità di Klina tra seimila e settemila profughi. Tuttavia dobbiamo prima organizzare bene queste persone, in modo tale che esse siano in grado di difendersi da sole. Se non lo faremo, il loro ritorno non potrà assolutamente realizzarsi. Se non riusciremo a mettere in atto questo piano, del quale verranno portati a conoscenza i rappresentanti della comunità internazionale, lasceremo all'UNMIK la soluzione del problema. Noi possiamo ovviamente garantire il ritorno dei serbi nel territorio della parte settentrionale di Kosovska Mitrovica, ma questo è il nostro ultimo asso nella manica, perché qui siamo in terra nostra e per farlo non abbiamo bisogno del consenso di nessuno. Noi comunque cerchiamo con tutte le forze di rafforzare la posizione del SNV, cercando di estendere la nostra influenza anche nelle zone centrali del Kosovo.
DANAS: Ritiene che in un futuro non lontano sarà possibile una vita comune tra i serbi e gli albanesi sul territorio del Kosovo e Kosovska Mitrovica può in generale continuare a esistere come città divisa?
IVANOVIC: Per ora non esiste alcun presupposto per una vita comune con gli albanesi. Dovrà passare ancora molto tempo prima di potere dimenticare tutto quello che nel frattempo è accaduto. In questo momento Kosovska Mitrovica deve esistere in tale modo, perché non esiste altra soluzione per garantire che i serbi rimangano in queste aree. Qualsiasi integrazione metterebbe in pericolo la permanenza dell'elemento serbo. E' questo il motivo fondamentale per cui sosteniamo che al momento per noi è inaccettabile lo status quo. Solo dopo un massiccio ritorno dei profughi in queste aree e l'elaborazione di un programma economico per garantire la sicurezza materiale dei cittadini, si potrà parlare di qualche sorta di integrazione. Il primo passo per giungere a ciò dovrebbe essere un collegamento economico che con il tempo si trasformi in un vincolo saldo.
DANAS: Come valuta le dichiarazioni che giungono molto spesso dai vertici dell'attuale regime serbo, ma anche dell'esercito e della polizia, secondo cui l'esercito jugoslavo e le forze del Ministero degli interni presto torneranno in Kosovo?
IVANOVIC: Per ora queste sono dichiarazioni che hanno un carattere esclusivamente interno e si rivolgono ai cittadini della Serbia. E' assolutamente irreale pensare a una cosa del genere.
DANAS: Secondo lei il fatto che il Partito Socialista Serbo (SPS) abbia marginalizzato i suoi quadri politici del Kosovo che sono rimasti con il proprio popolo e che indubbiamente a suo tempo hanno rappresentato un fattore essenziale all'interno della struttura del partito, significa che il SPS sta lentamente cambiando direzione rispetto al problema del Kosovo?
IVANOVIC: Non comprendo una tale politica dei quadri all'interno del SPS. Se decidessi io, darei la precedenza proprio alle persone che hanno dimostrato il coraggio di rimanere al proprio posto rispetto a quelli che se ne sono andati dal Kosovo prima dell'esercito e della polizia, o insieme a essi. Il popolo serbo del Kosovo è deluso da questa situazione e si sente venduto e ingannato, sebbene in larga parte in passato abbia dato un sostegno incondizionato al SPS. Ritengo che la situazione in cui al momento si trovano i serbi del Kosovo sarebbe decisamente diversa se a suo tempo fossero state messe in atto mosse politiche concrete e se le autorità avessero dato prova di maggiore saggezza politica.
DANAS: In quale misura l'attuale scontro politico tra Belgrado e Podgorica può influire sulla futura sorte della popolazione serba del Kosovo?
IVANOVIC: E' indubbio che la nostra futura permanenza in quest'area dipende dai rapporti reciproci all'interno della federazione jugoslava. Se si arriverà a divisioni all'interno della federazione jugoslava la nostra posizione peggiorerà di molto e ritengo che non avremo più possibilità di rimanere qui. I governi di entrambe le unità federali devono comprendere che in questo momento l'interesse nazionale generale è più importante di qualsiasi interesse politico. Per questo fatto noi, serbi del Kosovo, ci appelliamo a tutte le forze politiche importanti della federazione jugoslava, affinché si sforzino al massimo perché i rapporti reciproci tra Serbia e Montenegro non si aggravino ancora di più e affinché trovino soluzioni che ricompoganto tali rapporti. Le autorità di Belgrado devono prendere atto del fatto che, per quanto il Montenegro sia piccolo, esso deve essere trattato come un'unità federale a pari diritto. Solo in questo caso si potrà contare sul Kosovo come provincia all'interno della federazione jugoslava.
INTERVISTA A RADA TRAJKOVIC
a cura di Rade Stanic - ("Reporter", 12 aprile 2000)
[...] L'intervista con Rada Trajkovic è stata effettuata per telefono, mentre si trovava fuori dal Kosovo in visita ai figli. [...]
REPORTER: Perché ha deciso [nonostante le minacce] di entrare a far parte dell'Amministrazione temporanea del Kosovo, quando a febbraio aveva affermato che non vi sareste entrati se non fosse stato garantito il ritorno dei cittadini di nazionalità non albanese in Kosovo?
TRAJKOVIC: Abbiamo avuto esperienze spiacevoli con la comunità internazionale. Momcilo Trajkovic e il vescovo Artemije sono stati membri del Consiglio temporaneo e durante il periodo in cui ne hanno fatto parte si è prodotto il maggiore esodo dei serbi. Non sono riusciti a impedire nulla. Devo dire che io stessa ho dichiarato che non saremmo tornati in tale istituzione fino al ritorno dei serbi. La comunità internazionale ha distrutto il nostro paese e, cosa ancora peggiore, abbiamo avuto vittime umane e ciò è stato giustificato con la democratizzazione del Kosovo e la lotta affinché nessuna delle comunità governasse sulle altre. Se la comunità internazionale ha ucciso affinché gli albanesi potessereo vivere in un Kosovo pacifico, deve avere la credibilità per dire loro "abbiamo ucciso serbi e distrutto città per voi" e pretendere molto energicamente e ultimativamente che la smettano, tanto per cominciare, di ucciderci.
REPORTER: Cosa ha fatto sì che ora avete fiducia nella comunità internazionale?
TRAJKOVIC: Se vi avessimo fiducia sicuramente non saremmo entrati in qualità di osservatori, bensì come membri permanenti. Accettiamo tutto con riserva - quando i serpenti sono affamati anche le lucertole hanno paura. Abbiamo accettato i posti di osservatori sulla base di promesse di fattori molto importanti della comunità internazionale, che ci hano assicurato che ci aiuteranno sicuramente se faremo parte delle istituzioni. Era chiaro che, con noi fuori dalle istituzioni, non hanno alcuna intenzione di fare nulla di serio né per il ritorno, né per la creazione di condizioni in qualche modo normali.
REPORTER: Oliver Ivanovic sostiene invece proprio questa posizione e dice che la comunità internazionale dovrebbe fare qualcosa e che con la vostra entrata nell'Amministrazione temporanea la questione serba viene messa nuovamente da parte. Ora vi sono pretesti del tipo, ecco, è stato comunque fatto qualcosa, i serbi fanno parte delle istituzioni.
TRAJKOVIC: Si tratta di una cosa che non ha assolutamente senso. Siamo entrati a fare parte dell'Amministrazione temporanea per cominciare a risolvere il problema della comunità serba. In caso contrario, si dovrebbe pensare che siamo entrati a farne parte per risolvere qualche questione personale. Non penso che nessuno di noi sia disposto a regalare la propria autorità e personalità solo per interesse personale, fino a compiere un sacrificio così grande come quello di sedere allo stesso tavolo con Hashim Thaci.
REPORTER: C'è chi ritiene che con la vostra entrata nell'Amministrazione temporanea si è verificata una spaccatura tra i serbi del Kosovo. E' d'accordo con una tale opinione?
TRAJKOVIC: La nostra mossa ha portato a pronunciare parole enormi e pesanti accuse, che per la maggior parte provengono dalle autorità di Belgrado. Naturalmente, anche parole reboanti e dimissioni "storiche" nel nostro Consiglio Nazionale Serbo (SNV). Tutta la politica del nord del Kosovo è stata mirata a creare e conservarre l'esistenza di tale area del Kosovo solo fino al fiume Ibar e con la nostra entrata nell'Amministrazione temporanea tale concetto è fallito. Avere solo il nove per cento del territorio del Kosmet [Kosovo-Metohija] sotto il nostro controllo per noi è inaccettabile, mentre invece non lo è, forse, per il regime che pensa, ottenendo Trepca, di avere ottenuto quanto vi è di più importante nel Kosmet.
REPORTER: E come pensa di superare la spaccatura tra di voi e il SNV di Kosovska Mitrovica, tenendo conto che è stata annunciata la creazione di un nuovo consiglio nel quale non ci sarà posto per voi?
TRAJKOVIC: Tra di noi ci sono stati molti incontri e discussioni, pubblici e segreti. Ci siamo perfino accordati sul fatto che in Kosovo avremmo avuto due politiche. Cioè che qualcuno sarebbe entrato, mentre altri non sarebbero entrati, senza che corressero parole grosse tra di noi. Questi accordi sono stati presi con Marko Jaksic e il leader del suo partito Kostunica [leader del Partito Democratico della Serbia - DSS - da non confondersi con il quasi omonimo Partito Democratico - DS - di Zoran Djindjic], che ha anch'egli sostenuto tale idea e intenzione - almeno quando ne abbiamo parlato - da lui ritenuta giusta perché è impossibile conservare il Kosovo e Metohija senza l'area centrale in cui i serbi sono in una situazione molto difficile. Perché dopo l'entrata nell'amministrazione temporanea è stata sollevata una tempesta, perché l'accordo è stato rotto - lo dovete chiedere a lui. Penso che una grande responsabilità la abbia Oliver Ivanovic, una persona che è entrata molto tardi nel SNV di Kosovska Mitrovica, vi è entrato con il suo gruppo del ponte, del quale riteniamo - in realtà sappiamo - che è legato al regime di Belgrado.
REPORTER: A cosa si riferisce quando afferma queste cose?
TRAJKOVIC: Le informazioni che ci vengono da Belgrado dicono che Ivanovic e il suo portavoce Nikola Kabasic hanno avuto incontri con Nikola Sainovic e alcune altre persone delle quali non desidero parlare.
REPORTER: Ma a Mitrovica sono stati proprio i membri del Partito Socialista Serbo (SPS) ad avere la peggio negli scontri con i ragazzi del ponte.
TRAJKOVIC: Sì. Si sono picchiati perché le promesse che hanno ottenuto in tali incontri con il regime di Belgrado poi non sono state realizzate sul terreno. Quindi, rivoltatisi, hanno aggredito Zoran Andjelkovic [il governatore della provincia del Kosovo, nominato dal regime di Milosevic e formalmente ancora in carica].
REPORTER: Due anni fa lei si è opposta alla partecipazione di mediatori stranieri alla risoluzione della crisi del Kosovo. Ora siete costretti a collaborare con loro. Come vive questo fatto?
TRAJKOVIC: Molto male. Si tratta di un ruolo davvero pesante, ma la necessità costringe a cambiare le regole. Quando ancora ero nel governo, facevo parte del gruppo che era esplicitamente contro il consenso all'arrivo dei verificatori, perché per me era il prologo a una perdita di controllo e un'ingerenza nel nostro stato in Kosovo e Metohija. Alla TV "Palma Plus" ho detto che avrei potuto essere stata ministro ancora un mese, o addirittura ancora quatto anni, ma sarei rimasta contro tale decisione. Questa dichiarazione ha suscitato sia all'estero sia nel governo una tacita contarietà e sguardi torvi. Ora il nostro esercito e la nostra polizia si sono ritirati - non sono stata io a firmare gli accordi di Kumanovo, non sono stata in nessuna istituzione del sistema e ne vado fiera.
[...]
REPORTER: L'entrata nell'Amministrazione temporanea non costituisce forse un dare legittimità a uno stato fantasma in corso di creazione, come affermano alcuni serbi del Kosovo? Cosa effettivamente potete ottenere attraverso l'Amministrazione temporanea?
TRAJKOVIC: [...] Con la nostra entrata cercheremo di ottenere, per il tramite dei rappresentanti dei più importanti paesi europei e dell'America, che i ogni enclave in cui vivono serbi vengano installate infrastrutture affinché abbiano un lavoro. Non so che prospettiva dovrebbe essere quella di sederci ad aspettare che la missione fallisca - se dovesse fallire, ci sarebbe parapiglia per una settimana o due, ma noi non ne trarremmo alcun vantaggio. La comunità internazionale ha i suoi meccanismi per nascondere le proprie sconfitte e i propri misfatti. Con la nostra entrata abbiamo fatto sì che la missione non fallisse e per questo ci aspettiamo che ci aiuteranno. Se non avverrà, abbiamo il diritto di dire: avete promesso e senza alcun senso di colpa troveremo altri modi di resiste e lottare per conservare la nostra comunità.
REPORTER: Il Comitato jugoslavo per la collaborazione con la missione ONU ritiene che l'entrata di voi quattro nell'Amministrazione temporanea rappresenti un atto di tradimento.
TRAJKOVIC: Penso che siano molto infastiditi dal fatto che ora avremo la possibilità di seguire anche i loro contatti con la comunità internazionale. A volte ho l'impressione che alcune decisioni di Kouchner siano concordate con Belgrado, a danno dello stato e del popolo.
[...]
REPORTER: In quale delle seguenti opzioni è il futuro del Kosovo: un Kosovo regione, un Kosovo multietnico, o qualche altra soluzione vostra?
REPORTER: Il diritto storico della Serbia e dei serbi è che il Kosovo sia loro. Il desiderio degli albanesi, naturalmente, è che il Kosovo sia indipendente e faccia parte di una Grande Albania. Un Kosovo che dovesse uscire dalla Serbia causerebbe tutta una serie di problemi. La Repubblica Serba di Bosnia chiederebbe immediatamente la separazione dalla Bosnia-Erzegovina, si destabilizzerebbero i Balcani. La comunità internazionale ha annientato i concetti di Grande Serbia e Grande Croazia, penso che non consentirà una Grande Albania. Non mi attendo che lo status del Kosovo sarà quello della costituzione di dieci anni fa, ma lotterò affinché non sia nemmeno quello del 1974, quando oltre 200.000 serbi si sono trasferiti dal Kosovo e Metohija. Quindi, bisogna trovare qualche modus vivendi, e studieremo la cosa con gli esperti per trovare una soluzione con la quale i serbi della Serbia non governino sugli albanesi, ma con la quale nemmeno gli albanesi non governeranno sui serbi nelle loro enclave.
[...]
[NOTA: Ricordiamo che "Notizie Est" ha pubblicato svariati materiali e interviste che riguardano il contesto politico della minoranza serba del Kosovo, in particolare NE #262 del 23 settembre 1999 (intervista a Momcilo Trajkovic), NE #293 del 22 dicembre 1999 (incontro tra serbi ed esponenti USA a Sofia), NE #308 del 2 marzo 2000 (divergenze politiche tra i serbi del Kosovo) - tutti reperibili su web a http://www.ecn.org/est/balcani/notest.htm]
PARLA CHRISTOPHER HILL
a cura di Slobodan Pavlovic, dell'agenzia Sense ("Danas", 13-14 maggio 2000)
" Penso che la comunità internazionale, già a un certo punto dell'autunno 1998, sia stata portata nella situazione in cui non poteva più rimanere al di fuori dell'escalation della crisi nel Kosovo. [...] Avevamo una situazione in cui i serbi - con il loro regime antidemocratico a Belgrado - non consentivano uno sfondamento della democrazia nella stessa Serbia, per non parlare poi della loro disponibilità ad accettare una cosa simile in Kosovo. [...] Abbiamo cercato di portare le due parti, Belgrado e Pristina, a delle trattative. Abbiamo insistito affinché si arrivase a un accordo per l'autonomia del Kosovo, indipendentemente dal fatto che l'autonomia non rappresentava più quello cui erano interessati gli albanesi del Kosovo. Per parlare sinceramente, penso che la maggior parte degli albanesi non sarà mai più interessata a un'autonomia del Kosovo nell'ambito della Jugoslavia... In ogni caso, abbiamo insistito perché arrivassero ad accordarsi su qualcosa e a prendere in esame la soluzione temporanea che veniva loro proposta. E questo voleva dire: che gli albanesi accettassero l'autonomia del Kosovo, con la coscienza che non sarebbe stata una soluzione permanente. I problemi, tuttavia, sono cominciati subito con la formazione del team dei negoziatori albanesi. Si è visto subito quanto gli albanesi fossero divisi. Rugova non era in grado di controllare i rivoltosi sul terreno, e quindi è stato molto difficile portare gli albanesi a una collaborazione reciproca su tale progetto. [...] Belgrado opponeva resistenza a ogni coinvolgimento estero in Kosovo che contenesse un meccanismo di implementazione simile a quello applicato in Bosnia. Di questo per lungo tempo non si è nemmeno potuto discutere. Tutto ciò fino al gennaio del 1999, dopo il massacro nel villaggio di Racak, quando nella comunità internazionale ha preso il sopravvento la consapevolezza del fatto che in Kosovo non si sarebbe potuto fare niente senza un meccanismo militare che supportasse il nostro impegno. A Rambouillet abbiamo cercato con tutte le forze di convincere entrambe le parti ad accettare un pacchetto di accordo che prevedeva un Kosovo autonomo, del cui status si sarebbe parlato nuovamente in una conferenza internazionale tre anni dopo. A molti la proposta di un tale accordo è sembrata la creazione di qualche specie di soluzione temporanea, dopo la quale il Kosovo sarebbe diventato uno stato indipendente, e che per questo i serbi non avrebbero potuto essere d'accordo. Ma il meccanismo previsto per il riesame di tale accordo non garantiva in alcun modo che il Kosovo dopo tre anni sarebbe diventato uno stato indipendente. Al contrario, tale meccanismo prevedeva proprio che il Kosovo rimanesse in sostanza così come sarebbe stato nei tre anni precedenti. Nel concreto: per il 2002 era prevista una conferenza internazionale con la quale sarebbe stato deciso un meccanismo per il futuro status del Kosovo - e tale meccanismo si sarebbe basato sulla volontà del popolo del Kosovo". Cosa significava concretamente? In cosa consisteva il problema principale? "Quando si è arrivati a ciò, a Rambouillet, si è posta subito la questione del popolo che dopo tre anni si sarebbe pronunciato sullo status del Kosovo. Gli albanesi insistevano affinché fossero i kosovari e i serbi affinché riguardo a ciò decidesse il popolo della Serbia. Oltre a ciò, la proposta prevedeva che in merito al futuro status del Kosovo si sarebbero dovute pronunciare anche le autorità competenti. Gli albanesi chiedevano che fossero solo le autorità del Kosovo, mentre i serbi chiedevano che fossero gli organi di governo della Jugoslavia e della Serbia. Il terzo punto dell'accordo proposto prevedeva che la decisione (in merito al futuro status del Kosovo) dipendesse dal grado di adempimento degli impegni che le parti erano tenute a rispettare nel precedente periodo triennale. E, alla fine, vi era un clausola, basata sul documento OSCE di Helsinki, in base alla quale si ricordava l'intangibilità dei confini in Europa - a meno che a tali cambiamenti non si dovesse arrivare per via pacifica e con il consenso di entrambe le parti. Si trattava quindi di un accordo che consentiva agli albanesi di andarsene da Rambouillet con il messaggio: non rinunciamo al nostro sogno di indipendenza, ma con questo creiamo almeno delle istituzioni e la possibilità di tornare a una vita normale. L'accordo di Rambouillet prevedeva anche la formazione di forze internazionali per garantirne la messa in atto - ed è stato questo che il governo di Belgrado ha assolutamente rifiutato di accettare. Eravamo pronti a trattare anche sul transito delle forze internazionali dirette in Kosovo. Su questo argomento in un secondo tempo si è sentito dire che si trattava di un 'diktat' - che la comunità internazionale aveva posto delle condizioni che Belgrado non poteva cambiare. Non è assolutamente la verità. A Rambouillet eravamo pronti a trattare su tutto. Ma per Milosevic la creazione delle forze internazionali era una questione chiave. Tutto, alla fine, è fallito per questo e l'intervento militare è diventato quindi inevitabile". [...]
"[Ora] ci attendiamo che si arrivi a un cambiamento di regime a Belgrado. E' assolutamente necessario che la Serbia diventi nuovamente parte della comunità internazionale, cosa che è assolutamente impossibile sotto l'attuale regime. E se si arriverà a tali cambiamenti di regime a Belgrado e se la Serbia si incamminerà verso un futuro democratico, come fanno gli altri paesi della regione, sono convinto che in futuro ci saranno anche trattative sullo status definitivo del Kosovo. Saranno trattative che includeranno la Serbia e la Jugoslavia e sarà allora che vedremo come andranno avanti le cose con il Kosovo. In ogni caso, è una strada lunga e ci vorranno anni per giungere a tale soluzione definitiva per il Kosovo. Allo stesso tempo, la ricerca di questa soluzione definitiva implica un coinvolgimento anche dei paesi confinanti. La Macedonia, per esempio, non può essere indifferente agli accordi per il Kosovo". [Alla domanda su cosa potrebbe accadere riguardo al Kosovo dopo il 10 giugno, quando il Consiglio di sicurezza farà un bilancio di un anno di lavoro della KFOR e dell'UNMIK nel mettere ordine in Kosovo, Hill risponde:] "Il mandato della KFOR e dell'UNMIK, previsto dalla Risoluzione 1244, verrà prorogato automaticamente dopo il 10 giugno", ha detto il consigliere di Clinton, aggiungendo che per ogni aggiunta o modifica di tale documento è necessaria una nuova risoluzione, che nei fatti implicherebbe l'accordo di tutti i membri del Consiglio di sicurezza. "Per questo è tendenziosa l'interpretazione di alcuni circoli di Belgrado, secondo cui per la proroga della presenza civile e militare dell'ONU in Kosovo è necessaria una nuova decisione del Consiglio di sicurezza. E' solo un inganno nei confronti del pubblico, a fini propagandistici. La Risoluzione 1244 non ha limitazioni temporali e continuerà a essere applicata con l'abituale automatismo. La Risoluzione 1244 rappresenta una piattaforma per lo sviluppo delle indispensabili istituzioni del Kosovo, ma essa da sola non può essere né adeguata né sufficiente. Abbiamo bisogno ancora di molto. Sono necessarie le elezioni, che si terranno in autunno, abbiamo bisogno di qualche tipo di costituzione temporanea, con la quale verranno create le istituzioni necessarie al Kosovo nella fase attuale. Sottolineo questo "temporanea", perché tale costituzione non risolverà lo status definitivo del Kosovo, ma deciderà solo in merito alle future istituzioni. Ritengo che i ritmi di lavoro per tali istituzioni future debba essere accelerato. E in particolare è importante che si risolva lo status e le modalità di difesa dei serbi, dei rom e delle altre comunità nazionali minoritarie in Kosovo".
| Data: 23-05-2000 | | Fonte: "Danas", "Reporter" |
| Autore: Autori vari |
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