
"Perché i sindacati serbi non riescono a ottenere la fiducia dei lavoratori"
| Data: 01-04-2000 | | Fonte: "Reporter" |
| Autore: Vera Didanovic |
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NOTIZIE EST #318 - SERBIA/MONTENEGRO
1 aprile 2000
PERCHE' I SINDACATI SERBI NON RIESCONO A OTTENERE LA FIDUCIA DEI LAVORATORI
(di Vera Didanovic - "Reporter", 22 marzo 2000)
Le autorità serbe riescono facilmente a controllare il sindacato "statale", ostacolando l'agire di quelli "scomodi".
Imparando dall'esempio croato, dove quindici giorni prima delle elezioni i due partiti che poi le hanno vinte hanno stipulato un accordo di collaborazione con il maggiore sindacato, il sindacato serbo indipendente UGS Nezavisnost ha messo a punto in questi giorni un "Accordo interno per una Serbia sociale, giusta e democratica", di cui intende chiedere la firma agli altri sindacati e ai partiti politici che entreranno nella competizione elettorale. "Abbiamo scritto cosa ci attendiamo dai partiti politici che arriveranno al potere riguardo alle condizioni di lavoro e ai diritti dei lavoratori. Prima delle elezioni proporremo ai partiti di firmare un documento e inviteremo i dipendenti a votare per i partiti che firmeranno l'accordo. In tal modo, i partiti firmatari si impegneranno di fronte all'opinione pubblica a lavorare per soddisfare tali richieste", spiega Darko Marinkovic, direttore del Centro per l'educazione e la ricerca dell'UGS Nezavisnost. Secondo i risultati di una vasta indagine pubblicata nel settembre del 1999, riportati nello studio "L'opinione pubblica in Serbia" pubblicato dal Centro per lo studio delle alternative e dall'UGS Nezavisnost, i cittadini potrebbero in qualche modo ripagare il lavoro preelettorale dei sindacati, sebbene non siano favorevoli a un impegno politico diretto di questi ultimi. L'indagine, in particolare, ha dimostrato che i tre quinti dei cittadini della Serbia ritengono che dei sindacati uniti, combattivi e mobili, insieme ad associazioni professionali e di esperti, potrebbero essere uno degli attori fondamentali in grado di fare uscire la società dalla profonda crisi in cui si trova. Il problema è che stiamo qui parlando di una situazione del tutto ipotetica. Nella vita reale, i sindacati sono divisi e impotenti e i cittadini ne sono perfettamente consci. Secondo i risultati dell'inchiesta, complessivamente solo il 12% degli intervistati crede ai "vecchi" sindacati (quelli statali) e a quelli nuovi. Illustrando questi risultati non certo allegri, Zoran Stojilkovic, assistente alla Facoltà di scienze politiche, afferma nello studio che uno dei motivi dell'impotenza dei sindacati e della mancanza di fiducia nei loro confronti è costituito dalle loro divisioni e dai reciproci conflitti. "I sindacati devono definirsi con chiarezza rispetto agli attori politici, soprattutto nei confronti di quelli al potere, se vogliono agire con successo. Ma il problema consiste nel fatto che il maggiore ostacolo a una comune azione dei sindacati è costituita dalle diverse posizioni dei sindacati nei confronti del potere, così come riguardo a quelli che devono essere gli attori e le modalità del cambiamento", scrive Stojiljkovic. E' difficile pensare a qualcosa di più naturale di queste "diverse posizioni dei sindacati nei confronti del potere" in una situazione in cui questo stesso potere ha assegnato a uno dei sindacati - l'Alleanza dei Sindacati Serbi (SSS) - una posizione che sotto molti aspetti è privilegiata rispetto alla "concorrenza". E questo non è successo affatto per caso. Come osserva il politologo dr. Slobodan Antonic nel libro collettivo "Il ruolo del sindacato nella transizione" ("Uloga sindikata u tranzicij", Centro per l'analisi delle alternative, 1999), nel programma del Partito Socialista Serbo al potere si parla del sindacato al singolare. Nel programma del partito "gemello", la JUL, nonostante le parole reboanti sull'uguaglianza e la difesa dei lavoratori, alle organizzazioni sindacali e alla politica sociale dello stato non viene dedicata nemmeno una parola, osserva Antonic. L'opposizione programmatica al pluralismo sindacale si realizza nella pratica con l'assegnazione al "sindacato fratello" di uno status di controparte riconosciuta, accompagnato da vantaggi materiali non trascurabili. E' stato proprio il SSS a ereditare le proprietà del sindacato del periodo monopartitico. Oltre a ciò, il potere di tanto in tanto dà prova dei suoi favori distribuendo merci in deficit alla popolazione impoverita proprio attraverso il SSS. E questi, come si è dimostrato, sono mezzi sufficientemente efficaci per controllare il sindacato più numeroso della Serbia e fomentare allo stesso tempo le divisioni nel movimento sindacale, limitandone drasticamente le possibilità di successo. Citando l'esempio del fatto che anche senza la firma del direttore generale è possibile concludere un affare per decine di milioni di marchi (per farlo è sufficiente la firma di un vicedirettore autorizzato), Marinkovic ritiene che lo stato coscientemente e in maniera intenzionale operi per rendere più difficile la formazione di sindacati "non controllati". Secondo le sue parole, in questo momento sono oltre 300 i casi di "ostruzionismo intenzionale alla registrazione di sindacati", e i direttori, "che sono un elemento fondamentale di questo sistema, licenziano o sospendono lavoratori che presentano di fronte a loro per ottenere i documenti necessari per la registrazione del sindacato". Se e quando alla fine riescono a superare gli ostacoli alla registrazione, i sindacati si scontrano con altri tipi di discriminazione, che limitano drasticamente il loro campo di azione, tra i quali per i sindacati di nuova fondazione il più grave è forse quello della decisione del governo di riconoscere come controparte unicamente la SSS. Quest'ultimo è, ricorda Marinkovic, l'unico sindacato dell'Europa Orientale che dopo la caduta del muro di Berlino e l'apertura di un processo di riforme non abbia effettuato una nuova reiscrizione dei propri membri, "ma ha invece continuato con la vecchia prassi secondo cui, non appena qualcuno viene assunto, viene trattato immediatamente come un membro della SSS e dalla busta paga gli viene prelevata la relativa quota". I nuovi sindacati, che finora non hanno trovato chi li ascolti, propongono di introdurre, come nei paesi democratici, il criterio secondo cui la maggiore importanza la deve avere la rappresentatività dei sindacati, e che in conseguenza di ciò il diritto di trattare spetterebbe a tutti i sindacati che soddisfano le condizioni previste. A differenza dei colleghi dei paesi più sviluppati e democratici, nei quali non esiste il più delle volte una legge a parte sugli scioperi, i sindacalisti locali devono lottare, secondo la valutazione di Marinkovic, anche con "le norme restrittive della legge sugli scioperi". "L'introduzione dell'obbligo di dichiarare anticipatamente lo sciopero - nelle imprese produttive con un anticipo di cinque giorni, e nei servizi pubblici con un anticipo di dieci giorni - diminuisce l'efficacia delle lotte. Viene inibito l'effetto sorpresa e si dà il tempo al datore di lavoro, o alle autorità, di effettuare pressioni e sconfiggere preventivamente lo sciopero" [...]. Il discorso sui motivi della mancanza di successo delle lotte sindacali in Serbia non si esaurisce assolutamente, tuttavia, con l'analisi dei vari sotterfugi legali e con il raffronto con la rispettiva situazione nel mondo sviluppato. E' difficile, in particolare, che qualcosa possa scoraggiare così tanto i lavoratori nella loro intenzione di ricorrere alla forma tradizionalmente più efficace di lotta sindacale - lo sciopero - quanto la situazione in cui la metà della popolazione attiva non lavora affatto (agli 820.000 disoccupati riconosciuti ufficialmente è necessario aggiungere circa 800.000 lavoratori in "ferie forzate", due dati che insieme danno una percentuale della disoccupazione al 50%). Gran parte di coloro che "lavorano", nelle condizioni di collasso economico, in realtà non fanno altro che recarsi al posto di lavoro senza poi lavorare, un fatto che da solo svuota di significato ogni azione di sciopero. L'appello a organizzarsi sindacalmente suona logicamente privo di senso anche per le migliaia di persone che sono costrette ad assicurarsi l'esistenza lavorando "al nero" e, come si è dimostrato nei fatti, tale appello non è molto popolare nemmeno nella maggior parte delle aziende private di recente creazione, i cui proprietari non amano certo dare le cifre sul numero dei loro dipendenti. "La gente sa di non potere prendere lo stipendio se non lavora, e non lavora a causa delle politiche di sanzioni, di guerra e di quelle nazionalistiche e isolazioniste del regime, delle sue decisioni irresponsabili. E tutte queste sono questioni politiche senza la soluzione delle quali è impossibile una soluzione dei problemi della vita quotidiana", conclude Marinkovic.
| Data: 01-04-2000 | | Fonte: "Reporter" |
| Autore: Vera Didanovic |
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