"Sindromi razziste e sindromi postrivoluzionarie"

Data: 12-01-2001 Fonte: "Danas"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #387 - SERBIA/MONTENEGRO
12 gennaio 2001


SINDROMI RAZZISTE E SINDROMI POSTRIVOLUZIONARIE


[Pubblichiamo qui sotto alcuni materiali dal quotidiano serbo "Danas". Il primo è un editoriale sulla vicenda dell'uranio impoverito. Più sotto invece potete trovare due brevi reportage che trattano di Kragujevac e in particolare della Zastava, che è diventata una specie di "laboratorio" in cui si sviluppano i sintomi di quello che sarà il futuro della Serbia della DOS]


LA SINDROME DEL RAZZISMO
(editoriale di "Danas", 11 gennaio 2001)


Il fantasma della "sindrome dei Balcani" si aggira per l'Europa. Presidenti di stati, premier o cancellieri dei paesi che hanno contingenti nella KFOR in Kosovo stanno semplicemente facendo a gara con azioni di verifica delle condizioni di salute dei propri soldati. Le notizie allarmanti, e le proporzioni dello strepito mediatico che le accompagnano, mettono a nudo il fatto che lo scandalo relativo all'impiego di munizioni con uranio impoverito sta assumendo i tratti di una sindrome di razzismo, cinismo e incredibile ipocrisia. Innanzitutto, gli uomini di stato, i politici, gli esperti e i media, a seconda del paese da cui provengono, sono preoccupati esclusivamente delle condizioni di salute dei "propri soldati". Proprio come se in Kosovo o nella Serbia meridionale, dove sono stati fatti piombare 31.000 pezzi di munizioni con uranio impoverito nel corso dei 78 giorni dell'intervento NATO, fossero una parte completamente disabitata del pianeta. Quasi nessuno menziona che in tale regione vivono persone note come albanesi, serbi o appartenenti ad altri popoli. Suona estremamente ipocrita, pertanto, la decisione del Comitato politico della NATO di rifiutare la proposta di dichiarazione di una moratoria sull'impiego di munizioni contenenti uranio impoverito, che l'alleanza ha impiegato in Bosnia nel 1995 e quattro anni dopo in Kosovo. Si pretende che le documentazioni mediche e di altri specialisti di cui dispone questa alleanza dimostrino come tali munizioni non emettano radiazioni radioattive che potrebbero danneggiare la salute della gente. Se mente la capra, non mentono le sue corna. Lo Stato maggiore delle forze armate USA aveva avvisato il 1 luglio 1999 i suoi alleati e la NATO di adottare misure cautelative particolari in occasione dell'entrata delle truppe in Kosovo, in considerazione delle conseguenze dell'impiego di munizioni con uranio impoverito che potrebbe essere pericoloso per la salute della gente. I funzionari americani, naturalmente, non si fanno preoccupazioni ora a saltare su e affermare che "non ci sono conseguenze per la salute umana". Non c'è nemmeno una punta di pentimento per questo, ma non sono solo loro a soffrire di ipocrisia. L'impiego di questo tipo di munizioni è stato un vero e proprio tema-tabù in Serbia e in Jugoslavia sia durante i bombardamenti che dopo di essi. La congiura del silenzio dell'Esercito jugoslavo è cessata praticamente solo quando la "sindrome balcanica" è scoppiata in Europa. Se l'Esercito jugoslavo sapeva di 100 ubicazioni in Kosovo e di sei-sette nella Serbia meridionale, perché non ne ha parlato molto prima? Se è esatta la valutazione secondo cui gli USA erano maggiormente interessati, nel corso dei bombardamenti sulla Jugoslavia, a liberarsi di scorie nucleari che ad arrecare seri danni alla macchina da guerra di Milosevic, chi può garantire che tali munizioni non siano state impiegate anche in altre zone della Serbia? Su questo tacciono anche le nuove autorità, anche se l'opinione pubblica si sta giustamente aspettando una risposta. Per quale motivo la sindrome balcanica è stata lanciata proprio in questo momento? Se esistono davvero dietro a tutto questo dei motivi e degli interessi politici è un tema che deve essere affrontato in altra sede. Il crimine è stato compiuto, contro la gente e contro la natura, e ciò non diminuirebbe la responsabilità dei criminali per avere impiegato l'uranio impoverito.


ZASTAVA: LA PRIMA VERA SFIDA
di Zoran Radovanovic - ("Danas", 11 gennaio 2001)


KRAGUJEVAC - La "elezione un po' insolita" del capo dela Partito Democristiano della Serbia (DHSS) di Kragujevac, Gvozden Jovanovic, a nuovo (e secondo della serie) vicepresidente dell'Assemblea cittadina, avvenuta a capodanno, ha aperto svariate questioni riguardo al futuro funzionamento della DOS, e questo non solo a Kragujevac, ma in tutti i distretti dello stato serbo. Per potere comprendere questo caso è necessario chiarire prima di tutto che l'espressione "elezione un po' insolita", cioè il commento formulato dallo stesso Gvozden Jovanovic dopo avere ottenuto la fiducia dei consiglieri in occasione dell'ultima seduta dell'Assemblea della città, non significa altro che per lui (Jovanovic) al primo voto (per l'elezione a vicepresidente dell'Assemblea cittadina) hanno votato in tutto 28 consiglieri, mentre 42 schede erano nulle. Altrimenti, la DOS ha nell'Assemblea cittadina di Kragujevac 51 consiglieri. Dopo questo esito del voto [...], la seduta è stata interrotta e nel corso della relativa pausa si è tenuta una riunione del Club dei consiglieri della DOS. Dopo il "gran consiglio" dei rappresentanti della DOS, durato un'ora, vi è stato il proseguimento della seduta dell'Assemblea e Gvozden Jovanovic è stato "eletto un po' insolitamente" con i voti di 50 consiglieri. Vale la pena di ricordare che anche prima delle elezioni del nuovo vicepresidente dell'Assemblea cittadina nell'ambito del Club dei consiglieri della DOS vi sono state incomprensioni e disaccordi, così come vi è stato il ripetimento del voto per quanto riguarda alcune questioni comunali locali. Gvozden Jovanovic è stato così eletto vicepresidente dell'Assemblea della città e qui in città pochissimi riescono a capire a cosa servirà un ennesimo funzionario cittadino stipendiato alla altrimenti fortemente impoverita Kragujevac. E questo soprattutto perché, lo ricordiamo, il nuovo governo cittadino ha quattro dipartimenti professionali, vale a dire quattro funzionari stipendiati in più rispetto a tutti quelli precedenti. Se l'obiettivo di questo accumulo di funzioni è la conseguenza di qualche specie di "sindrome postrivoluzionaria", vale a dire del desiderio di retribuire la carriera fatta nell'opposizione, e tutto questo per preservare la pace "in casa DOS", l'elezione di Gvozden Jovanovic ha indiscutibilmente dimostrato che tale "pace" non c'è. Al contrario, l'ultima sessione del parlamento locale ha dimostrato che all'interno della DOS di Kragujevac c'è una seria frattura che, come qui ritengono alcuni, potrebbe portare in breve tempo alla dissoluzione della maggioranza dei consiglieri al governo nell'Assemblea cittadina. Il vicepresidente appena eletto, o meglio "eletto un po' insolitamente", Gvozden Jovanovic, è allo stesso tempo anche vicepresidente del Consiglio di amministrazione del Gruppo Zastava. Jovanovic è stato eletto a tale funzione nella Zastava immediatamente dopo la "rivoluzione d'ottobre" a Belgrado, ovvero durante il periodo della formazione dei comitati di crisi della DOS nelle aziende, negli istituti e nelle fabbriche di tutta la Serba. Nella Zastava in quei giorni, lo ricordiamo, sono entrati i democristiani, che subito dopo hanno messo propri uomini alla guida della maggiore industria jugoslava. Così, a presidente del Consiglio di amministrazione del Gruppo Zastava è stato nominato il vicepresidente del DHSS, Milorad Miki Savicevic, a suo vice è stato nominato Gvozden Jovanovic e a direttore generale della Zastava il democristiano Zoran Radojevic. I leader della DOS di Kragujevac hanno subito preso le distanze dalla presa di possesso della Zastava da parte dei democristiani con tali modalità, mentre la maggior parte dell'opinione pubblica della regione della Sumadija è rimasta sbalordita sia dal fatto che si sia preso possesso di una fabbrica così grande, sia dalle nuove decisioni relative ai quadri dirigenti della Zastava. La Zastava, appare evidente, continua a essere un "grosso boccone" per ogni potere ed è per questo che singoli leader del Partito Democristiano di Kragujevac ripetono ormai da settimane che la situazione in tale fabbrica verrà risistemata subito dopo la formazione del nuovo governo serbo. E il premier del nuovo governo della repubblica sarà Zoran Djindjic, il quale recentemente, in occasione di una visita a Kragujevac, ha dichiarato che la maggiore industria del paese "dovrà avere il sostegno nazionale". Il leader dei democratici e futuro premier serbo ha annunciato anche che nella Zastava verranno accolti partner stranieri. A quanto si viene a sapere, negoziati con partner stranieri (Peugeot, Renault, Fiat e Volskwagen) dovrebbero cominciare a fine gennaio, vale a dire dopo la formazione del nuovo governo della Serbia. La domanda se con i manager dei potenziali partner stranieri tratteranno gli attuali quadri direttivi della Zastava, oppure la situazione nella fabbrica verrà risistemata prima di tale termine, è una domanda intorno alla quale potrebbe infrangersi il destino della già travagliata DOS di Kragujevac. E non si tratta solo di Kragujevac, perché la "vendita" della maggiore azienda industriale jugoslava è un fatto di grande portata e, per coloro che vi prendono parte, con ogni probabilità anche un affare molto redditizio. La "elezione un po' insolita" del nuovo vicepresidente dell'Assemblea cittadina di Kragujevac potrebbe essere, come osserva la rivista di questa città "Nezavisna Svetlost", solo la "prova generale del dissolvimento" (della DOS).

ZASTAVA: LAVORATORI A CASA
Quanto sta avvenendo alla Zastava non riguarda naturalmente solo i quadri dirigenti dell'azienda o le diverse fazioni della DOS. Ai destini della fabbrica è legato il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. In un altro articolo pubblicato da "Danas" sempre l'11 gennaio, di cui è autore lo stesso Radovanovic, si scrive che la Zastava si trova in "ferie natalizie forzate" fino al 15 gennaio. Dopo tale data, tuttavia, solo alcuni dei 20.000 dipendenti torneranno al lavoro, visto che la maggioranza di essi sono già da tempo in "ferie forzate". Tra questi ultimi è forte il discontento perché speravano, con i cambiamenti, di potere realizzare il proprio diritto al lavoro e a uno stipendio, mentre ora temono che saranno i primi a essere licenziati in via definitiva con l'entrata dei partner stranieri, che secondo i dirigenti dell'azienda avverrà entro il primo semestre di quest'anno. Questo vale in particolare per la fabbrica di automobili (il Gruppo Zastava ha diverse produzioni, tra le quali quelle di mezzi pesanti e di armamenti). I dipendenti che lavorano alla produzione di automobili sono 12.000, anch'essi per la maggior parte in ferie forzate, e temono che con l'entrata dei partner stranieri i loro effettivi verranno ridotti in via definitiva a 2-3.000 unità. I calcoli, scrive Radovanovic, sono semplici: "Secondo gli attuali standard internazionali 1.000 operai producono annualmente circa 80.000 autovetture. La Zastava alla fine degli anni ottanta produceva oltre 220.000 vetture; ciò significa che nel migliore dei casi, cioè se il partner straniero avvierà qui subito il montaggio o la produzione del medesimo numero di autovetture, sulla base di tali standard [alla Zastava] lavoreranno circa 2.500 operai...". La situazione tuttavia non sarà migliore, secondo Radovanovic, nel caso in cui non dovessero arrivare i partner stranieri, perché i costi di produzione sono eccessivi e la produzione di tali autovetture ha perso ogni senso economico (un auto all'anno per ogni operaio). Il giornalista di "Danas" scrive ancora che la produzione di automobili "nell'ultimo decennio è stata mantenuta solo al fine di conservare la pace sociale nella Sumadija, motivo per cui il governo della repubblica ha investito ogni anno nella Zastava alcune centinaia di milioni di dinari di 'provenienza ignota'. Vale a dire che i soldi 'pompati' dal governo nella Zastava non sono quasi mai stati registrati come voce di spesa del bilancio della repubblica". Se è vero che gli "investimenti" nella Zastava sono stati sotto Milosevic solo un (magrissimo) sussidio per cercare di comprarsi un atteggiamento passivo da parte dei lavoratori, senza offrire alcuna prospettiva di sviluppo e aggravando l'agonia della fabbrica, non si vede proprio quale prospettiva possa offrire invece una "efficienza" scaricata per intero sulle spalle dei lavoratori.


Data: 12-01-2001 Fonte: "Danas"
Autore: Autori vari