
"Montenegro: gli operai esistono ancora?"
| Data: 05-06-2000 | | Fonte: AIM |
| Autore: Srdjan Jankovic |
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NOTIZIE EST #330 - SERBIA/MONTENEGRO
5 giugno 2000
MONTENEGRO: GLI OPERAI ESISTONO ANCORA?
di Srdjan Jankovic - (AIM Podgorica, 28 maggio 2000)
Un osservatore estraneo potrebbe dividere gli operai montenegrini in cinque gruppi: gli operai che lavorano nelle loro fabbriche; gli operai che si trovano nelle loro fabbriche e pensano di lavorare se ogni giorno si presentano al lavoro, ma in realtà si trovano a cercare di indovinare se andranno prima in pensione anticipata, oppure andrà prima in bancarotta l'impresa di cui sono dipendenti; gli operai che vengono forzati dai loro capi a saldare i debiti dell'azienda con il loro lavoro, nella speranza di sopravvivere fino a quando arriverà un partner straniero interessato; gli ex operai che hanno osato negli anni dei cambiamenti e hanno fondato una loro società privata e trafficando in benzina o svolgendo qualche altro lavoro si sono assicurati un futuro relativamente decoroso; e, infine, gli operai che non hanno avuto la stessa fortuna dei loro colleghi e sono dipendenti fittivi di qualche ex gigante industriale, mentre in realtà vendono sigarette sulla strada, trafficano in valuta, oppure con automobili comprate in tempi migliori cercano di tirare avanti come taxisti.
A differenza del livello di vita dei tempi di Ante Markovic e del passato socialismo autogestito, quando in Montenegro c'erano 150.000 operai con uno stipendio medio di circa 1000 marchi tedeschi, cioè addirittura fino a coprire il prezzo di una Fiat 600, oggi un operaio della repubblica porta a casa in media 181 marchi, mentre le spese per il mantenimento di una famiglia di quattro persone sono da tre a quattro volte maggiori. E questo senza contare gli articoli per l'igiene personale e i capi di abbigliamento. Parte degli operai, poi, proprio in questi giorni viene a sapere che da anni non sono stati pagati i loro contributi sociali.
Eppure, nonostante nel corso degli ultimi dieci anni agli operai sia stato detto che sarebbero stati il pugno che avrebbe dato il colpo definitivo per il cambiamento del vecchio regime, e dopo che cinquantamila di essi hanno perduto il proprio posto di lavoro, in tutto questo tempo in Montenegro non vi è stato alcuno sciopero dei lavoratori a sfondo sociale, sebbene i motivi per organizzarne siano stati davvero molti. Srdja Kekovic, dirigente dei sindacati di Podgorica, spiega così tale fenomeno: "E' scontato che, quando ci si trova in una situazione in cui vi richiamano alla guerra, in cui c'è un'agitazione politica che minaccia di portare a scontri tra popoli fratelli, quando ci sono sanzioni da tutte le parti e, infine, quando vi cadono sulla testa le bombe, le condizioni siano eccezionalmente difficili affinché i sindacati si organizzano, per non parlare poi della possibilità che i lavoratori si organizzino da soli per qualsivoglia genere di sciopero". Il fatto che gli operai siano ancora in situazione di emergenza lo dice a suo modo anche il modo in cui è stata celebrata il 1° maggio la festa dei lavoratori e della solidarietà sindacale, quando alle cerimonie è stato detto, "non festeggiamo, ci limitiamo a ricordare la ricorrenza".
Era scontato che questo fatto non potesse passare senza reazioni politiche, e infatti il Partito Socialista Popolare (SNP) filo-Milosevic ha obiettato, "come è possibile non festeggiare il 1° maggio?", parole che un sindacalista anonimo ha commentato affermando, "se avessimo festeggiato il 1° maggio, lo SNP avrebbe domandato 'perché mai festeggiate?'". Come sull'intero territorio della ex Jugoslavia, anche in Montenegro il sindacato viene visto come un gruppo di persone che di tanto in tanto distribuisce un po' di companatico... quando ce ne è. Tuttavia, secondo le parole di Srdja Kekovic, il sindacato montenegrino è diventato un'organizzazione rispettabile, riconosciuta nell'ambito delle organizzazioni sindacali e che tratta i problemi dei lavoratori con il governo della repubblica.
Tuttavia Kekovic sottolinea che il periodo di transizione secondo la ricetta balcanica richiede molto di più dal sindacato: "Noi oggi ci preoccupiamo della trasparenza o meno delle privatizzazioni per impedire alcuni processi deviatori, cerchiamo di salvare le aziende dalla bancarotta, di essere più furbi dei dirigenti, assumiamo un ruolo sociale, e ci occupiamo sempre meno delle nostre attività fondamentali - la lotta per lo stipendio, le condizioni di lavoro, la difesa del posto di lavoro e uno standard di vita quanto possibile migliore".
Su 80.000 operai, un po' meno di un terzo, in Montenegro, riceve lo stipendio con un ritardo di sei mesi, un periodo di tempo che varia di mese in mese. Il ministro del lavoro e della previdenza sociale del governo del Montenegro, Predrag Drecun, afferma che il governo ha grossi problemi con gli stipendi e non riuscirebbe a farcela da solo senza l'aiuto dell'Unione Europea e degli USA. "Il nostro ministero è tenuto, per un determinato periodo che dipende dagli anni di anzianità, a pagare a ogni lavoratore una quota di stipendio se la sua azienda entra in fallimento. I lavoratori in questa situazione sono attualmente in Montenegro da cinque a ottomila, e purtroppo il numero dei fallimenti è tale da rendere inevitabili tali numeri", afferma il ministro Drecun.
E così arriviamo anche a quegli operai che prima hanno sostituito la vecchia direzione [ai tempi della "rivoluzione antiburocratica" di Milosevic, i cui esecutori in Montenegro sono stati Djukanovic e Bulatovic - N.d.T.] e poi sono stati in permesso retribuito per turni di alcuni mesi, che hanno passato sul campo di guerra nell'area di Dubrovnik, poi ancora hanno passato l'intero orario di lavoro a discutere se dovevano schierarsi con Milo [Djukanovic] o Momir [Bulatovic] e, alla fine, quando non c'era più nessun motivo di recarsi al lavoro, e non risultavano più utili a nessuno, hanno preso e se ne sono andati a fare i cambiavalute, a vendere sigarette per la strada o a svolgere altre attività simili.
Uno di essi è un uomo di circa sessant'anni, che indossa una giacca mimetica e tiene di fronte a sé due casse piene di pacchetti di sigarette, venendole di fronte allo hotel "Crna Gora". Un tempo era operaio della più grande fabbrica di macchinari pesanti, la Radoj Dakic di Podgorica, della quale ora rimangono solo capannoni vuoti.
La distruzione di questa fabbrica rimarrà negli annali come classico esempio dei processi di disintegrazione degli anni novanta. Ecco i ricordi del nostro interlocutore - che desidera comunque che il suo nome non venga pubblicato: "Allora si lavorava a tutto vapore, eravamo più di tremila operai ed eravamo soddisfatti, concorrevamo con la Gran Bretagna e il Giappone nella produzione di bulldozer. Come potete vedere oggi lì è tutto morto, la Dakic è nei fatti finita senza che nessuno se ne prendesse cura. Quando è stata avviata la trasformazione, tremila e più operai sono stati immediatamente mandati in permesso retribuito e molti non sono più tornati e non torneranno mai". Alla domanda se il destino della Dakic è stato forse simulato appositamente da parte del governo che ha preso il posto della precedente dirigenza proprio con l'aiuto degli stessi operai, il nostro interlocutore afferma che è molto probabile, poiché gli operai di tale fabbrica erano in grado di cambiare molto della situazione, visto che anche dopo la cosiddetta "rivoluzione antiburocratica" continuava a esserci la minaccia di nuove proteste. Alla domanda se abbandonerebbe la vendita delle sigarette per tornare in fabbrica, qualora glielo chiedessero, risponde: "Purtroppo non mi verrà mai rivolto un tale invito, perché personalmente ritengo che la Dakic non funzionerà mai più come funzionava un tempo, e questo per una serie di motivi - sono stati distrutti i macchinari, i capannoni, gli utensili, o almeno tutto quello che non è stato rubato, e quindi non ha senso parlare di una tale ipotesi".
Dopo ben 27 anni di lavoro alla Dakic, Marko Ralevic ha abbandonato il posto di tecnologo dei processi produttivi, si è messo al volante ed è diventato taxista. "Ho tre figli, mia moglie non lavora, sono invalido, sono rimasto senza lavoro e senza appartamento, mi hanno pagato i contributi fino al '92. Ho fatto causa alla Dakic per l'appartamento, e nel frattempo lo hanno venduto, e ora che ho vinto il processo devono costruirne uno nuovo. Una volta guadagnavo duemilacinquecento marchi e quindi non me ne sono andato dalla Dakic, perché pensavo che come invalido di terza categoria avrei avuto l'appartamento, e invece eccomi qua..."
Questa è solo una piccola parte dei destini individuali di un grande numero di ex operai nel vero senso di tale parola, che ora, invece che con lo stipendio, sopravvivono lavorando per la strada anche quando a Podgorica soffia il più forte e gelido vento settentrionale, costretti a pagare il prezzo della loro ingenuità e di una buona dose di inesperienza nei grandi giochi politici.
Il destino di tutti gli operai del Montenegro oggi è legato alla maggiore questione politica, quella dello status statale del Montenegro, ovvero alle relazioni tra il Montenegro e la Serbia. "In conseguenza di ciò il Montenegro in questo momento subisce tre tipi di sanzioni, da parte della comunità internazionale, che formalmente ancora esistono perché siamo tenuti fuori dai capitali mondiali, le sanzioni da parte della Serbia, che consistono nell'assurdo blocco del movimento delle merci e dei pagamenti, e dalle forze interne che sostengono il regime di Belgrado", afferma il ministro Predrag Drecun.
C'è una cosa, però, che nessuno, nemmeno i vertici statali montenegrini, sa: qual è la via di uscita da questa situazione.
| Data: 05-06-2000 | | Fonte: AIM |
| Autore: Srdjan Jankovic |
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