
Djindjic: i retroscena del precedente attentato
| Data: 12-03-2003 | | Fonte: "Vreme" |
| Autore: Jovan Dulovic e Dejan Anastasijevic |
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N.E. BALCANI #634 - SERBIA/MONTENEGRO
12 marzo 2003
DJINDJIC: I RETROSCENA DEL PRECEDENTE ATTENTATO
di Jovan Dulovic e Dejan Anastasijevic - ("Vreme" [Belgrado], 27 febbraio 2003)
[L'uccisione del premier Djindjic, avvenuta oggi a Belgrado, era stata preceduta poco meno di tre settimane fa da un altro tentativo di attentato, o comunque avvertimento, i cui retroscena rimandano alla criminalità organizzata e alle forze speciali di Milosevic e del post-Milosevic. Ne parla nei dettagli l'articolo qui sotto, la cui chiusura suona oggi come un'agghiacciante profezia. La traduzione è stata effettuata "al volo", ci scusiamo per eventuali errori o imprecisioni di forma]
Solo alcuni giorni dopo essersi fatto male a una gamba giocando a calcetto, il premier Zoran Djindjic è scampato per un pelo a un incidente di gran lunga più grave. Venerdì 21 febbraio, intorno alle nove e mezza del mattino, sull'autostrada Belgrado-Zagabria nei pressi della sala Limes a Novi Beograd, un camion di marca Mercedes con targa austriaca ha deviato improvvisamente dalla corsia destra su quella sinistra, dalla quale stava provenendo una colonna di limousine nella quale si trovava il premier. Il camion ha tagliato la strada alla colonna e per un pelo non ha urtato la BMW di Djindjic, ma l'autista della limousine è riuscito all'ultimo momento a svoltare a sinistra, fino alla banchina, evitando così l'impatto. Sia il camion che il convoglio hanno in un primo momento continuato la loro corsa ma dopo alcune centinaia di metri due auto della scorta hanno sono uscite dalla colonna di autovetture, hanno fermato il camion e ne hanno portato l'autista in una vicina stazione di polizia.
Là è stato constatato che dietro al volante del camione si trovava Dejan Milenkovic detto Bagzi, un personaggio interessante già noto alla polizia. Subito il caso si fa grave, si diffonde la preoccupazione e Milenkovic viene portato, sotto scorta di un nutrito numero di uomini della Brigata di Intervento di Belgrado, nell'edificio della direzione cittadina della polizia serba. Allo stesso tempo è stata raddoppiata la sorveglianza dell'edificio della direzione stesa nella via 29. novembra, e importanti membri del governo hanno ricevuto una scorta delle Unità Speciali Antiterrorismo (SAJ). Queste misure sembrano del tutto ragionevoli, se si tiene conto della biografia del menzionato Milenkovic, contenuta in parte in un documento interno del Ministero degli Interni sotto il titolo di "Gruppi criminali e persone coinvolte nella criminalità organizzata", stampato l'anno scorso. Milenkovic vi viene citato come "un accompagnatore inseparabile" di Ljubisa Buha detto Cuma, il capo del clan mafioso di Surcin. "Il gruppo di Surcin", scrive nel documento, "insieme a Kosmajc Dragoslav e al gruppo di Dusan Spasojevic è il più organizzato gruppo che si occupa di contrabbando internazionale di cocaina ed eroina in questa area dell'Europa". Dopo che il 3 agosto dello scorso anno Buha è stato oggetto di un fallito attentao, il capo del clan di Surcin ha abbandonato il paese e parte della sua equipe, con Milenkovic in testa, è passata al clan concorrente di Dusan Spasojevic. Buha ha affermato più volte dll'estero che Milenkovic era stato rapito e portato nel palazzo di Spasojevic nella via Silerova a Zemun. Secondo le sue parole, Spasojevic collabora strettamente con Milorad Lukovic-Legija, ex comandante delle Unità per le Operazioni Speciali (JSO); Buha accusa gli stessi due di avere minacciato di rapire sua moglie Ljiljana. Le dichiarazioni di Buha detto Cuma sono difficilmente verificabili, ma rimane il fatto che Ljiljana Buha e Dejan Milankovic per mesi non sono stati reperibili ai loro precedenti indirizzi, e sono recentemente ricomparsi di fronte a un giudice distrettuale per accusare Buha-Cuma di una serie di crimini.
LA VERSIONE DI BAGZI
Tenendo conto di questi fatti, nonché del tentativo di liquidare Vuk Draskovic con un incidente analogo sull'autostrada di Ibar due anni fa, la polizia ha cominciato a ritenere che Milenkovic non si trovasse casualmente sull'autostrada, sospettandolo di avere cercato di effettuare un attentato. Ma quando Milenkovic è stato portato alla direzione di polizia di Belgrado, era già atteso sul posto dal suo avvocato Miodrag Gligorijevic, il quale ha presenziato al suo interrogatorio. Milenckovic in tale occasione ha detto che il camion con targa austrica, per il quale non possedeva documenti regolare, era stato acquistato alcuni giorni prima da una persona sconosciuto all'automercato di Bubanj Potok, al fine di utilizzarlo per il trasporto di merci al discount registrato sotto il nome di sua moglie. Il venditore, al quale si è dimenticato di chiedere il nome, ha ricevuto un pagamento di 3.500 euro e altre 1.000 gli erano dovute al momento della consegna della documentazione completa. Poiché l'ignoto venditore non si è più fatto vedere, Milenkovic è andato, a quanto afferma a Bubanj Potok in autostopo per riportare il camion a casa. Mentre guidava verso Rucin, tuttavia, si trovato sulla strada del convoglio del premier. "Prima ho visto un po' di auto scure che passavano alla mia sinistra. Ho continuato a guidare, ma cinquanta metri più in là un'Audi dai vetri scuri mi ha tagliato la strada. Sono andato sulla corsia di emergenza e ho fermato il veicolo da carico. Dall'Audi sono subito usciti due giovani in abiti civili con in mano mitragliatori heckler. Io sono uscito dal camion, e uno dei giovani mi ha chiesto: 'Sei pazzo? Vuoi uccidere il premier e andare per cento anni in prigione?', io ho risposto brevemente, 'Scusate, non volevo'".
Poiché Milenkovic nel corso dell'interrogatorio durato alcune ore, al quale hanno preso parte anche uomini della BIA (i servizi segreti), continuava ad attenersi alla sua versione e negava di avere avuto l'intenzione di effettuare un attentato, l'unica cosa alla quale la polizia si è potuta aggrappare è l'irregolarità della documentazione del camion. Quindi Milenkovic è stato accusato di falsificazione di documenti e su tale base il giudice di turno presso il Secondo Tribunale Distrettuale, Ivana Mladenovic, lo ha condannato a otto anni di prigione. Tuttavia, con una procedura extraprocessuale il Quarto Tribunale Distrettuale di Belgrado, su appello dell'avvocato di Milenkovic, ha disposto la liberazione di quest'ultimo il lunedì successivo. Milenkovic è stato messo in libertà perché, come scrive nella motivazione della delibera, "non esistono motivi di legge per tenerlo in prigione". Si afferma inoltre che Milenkovic "è un venditore ambulante" e che la permanenza in prigione "gli impedirebbe di continuare a condurre tale attività e di mantenere la famiglia".
I PARADOSSI DEL SISTEMA
Mentre succedeva tutto questo, il premier Djindjc viaggiava in sicurezza fino a Banja Luka, dove nel corso di una visita ufficiale ha aperto un reparto della fabbrica Hemofarm di Vrsec. Evidentemente non ancora a conoscenza della preoccupazione che si era diffusa a Belgrado, Djindjic in un primo momento ha rifiutato la tesi secondo cui sarebbe stato vittima di un tentativo di attentato. "Un camion non può impedirmi di venire a Banja Luka. Peso che si sia trattato di un guidatore incosciente, che ha scelto l'autostrada per mettersi a imparare a guidare; siamo un popolo impulsivo, la gente spesso fa delle cose a proprio danno e lui, invece di esercitarsi a guidare nel cortile di casa sua, lo ha fatto sull'autostrada. Penso sia esagerato considerarlo come un atto mirato a minacciare la mia sicurezza. Sono situazioni normali della vita, siamo un paese mediterraneo, nel quale la gente si comporta come più gli piace, e questo ha i suoi lati positivi e negativi", ha detto Djindjic. Dopo essere tornato a Belgrado, tuttavia, il premier ha cambiato tono. "Se verranno trovate prove che si sia trattato davvero di un attentato fallito, sarebbe una testimonianza dell'ossessione totale delle persone che utilizzano tali metodi per fare sì che qui non cambi nulla e per potere continuare a fare quello che hanno fatto nel precedente regime", ha dichiarato domenica (22 febbraio).
Nel frattempo, Bozo Prelevic, ex consigliere del ministro degli interni, ha cercato di immettere in tutta la storia un briciolo di buon senso. "Senza dati ufficiali e operativi della polizia non si può affermare se sia trattato di un attentato o meno", ha detto Prelevic a Radio B 92, aggiungendo che la polizia dovrebbe analizzare bene i fatti. "Ritengo che dalle azioni operative del Ministero degli Interni dipenderà se confermeranno che dietro a tutto questo c'è un'organizzazione che voleva effettuare un attentato, oppure se si è trattato di un incidente. Se non verranno catturate più persone o un gruppo, senza il cui lavoro comune non è possibile organizzare un'azione del genere, non sarà possibile nemmeno dimostrarlo", ha detto Prelevic sabato 21 febbraio. Due giorni dopo Milenkovic è stato liberato.
La sua liberazione ha spinto il ministro della giustizia Vladan Batic, che da mesi si scontra con i giudici, a preannunciare una rapida purga nei tribunali. "Sono preoccupato del fatto che Dejan Milenkovic-Bagzi sia stato scarcerato... Proporrò di approvare una legge in base alla quale in un solo giorno sarà possibile sostituire tutti i giudici con nuovi giudici", ha detto Batic. Alle parole di Batic ha reagito subito il giudice della Corte Suprema Zoran Ivosevic, il quale ha incolpato di tutto i giornalisti. "Io direi che i giornali si meritano serie critiche. Questa mattina ho sentito le notizie di una televisione secondo cui un uomo responsabile di avere cercato di uccidere il premier è stato scarcerato. Questo uomo non risponde affatto di tentato omicidio. Risponde di falsificazione di documenti. Il ministro non può decidere e giudicare le sentenze dei giudici". Il capogruppo della DOS in parlamento, Ceda Jovanovic, ha rifiutato la proposta di Batic di sostituire tutti i giudici nello stesso giorno, ma ha criticato la sentenza di scarcerazione di Milenkovic come artificiosa. "Sono paradossi. L'interesse della nostra società sarebbe quello di risolvere questo rpoblema, di vedere se si è trattato solo di un incidente oppure se vi erano intenzioni gravi", ha detto Jovanovic. Tenendo conto del fatto che il principale sospettato è in libertà e che finora non vi sono dati secondo cui la polizia sia giunta a nuove scoperte, per una soluzione bisognerà attendere un po' più a lungo. Quello che a prima vista è chiaro è che la storia raccontata da Dejan Milenkovic durante l'interrogatorio fa acqua da tutte le parti. Contro di lui e alcuni suoi colleghi del gruppo di Spasojevic finora sono state emesse 144 incriminazioni, delle quali quasi nessuna ha avuto un epilogo in tribunale. Come è possibile che un uomo che in trentatre anni di vita ha avuto così tanti problemi con la legge possa comperare un camion con documenti falsi da una persona ignota, sulla parola? Suona ancora più ridicola la storia secondo cui un uomo che negli ultimi anni ha cambiato più spesso l'automobile che la camicia vada da Surcin a Bubanj-Potok in autostop.
UN AVVERTIMENTO PRIMA DELL'ESCLUSIONE
E' peràò altrettanto difficile accettare la versione secondo cui si è trattato di una ripetizione del quadruplo omicidio sull'autostrada Ibar, perché la camionetta di Milenkovic, anche se avesse urtato l'auto del premier, non avrebbe potuto danneggiare seriamente una vettura blindata. Tuttavia, se l'idea fosse stata quelle di fare fermare il convoglio con la camionetta in modo tale che dopo qualcun altro da un'altra vettura aprisse il fuoco, la storia sembrerebbe un po' più sensata. Il fatto che l'auto del premier è blindata lo avrebbe salvato dalla prima raffica, ma un fuoco concentrato di armi automatiche riesce facilmente a infrangere il vetro difensivo. Il problema è che non sappiamo se la polizia ha controllato anche altre vetture sull'autostrada nei pressi del luogo dove sono avvenuti i fatti. Inoltre, alcune dichiarazioni della polizia sono molto preoccupanti. Il giorno dopo l'incidete, a un certo punto si è detto che Milenkovic da lungo tempo era "sotto osservazione", vale a dire che veniva seguito e ascoltato di nascosto, nonché che ha atteso in un parking fino a quando non ha ricevuto sul cellulare il segnale che la colonna di auto stava per passare. Nelle successive dichiarazioni della polizia questi dati non sono stati più menzionati.
Non è difficile indovinare a chi pensasse il premier quando, tornato da Banja Luka, ha parlato di "quelle persone" che "pensano di potere continuare a fare quello che hanno fatto sotto il precedente regime". Nel precedente regime, un gruppo di uomini delle unità speciali JSO ha cercato due volte di uccidere Vuk Draskovic: gli avvocati di Draskovic affermano che nell'attentato sull'autostrada di Ibar sia coinvolto il capo delle JSO, Lukovic-Legija, mentre Dusan Spasojevic a suo tempo è stato sospettato dell'altro attentato, quello compiuto a Budva in Montenegro. Dejan Milenkovic era legato a entrambi.
Fin dal momento in cui Lukovic-Legija ha inviato una lettera aperta all'opinione pubblica, è stato chiaro lo scontro in atto tra il premier e i "duri ragazzi" delle strutture paramilitari che lo hanno sostenuto il 5 ottobre, quando è caduto Milosevic. "I politici sono minacciati da un gruppo piccolo, ma molto potente, di uomoni del crimine organizzato come Legija. Sono persone molto sporche che sono state criminali di guerra e poi si sono dati al contrabbando, e adesso sono gangster e businessmen che hanno collegamenti con le forze di sicurezza", dice un diplomatico occidentale. "Sono molto meglio collegati tra di loro di quanto non si pensi".
E' difficile capire perché il governo e la polizia che il primo dovrebbe controllare, non abbiano le forze per fare i conti con un gruppo che cerca addirittura di fare fuori il governo, e si limitano a parlare in maniera cifrata e per accenni. In questi giorni nei circoli vicini al premier corre la voce secondo cui non i sarebbe trattato di un attentato, bensì di un avvertimento a Djindjic per fargli capire che non è intoccabile. Ma anche se fosse solo così, la scelta dei tempi per l'incidente presso la sala Limes di Novi Beograd (due giorni dopo la manifestazione di Seselj) dà sufficienti motivi per essere profondamente preoccupati.
E' il caso a tale proposito di ricordare le lettere che il premier britannico Margaret Thatcher aveva ricevuto nel 1984, dopo che per un pelo era sfuggita alla morte per una bomba collocata in un albergo di Brighton dall'IRA. "Questa volta lei ha avuto fortuna", hanno scritto i terroristi alla Thatcher, "e forse avrà fortuna ancora altre volte in futuro. Ma a noi è sufficiente avere fortuna una sola volta.
(titolo di "Notizie Est - Balcani")
| Data: 12-03-2003 | | Fonte: "Vreme" |
| Autore: Jovan Dulovic e Dejan Anastasijevic |
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