
"Dal Piemonte al Piemonte, passando per Dedinje"
| Data: 24-02-2001 | | Fonte: "Danas", "Monitor" |
| Autore: Autori vari |
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NOTIZIE EST #408 - SERBIA/ITALIA
24 febbraio 2001
DAL PIEMONTE AL PIEMONTE, PASSANDO PER DEDINJE
[Seguono due pezzi: 1) un aggiornamento sugli ultimi sviluppi del caso Telekom in Serbia; 2) un articolo del 1999, tratto dal settimanale montenegrino "Monitor", sulla traettoria della lobby favorevole alla "causa serba" in Italia - il settimanale parte dall'800 e dal ruolo del Piemonte, regione in cui tutto infine ritorna... con l'apertura dell'inchiesta da parte della magistratura torinese]
1) TELEKOM SERBA: IL MAGGIORE E (O) IL PEGGIORE INVESTIMENTO IN SERBIA
di Rade Repija - ("Danas", 24 febbraio 2001)
[...] Dopo la firma del Contratto, al posto di direttore della Telekom è arrivato Milan Nesovic, al quale è stato affiancato un vice nominato dalla italiana STET. Secondo il contratto, il vice ha poteri quasi identici a quelli del direttore generale, mentre la parte italiana ha il diritto di veto su tutte le transazioni (cosa che non vale per la parte greca). Inoltre, secondo alcune informazioni, il governo serbo ha rinunciato con il contratto anche a sporgere causa per ottenere il pagamento dei danni in caso di cattiva gestione. Il dato forse più eloquente sulla qualità della gestione è il fatto che i debiti della Telekom siano pari a 200 milioni di dollari, mentre attualmente il reddito mensile della società è di 25-30 milioni di marchi. Il contratto, secondo quanto afferma il ministro Tadic, è attualmente oggetto di esame e ha cinque particolari controversi, dei quali il maggiore è quello del monopolio su tutti i servizi telefonici fino al 2004. In un allegato particolare viene regolato anche il pagamento del 3% del reddito lordo alla Stet International Netherlands per il trasferimento di know-how, che viene calcolato al corso ufficiale (vale a dire molto più alto), ma del quale nessuno sa cosa rappresenti. Le modalità di gestione della società vengono illustrate eloquentemente anche dal fatto che il consiglio di amministrazione non ha mai approvato nemmeno un rapporto finanziario dal momento della sua formazione. Il motivo della cattiva gestione della Telekom può essere individuato soprattutto nella funzione sociale, attraverso il mantenimento di un basso prezzo dei servizi, nonché nel fatto che attraverso l'acquisto di spazi e il pagamento di servizi alle poste è stata fatta defluire una buona parte dei fondi, ma lo si riscontra in particolare nella cattiva organizzazione della società. Il modello applicato alla Telekom, che prevede 16 direttori, è una copia di quello della STET, ma oltre al fatto che le direzioni più importanti sono in mano agli italiani, per molte decisioni è necessario l'assenso di più direttori. Il partner greco nella Telekom è anch'egli altrettanto insoddisfatto del modello organizzativo, ma la sua proposta di riorganizzazione non riceve risposta ormai da due anni. Il vecchio sistema organizzativo della Telekom era in alcuni casi di gran lunga migliore, afferma una fonte di "Danas" in tale azienda. "La politica di sviluppo della Telekom è stata direttamente antisviluppo. Lo stesso funzionamento dell'azienda è stato messo in dubbio dalla mancanza di investimenti", afferma Tadic. Come affermano alla Telekom, nonostante la cattiva gestione dell'azienda, con il miglioramento del sistema tariffario, la cancellazione della zavorra delle PTT (i cui debiti sono stati assunti in occasione della divisione della precedente impresa pubblica), nonché convincendo i partner stranieri della necessità di effettuare maggiori investimenti, per esempio tramite la rinuncia al diritto per il know-how, la Telekom potrebbe essere un'azienda redditizia, e potrebbe anche darsi da fare per il terzo operatore di telefonia mobile, che secondo quanto annunciato presto dovrebbe essere introdotto in Serbia.
UN POSSIBILE COMPROMESSO
"E' sbagliata la politica di procedere a una revisione del contratto, perché ciò costituirebbe, innanzitutto, una soluzione controproducente e costosa", affermano alla Telekom. Sarebbe molto meglio giungere a compromessi attraverso trattative, perché un arbitrato internazionale potrebbe erodere il valore dell'azienda, come è avvenuto nel caso della Telecom russa. L'entrata in scena di un terzo operatore potrebbe in questo momento mettere in ginocchio la Telekom, e in particolare il suo settore di telefonia mobile, il cui sviluppo si trova a metà strada. Soprattutto perché attualmente il mercato della telefonia mobile rappresenta una torta piuttosto limitata per potere essere divisa in tre fette, mentre gli altri due operatori sarebbero comunque in una posizione di partenza migliore - liberi dalle zavorre delle poste e della telefonia fissa. Tuttavia, si prevede un futuro migliore per gli utenti della telefonia mobile in Serbia, poiché riviste americane prevedono che nel 2005 in Serbia ci saranno 5 milioni di utenti, i quali avranno uno stipendio medio di 500 DEM. Queste previsioni, e il fatto che la richiesta di tale tipo di servizio sia alta (è sufficiente guardare le code per acquistare le schede), giustificano forse l'introduzione di un terzo operatore e le trattative con le aziende interessate in gran parte continuano. Tra gli interessati vi sono la Deutsche Telekom, la France Telecom, la norvegese Telenor, l'ungherese Matel, la Siemens Austria, la Hermann (tedesca) e la stessa OTE. Un fattore chiave è tuttavia quello del tempo, perché anche i dipendenti della Telekom chiedono il rinvio di circa un anno, un periodo di tempo che secondo le valutazioni degli esperti dovrebbe consentire a questa azienda di riprendersi. Da parte delle autorità provengono affermazioni secondo cui non è compito dei dipendenti occuparsi di queste cose. Che il caso Telekom (come d'altronde anche in Italia e in Grecia) abbia un rilevante retroscena politico, lo si constata dal fatto che recentemente nel governo serbo è stata sollevata la questione dell'acquisto di moderne apparecchiature della Ericsson per la telefonia mobile, che miglioreranno di molto questo tipo di servizi. In relazione a tutto ciò, è stata presa in considerazione anche la sostituzione di Drasko Petrovic, direttore generale della Telekom, la cui elezione era stata approvata anche dai partner stranieri e da tutti e tre i sindacati. Non molto tempo dopo, questa nomina è sta messa in questione, ma si è rinunciato a una sostituzione, per motivi che non sono noti. Indipendentemente dai cambiamenti ai vertici del potere, il destino della Telekom continuerà anche in futuro a dipendere dai rapporti tra i due maggiori partiti della coalizione governativa, e gli utenti dei servizi risentiranno positivamente o negativamente del successo (insuccesso) della consolidazione dell'azienda solo in un secondo tempo.
DAL PIEMONTE A DEDINJE
di Gordana Borovic - ("Monitor" [Podgorica], 15 ottobre 1999)
[Il settimanale montenegrino "Monitor" uscito ieri, pubblica in copertina una fotografia di Dini e Milosevic in sorridente conversazione, con il titolo a tutta pagina: "Come è stato finanziato Milosevic: la Italian Connection" (potete vedere la copertina a: http://www.monitor.cg.yu/posljednji_broj.html). L'articolo principale è un ampio sunto delle inchieste di "Repubblica" e pertanto non lo riprendiamo perché i fatti sono ampiamente noti ai lettori italiani. Sotto l'articolo, tuttavia, "Monitor" segnala un suo pezzo pubblicato nell'ottobre 1999 sui rapporti tra Italia e Serbia. Lo riportiamo qui sotto, insieme al riquadro che l'ultimo numero di "Monitor" pubblica sulle reazioni formulate rispetto a tale pezzo dall'allora ambasciatore italiano Riccardo Sessa, e ad alcune brevi dichiarazioni rilasciate al settimanale dal giornalista di "Repubblica" Guido Rampoldi. Riguardo alla parte conclusiva dell'articolo di "Monitor", relativa all'appoggio alla "causa serba" dato da settori politici e giornalistici italiani, osserviamo che il settimanale va "a rullo compressore" e che andrebbero fatti precisi distinguo - ad esempio, è senz'altro assolutamente fuori luogo e ingiusto affiancare a tale proposito i Verdi e Luigi Manconi ad Armando Cossutta e Gianfranco Fini. Nonostante le numerose riserve, pubblichiamo integralmente l'articolo che dà comunque una panoramica interessante sul tema (le posizioni della Lega Nord, per esempio) ed è un esempio di come spesso da oltre Adriatico si guardi all'Italia - a.f.]
SERBIA-ITALIA: C'E' QUALCHE LEGAME SEGRETO
**Mentre gli aerei NATO decollavano dagli aeroporti italiani, i rapporti tra Roma e Belgrado sono rimasti quasi intatti. Perché gli affari segreti e pubblici tra i due paesi sono cominciati tanto tempo fa**
La creazione di legami tra l'Italia e la Serbia comincia nella seconda metà del secolo scorso. Coloro che combattevano per la liberazione dei serbi dai Turchi guardavano all'Italia appena unitasi, e al suo centro, il Piemonte, come a un modello per la formazione di uno stato nazionale.
Nel corso della prima guerra mondiale l'esercito italiano ha dato un significativo aiuto ai Serbi e ai Montenegrini. Ma alla fine della guerra, e dopo l'annessione del Montenegro da parte della Serbia, l'Italia, nonostante i legami famigliari con la dinastia Petrovic, non ha in alcun modo aiutato gli interessi montenegrini e ha riconosciuto de facto tale atto.
Negli anni '30 di questo secolo i rapporti italo-serbi si raffredderanno temporaneamente, soprattutto a causa degli interessi del Vaticano in Croazia e delle mire di Mussolini sulla Dalmazia. A un loro nuovo intensificarsi si giugnerà direttamente nel corso della Seconda guerra mondiale, quando si sono rafforzati i rapporti tra i fascisti italiani e i cetnici serbi, ma anche tra gli antifascisti italiani (che hanno disertato dall'esercito dopo la capitolazione) e i comunisti serbi. Circa 40.000 italiani sono stati tra i partigiani, combattendo nelle unità non disciolte della Garibaldi. Successivamente, molti di loro sono diventati membri del Partito Comunista Italiano e hanno mantenuto contatti con i comunisti italiani. A una crisi nei rapporti con la Jugoslavia si arriverà nuovamente con Trieste.
Ma il governo italiano ha guardato con simpatia alla rottura di Tito con Stalin. Gli esperti di rapporti serbo-italiani affermano che proprio a partire da tale momento all'interno del ministero degli esteri italiano si è formata una potente lobby favorevole a Belgrado. Si tratta, secondo le affermazioni di alcuni, della più potente lobby (tra i paesi dei Balcani e dell'Europa Orientale) all'interno del palazzo romano della Farnesina, che non ha posto ostacoli né alla posizione degli altri paesi dell'Europa Occidentale rispetto alla guerra in Jugoslavia, né agli obiettivi espansionistici e di pulizia etnica di Milosevic.
Nel settembre 1992 Roma è stata l'unica capitale occidentale nella quale è stato accolto ufficialmente il presidente serbo-montenegrino, e scrittore nazionalista, Dobrica Cosic. Il ministro degli esteri Emilio Colombo ha ignorato il 21 gennaio dell'anno seguente l'embargo diplomatico nei confronti di Belgrado, recandosi personalmente in visita da Milosevic. Il successivo ministro, Susanna Agnelli, altrimenti sorella di Gianni Agnelli e uno dei proprietari della Fiat, si è opposta all'intervento in Bosnia. Nel giugno del 1995 anche lei ha visitato Belgrado.
L'unico, ma breve, periodo di raffreddamento dei rapporti serbo-italiani lo si è avuto dopo il 7 gennaio 1992, quando un MIG serbo ha abbattuto sopra la Bosnia un elicottero che trasportava quattro italiani osservatori della CEE. L'Italia aveva richiamato l'allora ambasciatore a Belgrado, Sergio Vento, ma alla fine si è accontentata delle scuse della parte serba.
L'attuale ministro degli esteri, Lamberto Dini, ha con la Serbia dei legami quasi "di famiglia". Sua moglie Donatella è una delle proprietarie della Telekom serba. Si dice che con parte della sua quota di investimento, 80 milioni di marchi, Milosevic abbia finanziato le ultime elezioni.
Le simpatie italo-serbe trovano radice in diversi campi. Sebbene condizionata dagli interessi geostrategici dell'Europa "latina" e dalla necessità di frenare la penetrazione del marco tedesco e degli interessi tedeschi nei Balcani, questa amicizia politica viene consolidata anche dalle più solide tra tutte le basi - gli investimenti finanziari a livello internazionale ed economico, così come svariati affari sospetti di persone eccezionalmente influenti di entrambi i paesi.
Alcune di tali persone impersonificano e simbolizzano, in misura maggiore o minore, tale amicizia. A parte Donatella Dini, tra gli esponenti dell'establishment politico-finanziario il più influente è ovviamente Gianni Agnelli, la cui Fiat ha una collaborazione di svariati decenni con la Zastava di Kragujevac.
Una delle "eminenze grigie" dei rapporti italo-serbi è Giovanni Di Stefano, personaggio mediatico nel corso dei due mesi dell'ultima guerra, altrimenti compagno "d'affari" e amico personale di Arkan. Di lui si afferma che ha tre passaporti e una vita che divide tra la Serbia e il Belgio. Su uno di questi passaporti, affermano, come luogo di residenza vi è l'indirizzo: Tolstojeva 31, Belgrado. Il SISMI (il controspionaggio italiano) sospetta che sia proprio lui l'uomo più importante che organizza il traffico di droga tra l'America Centrale e i Balcani. Tra le sue numerose attività (ha fondato il Partito Nazionale in Italia, ha fatto affari con la Metro-Goldwin Mayer) vi è anche una collaborazione d'affari con il noto businessman Radojic Nikcevic, legato all'establishment di Belgrado, ucciso nel '93 in circostanze misteriose. Di Stefano, nel frattempo, continua a essere più che attivo.
Ci ricordiamo Di Stefano nel programma "Pinocchio", quando, nel corso della guerra, è stato intervistato dal noto conduttore televisivo italiano Gad Lerner, altrimenti giornalista della "Stampa" di Torino, il cui proprietario è Agnelli. Di Stefano si è fatto vedere da Belgrado, dando l'impressione di essere eccezionalmente bene informato sulla questione nazionale serba. E' stato strano ascoltare un italiano parlare da dure posizioni serbo-nazionaliste. Recentemente si è lamentato sulle pagine del "Corriere della Sera": "Le bombe NATO hanno distrutto edifici che ho realizzato per i poveri intorno al ministero degli interni jugoslavo, il mio appartamento nei pressi dell'Accademia militare e il 'Gran Casino Royal' all'interno dell'hotel Jugoslavija".
Di Stefano si prende cura degli affari di Arkan in Europa, perché quest'ultimo non può muoversi liberamente in seguito al mandato di cattura dell'Aia. Si afferma che Arkan e Di Stefano abbiano l'esclusiva sull'importazione della birra olandese Heineken in Serbia. Ma oltre alla birra e alle squadre di calcio, la loro attenzione si è concentrata sui redditizi affari con l'America Centrale. Si sa che in tali affari non vi sono divisioni lungo linee nazionali - la mafia serba è legata a quella croata, kosovara, macedone e albanese nel commercio di armi e droga, e nel controllo della prostituzione.
Gli affari italo-serbi sono di grandi dimensioni e ramificati. La Bosnia "serba", naturalmente, non è stata dimenticata né sul piano politico né su quello degli "affari". Così, nel 1996 la rivista "Avvenimenti" ha informato che nel corso di un'inchiesta a Torre Annunziata, che seguiva le tracce di auto rubate in Italia e vendute in Bosnia, si è giunti ai conti svizzeri di Radovan Karadzic, che gli servivano per il pagamento delle armi vendute. E' finito in prigione anche Lorenzo Macega, un 42enne di Mestre, nei pressi di Venezia, il quale ha visitato a più riprese Pale con il russo Andrej Aleksiev. Queste due persone dovevano prendere 54 milioni di dollari per la vendita della bomba "Vacuum" e le rampe di lancio "Uragan" a Karadzic. I due hanno affermato di avere pagato a Karadzic 600 milioni di lire (seicentomila marchi) di tangente.
Nemmeno i partiti politici italiani hanno rinunciato alla gara per pronunciare la propria inclinazione nei confronti della Serbia. La domanda è se sia un caso che si tratti esclusivamente di partiti nazionalisti di destra o della sinistra comunista, cioè della stessa miscela che forma la politica di Milosevic. L'irredentista Lega Nord è stata apertamente, nel corso di tutte le guerre di Milosevic, dalla parte della Belgrado ufficiale. E Milosevic a suo tempo ha accolto il controverso leader leghista Umberto Bossi con tutti gli onori. I legami tra i leghisti e i serbi risalgono direttamente alla guerra in Bosnia, quando alcuni leghisti sono stati membri del battaglione "Garibaldi" nella Krajina, una formazione misteriosa e paramilitare sotto il comando diretto di Milan Martic. Vi sono anche sospetti che in Italia siano arrivate armi serbe per la Lega: in occasione di una perquisizione della polizia in una sede della Lega sono state trovate armi di provenienza jugoslava e recanti la bandiera serba.
Nel corso del 1995, Adriano Bertasso, alto esponente della Lega Veneta, ha consegnato a Karadzic il "Leone di S. Marco", cioè il loro simbolo di indipendenza. L'entrata dell'Italia nel progetto "Euro" ha decisamente scompigliato i calcoli di Bossi, anche se non si sono interrotti i contatti con gli amici di Belgrado e di Pale.
Dalla parte dei serbi, e basandosi su posizioni comuni antiamericane e antimperialiste, sono anche i comunisti di Armando Cossutta, il quale ha anch'egli visitato il despota di Belgrado, e i Verdi di Luigi Manconi. Da destra, Gianfranco Fini, leader del partito neofascista Alleanza Nazionale, ha coltivato grandi simpatie per Milosevic, soprattutto per la sua politica anticroata. Ora Fini è dalla parte della NATO. Sono passati anche i tempi in cui Seselj salutava Berlusconi come "un grande patriota... che si opporrà al fatto che gli aerei NATO decollino dall'Italia contro i serbi in Bosnia". Questa mescolanza politica di coloro che sostengono Milosevic si è formata su diverse basi: gli umori antiamericani, le nostalgie comuniste, il revanscismo anticroato, il falso pacifismo...
La stampa e la televisione hanno, naturlamente il ruolo più importante nella formazione dell'opinione pubblica filoserba in Italia. Purtroppo, in questo "amore per i serbi" molto raramente e molto difficilmente riescono a prendere le distanze dal regime di Belgrado. Così la disposizione filoserba nella sua variante italiana, sulla scena politica come nei media, si dimostra spesso una volgare propaganda in stile Milosevic.
Il "Corriere della Sera" e la "Stampa" (il primo e il terzo quotidiano per numero di copie vendute in Italia) ricevono sostegno finanziario dalla Fiat di Agnelli. Tali giornali sono stati da sempre moderatamente filoserbi, ma senza grandi cadute di stile. In Italia, a suo tempo, durante la guerra in Bosnia, è scoppiato un grande scandalo quando è emerso pubblicamente che l'Italia è il maggiore esportatore mondiale di mine-"giocattolo" e il loro più grande produttore è una fabbrica della Fiat. Per finte penne stilografiche, accendini o giocattoli per bambini, molti bambini sono rimasti invalidi in tutta la Bosnia.
I giornali del gruppo De Benedetti, il quotidiano "La Repubblica" e il settimanale "L'Espresso", per esempio, hanno mantenuto, fin dalla guerra con la Croazia e in Bosnia, una posizione critica nei confronti della Belgrado ufficiale. Mentre il giornale più importante della sinistra extraparlamentare, il "Manifesto", forse per vecchie nostalgie comuniste, è sempre stato su posizioni favorevoli ai serbi. "Liberazione", il quotidiano di Rifondazione Comunista, è stempre stato apertamente dalla parte serba, come, d'altra parte, "Il Giornale" (del gruppo Berlusconi). Molti giornalisti italiani hanno tifato durante la guerra per la Serbia, come se si trattasse di una partita di calcio. Sono note per lo stessso motivo anche alcune trasmissioni televisive, come "Pinocchio" di Gad Lerner e "Moby Dick" di Italia Uno, una delle televisioni di Berlusconi.
Proprio a causa di tutto questo, è stato possibile che nel corso della guerra del Kosovo i rapporti italo-serbi abbiano avuto un carattere, come minimo, strano. L'Italia ha potuto seguire, senza grandi conseguenze, una politica del doppio binario. Da una parte è stata fedele alla NATO, dall'altra ha insistentemente flirtato con la Belgrado ufficiale. Gli aerei NATO partivano durante la campagna aerea da basi sul territorio italiano. Ma Belgrado, evidentemente, glielo ha perdonato. L'Italia, per l'intero periodo della guerra, è stato il paese occidentale più privilegiato da Belgrado. Solo l'ambasciata italiana è rimasta aperta e dalla Serbia l'unico giornalista a non essere stato scacciato è stato Ennio Raimondino, della RAI.
Tutto questo per il Montenegro non avrebbe una grande importanza, se molti influenti esponenti italiani, in tutta una rete di rapporti in un primo tempo solo accentuati con la Belgrado ufficiale, non si comportassero come dei consiglieri politici di Milosevic nella campagna iniqua e dai toni aspri il cui obiettivo, si sostiene, è solo la lotta contro la criminalità. Materiali faziosi che compaiono sulla stampa italiana vengono zelantemente e in maniera non selettiva ripubblicati sulla stampa di regime di Belgrado, così come in quella filo-Milosevic in Montenegro.
LA RABBIA DELL'AMBASCIATORE
("Monitor" [Podgorica], 23 febbraio 2001)
"Monitor" ha pubblicato il 15 ottobre 1999 [il testo qui sopra riportato] nel quale analizza in maniera critica i rapporti più che vicini tra Roma e Belgrado, addirittura anche durante i bombardamenti della NATO. In quella occasione erano stati menzionati anche i legami quasi "di famiglia" di Lamberto Dini con le autorità di Belgrado. "Monitor" aveva successivamente ricevuto una reazione dell'allora ambasciatore italiano a Belgrado, Riccardo Sessa, nonché della direzione della Telekom Srbija, nella quale tali affermazioni venivano definite completamente infondate e non veritiere. "Non posso nascondere la mia sorpresa che un giornale così serio abbia pubblicato per la seconda volta una notizia infondata e già smentita che, proprio per tale motivo, non riflette in modo corretto l'ampia, complessa, spesso difficile, ma sempre equilibrata e obiettiva, attività che negli ultimi anni l'Italia ha svolto sul piano politico e che ha ispirato i nostri espliciti sentimenti nei confronti di una regione importantissima per l'Italia", ha scritto Sessa. Chi sia stato serio, e chi abbia "agito in maniera equilibrata e obiettiva" forse oggi è chiaro a tutti, probabilmente anche all'ambasciatore Sessa, che dopo la Jugoslavia ha proseguito il suo servizio diplomatico in Iran.
"ERA NORMALE FARE AFFARI CON MILOSEVIC"
("Monitor" [Podgorica], 23 febbraio 2001)
"Forse l'intero scandalo ha ottenuto tanta pubblicità perché in Italia ci saranno tra breve elezioni a tutti i livelli. Da noi è cominciata la campagna elettorale. Perché, quando io ne ho scritto tre anni fa, non è accaduto nulla", racconta a "Monitor" Guido Rampoldi, giornalista de "La Repubblica", esperto di Balcani. "E' vero, non avevo tutti i dettagli e le informazioni di cui dispongono i miei colleghi che ora hanno fatto l'inchiesta. Ma dell'affare hanno scritto anche il 'Financial Times' e il settimanale americano 'Time', e anche in tali casi non è accaduto nulla, perché si riteneva normale fare affari con Milosevic". Rampoldi ritiene che questo scandalo non avrà alcuna conseguenza sui rapporti tradizionalmente buoni tra Roma e Belgrado. "Ma è possibile che venga riesaminata la nostra posizione rispetto a Milosevic negli ultimi anni. Penso che nella diplomazia italiana abbia regnato per troppo tempo l'idea che l'opposizione serba fosse incapace. Successivamente, tuttavia, si è dimostrata vincente, e nel conseguire questo obiettivo è stata aiutata e orientata dagli americani e dai tedeschi. La nostra diplomazia deve capire che la politica nei confronti della Serbia è stata errata".
| Data: 24-02-2001 | | Fonte: "Danas", "Monitor" |
| Autore: Autori vari |
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