
"Lilic: da messaggero a 'gola profonda'"
| Data: 31-01-2002 | | Fonte: "Vreme", "Danas" |
| Autore: Autori vari |
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N.E. BALCANI #526 - SERBIA/KOSOVO
31 gennaio 2002
LILIC: DA MESSAGGERO A "GOLA PROFONDA"
[Raccogliamo in un unico numero di "Notizie Est" alcuni materiali: 1) ampi brani di un'intervista all'ex presidente jugoslavo Lilic, nel quale si fanno rivelazioni su un piano di pace, poi non concretizzatosi, proposto nel maggio del 1999 dall'ex cancelliere tedesco Kohl durante i bombardamenti NATO; 2) un relativo breve commento; 3) un brano da un vecchio numero di "Notizie Est" in cui si ricostruisce la cronologia di quei giorni cruciali; 4) una breve notizia sugli ostacoli che l'amministrazione Bush starebbe ponendo al finanziamento del Tribunale dell'Aia]
1) L'INTERVISTA A LILIC
Il settimanale di Belgrado "Vreme" ha pubblicato nel suo ultimo numero (24 gennaio 2002) una lunga intervista a Zoran Lilic, ex presidente della Federazione Jugoslava. Lilic è stato per lunghi anni uno dei tanti fedeli di Milosevic, al quale ha "ceduto" la poltrona di presidente federale nel 1997, quando Slobo non ha più potuto ricandidarsi a quella di presidente della Serbia. Universalmente ritenuto un personaggio grigio, privo di personalità e dal ruolo unicamente di "marionetta" del regime di Belgrado, Lilic è stato tuttavia indicato da alcuni, nel 1999-2000, come colui che ha svolto importanti missioni dietro le quinte nell'ambito dei mercanteggiamenti tra Occidente e Belgrado. Oggi, nella sua lunga intervista, conferma tali ipotesi (e d'altronde, seppure in termini molto più vaghi, le aveva già brevemente confermate poco più di un anno fa, come avevamo riportato in "Notizie Est" #375 del 2 dicembre 2000), gettando una luce particolare sulla guerra del 1999.
Nell'introduzione all'intervista il giornalista di "Vreme" Nenad Stefanovic scrive che, secondo voci diffuse in Serbia, Lilic avrebbe avuto in questi mesi frequenti incontri con il Tribunale dell'Aia in vista dell'imminente processo a Milosevic. Lilic conferma queste voci e lascia intendere a chiare lettere di essere pronto a testimoniare in occasione di tale processo, pur negando di essere lui il misterioso "testimone segreto" e iperprotetto, che sarebbe riportato nelle pratiche del tribunale con la sigla K-3. Nella prima parte dell'intervista Lilic si dilunga nel tentativo di presentarsi come un "dissidente" all'interno del regime di Milosevic, riferendosi soprattutto al periodo successivo alla sua estromissione dai vertici della federazione. Nonostante questo, alcune sue dichiarazioni contenute nell'intervista lo pongono per intero all'interno della linea più sciovinista di tale regime ("Il Kosovo è sempre stato parte della Serbia, non ha mai fatto parte dell'Albania. Nel 1997 ho pronunciato una frase che molti successivamente mi hanno rimproverato: sì, se gli albanesi desiderano avere un proprio stato, hanno un modo molto semplice per farlo, e cioè andarsene in Albania"). Dopo la lunga parte introduttiva, Lilic passa a raccontare delle sue missioni segrete nel 1999, cioè la parte più interessante dell'intervista, che riportiamo qui sotto per intero.
VREME: Ci racconti come, durante la guerra, lei è diventato l'uomo delle missioni speciali di Milosevic, un fatto di cui si sa poco. Mentre qui cadevano le bombe, lei viaggiava frequentemente all'estero. Si è incontrato con l'ex cancelliere austriaco Franc Vranicki, si è recato fino a Tripoli da Gheddafi e ha portato a Belgrado un piano di pace segreto di Helmut Kohl, di gran lunga migliore di quello che è stato infine accettato.
LILIC: Sì, a quei tempi sono stato l'uomo di missioni speciali delle quali davvero si sa poco, solo che non svolgevo tale lavoro come uomo di Milosevic.
VREME: Ma lei non si sarebbe certo mosso da Belgrado se non avesse avuto la sua autorizzazione...
LILIC: Naturalmente, ho fatto tutto informandolo e con la sua approvazione, perché è quello che era sottinteso in un rapporto corretto. Solo che successivamente è emerso che egli non desiderava stare dietro a tutto questo. Ancora prima dei bombardamenti ho instaurato dei contatti in tal senso con alcune importanti persone che avevano una posizione eccezionalmente buona ai vertici degli eventi mondiali e che si erano offerte di aiutarci. Con la condizione che anche noi volessimo aiutare noi stessi. Ho cominciato a viaggiare nel periodo in cui qui cadevano già in abbondanza le bombe e quelli della JUL cominciavano già a gridare a gran voce che la NATO stava ormai per cadere e noi stavamo per infrangere il diluvio della globalizzazione mondiale. A volte sembrava che a qualcuno non interessasse affatto quante persone sarebbero morte e quanto territorio sarebbe stato distrutto.
VREME: In che modo Gheddafi è entrato a fare parte di questa storia e come avrebbe potuto aiutarci?
LILIC: Già in precedenza avevo avuto contatti con lui. Quando è cominciata la guerra, lo ho pregato di provare ad aiutarci e di spiegare ai paesi nei quali aveva un'influenza cosa stava accadendo in Kosovo. Questo senza tacere il fatto che anche da parte nostra sono stati compiuti atti molto brutti, ma che comunque non si trattava della politica ufficiale dello stato. E' stato molto disponibile a dare il proprio contributo per tentare di fermare la guerra e ha fatto molto di più di quanto gli abbiamo chiesto. Gheddafi desiderava in quel momento portare Rugova a Tripoli, per vedere cosa si potesse fare in Kosovo. Purtroppo noi in quell'occasione abbiamo fatto qualcosa che non è consentito in diplomazia, abbiamo cercato di ingannare i nostri amici. Abbiamo mentito. L'ambasciatore libico ha cercato di contattare Milosevic per pregarlo ufficialmente di consentire a Rugova di recarsi a Tripoli. Milosevic era troppo occupato e l'ambasciatore è stato ricevuto dal ministro degli esteri Zivadin Jovanovic. Su istruzione di qualcuno (Zivadin non avrebbe mai potuto farlo di propria iniziativa), ha detto all'ambasciatore che Rugova doveva rimanere in Kosovo. Lo stesso giorno [era il 5 maggio - N.d.T.], Rugova è volato a Roma con l'areo di una compagnia italiana. L'allora ambasciatore libico nel nostro paese, che era un grande amico della Jugoslavia, si era nel frattempo affrettato a inviare a Gheddafi l'informazione ricevuta da Zivadin secondo cui Rugova sarebbe rimasto a Pristina. Dopo un paio di giorni è stato richiamato a Tripoli per avere fornito delle informazioni non esatte.
VREME: Qual era la sostanza del piano di pace che, nel corso della guerra, vi è stato proposto a Bonn dall'ex cancelliere tedesco Helmut Kohl? Come è riuscito a giungere fino a lui?
LILIC: La faccenda è passata attraverso un alto diplomatico austriaco, che ha offerto i suoi servizi, e l'intera idea di questo incontro ha avuto il sostegno anche di Franc Vranicki. A Milosevic era stato chiesto solo che io fossi effettivamente il suo inviato in tale missione e avessi la facoltà di accettare qualcosa. Qui a Belgrado, prima di tale incontro, vi sono state molte discussioni sul fatto che ne avessimo bisogno o meno. Secondo me, tale incontro con Kohl, tenutosi il 3 maggio 1999, avrebbe potuto avere un'importanza storica per il nostro paese. Ci veniva chiesto di accettare in un periodo di tempo molto breve delle truppe dell'ONU in Kosovo, ma allo stesso tempo ci veniva consentito di effettuare una scelta. Potevano venire truppe russe e cinesi, nonché di alcuni altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Kohl stesso ha proposto che fossero francesi, perché sapeva che non volevamo gli americani o gli inglesi. Kohl si è assunto il compito di convincere Clinton ad accettare tutto questo e si è detto sicuro di poterci riuscire. Clinton, d'altronde, alcuni giorni dopo è giunto a Berlino per il summit dei G-8 e lo stesso Kohl, immediatamente prima, era stato negli USA. Eravamo sul punto di fermare i bombardamenti. Il piano prevedeva che in Kosovo rimanesse il numero di nostri soldati e poliziotti concordato con l'accordo Milosevic-Holbrooke [dell'autunno 1998], e cioè un totale di 12.000. Confrontatelo con quello che oggi abbiamo in Kosovo. A Bonn ci hanno dato 48 ore per dare una risposta urgente. Sulla strada per Belgrado ero convinto di portare con me qualcosa di incredibilmente grande - portavo sul piatto la possibilità di fare cessare i bombardamenti nel giro di un giorno o due. In un'occasione ho addirittura detto per scherzo di attendermi che mi avrebbero insignito degli ordini più alti del mio paese. E lo stesso Milosevic, mentre mi trovavo in viaggio, mi ha detto che se avessi portato buone notizie sarei stato come minimo un eroe nazionale.
VREME: Ma dopo il suo incontro con Kohl la guerra è durata ancora 37 giorni; molte altre persone sono state uccise e ci sono state molte altre distruzioni. Come è stato accolto da Milosevic e perché egli ha rifiutato la proposta di Kohl? Non è che l'intera faccenda è caduta dopo una discussione nel "consiglio di famiglia" a Dedinje?
LILIC: Non lo so. Tutti coloro che erano coinvolti in tale piano avevano forti interessi affinché esso avesse successo. Per Kohl erano imminenti le elezioni al Parlamento europeo, mentre in Germania erano cominciate grandi agitazioni riguardo al fatto che la guerra dovesse continuare o meno. Vranicki era candidato a diventare l'inviato speciale di Kofi Annan per i Balcani e ci teneva molto, aveva proposto che l'eventuale trattato di pace venisse firmato a Vienna. Di tutto questo era a conoscenza anche Eltsin. Tra tutti, eravamo noi a essere maggiormente interessati alla cessazione della guerra. Ma anche a Clinton conveniva, perché sapeva che ogni nuovo passo sarebbe necessariamente stato ancora più radicale. Non vi erano motivi per non provare. A volte mi sembra che Milosevic abbia rifiutato per vanità personale. In ogni caso, il "consiglio di famiglia" in quel momento ha preso una delle peggiori decisioni per i destini di questo paese. Sulla strada tra Bonn e Belgrado mi sono incontrato a Gyor, in Ungheria, con alcuni importanti politici esteri, i quali hanno affermato che subito dopo la firma di un accordo di pace avrebbero potuto aiutare con la ricostruzione del paese. Hanno chiesto che l'incontro avvenisse a Gyor, e non a Budapest, per non essere sotto gli occhi dei corrispondenti dei giornali, che a Budapest sono numerosi.
VREME: Si trattava di qualche importante "fattore americano"?
LILIC: Sì, è così, ma non desidero per il momento fare nomi. Si trattava di non pochi soldi, avevano menzionato la cifra di 6 miliardi di dollari di aiuti. Milosevic in un primo momento mi ha accolto con disponibilità, affermando che il piano in linea generale era buono e chiedendo una notte di tempo per pensarci su. Il giorno dopo tutto era completamente diverso. Mi ha detto di farmi sentire con Kohl e di rispondergli con qualcosa che ancora oggi non riesco a capire - cioè di rispondere con una "utile mancanza di chiarezza". Mi ha detto: digli qualcosa nello stile di "può andar bene, ma non è sicuro". E pensate che loro chiedevano che noi, di fronte alle telecamere, offrissimo pubblicamente quella che era la sostanza del piano in questione - cioè che le truppe dell'ONU venissero in Kosovo e che l'iniziativa apparisse come nostra. Successivamente sono giunti a Belgrado Chernomyrdin e Ahtisaari, ma non hanno discusso con Milosevic. Si trattava ormai di un ultimatum. Il loro documento, nel quale avevano addirittura nascosto alcuni elementi dell'accordo, non rappresentava assolutamente una nostra vittoria. E' vero che il nostro esercito non è stato sconfitto in tale guerra, ma siamo comunque stati sconfitti come stato. Siamo stati privati di oltre il 13% del nostro territorio, senza la maggior parte dei nostri connazionali in Kosovo.
VREME: Successivamente lei ha scritto a Milosevic una lettera nella quale gli ricordava ancora una volta il piano di pace e affermava che forse non era ancora tardi, scrivendo una frase in seguito alla quale sotto molti aspetti è diventato troppo tardi per lei. Lei ha scritto che i destini dello stato e del popolo erano nelle mani di Milosevic, e che solo lui sarebbe stato il responsabile se tale occasione fosse andata persa...
LILIC: Ho anche aggiunto che ero sicuro che avrebbe fatto la mossa giusta. La lettera è stata registrata nell'Archivio del governo federale e probabilmente si è trattato di un errore che mi sarebbe potuto costare caro.
VREME: Si dice che i vertici del Partito Socialista (SPS) la abbiano convinto a ritirare tale documento dall'Archivio, affinché non ne restasse traccia.
LILIC: Dopo tale lettera, non ho più sentito per lungo tempo Milosevic, né mi sono più visto con lui. Mi è solo giunto il messaggio che si sarebbe spiegato con me quando tutto fosse finito. Poco dopo sono stato sottoposto a un processo all'interno del partito. La lettera a Milosevic la ho davvero inviata per convincerlo ancora una volta che il piano non era morto, perché avevo ottenuto segnali in tal senso da Vienna e da Bonn. Ma ai vertici del SPS la lettera era già stata precedentemente analizzata nei dettagli in un "consiglio di famiglia" ed era stata giudicata come tendenziosa e indirizzata contro Milosevic. Pensateci un po', in mezzo ai bombardamenti, mentre il vostro paese viene distrutto e vengono uccisi bambini, naturalmente non i vostri, ma quelli di qualcun altro, voi pensate alle possibili conseguenze di questa lettera per i prossimi dieci anni e giungete alla conclusione che Lilic, a quanto sembra, ha fatto un tentativo a lungo termine di discreditare il presidente jugoslavo e di trarre un profitto politico personale per il futuro. E' questo che mi è stato detto durante il "processo" interno al partito. [...]
VREME: Il piano di Kohl comprendeva indirettamente anche la possibilità che Milosevic non andasse all'Aia? Nel momento delle sue trattative con Kohl l'incriminazione non era ancora stata emessa, ma se ne parlava ampiamente.
LILIC: E' stato uno dei temi delle mie discussioni con Kohl. Era una minaccia che era chiaramente aperta nei confronti di Milosevic, ogni giorno arrivavano a Belgrado dei messaggi in tal senso. Ho detto a Kohl come non fosse logico emettere un incriminazione contro qualcuno per crimini di guerra non provati e allo stesso tempo cercare un accordo di pace. Egli ha mostrato comprensione per tale approccio. Ha detto di dire a Milosevic che avrebbe fatto personalmente tutto il possibile per impedire ogni conseguenza negativa e per togliere tale minaccia dall'ordine del giorno. Kohl era pronto a garantire una tale cosa.
[...]
2) COMMENTO: CONFERME E PUNTI OSCURI
a cura di Andrea Ferrario
Le dichiarazioni di Lilic confermano indirettamente la ricostruzione di un periodo cruciale della guerra del Kosovo del 1999 pubblicata in "Notizie Est" #322 del 17 aprile 2000, nonché alcune ipotesi che formulate in quell'articolo. Era evidente che vi fossero state frenetiche manovre sotterranee tra gli ultimissimi giorni del mese di aprile fino al bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado e ai giorni immediatamente successivi (riporto più sotto per riferimento un brano di tale numero di "Notizie Est" in cui si ricostruisce la cronologia di quei giorni). La missione di Lilic a Bonn e il (presunto) piano Kohl coincidono largamente con i fatti rilevati a suo tempo. Dal testo dell'intervista a Lilic, tuttavia, traspare chiaramente la sua volontà di presentarsi come personaggio-chiave e dal ruolo fondamentale in tale periodo. Nella sua intervista rilasciata a "Reporter" nel dicembre del 2000 accennava indirettamente anche a una sua collaborazione con il potentissimo ex capo dei servizi segreti Jovica Stanisic (caduto in disgrazia nel 1998 e oggi, a detta di molti, legato a Djindjic), proprio per la realizzazione di tali missioni. E' del tutto credibile che Lilic abbia avuto un importante ruolo di messaggero in quel periodo, ma personalmente non credo che la sua rilevanza sia andata oltre, per l'appunto, a quella del semplice messaggero. Questo perché da una parte egli era senz'altro adatto a una tale funzione, visti gli ampi rapporti internazionali che aveva in precedenza avuto in qualità di presidente della federazione, ma dall'altra all'interno delle strutture di potere in Serbia non ha mai contato più di tanto. Pertanto, si può ritenere che egli sia a conoscenza di molti particolari importanti, ma non dei fatti essenziali, in particolare dei criteri in base ai quali si muovevano i vertici di Belgrado e di eventuali altre trattative in corso. Ciò traspare anche dal testo dell'intervista: Lilic evidentemente non sa nulla del perché dell'invio di Rugova in Italia, un evento di estrema importanza in quei giorni. Non fa alcun accenno alla missione del senatore USA Jackson, dei particolari della quale probabilmente non era a conoscenza e che probabilmente è stata di importanza fondamentale. Inoltre, la spiegazione del rifiuto di Milosevic con il motivo della "vanità personale" mi sembra molto labile per un evento di tale portata, tanto più se si tiene conto della cinicità del personaggio in questione. Lilic, infine, si dimostra completamente all'oscuro di quali fossero i piani effettivi e le divergenze all'interno della NATO. La sua testimonianza, quindi, rappresenta solo un indizio aggiuntivo, rispetto ai molti altri, sulla volontà dell'Occidente di arrivare in quel momento a una soluzione di accordo con Belgrado per il Kosovo. Con in più un particolare nuovo, quello della prevista partecipazione dei cinesi a una missione ONU in Kosovo, che fa correre immediatamente il pensiero al successivo bombardamento per "errore" dell'ambasciata di Pechino in Jugoslavia. Come in un giallo, sono sempre più gli elementi che quadrano, ma la soluzione definitiva (se mai ci sarà, trattandosi di una tragica guerra, e non di un romanzo) richiederebbe la rivelazione di ben altri elementi, sia sul versante di Belgrado che su quello della NATO.
3) MAGGIO 1999: DALL'ACCORDO IMMINENTE AL RIMESCOLAMENTO DI CARTE
di Andrea Ferrario - (da "Notizie Est" #322, 17 aprile 2000)
[...] La cronologia di questi "10 giorni chiave" (29 aprile-8 maggio) e' da sola sufficientemente eloquente [le fonti della cronologia che segue sono le agenzie AFP e UPI dei rispettivi giorni]. Il 29 aprile arriva a Belgrado la missione del democratico statunitense Jesse Jackson, che si ripropone di ottenere qualcosa per i tre soldati USA prigionieri in Serbia; il 30 aprile Milosevic concede un'intervista alla UPI dai toni spesso concilianti, nella quale vanta le privatizzazioni realizzate e sottolinea il suo favore all'economia di mercato e all'UE, per poi formulare i suoi 6 punti per un accordo di pace; il 1 maggio a Belgrado vi e' un incontro tra Cernomyrdin e Milosevic; sempre il 1 maggio e sempre a Belgrado, Jackson ottiene in giornata la promessa di liberazione dei tre militari, che verranno poi rilasciati il giorno successivo; il 3 maggio Clinton annuncia che potrebbe esservi una pausa nei bombardamenti - e' il primo tra tutti i leader NATO, dall'inizio dei bombardamenti, a prospettare esplicitamente una tale eventualita'; il 4 maggio si ha la prima indiscrezione secondo cui i G-8 avrebbero raggiunto un accordo su una proposta di pace sotto l'egida ONU e nelle stesse ore Annan annuncia che verra' inviata in Kosovo una missione ONU per il ritorno dei rifugiati in Kosovo - della missione verra' incaricato il brasiliano Vieira de Mello (che successivamente, fino alla nomina di Kouchner, guidera' la missione ONU in Kosovo dopo gli accordi di Kumanovo); il 5 maggio Ibrahim Rugova viene inviato da Milosevic in Italia, dopo accordi presi tra il presidente jugoslavo e il ministro degli esteri italiano Dini; sempre il 5 maggio, la Macedonia chiude la frontiera di Blace e la polizia serba interrompe il flusso di profughi dall'altra parte del confine - due giorni dopo non ve ne sara' piu' nemmeno uno in attesa al confine; ancora il 5 maggio, un elicottero Apache esplode in volo durante un'esercitazione "75 km. a nord-est di Tirana", ovvero in una zona vicinissima al confine con il Kosovo - due militari USA muoiono; il 6 maggio, in Kosovo, viene ucciso Fehmi Agani, braccio destro di Rugova e membro della delegazione albanese a Rambouillet, ma anche l'uomo che rappresentava l'anello indipensabile di ogni accordo per una posizione politica unitaria tra le forze politiche albanesi del Kosovo; ancora il 6 maggio, parte per Ginevra il primo emissario della missione "de Mello", che nei giorni successivi dovrebbe essere seguito da altri, per poi partire tutti insieme per il Kosovo l'8 maggio; nelle stesse ore dello stesso giorno i G-8 mettono a punto il piano di pace e decidono di chiedere l'approvazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, decisione a proposito della quale Clinton osserva: "se la Russia e' a favore, anche la Cina lo sara'"; il 7 maggio mattina viene data una serie di annunci piu' che eloquenti: Schroeder si rechera' a Pechino l'8 e 9 maggio per discutere il piano di pace con i cinesi, Madeleine Albright si incontrera' la sera stessa con Annan per un'analoga discussione, Talbott il 10 maggio si rechera' a Mosca con il generale USA Fogelsong per discutere i dettagli dell'implementazione, in Giappone si scrive che Yakushi Akashi (ex capo della missione ONU nella ex Jugoslavia) si rechera' a giorni a Belgrado per trattare con Milosevic; ancora il 7 maggio, si svolge a Vienna una riunione in cui per la prima volta si parla di Patto di Stabilita' nei Balcani e si decide che la relativa conferenza si terra' il 27 maggio - i ministri degli esteri di Germania e Austria auspicano un'integrazione della Serbia (comunque non invitata alla conferenza) nel processo; sempre il 7 maggio, Jakup Krasniqi, portavoce dell'UCK a Tirana, respinge il piano dei G-8 affermando che "il disarmo dell'UCK e la protezione dell'integrita' territoriale della Jugoslavia sono inaccettabili" (Krasniqi ha successivamente accettato senza battere ciglio queste due condizioni e oggi e' il n. 2 del partito di Thaqi); la mattina del 7 maggio, bombe a grappolo della NATO "sbagliano l'obiettivo" e cadono tra un ospedale e un mercato a Nis, uccidendo almeno 15 persone e ferendone moltissime altre; la sera dello stesso 7 maggio (23.45, ora locale) aerei NATO bombardano "per errore" l'ambasciata cinese a Belgrado; cinque ore dopo, si riunisce d'emergenza il Consiglio di Sicurezza - l'ostacolo alla sua approvazione in tempi rapidi di una risoluzione e' stato cosi' creato. Per un paio di giorni alcune iniziative proseguono evidentemente per inerzia (Chirac incontra l'8 maggio il presidente finlandese Ahtisaari per parlare di Balcani), ma gia' l'8 maggio Schroeder esprime a Cernomyrdin i suoi dubbi in merito all'opportunita' di un altro viaggio di quest'ultimo a Belgrado; il giorno stesso Cernomyrdin si incontra a Bonn con Rugova, rispetto al quale ha parole entusiaste: "Rugova vuole il disarmo dell'UCK, e' a favore dell'autonomia all'interno della Jugoslavia ed e' disposto a tornare a Belgrado per trattare"; Cernomyrdin afferma anche di avere parlato al telefono con Milosevic che si e' dimostrato "molto contento". Ma poi tutto il processo di trattative per un accordo si blocca e partono nuove trattative (ora e' Talbott in prima fila, sempre insieme a Cernomyrdin), che lasciano intendere come si debba rivedere molto di quanto era stato concordato. Schroeder non si reca a Pechino l'8-9 maggio, come preannunciato, ma solo l'11 maggio e per sole 24 ore, invece dei tre giorni previsti. Va notato tuttavia che il piano per l'invio di una missione ONU guidata da Vieira de Mello prosegue: il 10 maggio de Mello e' a Belgrado e successivamente la missione si svolge nei giorni dal 14 al 17 maggio, durante i quali gira per il Kosovo scortata dalla polizia serba - e' interessante rilevare che de Mello aveva affermato di avere preso "accordi di sicurezza" anche con l'UCK, ai fini dell'organizzazione di questa missione. [...]
4) LA CRISI FINANZIARIA DEL TRIBUNALE DELL'AIA
("Danas", 26-27 gennaio 2002)
BERLINO - Il Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra con sede all'Aia si trova in una seria crisi finanziaria, che minaccia di mettere in forse il proseguimento di alcuni processi già iniziati, ha dichiarato il presidente del Tribunale, Claude Zorda, di fronte alla televisione tedesca. Zorda, come si afferma in un comunicato stampa della televisione ZDF, nel quale viene riportata parte dell'intervista, ha affermato che il processo a Milomir Stakic, accusato di crimini di guerra compiuti a Prijedor, verrà prorogato di molto e forse verrà completamente cancellato, perché i mezzi finanziari per quest'anno sono insufficienti. "E' esatto che gli Stati Uniti stanno bloccando il budget del Tribunale nel relativo comitato competente delle Nazioni Unite", ha affermato Zorda. Il motivo di questo comportamento di Washington, secondo Zorda, è "l'intensificazione della lotta degli Stati Uniti contro il terrorismo". "Ciò ha portato a una presa di distanza dell'amministrazione Bush dal Tribunale", ha affermato il presidente del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra. Zorda, nell'intervista, si è detto in principio d'accordo con la necessità che "i finanziamenti al Tribunale vengano analizzati nei dettagli da parte della comunità internazionale, al fine di eliminare ogni dubbio su eventuali casi di corruzione o di sperpero di fondi". Il Tribunale dell'Aia ha 1.188 collaboratori e il suo budget per il 2002 dovrebbe ammontare a 96,5 milioni di dollari (Beta).
| Data: 31-01-2002 | | Fonte: "Vreme", "Danas" |
| Autore: Autori vari |
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