Il Patto di Varsavia di Bush

Data: 12-03-2003 Fonte: "Politika"
Autore: Dragoslav Rancic

N.E. BALCANI #633 - SERBIA/MONTENEGRO
12 marzo 2003


UN PATTO DI VARSAVIA FIRMATO BUSH
di Dragoslav Rancic - ("Politika" [Belgrado], 6 marzo 2003)

Un punto di vista serbo sui riflessi della crisi irachena per i Balcani: Belgrado punta a entrare nella Partnership per la Pace


Un tempo, utilizzando un'abbreviazione composta dalle iniziali di tutti i paesi vicini, dicevamo che la Jugoslavia è circondata da GRATTACAPI [gioco di parole intraducibile: le iniziali di tutti i paesi che confinavano con la ex Jugoslavia socialista danno insieme l'acronimo BRIGAMA, che vuole dire, per l'appunto, grattacapi o preoccupazioni - N.d.T.]. Oggi un tale acronimo non può più essere formato, ma i grattacapi sono rimasti e, anzi, sembrano aumentare continuamente, nonostante si cerchi di tranquillizzarci dicendo che i Balcani sono sempre più stabili. La situazione, naturalmente, è migliore rispetto all'ultimo decennio, perché non ci sono più guerre e si stanno facendo sforzi affinché non ve ne siano più. Ma sono pochi coloro i quali credono che la costruzione di una nuova struttura di sicurezza europea possa portare a questa regione una piena stabilità in assenza di eserciti stranieri.

Mentre da una parte si parla della riduzione delle truppe straniere in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo e Metohija, allo stesso tempo si viene a sapere che soldati americani arriveranno in Bulgaria e Romania e che gli aerei da guerra americani voleranno dalle basi tedesche fino all'Iraq passando al di sopra dell'Europa Sud-Orientale, sfruttando i corridoi aerei, e se del caso anche gli aeroporti, di Croazia e Macedonia. Se questi aerei vorranno volare, per fare un esempio, da Tuzla verso la base di Bondsteel in Kosovo, difficilmente gli americani ci chiederanno se ci danno fastidio il rumore e i gas di scarico. Siamo tenuti a concedere loro un tale corridoio in virtù di una clausola dell'accordo di Dayton. Ma se voleranno da Budapest verso Skopje, forse ci chiederanno l'autorizzazione al sorvolo, allettandoci con la promessa che un assenso ci renderà più facile entrare nella "Partnership per la Pace" o qualcosa del genere. In ogni caso, noi ci troviamo sempre in mezzo alla traiettoria.

Il possibile trasferimento delle basi americane dalla Germania in paesi dell'ex Patto di Varsavia - Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania e Bulgaria - così come i preparativi per una guerra contro l'Iraq, sono elementi di un'unica strategia elaborata dal Pentagono negli ultimi due-tre anni. Di questi piani ha parlato apertamente, negli ultimi giorni, il nuovo comandante delle forze NATO, generale James Jones. Dei 109.000 soldati americani di stanza in Europa, circa 78.000 si trovano in Germania. L'intenzione del Pentagono è quella di ridurre di circa un quarto il numero dei soldati e di modificare l'intera struttura militare americana in Europa. Come ex comandante dei marines, il generale Jones non nasconde di sognare basi diffuse in tutto il mondo - con grande tenerezza le chiama "giardinetti pieni di lillà" - dalle quali le forze di pronto intervento possano con un salto trovarsi sui punti caldi di guerra. Secondo la nuova strategia, le ingombranti formazioni di carri armati, che a suo tempo erano state previste per la guerra su un fronte ampio contro l'ex Unione Sovietica e i paesi del Patto di Varsavia, verrebbero spedite a invadere l'Iraq per poi non tornare più in Europa, perché la NATO non ha più ragione di temere i carri armati russi. Al posto di queste unità, nelle nuove basi americane disseminate nei paesi dell'Europa Orientale, giungerebbero forze operative più mobili e leggere, adatte ad azioni rapide di combattimento in aree che vengono considerate potenziali focolai di conflitti, soprattutto il Medio Oriente, il Golfo Persico e, in una certa misura, i Balcani. Alcuni congressmen americani, irritati nei confronti del governo del cancelliere Schroder perché ha rifiutato di dare il proprio sostegno alla campagna di guerra contro l'Iraq, hanno proposto che i tedeschi vengano "puniti" per la loro mancanza di collaborazione ritirando i soldati americani dalle basi in Germania. Sembrano schiavi dello spirito della guerra fredda: i tedeschi ormai non nascondono più, da quando non sono minacciati dalla Russia, di desiderare che i soldati americani se ne vadano dal loro paese.

Quelli che ora desiderano le basi USA sul loro territorio, nella speranza di derivarne importanti vantaggi economici e forse anche una nuova infrastruttura costruita con soldi americani, sono i romeni e i bulgari, mentre gli americani stessi si sono scelti una base specializzata rispettivamente in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. (E' interessante notare come Bondsteel sia il prototipo per la costruzione sia di queste basi che delle basi nell'Asia Centrale). Questa nuova configurazione militare è stata definita da un commentatore americano come il "Patto di Varsavia di Bush". I voli degli aerei da guerra americana diretti verso il Golfo Persico sarebbero naturalmente più brevi, rapidi e razionali se effettuati dall'Europa Sud-Orientale, così come i costi di mantenimento dei soldati sarebbero decisamente inferiori rispetto alla Germania.

Già dalla fine di marzo rappresentanti militari e politici della Romania e della Bulgaria avranno il diritto di assistere a tutte le riunioni della NATO, partecipando alle discussioni. Avremo quindi presto un nuovo vicinato: quattro membri della NATO (Ungheria, Italia, Bulgaria e Romania) e tre pretendenti a una rapida adesione all'alleanza (Albania, Macedonia e Croazia), oltre a un protettorato internazionale sul nostro territorio (Kosovo e Metohija) e un altro ai confini (Bosnia), entrambi sotto il controllo delle forze NATO. Avendo perso, in seguito alla scomparsa del mondo bipolare, la nostra posizione gestrategica privilegiata tra i due blocchi, siamo prima diventati dei paria isolati e successivamente il primo campo di battaglia europeo del dopoguerra, un poligono della NATO e un paese di scarsa importanza per l'Europa. Le conseguenze di tutto questo le sentiamo soprattutto quando ci troviamo tra l'America e un'Europa divisa e quando dobbiamo cominciare ad abituarci alla nostra nuova posizione internazionale e di vicinato. Il primo pensiero è che non potremo resistere a lungo senza un vicinato più sicuro e più stabile e che dovremo in qualche modo armonizzare la nostra posizione con quella dei nostri vicini. Da noi queste idee vengono articolate nella forma di una richiesta di accesso accelerato alla "Partnership per la Pace", un sostitutivo dell'adesione alla NATO. Per quanto possa sembrare strano, le nuove circostanze nelle quali ci troviamo potrebbero liberarci oggi da un aspetto spiacevole: dal continuare a pregare di essere accettati nella "Partnership per la Pace", sentendoci rispondere sempre che, a causa dell'Aia o di qualche altro motivo, non abbiamo soddisfatto tutte le condizioni, come se tutti i paesi che già ne fanno parte, dal Baltico al Caucaso, fossero modelli di democrazia e di governo del diritto. Ora è evidente che la nostra adesione alla "Partnership per la Pace" non sarà utile solo a noi, ma avrà anche un suo valore e prezzo obiettivo, perché renderebbe più facile anche ad altri le attività e le comunicazioni attraverso questi spazi. Non si tratta solo di soddisfare un nostro desiderio, cosa che ci dobbiamo ancora meritare, quanto piuttosto di fare combaciare e completare reciprocamente degi interessi. Proprio quello che viene chiamato partnership.

Data: 12-03-2003 Fonte: "Politika"
Autore: Dragoslav Rancic