Guca Festival: la trance di un carnevale "al Kalashnikov"

Data: 17-08-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi e Marco Citron

N.E. BALCANI #689 - SERBIA-MONTENEGRO
17 agosto 2003


GUCA FESTIVAL, LA TRANCE DI UN CARNEVALE “AL KALASHNIKOV”
di Lorenzo Guglielmi e Marco Citron, da Guca

Il business del folklore nazionale nel villaggio di Guca, che una volta all’anno offre a una folla oceanica di serbi un bagno di “panem et circenses”


Guca (Cacak), 10 agosto 2003 - La strada per Guca è poco più di una mulattiera asfaltata. Una coda di macchine si dondola sinuosamente tra i crinali delle colline, lasciandosi alle spalle la piana della cittadina di Cacak. “Dovidjenja e Srecan put!”, Cacak : Arrivederci Cacak e buon viaggio. Non fai in tempo a dire “grazie”, che al primo tornante sei già altrove. I pochi capannoni industriali svaniscono nel cicalio dei boschi, tra le onde armoniose di un mare di terra. La luce distesa di questa Serbia centrale, con le sue agresti geometrie di pascoli e frutteti, ha la grazia di certa campagna inglese, su cui s’innesta quel particolare stato mentale di indolente e dolce dilatazione del tempo, che solo questo oriente d’Europa possiede. I ritmi di viaggio sulle strade secondarie rallentano all’inverosimile e il gusto dell’incontro imprevisto può trasformarsi in autentica occasione di conoscenza. A queste latitudini programmare è inutile, a volte persino stupido e controproducente. Meglio stemperare il fatalismo meridionale nell’intuizione del momento.

Ma che sarà mai di speciale questo festival delle trombe di Guca? Dalla periferia di Cacak, ai lati della provinciale non si vedono altro che giovani del luogo e “fricchettoni paneuropei” sfoderare pollici suadenti, ammiccando sicuri come anziani autostoppisti in prepensionamento. Ogni scampolo d’ombra ai margini del bosco diventa occasione di un estemporaneo mercanteggiare: i contadini della zona aspettano pazienti che l’automobilista stanco o curioso abbocchi alle loro prelibate esche di frutta, verdura, miele e diaboliche grappe d’erboristeria scaccia-malanni. Per un attimo ti coglie il pensiero di trovarti sulle strade interne dell’Istria, dove una bottiglia di grappa è il valore aggiunto a “quatro ciacole” con gli ambulanti, quasi più per il gusto di ristorare il capogiro causato dal caldo e dai tornanti. Carichiamo Filip, 24 anni, autostoppista forse troppo ruspante per concedersi il lusso cittadino delle trecce giamaicane da rasta. Una macchina proveniente da Guca prende una curva un po’ audacemente, sbanda e quasi ci viene addosso con un’allegra comitiva di ragazzi a torso nudo che alza pollice-indice e medio, in segno di vittoria serba. Vuoi mettere che bello un bel frontale a 60 all’ora tra fratelli? Noi, poco arditi italici sbianchiamo in volto. Il nostro ospite invece non si scompone, e comincia a raccontarsi. Nato a Skopje in Macedonia, da madre macedone e padre militare serbo di un villaggio vicino a Guca, Filip ha una gran voglia di capire che diavolo ci fanno da queste parti degli stranieri e, visto che gli argomenti non mancano, gli chiediamo un po’ di notizie sulla musica. Tra Belgrado e la provincia il rapporto è sempre poco alla pari. Allo snobismo della capitale corrisponde, di frequente, rispetto ossequioso e senso di inferiorità delle cittadine; a volte malcelato un rancore. Eppure quando si tratta delle trombe di Guca, i discorsi sono straordinariamente identici. Guca non concede vie di mezzo: può essere soltanto “super” oppure “strasno”, cioè terribile. E soprattutto, Dio maledica gli “ex-coniugi d’arte” Bregovic e Kusturica! Questo è, parafrasato, l’ultimo motto in voga tra alcuni giovani, da Novi Sad a Leskovac. “Per carità, sono due grandi artisti, nulla da dire, ma che immagine hanno dato della Serbia? L’Europa pensa serbo e dice zingaro, e viceversa, neanche fossimo lo stesso popolo. Bregovic ha mischiato tutto, ha fatto la sua buona musica e il suo buon business, e alla fine ci ha rovinato”, dice Filip. Chiedo allora che cosa sia la musica serba e Filip risponde che le bande di trombe e tromboni nacquero sotto l’impero ottomano per le fanfare militari. “Allora è di origine turca?”, penso soltanto, ma trattengo la domanda tra i denti, conoscendo già la risposta. “Questa parte della Serbia non c’entra niente con quella tradizione secolare di musica, tanto meno Guca, che è un villaggio dove hanno importato il festival, ancora sotto il comunismo, come operazione di folklore. E nemmeno c’entrano certi rom, che suonano ai tavoli solo per soldi. Ad ogni modo, a Guca troverete i "trumpecari" (suonatori di tromba) migliori dei Balcani. Sentirete che spettacolo. E guardate i sederi delle ragazze lungo la via, vi sembrerà il Carnevale di Rio de Janeiro!”. Ci viene a tutti da ridere. Il mio amico fotografo, Marco, prima di imboccare la strada per Cacak ci aveva comunicato, con impenetrabile semiserietà, la sua balzana teoria sulla “Serbia- Brasile-d’Europa”. Teoria di un inconscio gemellaggio, che sembrava provata dalla presenza di un “Cafè Brazil”, in pieno stile etno, alle porte di Cacak sud! Fatalismo e intuizione del viaggio balcanico? La globalizzazione ha davvero ingrassato il nostro potenziale di similitudini e chiacchiere. Quest’ultimo soffio di leggerezza dà il benvenuto alla serata del sabato, il momento più intenso di tutto il festival, quando le bande soffiano nelle ance delle trombe con tutta la loro passione, fino allo sfinimento, in attesa della premiazione domenicale.

All’entrata di Guca, le case private offrono parcheggio sui loro terreni e soprattutto stanze a prezzi salatissimi. Una tromba di tre metri in ottone, al primo grande incrocio della città, dischiude l’ area pedonale adibita al festival, lungo la quale si incanala tutta la folla, posseduta da un incedere danzante di luci, petardi e banchetti d’ogni sorta. Poco più in là il cartello stradale con una tromba stilizzata: vietato suonare il clacson! L’occhialaio di Novi Pazar - la “Napoli serba”- vende Rayban migliori degli originali, con garanzia di falso di qualità. Tra splendidi utensili in legno e terracotta, tappeti e macramè d’artigianato, la miseria della Serbia riaffiora ineluttabile, con gli stessi corredi di cianfrusaglie che si trovano esposti a malavoglia, per un pugno di dinari, sugli scatoloni dei mercati rionali di Belgrado. Orologi da tasca di qualche vecchio ferroviere, scarpe usate, pettini, bottoni e lustrini sono l’inventario di una disperazione che non ha bisogno di parole: questa è la Serbia dei tre euro al giorno che arranca, mentre lo spettacolo del festival la travolge nel suo abbraccio orgiastico di alcol e sudore e, alla fine, la denuda della sua realtà, isolandola agli angoli della propria coreografia carnevalesca.

La massa di spettatori si divide per le stradine di Guca, addensandosi nella schiume della birra e nel fumo dei bracieri. Alla prima piazza il flusso è già incontrollabile e l’eco delle trombe dei bar viene inghiottito dai decibel assordanti degli amplificatori. “Kalashnikov, kalashnikov, ehhhh!”. Tempi pari e dispari a velocità frenetica su piatti e grancassa; e il corpo va da sé. Giovani e meno giovani replicano danze ed espressioni del film “Underground”. Dopo poche ore il motivo di “Kalashnikov” squarcia prepotentemente l’aria, rinterpretato in tutte le salse: dell’amato-odiato Bregovic, in fin dei conti, non se ne può proprio fare a meno. La guerra è una pantomima da luna park, con molto spontaneo cabaret, ma senza più la satira del film. Questa è la parte di una profonda provincia che desidera l’Europa ma se ne sente vittima e, infondo, disprezza anche se stessa. E’ naturale domandarsi se sia l’ultimo brandello di una mentalità che fa acqua da tutte le parti o un male con radici più profonde: dopo aver criminalizzato i propri vicini, l’Europa, l’America, il pericolo islamismo e le logge giudo-plutaico-massoniche, non resta che prendersela con la cinematografia e la musica jugoslava, per continuare a sentirsi incompresi su ogni fronte. Anche a casa propria.
Filip ci offre tre birre per ricambiare del passaggio e continua a parlare dell’etno originale e del turbofolk, che definisce kitsch e degno di profondo disprezzo. Tuttavia, sotto il secondo monumento della tromba comincia il primo schietto spettacolo turbofolk: un gruppo di uomini seminudi e muscolosi ballano abbracciati, passandosi di mano in mano un grande crocifisso con le gigantografie di Radovan Karadzic e Ratko Mladic, incorniciate a mo di icone e cinte dalla fascia del “Movimento per l’unità serba”. “Per voi sono criminali, per noi serbi sono degli eroi. Hanno salvato molti nostri civili durante la guerra”, afferma con sicurezza Filip. Per un attimo mi sfiora il pensiero della manipolazione spaventosa che hanno subito anche i profughi serbi, moneta umana di scambio della propria etnocrazia. Mi domando se Filip sia davvero al corrente dei crimini di guerra e dell’oggettiva impossibilità di negarli come fossero propaganda antinazionale. O almeno se sa di quando Karazdic, mentre lui probabilmente faceva la fame, volava a Belgrado a giocarsi 200.000 marchi al Casinò. La domanda cade in un senso di vuoto sconcertante: Guca non è certo il luogo ideale per aprire un dibattito. Nessuno di noi tre ha voglia di salire in cattedra, né di attaccare briga a una festa che è anzitutto una festa serba, quindi “cosa loro”. Ci salutiamo con una virile stretta di mano e un reciproco velato disappunto, tra le righe. Mentre la schiuma della birra zampilla da ogni lato, un gruppetto di ragazzi balla attorno allo “scemo del villaggio”, un signore barcollante di mezz’età che fatica ad aprirsi un varco, con la sua espressione ritardata dietro gli occhiali spessi. L’uomo che guidava il balletto sacro e profano, col Cristo e “i due ladroni”, intanto scompare dalla scena. Ha forse una quarantina d’anni e una criniera di capelli d’argento che davvero lo rendono familiare al suo eroe di Pale. A distanza di un’ora lo rincontriamo dentro la chiesa ortodossa, con lo sguardo da vitellino, mentre aspetta il suo turno per baciare le altre icone dei santi e scambiare due parole col pope, che da buon cristiano non fa distinzioni tra i fedeli.

Attorno alla chiesa, il cuore del paese si rivela un pugno di case vecchie e villette col solito paio di grandi condomini fuori posto, come un inno posticcio al modernismo. Ovunque, sotto i tendoni per la ristorazione, le carni girano a ciclo continuo sugli spiedi e grandi pentoloni in terracotta sbuffano vapori profumati, tra le pietre roventi. Il fumo è soffocante, ma non estingue la particolare “vitalità pagana” di questa gente, che sembra caricarsi di energia negativa in un epos di sconfitte e rigenerare un proprio spirito di unità nella trance di danze e musiche tanto belle, quanto ripetitive. Vengono in mente le pizziche salentine, canzoni e balli per esorcizzare il malocchio.

Nelle taverne soltanto si riesce a stare in relativa tranquillità. Inevitabile la selezione: stesse identiche specialità serbe dei chioschi, a prezzi svedesi. Le famiglie più ricche, così, trovano la loro opportunita’ di mettersi in mostra, sedendo ai tavoli per dare il via a mangiate pantagrueliche. Le orchestre tzigane girano da un tavolo all’altro, facendo il loro meglio per riempire trombe, tromboni e sax dei dinari lanciati dai capifamiglia. Come biasimare questo “sfruttamento” di Guca? La Coca-Cola Company galleggia nell’aria con la sua bottiglia-dirigibile gonfiata a elio mentre tutta l’industria nazionale della birra, agro-alimentare e le TV si reclamizzano a ogni angolo, come in una qualsiasi grande sagra nazional-paesana. Il giovane musicista rom Gojko, 13 anni, dice con ironia “Suono perché mi diverto e pagano bene. E’ il mio mestiere, mica sono serbo io!”, e senza saperlo, dà una risposta al nostro autostoppista. Poi mi espone una fila di denti bianchissimi e, con un guizzo inatteso, getta uno sguardo agli altri cinque della band, per guidarli in un assolo dritto al timpano destro di un turista coreano che, atterrito da tanta energia, non osa reagire e mantiene una paresi di sorriso. Infondo a una sala due ragazzi e due ragazze-immagine ballano, carnalmente avvolti in vestiti verde-militare d’ultimo grido, con collane a led luminosi e berretti cetnici in testa. Danzatrici del ventre rom, adolescenti con capelli tinti come uova pasquali, agitano i fianchi tintinnanti di monete d’oro, offrendo ai corpulenti signorotti locali i loro tre minuti di danza e delirio erotico, in cambio di banconote nei seni. Tutto si circoscrive in una precisa triangolazione: risata complice delle mogli appesantite dall’età, palpeggiamenti dei mariti bamboccioni e, al vertice, lo sguardo vigile dei clan sulle giovani. Una famiglia bosniaca prende in simpatia Marco e Mario. Nel giro di pochi minuti arriva la proposta di matrimonio per una figlia, di quasi diciotto anni, che legittimamente annoiata volta le spalle alla situazione. Tanto c’è tempo per pensarci, perché la ragazza potrà sposarsi solo a diciannove anni. Marco, con la sua stazza da cestista montenegrino, sembra essere il prescelto. La zia porta uno splendido chiffon che ingrandisce il suo sguardo da ex-diva, triste e lontano. Il lungo vestito nero, vagamente esistenzialista, le cinge il corpo affusolato, mentre a lato del labbro un’amara ruga da sigaretta sottolinea l’eloquenza del suo taciturno annuire e socchiudere gli occhi a ogni boccata di fumo. A quanto dicono i familiari, la zia è una famosa attrice teatrale di Belgrado, “ma non importa” - scalcia Marco sotto il tavolo e sussurra scherzoso- “ha la villa a Sarajevo con vista sulla città! E poi Aldo, l’altro zio (quello che “se te me parli triestin te capisso”) è di Pola, ed è rappresentante per l’ex Jugoslavia di una ditta padovana, leader mondiale delle trappole per topi! Capisci cosa significa per me?”. Capiamo che in mezzo a tanto bordello si trova qualche spunto per un buon film e, con ogni probabilità, è inutile impegnarsi troppo, sviscerare il senso di questa kermesse: fascino e stucchevole esagerazione vanno di pari passo con la nostra incapacità di vedere fino a che punto questa parte di Serbia si prenda sul serio. Quando la folla comincia a scemare, sotto un altro tendone assistiamo a una confraternita di reduci di guerra in maglietta nera e mimetica. Ubriachi e invalidi, cercano conforto in un’ultima canzone.

In una via secondaria che porta al retrobottega di un ristorante il suono delle trombe s’attutisce. Le luci dei lampioni si fanno soffuse. La penombra è pregna dell’odore del sangue e dei lamenti di agnelli e maialini, che scalpitano nei carri prima d’esser sgozzati e appesi. Questo è un autentico universo contadino, che in una notte di sabato grasso scaccia via l’ incubo atavico della fame, secondo i suoi antichi rituali, estranei all’ ipocrita asetticità, che dalle catene industriali della mattanza porta ai banchi-frigo dei supermercati. I macellatori con lunghi stiletti recidono giugulari, bestemmiano e borbottano qualcosa che riguarda il poco denaro. Nulla di che stupirsi. Poco più in là uno stand della casa automobilistica rumena Dacia, offre le sue ultime carrette luccicanti a 5000 euro pagabili in rate fino a trentasei mesi. La strada che porta il palco principale del campo sportivo, dove suonano le band migliori, è affollata più di un concerto dei Rolling Stones. Si vivono momenti di panico, ma nessuno viene alle mani o litiga. In molti aspettano pazientemente il loro turno, per la passare alla musica più autentica e scrollarsi di dosso il “panem et circenses” di un evento che, in buona parte, si mostra come ultimo avanzo ruggente del turbofolk populista.

Benvenuti a Guca, dove le ragazze sono come al Carnevale di Rio e troverete i migliori "trumpecari" dei Balcani. Infatti, sembra che uno dei gruppi più apprezzati del 2003 fosse proprio una “balkan-brass-band”… da Chicago!

Data: 17-08-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi e Marco Citron