|
"La guerra bosniaca"
La guerra bosniaca La guerra in Bosnia Erzegovina inizia nel marzo 1992, a soli due mesi dalla conclusione della guerra in Croazia, che si era protratta dall'agosto 1991 al gennaio 1992. La strada che porta alla guerra, anche limitandosi alla sola dinamica bosniaca, è ben lunga. Fin dal settembre 1991 il "Partito Democratico Serbo" (SDS), capeggiato da Karadzic, proclama l'autonomia di una serie di regioni bosniache definite "serbe". In realtà le popolazioni serbe, croate, musulmane [una qualifica nazionale, non religiosa], e tutte le altre presenti in Bosnia non abitavano territori omogenei. A dicembre il parlamento bosniaco, contro l'avviso del SDS, proclama la "sovranità della Bosnia Erzegovina", e richiede il riconoscimento internazionale come stato indipendente; ne segue un referendum per l'indipendenza, tenuto nel febbraio 1992 e boicottato da larga parte della popolazione serba. Il 21 febbraio viene creato l'Unprofor, un contingente di "caschi blu" dell'Onu in Bosnia il cui obiettivo è il "mantenimento della pace", obiettivo che verrà mantenuto anche nei successivi anni di guerra. Le prime trattative internazionali "di pace" producono a marzo un primo progetto di divisione della Bosnia in tre parti, l'una croata, l'altra serba e l'altra ancora musulmana. Lo stesso mese inizia la guerra, in provincia, a Bosanski Brod e in Bijeljina, bombardate e svuotate dei loro abitanti musulmani e croati da parte delle truppe del SDS. Il 5 aprile la guerra arriva nella capitale Sarajevo: cecchini del SDS sparano su una manifestazione pacifista a Sarajevo, i morti sono alcune decine - inizia l'assedio di Sarajevo da parte serba. Il giorno dopo arriva il riconoscimento internazionale dell'indipendenza della Bosnia Erzegovina. In questa guerra da un lato vi sono le forze nazionaliste serbo-bosniache, che creano un proprio stato, la "Repubblica Serba di Bosnia". Questo stato copre circa il 70% del territorio bosniaco, che nei mesi successivi viene sistematicamente "ripulito" dalla popolazione non serba che vi viveva (più della metà dei morti di tutta la guerra bosniaca si concentra nel periodo marzo-settembre 1992). Questo stato forma un proprio esercito, che ingloba larga parte dell'esercito jugoslavo che si era ritirato dalla Croazia a gennaio. Dall'altro lato vi sono le istituzioni riconosciute a livello internazionale il 6 aprile. Queste istituzioni controllano in realtà solo un terzo del territorio bosniaco, e hanno una direzione molto composita. Vi è l'organizzazione bosniaco-croata, l' "Unione Democratico Croata" (HDZ), capeggiata da Mate Boban, che dispone di proprie truppe militari (il Consiglio Croato di Difesa", HVO), largamente appoggiate dalla Croazia. Il HDZ proclama il 3 luglio 1992 la "Comunità Croata di Herceg Bosna" su circa il 10% del territorio bosniaco. Vi è poi l'organizzazione bosniaco-musulmana, il "Partito per l'Azione Democratica" (SDA), capeggiato da Alija Izetbegovic. Entrambe queste formazioni, come il SDS serbo, concordano sulla necessità di procedere a una divisione della Bosnia Erzegovina, come si era visto nel corso delle prime trattative internazionali nel febbraio-marzo 1992, ma non si accordano sui confini tra i tre ministati che dovrebbero essere creati. Inoltre una parte molto importante della popolazione bosniaca, soprattutto quella mista delle grandi città (Sarajevo, Mostar, Tuzla, Zenica) è contraria alla divisione della Bosnia, così come i partiti bosniaci antinazionalisti, che avevano ottenuto circa il 25% dei suffragi nelle precedenti elezioni. Per questo motivo il SDA, per non perdere l'appoggio di questo settore di popolazione, tiene un discorso molto ambiguo, talvolta nazionalista musulmano, talvolta improntato alla convivenza tra diverse nazionalità e per l'unità della Bosnia. Stessa ambiguità viene tenuta dal HDZ, che da un lato proclama l'intangibilità dello stato bosniaco e sta all'interno delle istituzioni "legali", e dall'altro crea un ministato croato e conclude accordi puntuali con il SDS serbo contro i propri "alleati" musulmani. Infine la mobilitazione spontanea a livello di massa che segue l'inizio delle operazioni militari obbliga SDA e HDZ ad accettare un governo di "unità nazionale" con i partiti antinazionalisti sulla base della difesa dell'integrità della Bosnia: la "Piattaforma della Presidenza della Repubblica di Bosnia Erzegovina" del 26 giugno 1992 afferma che "la Bosnia Erzegovina non accetterà negoziati basati sulla costituzione di territori etnicamente omogenei o divisioni regionali della Bosnia Erzegovina secondo esclusiva regole etniche". Nonostante queste affermazioni aumentano le tensioni tra croati e musulmani: i primi scontri militari aperti avvengono nell'ottobre 1992, quando le forze croate lanciano una serie di offensive contro i propri "alleati" e si assicurano il controllo di parte della Bosnia centrale. Nelle cittadine cadute in mano al HDZ (come a Prozor) la popolazione musulmana viene sistematicamente espulsa. Il mese successivo il governo di coalizione viene sciolto ed al suo posto sorge un governo dove compaiono solo i due "alleati nemici": HDZ e SDA. A livello internazionale si instaura una "Conferenza permanente sull'ex Jugoslavia" il 3 settembre 1992, capeggiata da due mediatori, l'uno delegato dall'ONU e l'altro dall'Unione Europea. Da questa conferenza emerge un "piano di pace", il "piano Vance-Owen", varato il 2 gennaio 1993, che propone una regionalizzazione della Bosnia lungo linee etniche, e che premia in modo particolare la parte croata. Quest'ultima, nel gennaio 1993, lancia una seconda offensiva militare nei confronti dei musulmani, per realizzare sul terreno quanto veniva loro affidato dal piano internazionale. I risultati militari del HVO sono stavolta molto limitati, ma le operazioni condotte si configurano come delle "prove generali" di quanto averrà successivamente. In questa situazione il SDA musulmano accetta suo malgrado il "piano di pace", che viene invece rigettato dalla parte serba in quanto i territori a lei assegnati non sono contigui. Nei primi giorni dell'aprile 1993, il HDZ prende la decisione di aprire un fronte di guerra generalizzato contro la parte musulmana, stipulando un accordo tattico con il SDS serbo, per ottenere manu militari quanto non era riuscita ad ottenere per via diplomatica, con il fallimento del piano Vance-Owen. La guerra croato-musulmana si protrae dall'aprile 1993 al febbraio 1994. Le iniziative diplomatiche internazionali si muovono intanto nella direzione non più di una regionalizzazione etnica della Bosnia, ma di una vera e propria creazione di tre ministati bosniaci. Belgrado e Zagabria si accordano in questo senso nel giugno 1993, seguiti da un accordo tra Boban e Karadzic. Ad agosto viene proclamata da parte croata lo "Stato di Herceg Bosna", e lo stesso mese viene formalizzato un nuovo "piano di pace" internazionale, il "piano Owen-Stoltenberg" che fa propria l'impostazione dei tre stati. In questo periodo nella direzione musulmana si produce una spaccatura tra il SDA di Izetbegovic, che controlla il governo, favorevole ad accettare la proposta internazionale di costruzione di uno stato bosniaco-musulmano, e gli altri partiti antinazionalisti, che pur essendo stati cacciati dal governo riescono a mantenere il controllo della Presidenza. Il punto di forza dei settori che si oppongono ad una "pace" basata su tre ministati etnicamente omogenei, e quindi di una pace basata sui risultati delle "pulizie etniche", è la città di Tuzla, grosso centro industriale della Bosnia settentrionale. I mesi tra giugno e agosto sono mesi di uno scontro durissimo all'interno della leadership musulmana, dove Izetbegovic riesce ad emergere come vincitore, grazie anche all'appoggio e ai ricatti che provengono da parte internazionale, fautrice della triripartizione della Bosnia. La direzione di Tuzla viene accusata d'ogni genere di nefandezze, fino all'alto tradimento, e la città è sottoposta a un blocco pressoché totale di viveri, medicinali e rifornimenti militari. A settembre il nuovo "piano Owen-Stoltenberg" viene accettato da Sarajevo in linea di principio, ma vengono rigettati i tratti di confine specifici. Il SDA di Izetbegovic, senza più costrizioni politiche, inizia un discorso pienamente e conseguentemente nazionalista-musulmano. La guerra croato-musulmana è segnata da molteplici atrocità contro le popolazioni civili e da veri e propri atti di barbarie. I casi più conosciuti sono il massacro di un centinaio di persone inermi nel piccolo villaggio di Ahmici nell'aprile 1993 da parte di truppe del HVO (su cui si è appena concluso un lunghissimo processo al Tribunale dell'Aja), e la distruzione del ponte di Mostar, sempre ad opera delle truppe croate, nel novembre 1993. Anche da parte musulmana vengono compiute molteplici crimini di guerra, dall'espulsione delle popolazioni croate dai territori conquistati a massacri di civili, nonostante le denuncie e le battaglie della componente che si opponeva al SDA di Izetbegovic. La direzione di Tuzla, sconfitta, si ritira dalla battaglia politica, ritagliandosi un proprio spazio "di fronda" nel quadro bosniaco. La guerra croato-musulmana si rivela nel frattempo catastrofica per la parte croata, nonostante l'aiuto sempre più massiccio dispiegato da Zagabria. La diplomazia internazionale (in particolare quella tedesca e quella statunitense) lavora per evitare evoluzioni impreviste, e riesce a porre termine a questa guerra nel marzo 1994. Viene costituita una "federazione croato-musulmana" di Bosnia, al cui interno tuttavia viene congelato il fronte tra le due parti. Il ministato croato di Herceg Bosnia continua a funzionare come tale. Il fallimento della "Conferenza permanente" che aveva prodotto i due piani "di pace" nel gennaio e nell'agosto 1993, porta alla creazione nell'aprile 1994 di un altro organismo, il "Gruppo di Contatto", che riunisce le maggiori potenze mondiali. Quest'organismo vara un altro "piano di pace" nel luglio dello stesso anno, basato sulla divisione della Bosnia tra Repubblica serba di Bosnia e Federazione croato-musulmana: anche questo piano viene rigettato dal SDS. Sia pure in modo contradditorio emerge nel corso dei mesi seguenti la combinazione di fattori che porteranno alla conclusione delle ostilità in Bosnia: mantenimento del piano di divisione della Bosnia elaborato dal Gruppo di Contatto, modifica dei fronti tra i vari eserciti per far coincidere le mappe del "piano di pace" e la situazione sul terreno, marginalizzazione della direzione serbo-bosniaca. La modifica dei fronti di guerra in Bosnia passa attraverso una serie di accordi stipulati tra Zagabria e Sarajevo, tra il marzo e il luglio 1995: alleanza ineguale, visto da un lato il grosso impegno statunitense nel ricostruire e rifornire dall'estate 1994 un esercito croato che fino a quel momento aveva dato pessime prove di sé, e dall'altro il mantenimento dell'embargo militare nei confronti di Sarajevo, ribadito con un veto presidenziale di Clinton ancora nell'agosto 1995. Le tappe per arrivare a far coincidere "mappe di pace" e fronti militari si concretizzeranno nella caduta in mano serba delle enclave musulmane di Srebrenica e Zepa nel luglio 1995 (nel giro di una settimana vi vengono uccise 8.000 persone, con la complicità, quantomeno passiva, dell'Unprofor) e nella conquista da parte croato-musulmana di grande parte della Bosnia sudoccidentale, con due offensive, l'una dell'esercito croato nel luglio, l'altra insieme all'esercito di Sarajevo nel settembre 1995. L'ultima offensiva, condotta in contemporanea a raid aerei della Nato che distruggono l'infrastruttura logistico militare dei serbo-bosniaci (operazione "Deliberate Force", tra il 29 agosto e il 20 settembre 1995), si arresterà quando le proporzioni tra "territorio serbo" e "territorio croato-musulmano" giungono esattamente a quelle definite dal piano del Gruppo di Contatto (49 e 51%). La direzione serbo-bosniaca, incapace di far fronte all'offensiva di settembre la stessa capitale serba, Banja Luka, è in pericolo accetta di farsi da parte a livello diplomatico, delegando Milosevic a condurre le trattative. Queste ultime si svolgono prima a Ginevra, e si concludono a Dayton (USA) il 21 novembre. Viene mantenuta la bipartizione della Bosnia tra una "Repubblica Serba" e la "Federazione croato-musulmana", e viene costruito un ferraginoso meccanismo istituzionale per mantenere la facciata di uno stato unitario - nei quasi cinque anni che sono passati da allora queste istituzioni non hanno praticamente mai funzionato. La divisione nei fatti in tre parti della Bosnia si è mantenuta, esemplificata dalla città di Mostar, rigidamente divisa ancora oggi tra la parte croata e la parte musulmana. I profughi non sono ancora riusciti a tornare nelle proprie città o villaggi. La Bosnia come stato viene mantenuto in vita grazie a una massiccia presenza militare straniera (la missione IFOR, poi rinominata SFOR, in cui vi è una significativa presenza delle forze armate italiane), a una sorta di protettorato internazionale, per cui un "Alto Commissario" (attualmente è l'austriaco Wolfgang Petritsch) ha il potere di imporre una serie di sanzioni alle autorità bosniache, e a un flusso di aiuti economici senza i quali non verrebbero soddisfatti i bisogni minimi delle popolazioni. La firma ufficiale dell'accordo di pace è avvenuta a Parigi il 14 dicembre 1995. Su una popolazione prima della guerra di meno di 4 milioni e mezzo di abitanti sono morti 140.000 musulmani, 97.000 serbi, 28.000 croati e 12.000 persone di altre nazionalità. L'85% delle persone uccise erano civili. Ancora oggi vengono, ad un ritmo più o meno settimanale, ritrovate nuove fosse comuni. I criminali di guerra finora perseguiti in Bosnia o dal Tribunale Internazionale dell'Aja sono non più di alcune decine. Il problema è che i criminali di guerra non hanno mai operato per proprio conto, né da parte serba, né da parte croata, né da parte musulmana, ma sempre su ordine o istigazione delle massime autorità politiche e militari del periodo della guerra, e che sono tuttora al potere in Bosnia. Colpire loro comporterebbe colpire l'intero establishment bosniaco, e forse coinvolgere anche una serie delle grandi potenze che operarono in Bosnia per tutta la durata della guerra (l'esempio più ricordato, ma per nulla l'unico, è la presunta complicità dell'Unprofor, ed in particolare della Francia e dell'Olanda, nel massacro di Srebrenica del 1995). I profughi impossibilitati a rientrare nelle proprie case perché si trovano in territori controllati da una "nazionalità" diversa dalla propria sono ancora circa un milione.
| ||||||||||||||