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"Cosa si nasconde dietro la radicalizzazione dei rapporti tra Serbia e Montenegro"
| Data: 16-03-2000 | | Fonte: "Danas", "Monitor" |
| Autore: Ivan Torov |
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NOTIZIE EST #312 - SERBIA/MONTENEGRO
16 marzo 2000
COSA SI NASCONDE DIETRO LA RADICALIZZAZIONE DEI RAPPORTI TRA SERBIA E MONTENEGRO
di Ivan Torov ("Danas", 4-5 marzo 2000)
[Più sotto seguono brani da un altro articolo di "Danas", sugli sviluppi militari all'interno del Montenegro]
L'ennesima "positiva" riunione del'opposizione serba ha offerto all'opinione pubblica solo cose che a tutti sono ben note da lungo tempo: vogliamo elezioni e non fucili, ragionevolezza e non odio, democrazia e non terrorismo. Queste esclamazioni, davvero un po' patetiche, per quanto suonino belle e "democratiche", difficilmente riusciranno a fare fronte alla confusione che si sta ancora una volta creando sulla scena politica e statale serbo-jugoslava. [...] A cosa assistiamo? Invece di una pressione dell'opposizione sul regime, sta avvenendo esattamente il contrario. Il governo insiste in tutti i modi possibili per mettere ai margini i propri opponenti (cosa che non è poi così difficile), muove tutte le leve dell'apparato repressivo statale, stimola il confronto in ogni occasione in cui ritiene che la resistenza risulterà più debole, arresta e porta a "colloqui informativi" attivisti e funzionari dei partiti di opposizione e di Otpor ["Resistenza", movimento giovanile di opposizione - N.d.T.]. Prosegue la caccia persecutoria contro i media, prepara processi contro i leader dell'opposizione. Fa tutto il possibile, dunque, per creare nell'opinione pubblica l'impressione che la forza sia un dono di dio e che non bisogna farsi eccessive illusioni che in Serbia sia possibile una transizione di potere pacifica. L'opposizione, naturalmente, ha ancora spazi per rintuzzare tale pressione, ma le sue possibilità di farlo saranno sempre minori se non si randerà conto che Milosevic utilizzerà anche i mezzi più rischiosi per salvare se stesso e il suo potere. Insieme alla vasta offensiva repressiva e propagandistica, tutto quello che sta succedendo negli ultimi giorni e settimane in Montenegro, in Kosovo e attorno esso, soprattutto nella Serbia meridionale, sembra annunciare un altro sciolgimento drammatico degli intrecci che potenzialmente, in termini di gravità e di pericolosità, potrebbe superare quanto avvenuto l'anno scorso (da marzo a giugno) in quest'area. [...] Se in Serbia ormai si parla ampiamente di mobilitazione, di fuga di riservisti e giovani in età di leva dalle proprie case, se nei collettivi di lavoro si danno ancora una volta disposizioni per lo stato di guerra, mentre unità militari si dispongono lungo il confine con il Montenegro, nel sud della Serbia e ai margini del Kosovo, non si può che concludere che Milosevic sta pianificando almeno due possibili "operazioni": o una guerra contro Djukanovic (in Montenegro) e contro la comunità internazionale (intorno al Kosovo), oppure almeno la creazione di un ambiente che dovrebbe inviare a tutti i nemici di Milosevic la più seria messa in guardia sul fatto che egli non sta per nulla scherzando. In altre parole, affinché capiscano che non devono giocare con il "proprio" fuoco, perché il "suo" fuoco (di Milosevic) può incendiare tutta la regione.
COLPO PREVENTIVO
Un argomento in più a sostegno della previsione secondo cui Milosevic "sta preparando qualcosa di grosso" potrebbe venire dalla sua convinzione che non bisogna illudersi più di tanto che la Russia e la Cina nel prossimo mese di giugno pongano il veto al prolungamento del mandato della KFOR e dell'UNMIK in Kosovo. Quando Putin, come ci si attende, vincerà le elezioni presidenziali, potrà facilmente accadere che il suo attuale tacito sostegno a Milosevic ceda il passo ai reali interessi russi, ovvero alla creazione di collaborazioni amichevoli sempre più strette con i principali paesi sviluppati. I calcoli di Milosevic vanno in un'altra direzione: non attendere l'incerto giugno e mettere invece con un "colpo preventivo" (l'intervento dell'esercito jugoslavo in Montenegro, per esempio) Putin in una posizione delicata, affinché sia costretto a schierarsi immediatamente dalla parte del regime di Belgrado per non intaccare le sue prospettive elettorali. Tanto più che ha come concorrenti i comunisti di Zjuganov, che il governo di Belgrado vedrebbe volentieri al potere in Russia. Grazie al fatto di trovarsi, in conseguenza del mandato del Tribunale dell'Aja, in pieno isolamento come "una persona ferita nel castello", secondo quanto afferma l'inviato dell'ONU per la Bosnia, Jacques Klein, il presidente della Jugoslavia diventa ogni giorno più forte grazie agli aiuti finanziari esteri (quelli che si ritiene provengano da Russia e Cina) e al controllo completo sull'esercito jugoslavo e la polizia serba. [...] [Tutto] suggerisce che Milosevic, nei fatti, non abbia altra scelta se non quella di scegliere la via più pericolosa (una guerra in Montenegro, una minaccia alle truppe KFOR in Kosovo) per sbilanciare gli altri (i suoi nemici) e metterli di fronte a un fatto compiuto. E questo vale soprattutto per i paesi membri della NATO, affinché "rivedano la propria strategia di conservazione della pace in Kosovo", in altre parole, affinché mollino la presa da quest'ultimo dopo essere arrivati alla conclusione che né ai serbi, né agli albanesi interessa la stabilizzazione di questa regione. Tanto più che si è dimostrato come la strategia (dei principali paesi, e soprattutto degli USA) di inclinazione e benevolenza nei confronti degli albanesi sia stata sbagliata, perché non solo non è servita a moderarli, ma ha addirittura contribuito ad aumentare radicalmente le loro ambizioni. [...]
MONTENEGRO: GIOCHI LUNGO IL CONFINE
di Veseljko Koprivica ("Danas", 4-5 marzo 2000)
[...] La sera del 25 febbraio, su ordine del comandante della Seconda armata, unità del Secondo battaglione della polizia militare, equipaggiate di veicoli corazzati da combattimento, si sono stazionate nella zona di Dubrava, al di sopra di Tuza. Parte della brigata di artiglieria di Danilovgrad è stata trasferita in difesa dell'aeroporto di Golubovci. Il noto Settimo battaglione, sul quale ci diffonderemo maggiormente più avanti, è stato anch'esso messo in stato di allerta. Tutti i superiori in servizio presso la principale caserma di Podgorica, la Maslina, hanno ricevuto l'allarme. Addirittura, il comandante della Seconda armata, come scrive il settimanale "Monitor" di Podgorica, ha comunicato verbalmente di attendersi "provocazioni da parte delle forze del MUP [ministero degli interni, sotto il controllo di Djukanovic], addirittura forse un attacco all'aeroporto di Golubovci". Il comandante, in una tale situazione, si è posto come obiettivo quello di alzare il morale di combattimento dei suoi sottoposti, ma anche quello di dimostrare loro da dove arriva il "principale pericolo" - dalla polizia del Montenegro. Il comandante, almeno fino a oggi, ha mancato l'obiettivo. Sono passati già sette giorni e la polizia montenegrina non ha reagito alle preparativi primaverili di guerra che l'Esercito jugoslavo sta compiendo in prossimità del confine montenegrino-albanese. E' da molto tempo che il governo montenegrino cerca di riaprire il confine con l'Albania. Non molto tempo fa il premier Filip Vujanovic ha offerto all'esercito, dopo l'apertura del transito di Bozaj, di partecipare anch'esso al controllo dei confini. [...] Tuttavia, Belgrado ha "fatto conoscere" la sua posizione sul confine con l'Albania solo il 29 febbraio. Alle sette di mattina, uomini dell'esercito jugoslavo hanno [aperto un posto di blocco] sulla strada internazionale Podgorica-Scutari. I soldati per ora non identificano i guidatori e le persone che transitano a piedi, né perquisiscono le automobili, ma prendono nota dei numeri di targa e chiedono ai viaggiatori dove vanno e per quale motivo. Questo controllo militare, senza approvazione del governo montenegrino, viola la Legge sull'attraversamento dei confini di stato e le regole dei servizi di confine dell'Esercito jugoslavo. Secondo tali normative, il controllo del traffico lungo le vie internazionali e i transiti di confine non spetta all'esercito. Tali controlli possono essere eseguiti solo dal ministero degli interni competente e dalla dogana. [...]
Tutti questi fatti allarmanti, nonché i movimenti delle unità dell'Esercito jugoslavo, hanno riportato in auge le congetture sul Settimo battaglione dell'Esercito. Secondo alcuni esperti, il Settimo battaglione non è una formazione militare [...] Perché non lo è? In tutti i raggruppamenti strategici esistono battaglioni di polizia militare legali e previsti dalle rispettive formazioni. Un tale battaglione, detto di formazione "A", ha al massimo 361 membri. E la formazione del Settimo battaglione ha 916 uomini, che in caso di guerra, secondo quanto è previsto, deve crescere fino a una brigata di formazione "A" composta da 3.000 uomini! I battaglioni della polizia militare, secondo i regolamenti, sono composti da soldati a contratto e da soldati che hanno già completato il loro termine di servizio. Il settimo battaglione è composto da ufficiali e sottuficiali, ovvero chi ne entra a fare parte ottiene un grado senza che si tenga conto del curriculum di studio. Inoltre, un caporal maggiore del Settimo battaglione ha uno stipendio maggiore di quello di un colonnello che abbia compiuto tutti gli studi! E, infine, perché una tale formazione esiste in Montenegro, e non in Serbia? Una formazione così numerosa come il Settimo battaglione di polizia militare non è mai esistito nella Federazione Socialista Jugoslava. Desta sospetti anche il fatto che il generale-colonnello Vasiljevic, ex capo dei Servizi di sicurezza presso lo Stato Maggiore, pensionato e poi riattivato, ora lavori in Montenegro e proprio con un gruppo di alti ufficiali dei Servizi di Sicurezza dello Stato Maggiore. [...]
| Data: 16-03-2000 | | Fonte: "Danas", "Monitor" |
| Autore: Ivan Torov |
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