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"Operazione Montenegro"

Data: 24-01-2001 Fonte: "Monitor") / 24 gennaio 2001 (*aggiornato il 2 febbraio 2001*
Autore: Gordana Borovic

NOTIZIE EST #392 - MONTENEGRO/ITALIA
24 gennaio 2001


OPERAZIONE MONTENEGRO
di Gordana Borovic - ("Monitor", 19 gennaio 2000)


[Si veda, in fondo all'articolo, l'aggiornamento pubblicato il 2 febbraio 2001]

"Ma anche se quei due (i Prudentino) non collaborano, Milo Djukanovic finisce nei guai perché io credo che un'investigazione ben fatta può aver registrato il legame tra di loro... Senza Djukanovic, non ci sarebbe stato Prudentino. Senza Prudentino, non ci sarebbe stato Djukanovic. Se Francesco Prudentino non fosse stato protetto dal presidente Djukanovic non sarebbe diventato il più potente e ricco e pericoloso padrone dei traffici del Mediterraneo. Traffico non solo di sigarette, ma anche di armi, droga, essere umani, soprattutto bambini e donne". Queste pesanti accuse sono state pronunciate dieci giorni fa non da altri, ma dal ministro delle finanze italiano in persona, Ottaviano Del Turco, e questo sul prestigioso quotidiano ad alta tiratura "La Repubblica"- Il tono è minaccioso e altezzoso: "Se i boss parleranno, il Montenegro tremerà. Prevedo un terremoto in Montenegro!". Senza dubbio, un tono inusuale per l'alto funzionario statale di un paese nei confronti del presidente di un altro paese. Lo stesso giornale ha pubblicato un commento a firma della giornalista Vanna Vannuccini, dal tono paternalistico: "le accuse di Del Turco bruciano. Proprio ora che Djukanovic, dopo l'uscita di scena di Milosevic, suo padrino prima che il presidente montenegrino si convertisse all'amicizia con l'Occidente e alla democrazia, era sicuro di non dover più temere nulla. E contava che nessuno avrebbe più messo le mani nelle storie di contrabbando che avevano reso possibile la sua ascesa al potere. Un misto di populismo montenegrino, più una polizia con i muscoli, e il contrabbando di sigarette erano stati la sua ricetta vincente... In questo modo aveva messo insieme le risorse finanziarie per costruire una 'milizia' ben armata e ben pagata e sfuggire al pugno di ferro di Milosevic. Tutti i montenegrini lo seguirono, pensando che finalmente c'era qualcuno al governo che sapeva creare il denaro". Non è una novità: il Montenegro è stato immischiato in attività illegali di contrabbando di sigarette, e non solo di sigarette. Ma negli ultimi due anni il Montenegro ha consegnato all'Italia una trentina di fuorilegge italiani che si occupavano qui da noi principalmente di contrabbando di sigarette. Tra di loro vi erano boss della stessa rilevanza di Prudentino. L'ex capo della diplomazia del Montenegro, Branko Perovic, ha dato le dimissioni per uno scandalo analogo. Vale inoltre la pena di ricordare: Del Turco non è solo l'attuale ministro italiano delle finanze. Prima di tale funzione è stato pubblico ministero nella regione Puglia e conosce sicuramente bene il mondo della criminalità pugliese. Ma perché proprio ora Prudentino viene tirato fuori dai fascicoli giudiziari, come qualcuno che può scatenare un terremoto politico in un paese confinante? Contro Milosevic nemmeno il mandato di cattura dell'Aja ha potuto nulla. E non può nulla nemmeno oggi che ha perso il potere. Semba che Del Turco parli per cercare di fare precipitare direttamente una valanga che è già stata messa in moto dalla stampa di Belgrado e da quella montenegrina vicina a Belgrado. Che si stia giocando la carta dell'effetto psicologico è chiaro ed evidente. Perché le accuse pronunciate da una carica così alta - quella di un membro del governo italiano - sono pesanti di per se stesse. Tutto questo, purtroppo, suona come una canzone già ascoltata, un ritornello che si ripete ormai da alcuni anni. La stampa, i dibattiti televisivi con ospiti "scelti", gli immancabili Kalajic e Lekic [rispettivamente estremista di destra serbo il primo e ambasciatore jugoslavo in Italia, vicino a Momir Bulatovic, il secondo, entrambi ospiti regolari di trasmissioni RAI durante il periodo dei bomardamenti NATO - N.d.T.] e qualche serba anonima esasperata che vive e lavora in Italia; i colleghi italiani che girano Podgorica alla ricerca di contrabbendieri italiani e locali, le "cacce" ai campi di accoglienza per i cinesi che stanno per riversarsi in Italia; cercano un'intervista con Maras, e se quest'ultimo non può nella giornata stessa, allora anche Milo può bastare per soddisfare la curiosità e giustificare le spese di viaggio. La politica italiana nei confronti del vicino meridionale d'oltre Adriatico sembra essere diretta da Belgrado. Così come avveniva ai tempi di Milosevic, avviene ancora oggi. Questa amicizia serbo-italiana ha dato prova di sé soprattutto nella campagna comune contro il Montenegro. Viene messa in moto, di regola, sempre nei momenti di crisi: quando la politica di Podgorica si distanzia da quella di Belgrado, nel corso dei bombardamenti NATO, quando dal Montenegro sono venuti chiari passi in direzione dell'indipendenza statale. L'interesse di Belgrado in tutto questo è chiaro a chiunque. L'Italia, da parte sua, dimostra nel conflito serbo-montenegrino, in modo accentuatamente non diplomatico, le proprie preferenze di interessi e finanziarie nella regione. La campagna, sincronizzata con precisione con Belgrado, rafforza il ruolo della Serbia come collaboratrice e partner esclusiva dell'Italia nei Balcani ed è guidata unicamente dalla logica degli investimenti e degli affari italiani. Non è un caso che, nonostante durante i bombardamenti della NATO gli aerei partissero proprio dal territorio italiano, allo stesso tempo da quella parte dell'Adriatico fosse in corso una veemente campagna antimontenegrina nella quale la repubblica più piccola veniva spesso descritta con gli stessi epiteti con i quali veniva inondata da parte di Belgrado. Milo era un traditore sia per l'estrema destra che per l'estrema sinistra italiana, un'anima venduta a Clinton e alla Albright. Tra gli italiani si potevano trovare più serbi che in Serbia. Non è un caso che l'unico corrispondente da Belgrado fosse in quel tempo un giornalista della RAI, Ennio Raimondino [sic - N.d.T.]. E' interessante anche che l'unico diplomatico straniero dei paesi dell'alleanza occidentale fosse... l'ambasciatore italiano Riccardo Sessa. La campagna ha spunti bizzarri. Il Montenegro, o le sue dimensioni, vengono menzionati sia dai media di Belgrado sia da quelli italiani con toni ironici. Non è un caso che il Montenegro venga descritto in Italia come un paese "più piccolo dell'Abruzzo (una delle regioni italiane più piccole), solo che con un numero di abitanti ancora più piccolo". In questa tesi, ricopiata sul modello del Montenegro che sarebbe più piccolo di Konjarnik o di Novi Beograd, si dimentica che l'Abruzzo non è mai stato, ne sarà, uno stato. Raffigurare il Montenegro come un paese territorialmente piccolo, ma come un covo di contrabbandieri, trafficanti di droga e criminali pericoloso per l'intera Europa e con un presidente che è il boss dei boss, ha come fine portare a un'unica e singola conclusione: che tale paese ha bisogno di un patronato estero che ristabilirà l'ordine e farà rispettare la forza della legge. E allora quale dovrebbe essere l'operazione che dovrebbe deporre Djukanovic? "Le accuse del ministro delle finanze italiano, Ottaviano del Turco... sono parte di un ampio piano preparato a Belgrado per rendere più difficile al Montenegro, dopo le trattative con la Serbia per le quali si prevede che possano concludersi senza successo, l'organizzazione di un referendum e la ricerca di un riconoscimento internazionale", afferma la Montenafax, riportando le parole di un funzionario anonimo di Belgrado, vicino alla cerchia di Kostunica. La deposizione di Djukanovic, secondo questo piano, significherebbe il tagliare la testa al progetto di indipendenza montenegrino, del quale egli è portatore. A giudicare dalla mappa pubblicata nel giornale "Glas" di Belgrado, sulla base della quale si può individuare la casa di Prudentino a Bajic e dai testi pubblicati da "Dan" nei quali si descrive nei dettagli l'interno della casa di Djukanovic, come esempio di una sete insaziabile di lusso - la "operazione Montenegro" è già cominciata. Prendiamo la denominazione che (secondo la Tanjug) recava l'indagine italiana in corso per molti anni in Puglia contro i membri della connessione mafiosa che si occupava di contrabbando di sigarette e di traffico di narcotici tra le due righe. "Dan" del 7 novembre 1999 riporta questa agenzia: "Tra coloro che, con l'esecuzione di questi mandati, dovrebbero trovarsi dietro le sbarre si distinguono per i nomi di cattiva fama boss della criminalità internazionale, da Francesco Prudentino, a Giuseppe Rugoli, a Salvatore Bucarelli, capo dell'organizzazione mafiosa 'Sacra Corona Unita'. Le accuse nei loro confronti parlano di tutta una serie di reati - dall'associazione mafiosa per scopi criminali, al riciclaggio del denaro, al contrabbando di sigarette, al traffico di droga, alla violazione delle norme doganali e delle leggi finanziarie, all'omicidio e all'occultamento di cadavere...". Chissà mai cosa c'è dietro quando la Tanjug scrive e "Dan" ripubblica... Ma è vero che il nome di Prudentino era stato menzionato anche in una serie di testi che "Monitor" aveva pubblicato nel corso del 1999 sul tema del contrabbando organizzato di sigarette. Nel numero 477 del 10 dicembre di quell'anno è uscita un'intervista con il pubblico ministero di Bari, Giuseppe Selzi. Alla domanda riguardante di cosa si occupassero in Montenegro gli italiani (Francesco Sparaco, Maurizio Cofa, Donato Laraspata, Enrico Rispoli) che la polizia montenegrina aveva appena consegnato ai colleghi italiani, Selzi ha risposto: "Hanno organizzato una grande rete internazionale per il traffico di sigarette che, senza pagare le imposte, immettevano illegalmente nei paesi dell'Unione Europea... Questo vale per Sparaco, Cofa, Laraspata, Rispoli, ognuno per la sua parte. Tuttavia la legge italiana li ricerca per fatti molto gravi avvenuti in Italia. Donato Laraspata, per esempio, è stato accusato di una serie di omicidi. Sapevano anche in Montenegro di commettere gravi crimini. Francesco Sparaco è stato accusato di occultamento di cadavere in una località montenegrina. Secondo l'accusa, in collaborazione con alcune altre persone, ha nascosto il cadavere di un cittadino montenegrino ucciso tra il 23 e il 24 ottobre '95 a Bar. A quanto ci è noto, la vittima desiderava entrare nella rete del contrabbando. Poiché gli altri non erano d'accordo, Francesco Prudentino, detto la "busta spessa", ha chiesto a Benedetto Stano e ad altri amici italiani di dargli una 'lezione' ". Ora Prudentino dovrebbe dare una lezione anche a Djukanovic, una lezione che scatenerà un terremoto in Montenegro! La domanda è: chi in questo caso dovrebbe svolgere il ruolo di Benedetto Stano?


AGGIORNAMENTO (2 febbraio 2001)
Il settimanale serbo-bosniaco "Reporter" ha pubblicato la settimana scorsa indiscrezioni secondo cui in Italia sarebbe imminente un'incriminazione del presidente montenegrino Djukanovic per rapporti con la mafia. L'ambasciata italiana a Belgrado ha successivamente smentito ufficialmente la notizia. Il "New York Times" di oggi riferisce invece, in un articolo di Jane Perlez, che il nuovo Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell ha rifiutato di ricevere il presidente montenegrino Djukanovic, attualmente a Washington come altri leader mondiali per la cerimonia di insediamento di Bush. Secondo Perlez, Powell ha in tal modo "inviato un deciso segnale sul fatto che l'amministrazione Bush si oppone all'indipendenza del Montenegro". Powell ha ricevuto e riceverà invece in queste ore il premier serbo Djindjic, i leader kosovari Rugova, Thaqi e Surroi, il presidente macedone Trajkovski. Il settimanale di Podgorica "Monitor" ha pubblicato la settimana scorsa un ulteriore commento riguardo alle dichiarazioni del ministro delle finanze italiano Del Turco sui rapporti tra Djukanovic e ambienti mafiosi. Ne riportiamo qui sotto la parte conclusiva:

Da: "A proposito delle accuse del ministro Del Turco", di Nebojsa Medojevic e Milan Popovic ("Monitor", 26 gennaio 2001)

[...] E' difficile non osservare la contemporaneità di tali accuse e della pubblicazione della piattaforma di Kostunica [per la conservazione della federazione jugoslava] a Belgrado, così come il prevedibile sfruttamento di tali accuse da parte degli oppositori grande-serbi del Montenegro indipendente, sia a Belgrado che a Podgorica. Tutto ciò rientra perfettamente nel quadro della "unholy alliance" (profana alleanza), per usare le parole con cui il noto intellettuale sloveno Tomaz Mastnak ha a suo tempo diagnosticato i rapporti problematici tra Milosevic e l'Occidente. E' forse ancora necessario oggi ricordare che proprio misure come le sanzioni economiche e i bombardamenti NATO hanno alimentato nella maniera più diretta un intero regime neofascista e tutto quello che si è portato dietro per ben dieci anni? Per non parlare poi delle azioni dalla tempistica particolare mirate a salvare questo regime dall'incombente sconfitta elettorale del 1996-97, nelle quali hanno svolto il maggiore ruolo un'azienda statale italiana e un collega passato e attuale di Del Turco, cioè il ministro degli esteri Lamberto Dini. "La Serbia post-Milosevic non esiste ancora", scrive in questi giorni la nota storica serba Latinka Perovic. Nell'interregno tra la Serbia di Milosevic, sconfitta elettoralmente, ma ancora forte, e la appena iniziata, ma non ancora nata, Serbia post-Milosevic, la Serbia di Kostunica reca con sé numerosi e forti recidivi della prima, in particolare per quanto riguarda la "grande-serbità" ("velikosrpstvo") e il Montenegro. Non conosciamo i motivi personali del ministro Del Turco, ma sappiamo che le sue accuse qui e oggi nutrono abbondantemente tali recidivi. Ed esse stesse rappresentano un recidivo della già menzionata "unholy alliance". Le accuse di Del Turco sono parte di una campagna che afferma: il Montenegro indipendente è uguale a criminalità, corruzione, mafia. E la realtà è esattamente opposta: è il Montenegro "grande-serbo" nella cosiddetta federazione jugoslava a essere tutto ciò. Lo confermano addirittura le stesse accuse di Del Turco: anche se queste accuse fossero vere, sarebbe sufficiente concentrare un po' di attenzione sulle relative date per rendersi conto che si riferiscono tutte al periodo in cui il Montenegro era parte della Piccola Grande Serbia di Milosevic. La nostra equazione, a differenza di quella della campagna in corso, viene confermata anche dalla composizione dei principali blocchi politici oggi in Montenegro: a favore del Montenegro indipendente sono, oltre al nuovo arrivato DPS di Djukanovic, che si è spostato contro Milosevic nel 1997, anche il LSCG e il SDPCG, partiti pionieri di un fiero Montenegro contrario al nazionalismo e alla guerra fin dal 1991, mentre tra i loro avversari ci sono coloro che fino a ieri erano i nazionalsocialisti di Milosevic e attuali "legalisti" di Kostunica. Se le accuse di Del Turco dovessero dare il frutto che sperano di ottenerne i nazionalisti "grande-serbi", si tratterebbe di un fenomeno singolare, di un'ingiustizia e di un'assurdità, che vedrebbe il Montenegro cadere per la seconda volta in meo di dieci anni colpito dalla medesima "pallottola". Ma, a parte l'ingiustizia storica e politica, l'azione di Del Turco manca il colpo anche in termini di pragmatica politica: chiunque conosca sufficientemente bene l'attuale stato delle cose in Montenegro, sa che proprio un Montenegro indipendente (e non dipendente) è la condition sine qua non della decriminalizzazione e di tutte le altre "de-" oggi così indispensabili a questo paese e alla regione nel suo complesso. E infine, a parte la questione del Montenegro indipendente o dipendente: quello che il Montenegro, così come la regione nel suo complesso, ha oggi estremamente bisogno non è la partigianeria, o il tirare l'acqua al mulino del Montenegro indipendente o dipendente, bensì l'aiutare questa repubblica a decidere liberamente e democraticamente del proprio futuro, senza i pregiudizi e le pressioni del tipo di quelli di Del Turco. Per quanto riguarda le singole responsabilità, tutti coloro per i quali con procedure corrette e oneste verranno dimostrate responsabilità, dovranno e devono risponderne, e questo sia per il contrabbando, che per gli altri reati e crimini che nei Balcani si sono verificati nello scorso decennio. Noi, come tutti coloro che sono a favore dell'idea di un Montenegro libero, indipendente e democratico, possiamo solo trarne vantaggio.


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Data: 24-01-2001 Fonte: "Monitor") / 24 gennaio 2001 (*aggiornato il 2 febbraio 2001*
Autore: Gordana Borovic





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