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"La ricerca delle fosse comuni e dei desaparecidos"

Data: 20-04-2001 Fonte: "Danas"
Autore: Autori vari

NOTIZIE EST #430 - BOSNIA
20 aprile 2001


LA RICERCA DELLE FOSSE COMUNI E DEI DESAPARECIDOS
intervista ad Amor Masovic, presidente della Commissione della Bosnia-Erzegovina per la ricerca delle persone scomparse - (a cura di Mirjana Vujovic - "Danas", 14-16 aprile 2001)


[L'intervista, che pubblichiamo a titolo informativo, è seguita da una nota importante. Sottolineiamo, come già fatto in passato, le analogie tra il caso della Bosnia e quello del Kosovo: non tutti i cadaveri sono in fosse comuni, il Tribunale dell'Aia si occupa solo di alcuni singoli casi e non effettua ricerche sistematiche, per il ritrovamento di una parte sostanziosa delle vittime ci vogliono tempi lunghissimi e altro ancora. Segue più sotto anche una notizia in breve sulla ricerca di fosse comuni nel cimitero di Knin - anche qui si ha un'analogia con il caso del Kosovo, in cui in svariati casi le vittime di massacri sono state sepolte in cimiteri, al fine di confondere maggiormente le tracce dei crimini - A. Ferrario]

Mentre la maggior parte degli impiegati svolge le proprie funzioni usufruendo dei vantaggi di comodi uffici, il presidente della Commissione statale per la ricerca delle persone scomparse, Amor Masovic, partecipa direttamente alla ricerca delle persone scomparse e uccise. L'impegno e l'ostinatezza con cui Masovic svolge il proprio lavoro sono quasi inconcepibili. Egli verrà ricordato tra le altre cose per il fatto di avere portato con sé, in alcuni luoghi di esumazione delle vittime, anche suo figlio di 13 anni. Alla domanda di perché lo abbia fatto, risponde: "Affinché tra 50 anni non accada che debba andare alla ricerca delle mie ossa".

D: Lei è a capo della Commissione per la ricerca delle persone scomparse. Fino a oggi quante fosse e sepolture sono state trovate in Bosnia?

R: Le fosse sono solo un tipo specifico di sepolture di massa - queste ultime non sono necessariamente in tutti i casi delle fosse. Finora ci siamo calati in circa 25 fosse, in 18 delle quali sono stati rinvenuti resti di provenienza umana. Tali fosse sono di tipo diverso - per esempio, nell'Erzegovina orientale è stata scoperta una fossa profonda 8 metri nella quale sono stati trovati 12 civili, uomini e donne anziane di Nevesinja, e si arriva anche a casi come quello della fossa di Hrdar, vicino a Bihac, la cui profondità impressionante arriva a 66 metri e nella quale abbiamo rinvenuto i resti di 83 vittime. Tra di essi vi era anche una bambina di 3-4 anni la cui identità non siamo mai riusciti a determinare. Un caso specifico è quello della fossa di Laniste, presso Kljuca, che si trova nell'area del comando dell'esercito dei serbi di Bosnia, un particolare che testimonia come i crimini siano stati compiuti in maniera sistematica e organizzata. A una profondità di 22 metri abbiamo trovato 188 vittime, tra le quali donne, bambini, invalidi e anziani. Nella fossa di Hrastova Glavica, nella regione di Sanski Most, sono stati trovati i resti di 126 persone.

D: Le vittime erano soprattutto di nazionalità bosgnacca?

R: La commissione che guido non tiene una registrazione dell'appartenenza nazionale o etnica delle vittima. Le registriamo come vittime, senza indicare se si tratta di bosgnacchi, croati di Bosnia, serbi di Bosnia o altri. Ma secondo i nomi e i cognomi delle vittime, se è consentito trarre una conclusione su questa base, circa il 90% degli scomparsi sono bosgnacchi, circa il 6% sono serbi di Bosnia , circa il 2% sono croati di Bosnia e il 2% rientra nella categoria "altri". I dati del Comitato internazionale della Croce rossa sono in una certa misura inferiori. Tale organizzazione accetta le dichiarazioni di scomparsa solo dai membri della famiglia diretta. Secondo i loro dati sono scomparsi circa 18.000 bosgnacchi, 2.500 serbi di Bosnia, circa 700 croati di Bosnia e 250 persone che rientrano nella categoria "altri". Bisogna tenere presente che i loro dati spesso non sono validi. C'è il caso di Srebrenica, dove sono stati liquidati pressoché tutti i membri di una, due o tre famiglie strettamente legate tra di loro, diciamo famiglie di tre fratelli o sorelle. In questi casi non è rimasto nessuno che possa effettuare la denuncia di scomparsa. Ne risulta che le modalità di raccolta delle denunce che osserva la Croce rossa internazionale non rappresentano la soluzione più felice.

D: Quante sono le persone che risultano ancora scomparse, e quante persone siete riusciti a esumare finora?

R: Attualmente sono registrate 27.719 persone scomparse. Bisogna tenere presente che il numero effettivo delle persone scomparse è inferiore di circa 4.000 rispetto a tale cifra. Insieme agli indagatori del Tribunale dell'Aia siamo riusciti a esumare circa 10.000 vittime, delle quali 6.500 sono state esumate dalla nostra Commissione in collaborazione con i tribunali cantonali. Il Tribunale dell'Aia ha esumato circa 4.000 corpi, soprattutto vittime di Srebrenica e Prijedor. Di tale cifra sono state identificate complessivamente circa 100 persone. Abbiamo un corpo, la vittima è stata trovata, ma non possiamo confermare la sua identità. Continua a essere nel nostro registro, anche se si trova in uno degli obitori che utilizziamo. Al numero di 27.719 bisogna aggiungere anche un certo numero di serbi di Bosnia che gravitavano sulle città che sono rimaste per tutto il tempo sotto il controllo di Radovan Karadzic e di Ratko Mladic, come Banjaluka, Prijedor. Tali persone non hanno avuto la possibilità di effettuare una denuncia presso la nostra commissione statale e lo hanno fatto presso la Commissione di Banjaluka o, nel primo periodo della guerra, presso la commissione di Pale. Possiamo dire che è ignoto il destino di circa 30.000, e forse ancora più, cittadini della BiH [Bosnia-Erzegovina].

D: Quali sono le intenzioni della Commissione per il periodo futuro? Pensate che riuscirete a trovare tutte le persone scomparse o almeno la maggior parte di esse?

R: Non abbiamo una tale illusione. E' difficile valutare quale sarà il numero delle persone di cui riusciremo a scoprire il destino. Abbiamo avuto casi in cui cercando le vittime di questa guerra abbiamo esumato i corpi di 50 soldati tedeschi uccisi negli anni 1944-1945, durante il ritiro dalla Jugoslavia. E' sicuro che cose simili accadranno anche con le vittime di questa guerra, e cioè che troveremo del tutto casualmente, senza intenzione, gli scheletri e i resti di vittime, oppure fosse comuni ben nascoste, tra 10, 20 e addirittura 50 anni. Per le poche risorse di cui disponiamo, in termini di persone, mezzi finanziari, attrezzature, abbiamo fatto molto. D'altra parte, se si guardano le cose dal punto di vista di coloro ai quali non siete riusciti a trovare la madre, i figli, la sorella, il fratello, il coniuge, non si è fatto nulla.

D: Quali saranno le priorità della Commissione?

R: Noi ci tenevamo più di tutto ad arrivare alle vittime che hanno sofferto per prime, le cui famiglie ormai da 8-9 anni soffrono di questo tremendo dolore, del non sapere nulla riguardo a dove siano i loro figli. Questo vale in particolare per la regione di Srebrenica e di Prijedor, nonché per la Bosnia Orientale, dove moltissime vittime sono rimaste insepolte, gli animali intaccano i resti e diventa sempre più difficile identificarli. Rimane solo il metodo più costoso, il DNK, che probabilmente durerà per anni e anni.

D: Quanto vi ha aiutato la comunità internazionale nel vostro lavoro?

R: L'aiuto è costante dal 1997, quando abbiamo creato un certo sostegno finanziario. Ora, nell'ambito della comunità internazionale, è stato formato l'Istituto per le persone scomparse, con sede a Sarajevo. L'attività di questo Istituto si sta ampliando allo spazio dell'intera ex Jugoslavia. Gli aiuti arrivano e non bisogna essere ingrati. La verità comunque è che parte della responsabilità per questo tipo di sofferenza è attribuibile anche alla comunità internazionale e che tali aiuti potrebbero e dovrebbero essere più abbondanti. Naturalmente questo non vuol dire che i pianificatori e gli esecutori diretti dei crimini siano da amnistiare.

D: Nell'area esistono svariate Commissioni per la ricerca degli scomparsi, ho in mente in particolare la commissione della Repubblica Serba di Bosnia. Collaborate con tale commissione e, se sì, in quale misura?

R: Vi è una collaborazione corretta. Siamo tra le rare istituzioni che durante la guerra si sono sedute a un tavolo e hanno discusso. Sono conscio del fatto che la collaborazione può essere migliore, più attiva. Attualmente si limita esclusivamente al fatto che noi consentiamo ai colleghi dell'altra parte di effettuare senza ostacoli il loro lavoro sul territorio della Federazione BiH, di sentirsi sicuri, al di fuori di ogni pericolo, e viceversa. I funzionari occidentali spesso indicano tale collaborazione come un esempio che dovrebbe essere preso a modello anche da altre istituzioni. In tempi brevi dovremmo cominciare a lavorare anche alla ricerca di persone scomparse che sono di nazionalità diverse dalla quella di noi che facciamo parte delle commissioni. Questo vuol dire che lavoreremo più attivamente alle indagini sul destino, per esempio, dei serbi di Bosnia che hanno passato la guerra nelle aree di Sarajevo, Tuzla, Bihac, cioè di città che erano sotto il controllo delle autorità della BiH.

D: Si rivolgono a voi anche famiglie di persone scomparse originarie della Repubblica Serba o della Jugoslavia?

R: Naturalmente. Abbiamo avuto il caso di una madre di Kraljevo che era insoddisfatta dell'atteggiamento dello Stato maggiore dell'esercito jugoslavo, che ha rifiutato di interessarsi di suo figlio vittima della guerra. E' venuta due volte. Suo figlio era soldato della JNA [l'esercito della ex Jugoslavia] ed è morto in un combattimento. I suoi resti sono rimasti da qualche parte a Sarajevo, siamo riusciti a trovarlo e a dare a sua madre l'indirizzo presso il quale li ha ritrovati. Inoltre, di frequente vengono da noi persone che un tempo vivevano a Sarajevo e che cercano propri cari che sono scomparsi in quest'area. Non è qualcosa che succede ogni giorno, ma si tratta di qualcosa che durante il periodo di guerra era impensabile.

D: Qualcuno pone ostacoli alle procedure di ricerca?

R: Non vi è alcuna ostruzione di natura politica - diciamo che a qualcuno fa comodo che il destino degli scomparsi rimanga ignoto. Anche se si sa che il destino degli scomparsi è strettamente legato ai crimini di guerra, non ci sembra che dall'estero ci si dia da fare. L'ostacolo consiste unicamente nel fatto che abbiamo mezzi e uomini in numero limitato. Siamo strettamente vincolati ai finanziamenti dei tribunali. Il lavoro procederebbe più in fretta se avessimo più mezzi finanziari.

D: Lei ha portato con sé suo figlio sul terreno, la prima volta quando aveva 7-8 anni. Quali sono i motivi di questa decisione?

R: Quando aveva solo 7-8 anni si è trattato di una mia decisione. Pensavo che gli si dovesse offrire una possibilità, che dovesse portare con sé qualche immagine. Per il popolo bosgnacco questa storia si ripete continuamente. Il popolo bosgnacco non ha una forte coscienza del fatto che esistano persone che desiderano il suo male. Neanche io lo sapevo. Mio padre non mi ha mai parlato di queste paure. Volevo offrire a mio figlio l'occasione di avere una sensazione di tutto ciò. Quando ha avuto un po' più di anni, voleva venire con me ogni volta che aveva un po' di tempo libero. E' stato decine di volte con me sul terreno, qualche volta si è calato nelle fosse. Qui vengono esercitate pressioni sulla gente affinché essa dimentichi quello che le è successo, affinché dimentichi la storia. Dicono che la cosa migliore sia tacere sugli ultimi dieci anni. E' qualcosa che offende fortemente la gente. Anche a scuola cercano di inculcare queste cose.

D: Chi effettua tali pressioni?

R: Coloro i quali pensano che in questo modo sia possibile arrivare a quello che tutti noi desideriamo - alla riconciliazione, a una regione stabile. Sono alcune persone dall'estero che sono qui per lavoro e che non padroneggiano a fondo la questione. Molti pronunciano con grande frequenza la parola riconciliazione, senza capire che si tratta di qualcosa che deve venire dal dentro, che non è sufficiente solo parlarne. Non la si può imporre, ma si può invece lavorare a suo favore. Tutte le conseguenze che sono un risultato del conflitto devono essere sanate. Questo vuole dire che tutte le persone scomparse, o la maggiore parte di esse, devono essere ritrovate e consegnate alle loro famiglie per essere sepolte, che i profughi devono tornare nelle loro case, che le case, le scuole, le infrastrutture devono essere ricostruite e solo in tale modo la riconciliazione verrà da dentro, da sola, dalla gente.

D: Vi sono informazioni differenti in merito al numero e al destino dei serbi uccisi a Sarajevo. Quali sono le sue informazioni in merito?

R: Sono state fatte speculazioni che il più delle volte provengono da quei settori dei serbi di Bosnia che sono clienti del Tribunale dell'Aia. Penso in primo luogo a Momcilo Krajisnik e a Biljana Plavsic, i quali hanno spesso speculato sul numero dei serbi uccisi a Sarajevo. Il numero indicato andava da 3.000, fino a 7.000 e addirittura a 10.000 uccisi. Il numero dei serbi uccisi a Sarajevo è alto, ma è decisamente superiore il numero di quelli che sono stati uccisi dalle granate di Karadzic e di Mladic. Secondo i dati del Comitato internazionale della Croce Rossa, con la riserva che essi non sono del tutto esatti, tra le vittime vi sono 206 persone che sono state identificate come serbe. Sono scomparse in dieci municipalità della Sarajevo di prima della guerra: Pale, Trnov, Novi Sarajevo, Novi Grad, Centar, Stari Grad, Vogosce, Ilijas, Ilidza e Hadzic. In tali aree è stata denunciata da parte delle famiglie la scomparsa di 276 persone. E' possibile che a tale numero sia necessario aggiungere circa il 5%. Le vittime sono state in parte ritrovate ed esumate da sepolture a Lav, a Pofali, Dobrinjie, Stup, Zuci e in altre località. Fino a ora sono stati esumati i corpi di circa 100 vittime. Non vi è dubbio che non si debba evitare di parlare del fatto che una parte dei serbi di Bosnia ha sofferto. Ma la differenza sta nel fatto che le autorità di Sarajevo hanno svolto processi per un gran numero di tali casi, perché queste uccisioni erano crimini di guerra. Forse ci si può porre la questione della quantità di condanne emesse, ma si tratta di un aspetto relativo. Noi, abitanti di Sarajevo, dovremmo in una certa misura essere soddisfatti per tali processi, poiché nessuno può dire di averlo fatto al nostro posto.

[NOTA: Dissentiamo pienamente da quest'ultima risposta di Masovic. Il numero dei serbi uccisi a Sarajevo, per quanto non ancora quantificabile con precisione, è senz'altro decisamente maggiore. Inoltre, i processi svoltisi finora a Sarajevo sono stati dei processi-farsa, di cui non si può certo essere "soddisfatti". Senza alcuna pretesa di essere esaurienti, rimandiamo ai seguenti link per una documentazione più ampia (in massima parte in inglese): http://www.cdsp.neu.edu/info/students/marko/oslob/oslob8.html; http://www.cdsp.neu.edu/info/students/marko/slobos/slobos2.html; http://home.swipnet.se/janic/serbiska/artiklar/caco.htm; http://www.cdsp.neu.edu/info/students/marko/oslob/oslob37.html; http://www.cdsp.neu.edu/info/students/marko/oslob/oslob38.html; http://www.cdsp.neu.edu/info/students/marko/dani/dani20.html; http://www.cdsp.neu.edu/info/students/marko/dani/dani24.html]


A KNIN 258 E TUMULI E CROCI
("Danas", 19 aprile 2001)

Nel cimitero di Knin, dove gli indagatori dell'Aia stanno per cominciare l'esumazione e l'identificazione delle vittime serbe dell'operazione militare "Tempesta" del 1995, vi sono 258 tumuli con 118 croci che riportano nomi, mentre i rimanenti vengono identificati come ignoti, ha dichiarato ieri alla Tanjug il direttore del Centro di documentazione "Veritas", Savo Strbac. La Commissione statale croata per le persone scomparse e rapite ha consegnato alla Commissione del governo jugoslavo per le questioni umanitarie e le persone scomparse un elenco con 208 luoghi di sepoltura nel cimitero di Knin, mentre il numero di 258 è stato ottenuto dal centro "Veritas" da altre fonti. "Non è tuttavia sicuro il numero effettivo delle vittime che si trovano nel cimitero, perché abbiamo avuto casi in cui su 55 persone di cui si diceva che fossero state identificate, cinque sono state individuate come ancora vive da 'Veritas'", ha detto Strbac. I dubbi relativi al processo di identificazione condotto dalla parte croata sono confermati dal fatto che nel 1997 la famiglia dell'anziana Joka Mazibrada (uccisa nel corso dell'operazione "Tempesta"), dopo avere ottenuto il permesso di esumazione, ha trovato nella tomba - il cadavere di un uomo. L'anno scorso, in aprile, la famiglia di Gojko Dzepina ha ottenuto il permesso di esumazione, ma sotto la croce ha trovato tre cadaveri, nessuno dei quali era il suo, ha affermato Strbac. "Riteniamo giustificatamente che nel cimitero di Knin si potrebbero trovare molti più cadaveri di serbi dei 258 di cui scrive sulle croci", ha dichiarato Strbac. Gli indagatori dell'Aia presto riprenderanno le indagini anche nei cimiteri serbi di Lici - a Gracac (116 tumuli con croci), nel cimitero di Korenicka (21 tumuli segnalati) e in tombe sparse sulle quali non vi sono indicazioni. Secondo i dati di "Veritas", nell'operazione "Tempesta" sono stati uccisi 1.116 serbi, di cui 677 civili, 411 militari, sei poliziotti e 22 persone di status non confermato. Delle vittime, 839 sono uomini e 277 donne (Tanjug).


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Data: 20-04-2001 Fonte: "Danas"
Autore: Autori vari





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