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"I Balcani si preparano a una nuova prova di forza"

Data: 08-04-2000 Fonte: "Jane's Intelligence Review"
Autore: Zoran Kusovac

NOTIZIE EST #320 - SERBIA/MONTENEGRO
8 aprile 2000


I BALCANI SI PREPARANO A UNA NUOVA PROVA DI FORZA
(di Zoran Kusovac - "Jane's Intelligence Review", 1 aprile 2000)


La preoccupazione suprema di Slobodan Milosevic è quella di rimanere al potere, e provocare una situazione di crisi in Montenegro potrebbe aiutarlo a conseguire questo obiettivo. Zoran Kusovac esamina le possibilità di un'offensiva di primavera.

Gli incidenti che hanno coinvolto l'Esercito jugoslavo (Vojska Jugoslavie - VJ) e le forze del Ministero degli Interni montenegrino (Ministarstvo unutrasnjih poslova - MUP) sono andati intensificandosi in frequenza e gravità fin dal dicembre scorso. Finora i confronti si sono limitati a dimostrazioni di forza e a situazioni di stallo; non sono stati sparati colpi in situazioni di scontro. Tuttavia, il VJ non cerca minimamente di nascondere il fatto di avere apertamente preso le parti del leader serbo Slobodan Milosevic nella disputa federale che si trascina da lungo tempo, e ci sono chiari segni che l'esercito stesso - l'unica istituzione federale che eserciti ancora poteri in Montenegro - abbia ricevuto l'ordine di aumentare la pressione politica sul governo del presidente montenegrino, Milo Djukanovic. Non vi sono prove di ordini univoci per l'effettuazione di un'azione militare contro la più piccola repubblica federale, ma vi sono indicazioni sufficienti a fare pensare che Belgrado, per la prima volta, stia preparando le strutture politiche e militari in suo controllo per giungere a un tale esito.

LA POLIZIA MONTENGRINA TIENE DURO
I problemi tra il VJ e il MUP montenegrino hanno cominciato a farsi seri con l'inizio dell'azione NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ) il 24 marzo 1999. Il Montenegro, sotto tutti gli aspetti pratici eliminato dal processo di adozione delle decisioni a livello federale - ivi incluso ogni tipo di controllo sul VJ - fin dal momento dell'elezione, nel 1998, di un governo riformista che non era gradito a Milosevic, ha preso le distanze dal conflitto ancora prima che cominciasse.

La coalizione "Per vivere meglio", guidata dal Partito Democratico dei Socialisti (Demokratska partija socijalista - DPS), ha vinto tali elezioni basandosi ampiamente sulle richieste di una riforma dell'economia mirata a introdurre il pieno rispetto dei diritti politici e umani di tutti i cittadini. L'escalation del conflitto in Kosovo e la mano pesante con cui ha reagito la Serbia hanno ulteriormente alienato il Montenegro, che chiaramente non aveva alcuna influenza su tali decisioni. Quando le prime bombe sono cadute, le reazioni delle due repubbliche federali sono state opposte. La Serbia (attraverso la longa manus del governo nominalmente federale sotto il pieno controllo di Milosevic) ha proclamato lo stato di guerra, sospendendo tutta una serie di diritti civili e politici. Il Montenegro ha proclamato la propria neutralità e ha rifiutato di riconoscere le disposizioni di stato di guerra, affermando di non avere alcuna responsabilità per il conflitto e di volerne rimanere fuori. La risposta politica da parte di Belgrado è stata scontata - accuse di tradimento e mancanza di patriottismo. Tuttavia, il Montenegro temeva molto di più quella che avrebbe potuto essere la risposta del VJ, temendo che Milosevic potesse sfruttare la soluzione di isolamento internazionale totale al fine di cercare di rimuovere il governo Djukanovic con la forza. Ciò non è accaduto, probabilmente perché Milosevic era ancora incerto sui piani della NATO realtivamente a una possibile invasione di terra ed egli non voleva che il suo apparato militare si spaccasse in due su due fronti. Un altro motivo era puramente pratico: con il pieno controllo dello spazio aereo da parte della NATO, il VJ è stato costretto ad abbandonare le proprie caserme per nascondersi nelle foreste e nelle montagne, camuffandosi per sopravvivere. Ogni concentrazione di truppe e movimento contro le autorità montenegrine sarebbe stato individuato dall'aria e alla NATO sarebbe stata offerta un'ampia opportunità di prendere di mira tali forze prima che potessero raggiungere i loro obiettivi. Milosevic ha cercato di esercitare il maggiore controllo possibile sul Montenegro, ma non vi è riuscito, soprattutto a causa della determinazione del governo Djukanovic nel tenere duro, perseguendo allo stesso tempo una politica di internazionalizzazione del problema montenegrino. Incapace di dispiegarsi in maniera massiccia, il VJ ha adottato un ruolo politico, cercando di intimorire il governo, le autorità locali , i media e l'opinione pubblica mediante la diffusione di voci e accuse. Il governo montenegrino si è reso conto fin dal primo giorno della guerra che il suo migliore strumento di difesa era quello di mantenere i propri confini aperti alla stampa internazionale, consentendole di accedere a tutte le informazioni che controllava. La reazione iniziale della Serbia è stata quella di minacciare, intimorire ed espellere la maggior parte della stampa estera, che si è quindi concentrata in Montenegro. La stessa cosa non è avvenuta con le forze federali. L'esercito ha lanciato una caccia aperta alla stampa estera in Montenegro - arrestando giornalisti in più di 30 occasioni e confiscando apparecchiature e veicoli. Tutto questo ha forse ostacolato i giornalisti, ma non è riuscito a produrre alcun risultato significativo. Il VJ ha inoltre cercato di isolare il Montenegro. Ha proclamato un blocco navale, che è stato in grado di mettere in atto grazie alla presenza di forze navali nel porto principale di Bar e all'interno della baia di Kotor (Cattaro). Con la chiusura delle linee dei traghetti per l'Italia, l'unica uscita dal Montenegro è diventata quella del valico di Debeli brjeg con la Croazia - aperto in maniera completa solo sei settimane prima dell'inizio della guerra. Il VJ ha inviato due compagnie del battaglione della polizia militare (Vojna policija - VP) della 2a armata, di stanza a Podgorica, con il compito di prendere il controllo della via di comunicazione costiera che porta al confine croato. Le unità speciali del MUP sono riuscite a batterle sul tempo al valico di confine, dove hanno dato vita a delle salde posizioni difensive - rivolte non verso il confine, ma in direzione dell'interno, da dove sarebbero venute le unità della VP. L'esercito si è ritirato e ha creato un posto di blocco a Kumbor, dove la strada principale si dipana tra colline ripide e le caserme della fanteria navale. Anche qui, il MUP ha dato prova di grande determinazione nel non consentire alle proprie forze o ai convogli sotto scorta di essere fermati o perquisiti. In assenza di chiari ordini da Belgrado, il VJ ha perso la prova di forza. Nell'unica rilevante prova di forza, il VJ ha così perso nei confronti del MUP montenegrino, nonché dei cittadini della repubblica. Messo in guardia dagli abitanti locali, un distaccamento del MUP è stato inviato a indagare sul movimento di un'unità dell'esercito che evidentemente si stava dirigendo in direzione dello strategico Monte Louven, dove si trova un importante ripetitore televisivo. Il VJ ha arrestato l'unità del MUP, provocando una protesta popolare nella vicina Cetinje, la capitale ufficiale del Montenegro (anche se la sede del governo si trova nella più grande città di Podgorica) e il centro del movimento pro-indipendenza. Circondato da cittadini infuriati, che minacciavano di dare l'assalto alla piccola guarnigione del VJ a Cetinje, l'esercito ha dovuto nuovamente ritirarsi. Anche se il MUP è riuscito a manovrare più abilmente del VJ durante il periodo dell'intervento NATO, sarebbe poco saggio dare per scontato che, a un anno di distanza sarebbe facile ripetere i risultati ottenuti allora. Sono cambiate molte cose, che danno a Milosevic un vantaggio tattico.

LEGGERE IL PENSIERO DI MILOSEVIC
Milosevic possiede la capacità di trasformare ogni spiacevole sconfitta a proprio vantaggio. Tutto ciò complica i tentativi di intuire quali siano i suoi obiettivi finali. Tuttavia, una sua debolezza è diventata evidente: Milosevic non è in grado di gestire crisi multiple. Questo tratto del suo carattere ha forse risparmiato il Montenegro nel 1999, ma oggi potrebbe costituire invece per quest'ultimo una minaccia. Per Milosevic, l'attuale prospettiva regionale è alquanto tetra. L'uomo forte della Croazia, e vecchio alleato ideologico di Milosevic, Franjo Tudjman, se ne è andato. La presenza della Forza di Stabilizzazione (SFOR) guidata dalla NATO in Bosnia garantisce che i serbi locali non possano costituire una seria minaccia e le truppe NATO in Macedonia, da parte loro, assicurano che la nutrita comunità di agenti segreti di Belgrado a Skopje non possa in ultimo causare altro che disturbi di minore entità. Milosevic sta cercando di destabilizzare il Kosovo, gonfiando artificiosamente il tema della spartizione attraverso i serbi che a Kosovska Mitrovica sono sotto il suo saldo controllo, ma nonostante le veementi affermazioni dei generali della VJ, secondo cui essi torneranno, lo stesso Milosevic è conscio del fatto che invadere il Kosovo non farebbe altro che aprire un'altra guerra a pieno raggio con la NATO, nella quale la Serbia potrebbe soffrire ancora più pesantemente che nell'ultima. L'unica valvola di sfogo per la macchina da guerra di Milosevic, che è stata abilmente utilizzata negli ultimi dieci anni al fine di distrarre l'attenzione dai problemi interni della Serbia, quando necessario, è il Montenegro. Molti montenegrini eccessivamente ottimistici sono convinti di costituire una spina nell'occhio di Milosevic. Anche se Djukanovic non condivide tali opinioni, sono diffuse percezioni, spesso alimentate da idee errate dello stesso occidente, che creano una falsa immagine, potenzialmente pericolosa per il Montenegro. Milosevic non è ossessionato dal territorio (come è stato provato dalla sua abilità nel perdere aree in Croazia, Bosnia e Kosovo); né si preoccupa dei vantaggi strategici di cui gode la Serbia mediante l'accesso al mare montenegrino. Quello che è importante per lui è il suo potere illimitato. Milosevic ha accettato la limitazione della sua capacità di governare il Montenegro. Non sembra preoccuparsene, finché la sua posizione incontestata in Serbia non viene messa in pericolo. Milosevic continua a lasciare incombente la crisi in Montenegro, ma la farà precipitare solo se vedrà che è possibile trarre dei guadagni precisi da una tale decisione, e non semplicemente per il gusto di sottomettere la repubblica più piccola, oppure per il desiderio vanitoso di rimuovere Djukanovic. "Il Montenegro è solo un mucchio di pietre con mezzo milione di rompiscatole, che non vale la pena nemmeno di stare a guardare", pare che abbia detto a un membro della sua ristretta cerchia nel novembre del 1999. La vera minaccia per Milosevic può venire solo dall'interno della Serbia. E queste minacce stanno aumentando. Per lungo tempo l'opposizione è stata vista come un modo per deporre Milosevic. Ma essa si è rivelata incapace di un'azione seria, a causa delle divisioni interne alimentate dalla vanità e da grossolani errori d'analisi che non hanno fatto che ripetersi. Le forze dell'opposizione hanno mancato di formulare una strategia comune per rimuovere Milosevic nel momento in cui era più debole - dopo la perdita del Kosovo. Hanno sprecato il loro tempo bisticciando e dividendo le loro energie su differenti approcci, dandogli il tempo di ricuperare, raccogliere le proprie forze e lanciare un'offensiva politica e di relazioni pubbliche incentrata sul presunto successo nel ricostruire il paese. La rabbia diffusa si è presto trasformata in una completa apatia e a Natale ormai le manifestazioni dell'opposizione a Belgrado raccoglievano solo qualche centinaia di persone nelle strade. Con l'Anno nuovo, l'occidente sembra avere lanciato un avvertimento finale all'opposizione, minacciando di toglierle ogni supporto se non si fosse unita e non avesse dimenticato le differenze del passato. Al momento in cui scriviamo (la fine di febbraio), questa soluzione ha funzionato per alcune settimane. Tuttavia vi sono segni che i prossimi mesi porteranno delle differenze strategiche tra la scuole di pensiero "filo-manifestazioni" e quella "filo-elezioni". Milosevic deve essere pronto per quella che sembra essere l'improbabile prospettiva di un'opposizione che riesce a rimanere unita, formando un fronte saldo e ben coordinato e organizzando un'attenta campagna contro di lui nelle elezioni che verranno indette per prime - a livello federale o a quello della Serbia. Il miglior modo per neutralizzare questo pericolo è quello di disporre di crisi incombenti e di farle precipitare quando necessario, in modo tale da spostare l'opinione pubblica contro "i traditori dichiarati, le marionette e i servi dell'occidente" - come Milosevic ha chiamato l'opposizione nel suo discorso al congresso del Partito Socialista della Serbia in febbraio - oppure da proclamare uno stato di emergenza, vietando direttamente le attività politiche. Il secondo pericolo che Milosevic vede è quello di un coinvolgimento diretto dell'occidente. Vi sono chiari segni che alcuni dei più recenti omicidi di alto livello a Belgrado non sono conformi al modello ormai tradizionale delle lotte intestine e della semplice rimozione di testimoni scomodi o di partner più piccoli troppo ambiziosi. Gli ambienti dei servizi di sicurezza serbi vedono l'uccisione del signore della guerra Zeljko "Arkan" Raznatovic (si veda "Janes's Intelligence Review" del febbraio 2000), e in particolare quello del ministro della difesa Pavle Bulatovic (si veda "Janes's Intelligence Review" del marzo 2000), come il coinvolgimento delle proprie controparti occidentali e un segno - o un avvertimento - che assassini ignoti sono in grado di arrivare molto vicino a Milosevic. Vi sono anche informazioni affidabili su almeno quattro inviati occidentali che hanno portato messaggi a Milosevic tra Natale e i primi giorni di febbraio, proponendogli di arrivare a qualche forma di accordo con l'occidente. Stranamente, tutti gli inviati, a quanto si dice, sono tornati a mani vuote, con l'unica risposta che "la proposta verrà presa in debita considerazione". Sebbene i presunti accordi non includano il ritiro dell'accusa per crimini di guerra, Milosevic potrebbe stare cercando di rafforzare la propria posizione negoziale bluffando con l'occidente per fare credere a quest'ultimo di essere sull'orlo di attaccare il Montenegro.

L'INDECISIONE DELL'OCCIDENTE
L'occidente, d'altra parte, non sta nemmeno aiutando il Montenegro. Pur sostenendo pienamente Djukanovic a livello politico, si assicura che tale supporto rimanga verbale, piuttosto che sostanziale, in modo tale da non incoraggiare il Montenegro a intraprendere alcun passo verso la piena indipendenza. Per l'occidente, la questione dell'indipendenza è strettamente connessa alla propria responsabilità politica per lo status del Kosovo, che si trova attualmente in un limbo legale, poiché non viene considerato come parte della Serbia, ma piuttosto come una parte separata della RFJ, anche se una tale opinione non si basa su alcuna attuale soluzione costituzionale. Se il Montenegro dovesse esercitare quello che ritiene essere il proprio diritto costituzionale alla piena indipendenza, la comunità internazionale sarebbe costretta a chiarire se allora considera il Kosovo parte della Serbia o meno. Pertanto, la comunità internazionale sta attentamente misurando il sostegno che accorda al Montenegro, mantenendolo sia politicamente che economicamente appena al di sotto della soglia che consentirebbe al Montenegro di dichiarare la propria indipendenza. Il Montenegro è così un doppio ostaggio - di Milosevic e dell'occidente. Il fatto curioso è che l'attuale approccio di Milosevic costituisce quasi l'immagine allo specchio di quello occidentale: sta esercitando ogni tipo di pressione sul Montenegro, ma mantiene le minacce economiche, politiche e militari appena sotto la soglia che giustificherebbe una spinta di Djukanovic verso l'indipendenza. Messo di fronte al completo controllo, da parte di Belgrado, della zecca e della banca centrale federali, il Montenegro è stato spinto a dichiarare il marco tedesco una valuta parallela, al fine di proteggersi contro misure monetarie arbitrarie. L'occidente ha assicurato alcuni fondi per superare il periodo di transizione, ma si è allo stesso tempo assicurato che essi fossero giusto al di sotto di quello che sarebbe stato effettivamente necessario. Belgrado continua a pompare nella piccola repubblica dinari jugoslavi, largamente privi di valore, attraverso gli stipendi del VJ - circa 4.700 ufficiali, 6.200 sottufficiali e soldati professionisti e circa 9.000 coscritti - le pensioni federali e l'ampia assistenza ai propri uomini in Montenegro, quelli del Partito Socialista Popolare (Socijalisticka narodna partija - SNP) guidato dal primo ministro federale, Momir Bulatovic. Il SNP è di importanza cruciale per le politiche di Milosevic. I montenegrini, predominantemente di fede ortodossa come i serbi, sono divisi nelle proprie fedeltà nazionali. Secondo un rapporto ufficiale del 1991, la popolazione era costituita al 62% da montenegrini, al 15% da slavi musulmani, al 7% da albanesi e al 9% da serbi. Tuttavia, due secoli di propaganda grande-serba secondo la quale tutti gli ortodossi sono serbi, hanno dato i loro frutti in Montenegro, dove almeno un terzo di coloro che si dichiarano montenegrini si considerano allo stesso tempo serbi. Questi "serbo-montenegrini" sono per la maggior parte concentrati nel nord della repubblica. Questa propensione è stata sfruttata da Milosevic quando ha iniziato la propria espansione nazionalista. Bulatovic e Djukanovic si sono divisi sulla strategia. Giovane e ambizioso, Djukanovic si è reso conto che il futuro è nell'economia, piuttosto che nel nazionalismo; Bulatovic non aveva altre opinioni se non quelle incoraggiate da Milosevic. Il DPS si è spaccato lungo queste due linee: la minoranza, guidata da Bulatovic, ha formato il SNP. Basato ideologicamente su linee ampiamente impopolari di comunismo non riformato, il SNP ha dovuto diventare ancora più nazionalista per sopravvivere. In questo è stato appoggiato da Milosevic. In termini politici, ciò che ora è importante in Montenegro non è la spaccatura DPS-SNP, quanto piuttosto un'intera serie di divisioni di diverso tipo. Anche se la maggior parte dei sostenitori del SNP fanno propria la "serbità", molti di essi non sono d'altronde disposti a rinunciare al Montenegro. D'altra parte, Djukanovic non si è mai dichiarato fermamente a favore dell'indipendenza e ha adottato invece una linea più cauta e opportunistica. La popolazione è divisa: circa un terzo è fermamente a favore dell'indipendenza; un altro terzo è fermamente pro-federale (o pro-serbo); e il resto non è convinto che l'indipendenza vada perseguita ora, ma sembra essere più che convinta nel ritenere che in caso di una svolta radicale degli eventi, in particolare di un'azione armata da parte del VJ, l'unica opzione che rimarrebbe sarebbe quella dell'indipendenza. Milosevic è conscio di queste divisioni. Egli non aprirà un nuovo fronte, né avvierà una nuova guerra, se non potrà trarne guadagno. E' pienamente conscio del fatto che il SNP non è in grado di riportarlo in posizione di dominanza in Montenegro, ma per il momento è soddisfatto dello status quo, proprio come Djukanovic. Entrambi rivendicano di più di quello che possono ottenere, e nessuno dei due è disposto a cedere. E mentre sono entrambi riluttanti a fare la prima mossa, si stanno preparando per ogni possibile evento. Djukanovic comanda un MUP ben addestrato, la cui attuale forza si ritiene superi le 14.000 unità, ivi incluse 1.600 forze speciali d'élite. Il MUP è saldamente sotto il controllo del ministro degli interni, Vukasin Mara, e del capo della polizia, Vuk Boskovic. Fonti bene informate affermano che almeno il 70% di questa forza rimarrebbe fedele al governo indipendentemente da cosa dovesse accadere. E' più del VJ, tra i cui 20.000 soldati vi è un 20% di montenegrini che non si schiererebbero necessariamente con Milosevic, se dovesse agire contro il paese e i suoi fratelli. Nonostante gli atteggiamenti guerrafondai, in molti ufficiali la voglia di combattere rimasta è molto scarsa, e nei coscritti è quasi nulla. Per gli ufficiali, la prospettiva di perdere una guerra in Montenegro comporterebbe il trasferimento da accettabili appartamenti sulla costa assolata, all'incertezza di caserme bombardate nell'interno di una Serbia gonfia di profughi. Ci sarebbe anche un certo numero di serbi che si schiererebbero probabilmente con Djukanovic. Entrambe le parti sanno che una guerra in Montenegro sarebbe sanguinosa. Diversamente dalle altre guerre della ex Jugoslavia, non ci sarebbero elementi di distinzione - nazionalità, religione o lingua - che garantiscano che praticamente ogni cittadino venga coinvolto nei combattimenti. Tuttavia, per la fazione pro-serba, questi fattori precauzionali sembrano essere cancellati dalla fede nella forza del VJ, che ufficialmente "è uscito intatto da una guerra con la più potente alleanza militare che il mondo abbia mai visto", e nel suo leader Milosevic. L'incidente verificatosi a dicembre in relazione all'aeroporto di Podgorica, quando il MUP e il VJ si sono trovati l'uno di fronte all'altro in piena tenuta di guerra, è stato un incidente che dimostrato la facilità con la quale entrambe le parti potrebbero reagire in maniera eccessiva. Gli eventi che vi hanno fatto seguito hanno dimostrato l'intelligente pianificazione di Milosevic. Alla fine dell'anno scorso il VJ ha formato un'unità speciale, denominata 7° battaglione, composto esclusivamente da elementi pro-serbi concentrati nel nord. Invece di avere funzioni militari, l'unità rappresenta uno strumento di intimidazione, perché offre ai duri del SNP una vernice di riconoscimento ufficiale. Non è un'unità paramilitare, perché è sotto il diretto comando del generale Milorad Obradovic, comandante della 2a armata del VJ e indiscutibilmente fedele a Milosevic. Il 7° battaglione è ideologicamente motivato, pronto a compiere i "lavori sporchi" che le unità regolari potrebbero essere riluttanti a mettere in atto. Un altro scopo della creazione di una tale unità è la speranza che Djukanovic possa essere costretto a consentire ai propri radicali di assumere un ruolo ufficiale all'interno del MUP, rendendo quest'ultimo meno disciplinato e più incline a fare la prima mossa sbagliata.

SCOPPIERA' UNA GUERRA?
Ci sarà una guerra solo se Milosevic la giudicherà necessaria per la propria sopravvivenza in Serbia, oppure per un incidente. Con l'esercito che dimostra sempre più la propria forza intorno al paese e aderenti della linea dura che girano l'intero Montenegro con l'approvazione del VJ, la possibilità che la seconda ipotesi si verifichi vanno aumentando. Anche se all'esercito venisse ordinato di muoversi contro Djukanovic, non sarebbe probabilmente disposto a farlo prima dell'inizio di aprile, quando le condizioni del tempo consentiranno il dispiegamento di unità nella campagna. Le esperienze della Slovenia e della Croazia provano che mantenere l'esercito di guarnigione nelle caserme contro un nemico piccolo, ma determinato, può essere una mossa suicida. Nessuna delle due parti può ottenere una vittoria netta. Questa nozione sembra essere l'ultimo fattore di contenimento. Il VJ non può utilizzare le proprie unità blindate a proprio vantaggio nelle montagne e nelle strette gole del Montenegro; il MUP non può prendere il nord del paese, tenacemente fedele a Milosevic, anche se dovesse catturare alcuni mezzi e pezzi pesanti dalle guarnigioni in difficoltà o arresesi. L'unico esito possibile sembra essere la divisione tra il sud, fedele a Djukanovic, e il nord, fedele a Milosevic. L'effetto immediato sarebbe che il governo avrebbe una piena giustificazione per dichiarare l'indipendenza completa. Tutto questo creerebbe a sua volta una situazione che a Milosevic piacerebbe molto - un governo secessionista nel nord, che proclami un Montenegro federale. Ciò consentirebbe a Milosevic di mantenere la nozione di "Jugoslavia" fino a quando gli farà comodo. Se scoppierà una guerra in Montenegro, ci sono due domande cruciali che rimangono senza risposta. La prima è quella sull'effettiva linea di divisione tra il nord e il sud. Se dovesse estendersi a sud di Kolasin e Beran, taglierebbe fuori le enclave predominantemente musulmane di Kolasin e Berane, strategicamente cruciali, nonché i due unici valichi stradali con il Kosovo. Ciò metterebbe in pericolo queste popolazioni minoritarie e creerebbe un'altra situazione caotica con combattimenti a motivazione etnica e un flusso di profughi nel Kosovo. Inoltre, rimarrebbero stretti in mezzo ai combattimenti i musulmani del Sandjak delle aree di Bijelo Polje e Pljevlja, la cui unica via di uscita sarebbe verso la Bosnia. Sebbene nessuno di questi esiti costituirebbe una minaccia per la regione nel suo complesso, essi sottoporrebbero la NATO e la Bosnia a un'immensa tensione. Una prospettiva molto più pericolosa per la NATO sarebbe la decisione se intervenire o meno. Le forze in Kosovo e in Bosnia non potrebbero essere distratte dai loro compiti, anche se ci fosse la volontà politica di inviarle a combattere il VJ sul terreno. Una tale volontà, in un ambiente in cui l'opinione pubblica ha fatto completamente proprie le guerre senza vittime proprie, è evidentemente assente, soprattutto perché la parte serba sfrutterebbe, a fini sia interni che internazionali, la possibilità di inviare alcuni occidentali a casa nelle bare. L'unico aiuto effettivo che la NATO potrebbe offrire sarebbe limitato alle aree del Montenegro che il MUP riuscirebbe a mantenere saldamente sotto il proprio controllo, e anche in questo caso ciò avverrebbe limitatamente a unità non di combattimento. L'unico modo in cui la NATO potrebbe essere coinvolta sarebbe un'altra campagna aerea sul territorio della Serbia, dato che la confusione sul terreno e le forze in reciproco contatto difficilmente consentirebbero qualunque forma di supporto aereo alle forze fedeli al governo montenegrino. E' fortemente dubitabile che vi sia la risolutezza politica necessaria per dare il via a una tale campagna di bombardamenti. Messa di fronte alla necessità di scegliere tra se bombardare la Serbia o starsene inattiva, la NATO dovrà decidere se dare a Milosevic un altro po' di respiro, oppure se creare le condizioni per l'unico modo in cui verrà mai rimosso - dall'interno della Serbia.


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Data: 08-04-2000 Fonte: "Jane's Intelligence Review"
Autore: Zoran Kusovac





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