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"Come sopravvivere?"
| Data: 29-09-2000 | | Fonte: AIM |
| Autore: Ibrahim Rexhepi |
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NOTIZIE EST #348 - KOSOVO
29 settembre 2000
COME SOPRAVVIVERE?
di Ibrahim Rexhepi - (AIM Pristina, 7 settembre 2000)
Il Kosovo non è una società in transizione, ma si trova piuttosto in una sorta di fase di pretransizione, di paralisi e di decadimento economico. La constatazione può apparire assurda o esagerata, ma tutte le tendenze in atto in Kosovo la confermano. Come processo di profonde trasformazioni, la transizione coinvolge tutti i pori di una società e scaturisce dall'economia quale base di tutti gli altri cambiamenti. Le conseguenze più pesanti e più evidenti della transizione si manifestano nel campo della posizione sociale di ampi strati della società. La situazione attuale - senza moti in avanti o indietro - non offre alcun esempio di miglioramento, che non c'è e non ci può essere se non si aprono prospettive di sviluppo economico. A causa della sua specifica posizione politica e giuridica, il Kosovo non ha istituzioni locali, legali e legittime che possano affrontare di petto i gravi problemi economici, politici, sociali e psicologici della transizione, nonché le conseguenze di un anno e mezzo di guerra spietata e distruttrice.
L'amministrazione civile internazionale (UNMIK), quale istituzione di governo in Kosovo, è il risultato di sostanziali compromessi diplomatici internazionali. Ogni tentativo di affrontare con decisione i problemi della transizione suscita reazioni contraddittorie sia all'interno dell'UNMIK, sia presso la sede dell'ONU e le capitali delle grandi potenze. Per questo l'amministrazione civile internazionale del Kosovo si trova spessissimo di fronte a molteplici dilemmi, nonché in condizioni di paralisi e impotenza. Neanche dopo più di un anno l'UNMIK è riuscita a porre le basi di un'infrastruttura giuridica, per non parlare poi di programmi e interventi seri in grado di portare all'aprirsi di prospettive di sviluppo. Per evitare dispute con la sede centrale a New York e con alcuni importanti centri delle grandi potenze, l'UNMIK fa tutto il possibile per aggirare il problema della proprietà e delle privatizzazioni, senza cui non è possibile pensare ad affrontare in modo radicale il problema della transizione. Il risultato immediato è una mancanza di chiarezza riguardo allo sviluppo e alle prospettive e, naturalmente, la disgregazione del potenziale economico ereditato dal precedente sistema e che potrebbe essere impiegato in nuove condizioni di gestione dell'economia.
La conseguenza di tutto ciò è una politica priva di chiarezza e di decisione basata su rabberciamenti e interventi dall'oggi al domani. Il Kosovo ha eredito molti buchi e l'UNMIK con la sua politica li amplia e ne apri di nuovi. Non si è ancora compreso, sul piano politico, che non è più possibile continuare così. I buchi diventano sempre più numerosi e sempre più grandi, motivo per cui è decisamente difficile corprirli. Un esempio letterale di tutto questo, sia nel senso economico sia in quello politico, sono le centrali termoelettriche del Kosovo. Ufficialmente è stato comunicato che in tale impresa l'anno scorso sono stati investiti circa 120 milioni di marchi. Si ritiene che parte di tale denaro sia stato speso per porre rimedio alla bell'e meglio i serbatoi dell'acqua di raffreddamento ormai estremamente logori. Ne è stato aggiustato in qualche modo uno, e l'acqua ha cominciato a filtrare da qualche altro nuovo buco. E che risultato è stato raggiunto? Gli esperti internazionali e quelli nazionali ripetono ora quasi ogni giorno l'avvertimento che quest'anno potrebbe ripetersi l'inverno difficile, buio e freddo dell'anno scorso. Per cosa, allora, sono stati spesi tanti soldi? Per la manutenzione di tecnologia degli anni '50 e '70?! Perché l'UNMIK non apre la questione della privatizzazione delle centrali termoelettriche del Kosovo come unica prospettiva per la ripresa di tale ramo dell'economia e per rimetterlo in sesto? Il motivo fondamentale è che l'UNMIK e alcuni centri internazionali non desiderano violare i diritti di proprietà dello stato serbo. Senza una chiara soluzione dello status giuridico della proprietà delle centrali termoelettriche e di altri complessi, nessuna persona seria si può attendere un coinvolgimento del capitale privato estero. E senza di ciò, tutte le strutture dell'economia sono condannate alla rovina o a tirare avanti alla bell'e meglio e a un lento andare in rovina parallelamente al "tappare i buchi" sul piano politico.
E' vero che nel corso dell'ultimo anno è stato fatto non poco per la ripresa di molti servizi pubblici. Sono stati ricostruiti il sistema scolastico, quello sanitario, si è cercato di creare una rete di organi di governo locali dell'UNMIK. Tra 60.000 e 70.000 persone che lavorano nei numerosi servizi pubblici sopravvivono sulla base di un bilancio molto insicuro, che a fatica riesce a garantire gli stipendi, comunque simbolici. Parallelamente a ciò, si parla continuamente di riforme e cambiamenti, o li si mette in atto, tenendo così le persone in uno stato di continue tensioni e di insicurezza sociale. Come è possibile continuare a mantenere questi servizi finanziati dal bilancio con un'economia in stato di paralisi continuativa? Le persone che lavorano nel settore privato sono probabilmente comprese tra 40.000 e 50.000, o poco di più. Non vi sono prospettive a breve termine per la definizione e la soluzione dello status giuridico di questa categoria di lavoratori. Attualmente, essi sono sfruttati senza limiti. Lavorano per stipendi bassi e senza una previdenza sociale, sanitaria e pensionistica. Si calcola che circa 20.000 persone lavorino per le strutture internazionali locali con stipendi piuttosto alti. Ma di tutte le persone impegnate in lavori con gli stranieri di cui è possibile rintracciare dati, gli unici che si arricchiscono sono coloro che danno appartamenti in affitto.
In modo pressoché uguale si assicurano l'esistenza i serbi locali nelle loro enclave. Ora essi ottengono aiuti in certa misura più ingenti e sistematici da parte delle organizzazioni umanitarie. Tutti coloro che in precedenza avevano un lavoro ricevono qualche compensazione da parte dell'UNMIK, un po' di soldi e di aiuti materiali li ricevono dalla Serbia, soprattutto nel caso della regione di Mitrovica sotto il controllo dei serbi e, come è noto, ricevono quella che viene definita una pensione.
Si ritiene che per un numero non indifferente di famiglie kosovare sia impossibile garantirsi l'esistenza senza mille marchi al mese. E la maggior parte delle famiglie, dovrebbero essere circa 350.000, non hanno ufficialmente nessuno al loro interno che abbia un lavoro. Bisogna presupporre che una delle fonti di mantenimento fondamentali continui a essere quella delle rimesse dei lavoratori kosovari in Occidente. Un numero notevole di persone è impegnato nell'ondata di caotica attività edile, soprattutto nelle città. Qui in Kosovo ancora non vi è un servizio che raccolga dati statistici e rilevamenti, ma si ritiene che vi siano circa tra 600.000 e 700.000 persone atte al lavoro. Circa 100.000 pensionati rimangono al di fuori di ogni protezione sociale. E' vero, fioriscono i commerci più disparati. Ma essi si basano in misura significativa sulla domanda di un numero di stranieri compreso tra 60.000 e 70.000, militari inclusi.
La maggior parte della società vive in grande povertà e poiché sia queste persone che la società nel suo complesso in qualche modo sopravvivono, bisogna presupporre che una quota significativa delle fonti di reddito e delle attività sia indefinita, poco chiara, torbida, o addirittura direttamente al di fuori delle norme morali e da quelle giuridiche. In tale campo rientrano svariate migliaia di lavoratori che cercano, soprattutto di propria iniziativa, di mantenere o rinnovare strutture economiche che erano di proprietà pubblica o statale. Costoro, come molti altri, sognano ancora i buoni vecchi tempi di armonia e sicurezza sociale.
Una testimonianza concentrata dei desideri, delle impotenze, delle assurdità, delle profonde contraddizioni sociali, del primitivismo, dell'avventurismo, delle aspirazioni irreali e della lotta esacerbata per la sopravvivenza o l'arricchimento, è proprio la capitale del Kosovo, Pristina. Prima della guerra, Pristina aveva un po' più di 200 mila abitanti, mentre oggi si dice che ne abbia addirittura più di 500.000, senza che nulla sia cambiato in termini di numero di alloggi e di capacità infrastrutturali. Recentemente sono stati aperti i concorsi per l'accettazione di alunni nelle scuole superiori e degli studenti universitari. Il loro numero è drasticamente diminuito, tanto che la concorrenza si è rivelata essere addirittura di 1 contro 10. Non vi è dubbio che almeno il 70 per cento dei bambini e dei ragazzi non arriverà mai ai banchi della scuola e che essi, in mancanza di qualsiasi prospettiva di sviluppo, verranno abbandonati alle proprie famiglie o, per essere più precisi, a se stessi e direttamente alla strada.
| Data: 29-09-2000 | | Fonte: AIM |
| Autore: Ibrahim Rexhepi |
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