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L'etno-party di Ashdown
| Data: 15-11-2002 | | Fonte: "Feral Tribune" |
| Autore: Ivan Lovrenovic |
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N.E. BALCANI #594 - BOSNIA-ERZEGOVINA
15 novembre 2002
L'ETNO-PARTY DI ASHDOWN
di Ivan Lovrenovic - ("Feral Tribune" [Spalato], 7 novembre 2002)
Sulla formazione dei nuovi organismi di governo in Bosnia-Erzegovina continua a regnare una confusione completa. Per dirla in maniera sbrigativa, il tipo di autorità che il paese avrà per i prossimi quattro anni, soprattutto a livello sovraentità, cioè quello del cosiddetto stato, dipenderà dal comportamento e dalle decisioni di due partiti: il Partito del Progresso Democratico (PDP) di Mladen Ivanic nella Republika Srpska e il Partito per la Bosnia-Erzegovina (SBiH) di Safet Halilovic (ovvero di Haris Silajdzic) nella Federazione. Se cederanno al richiamo soave dei partiti nazionali, il primo a quello del Partito Democratico Serbo (SDS) e il secondo a quello del Partito di Azione Democratica (SDA) (insieme al suo partner tradizionale Unione Democratica Croata [HDZ]) si avrà più o meno una ripetizione della combinazione del 1996, in virtù della quale governeranno nuovamente i tre partiti dalle posizioni etnonazionali più dure, che saranno solo in parte camuffate grazie alla presenza delle due forze "centriste". Si tratta di una combinazione che Paddy Ashdown, in maniera molto indicativa, ha già amnistiato preventivamente dal peccato nazionalista, dichiarandola capace di mettere in atto le riforme del "pacchetto europeo".
Esiste anche un'opzione diversa da quella menzionata e cioè che il partito di Ivanovic e quello di Silajdzic rifiutino le offerte degli etnopartiti e condividano con altri partiti più piccoli i seggi ottenuti alle elezioni elettorali, creando una nuova coalizione simile alla precedente Alleanza per i Cambiamenti. Stando a quanto finora è noto, la creazione di una tale struttura, che escluderebbe i partiti nazionali, gode del forte sostegno dell'ambasciatore americano a Sarajevo, Clifford Bond. Potenzialmente, una tale eventualità è più facile da realizzare nella Republika Srpska (se si unissero il partito di Ivanic è quello socialdemocratico di Dodik). In via teorica, e a prezzo di compromessi molto più scomodi (come quello della necessità di completare una tale struttura con rappresentanti del Partito Radicale Serbo [SRS]!), tale opzione esiste anche a livello statale, nonché in alcuni cantoni della Federazione, mentre nella Federazione, a livello di parlamento delle entità e di governo, è praticamente impossibile, perché qui SDA e HDZ hanno insieme la maggioranza necessaria ed è più che sicuro che non scioglieranno la loro partnership a nessun prezzo. Quale sia il significato di questa differenza di vedute tra i due principali esponenti internazionali nel paese, Ashdown e Bond, è uno dei temi più accesamente discussi nei circoli di Sarajevo, ma dato che non vi sono risposte chiare, l'unico risultato è che viene alimentata una paranoia generale. Come prima cosa, verrà fuori che questa differenza di vedute non significa nulla, o meglio che significa solamente un prolungarsi della pratica di improvvisazione della comunità internazionale, priva di piani concreti e di obiettivi chiari.
Nel desiderio di evitare ogni possibile biasimo e di dare l'impressione di essere politicamente autonomo, il Partito per la Bosnia-Erzegovina ha lanciato il progetto del cosiddetto "governo unitario". Si dovrebbe trattare di un governo composto in maniera proporazionale da rappresentanti di tutti i partiti che alle elezioni hanno superato la soglia del 3% (quindi senza i partiti che hanno ottenuto i famigerati mandati compensatori). Finora tra l'opinione pubblica è maggioritaria l'idea che una tale proposta non sia altro che una foglia di fico per il SBiH e che la sua realizzazione comporterebbe una vera e propria sospensione della vita politica e democratica in Bosnia-Erzegovina, perché cancellerebbe la possibilità di esistenza di qualsiasi opposizione, cioè dell'unico vero e serio correttivo e strumento di controllo del governo.
A causa dell'incredibilmente complicata struttura politico-amministrativa della Bosnia-Erzegovina, tutte queste combinazioni implicano anche un numero infinito di possibili subcombinazioni e se a tutto ciò si aggiunge anche il garbuglio di "offerte" e "domande" personali, di ambizioni e aspirazioni, di promesse e compravendite, ogni tentativo di formulare previsioni diventa illusorio.
Ma agli osservatori e cronachisti delle vicende bosniaco-erzegovesi, soprattutto a quelli che le seguono dalla prospettiva di Sarajevo, si impone l'impressione, sgradita ma abbondantemente confermata dai fatti, che questo paese entri con il nuovo ciclo politico quadriennale in un periodo che sarà con ogni probabilità caratterizzato dalla regressione, indipendentemente dal modo in cui verrà risolto il dilemma del tipo di organismi di governo.
Numerose fonti diverse, ma collegate tra di loro, alimentano tale impressione. Dei cosiddetti trend mondiali è superfluo parlare, perché la loro inapplicabilità a questa Bosnia-Erzegovina - etnicamente frammentata, politicamente incompleta, economicamente impotente, socialmente invalida - è più che evidente.
I paesi politicamente più vicini sono ancora lontani dall'essere in condizioni e in rapporti tali da consentire di superare ed eliminare i risentimenti politici bosniaci. Ancora per lungo tempo, per esempio, ogni opzione politica di destra in Croazia troverà motivazioni e ispirazione nella chimera della "Bosnia croata" e rimane solo la domanda se una tale opzione andrà al potere domani o dopodomani. Della Serbia (Jugoslavia) non vale nemmeno la pena di parlare: nelle teste dei suoi politici democratici post-Milosevic, nonché delle loro appendici a Banja Luka e a Sarjaevo (nella Presidenza della Bosnia-Erzegovina e nel Parlamento di tale paese), la parte di Bosnia-Erzegovina che i carri armati di Karadzic e la diplomazia di Holbrooke hanno ritagliato sotto il nome di Republika Srpska è solo "un pezzo di famiglia temporaneamente separato" (V. Kostunica).
E ora giungiamo alla parte più pericolosa di tutta la questione: il modo in cui la Bosnia viene governata dall'amministrazione internazionale. Il suo mandato dura ormai da sette anni e l'impressione generale è che si trovi ancora... all'inizio. Lo si deduce, dopo tutto, dalle parole dello stesso alto rappresentante Ashdown, che ho già citato una volta in questo articolo, secondo cui la comunità internazionale ha commesso in Bosnia errori fondamentali fin dall'inizio, quando ha "imposto la democrazia prima di introdurre innazitutto la legalità". A spingersi più in là di tutti, da questo punto di vista, era stato Wolfgang Petritsch, le cui bellissime frasi del tipo ownership e partnership a suo tempo hanno talmente inondato l'opinione pubblica e i leader politici locali, che per poco non è stato dato credito alla loro realizzabilità e al disprezzo democratico con cui lo stesso Petritsch rifiutava ogni idea di mano dura e protettrice. Ora Ashdown pratica ogni giorno il protettorato, promulgando leggi e decreti, creando nuovi ministeri, sostituendo politici e poliziotti di primo piano senza alcuna motivazione e spiegazione convincente, il tutto rassicurando l'opinione pubblica sulla necessità delle riforme e sul dovere delle autorità del paese di dedicarsi a tali riforme.
Ho già menzionato il sorprendente entusiasmo di Ashdown riguardo alla possibilità che i partiti etnonazionali diventino protagonisti delle riforme che dovrebbero trasformare la Bosnia-Erzegovina in un paese senza corruzione e criminalità, nel quale governerà la legalità, dove i bambini e i giovani otterranno la migliore educazione possibile, nel quale affluiranno in massa gli investitori esteri e che diventerà parte della comunità politica europea. Indubbiamente si tratta del punto più dubbio di tutti quelli che compongono il suo "programma". Sono due le possibili soluzioni del rebus: o Ashdown non conosce il fenomeno del nazionalismo (in generale, e di quelli nostrani in particolare), oppure lo conosce e per qualche motivo lo minimizza. L'ipotesi di gran lunga meno credibile è la prima, essendo noto il background irlandese di Ashdown e più precisamente il suo background di membro delle forze speciali britanniche in Irlanda. Rimane quindi la seconda, ma se è veritiera, se non è il prodotto di eccessive elucubrazioni (sarei il primo a esserne contento, anche se in tal caso il peccato ricadrebbe interamente sulle mie spalle), allora c'è da rabbrividire fino alle ossa. Perché non vorrebbe dire altro che il vero mandato di Ashdown è quello di agire all'unisono con quelle voci che stanno nuovamente emergendo a livello internazionale, suggerendo che la comunità internazionale deve infine riconoscere che il progetto di ricostituire la Bosnia-Erzegovina è stato un errore e che ora bisogna lasciare la parola ai nazionalisti, affinché portino a compimento ciò che in larga parte hanno già realizzato, ma non finito, con la guerra.
Tra l'opinione pubblica di Sarajevo, che è afflitta da una vera e propria epidemia di paranoie in un'atmosfera di collasso della democrazia, di intrighi governativi, di cospirazioni dei servizi segreti, di selvagi regolamenti dei conti tra i media, il discorso di inaugurazione pronunciato da Ashdown a fine maggio, quando ha detto di sperare di essere "l'ultimo alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia", viene riattualizzato interprentandolo come il segno di una definitiva spartizione del paese.
Ma tra tutti questi cerchi concentrici di pericoli che di nuovo incombono sulla Bosnia, i più minaccioso è sicuramente quello degli sviluppi interni. E tra di essi il più pericoloso di tutti, ancora più pericoloso della divisione etnica e politica, è quello della "politica di borgata [palanka]", per parafrasare l'inevitabile Konstantinovic. La politica come durata e sopravvivenza spicciola, priva di umanità, la politica di rapina e frode, dalla quale è scomparsa anche l'ultima traccia di azione per il bene comune e di investimento per il futuro. Tra le vittime di questo decadimento generale vi è anche il Partito Socialdemocratico della Bosnia-Erzegovina, del quale molti speravano che, trattandosi di un partito transetnico e secolare, avrebbe potuto e dovuto essere il nucleo intorno a cui sarebbe cresciuta e si sarebbe rafforzata una nuova visione per la Bosnia-Erzegovina. Dopo la sconfitta subita alle elezioni, il SDP è sempre più un'arena per regolamenti dei conti personali e per lotte tra frazioni e gruppi mirate alla conquista di posizioni alla vigilia del congresso straordinario del partito. Nessuno invece si pronuncia sulle domande autocritiche e sulle riarticolazioni politiche che in questo momento sono la cosa più urgente per tale partito.
| Data: 15-11-2002 | | Fonte: "Feral Tribune" |
| Autore: Ivan Lovrenovic |
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