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Leskovac, tra nuova frontiera e città fantasma

Data: 02-07-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi

N.E. BALCANI #680 - SERBIA-MONTENEGRO
2 luglio 2003


LESKOVAC, TRA NUOVA FRONTIERA E CITTA’ FANTASMA
di Lorenzo Guglielmi, da Leskovac

La Serbia meridionale cerca il suo volto e fa da se’. Lontano da Belgrado, sognando l’Europa



PROFONDO SUD

I fiumi Vardar e Morava si voltano le spalle fin dalle sorgenti. Il Vardar sfocia nell’Egeo, attraversando i territori macedoni slavi e greci, da Skopje a Salonicco, mentre la Morava scorre verso nord e la sua coorte di affluenti meridionali genera un’ampia vallata tra le montagne della Serbia. Le sue acque si riversano nel Danubio e fino al Mar Nero tracciano un bizzarro emiciclo lungo migliaia di chilometri. Un’altra storia nazionale di riferimento e un altro mare, come ultima destinazione. Attraverso la sua valle della Morava migliaia di serbi in fuga dalle guerre e dai turchi giungevano, secolo dopo secolo, al Danubio, confine d'acqua tra due mondi, ultimo varco prima del rifugio nella Vojvodina austroungherese. Se un qualche “capriccio” dell’orogenesi non avesse creato questi due fiumi, la Penisola Balcanica sarebbe stata priva della sola via agevole di comunicazione terrestre che unisce Nord europa, Alto Adriatico, Egeo e Europa danubiana. Questo percorso terrestre senza alternative, antica diramazione della Via della Seta, ha garantito per secoli il fluire delle merci e degli uomini, tra il nostro continente, l’Asia e il Medio Oriente. Se dell’Asia Istanbul è la “Porta”, gli snodi commerciali, spuntati a fatica tra le vallate balcaniche, sono il suo vestibolo. La parola “corridoio paneuropeo” perde il suo freddo tecnicismo ingegneristico e si carica di più profondi significati.

Tuttavia, nei secoli passati le guerre e la decadenza dei grandi imperi ottomano e asburgico mai determinarono così grandi distruzioni e depauperamento di intere citta’ come è invece successo in tempi recenti, con la crisi e la disgregazione della Jugoslavia socialista. La Serbia, sebbene sia rimasta fisicamente meno ferita dalle ultime guerre, e’ piena di citta’-crocevia spente e ripiegate su se stesse, circondate da frontiere che hanno perso la loro fertile permeabilità per tramutarsi in tenaglie territoriali. Le mappe geografiche danno il dono semplice e prezioso di una visione aerea stilizzata.

Leskovac è uno tra gli ultimi centri urbani della Serbia meridionale, prima del confine macedone. Questo centro, non diversamente da molti altri, può essere osservato come un’ipotesi di città o come un villaggio cresciuto esageratamente, a macchia d’olio, con centomila anime raccolte in un territorio mediano tra Kosovo, Macedonia e Bulgaria.

La stratificazione del paesaggio urbano rivela la parabola storica di questo paesone di provincia. Fino alle pendici dei monti, Leskovac è un bianco formicaio di modeste villette familiari, spesso incompiute, ma già abitate e ridenti di giardini in fiore e orti. Per i suoi viali campestri si passeggia immersi in un “chiasso” di odori di cucina dalle case e di bambini che scorazzano intorno. Nel centro cittadino, una manciata di grattacieli sono i soli pachidermi di cemento costruiti nel dopoguerra. Con le persiane socchiuse, come sguardi spossati dal calore, rappresentano l’unico abbozzo di un’idea di città moderna, che sembra precipitata per caso dal cielo, sullo spontanea e altrettanto sregolata distensione del villaggio.

E’ un pomeriggio infrasettimanale. Per le strade non c’è quasi nessuno, tranne che nei bar del corso cittadino, dove gente d’ogni età si affolla per la siesta e conversa con lentezza, tra poltrone transatlantiche dagli improbabili colori e tavolini in metallo cromato. Ogni cosa nuova in luoghi come questi è esasperatamente alla moda e invecchia in fretta. Irina, studentessa d’arte a Belgrado ed io beviamo una birra e con la mappa d’Europa aperta simuliamo per scherzo una crociera che, senza alcuna intenzione, concorda drammaticamente con la realtà: non c’è un solo giovane a Leskovac che non abbia sognato almeno una volta di scappare via per sempre.

I dati statistici dell’ufficio di collocamento, aggiornati al maggio 2003, sono inequivocabili: nell’area di Leskovac, considerando 6 comuni, vi sono 39.300 disoccupati. Nella sola Leskovac, su 100.000 abitanti, 25.594 stanno cercando lavoro. I valori negativi sono fortemente concentrati sul grado più basso del livello professionale e su quello intermedio.

Irina è rimasta a lavorare alla biblioteca comunale, accontentandosi di una paga modesta e di un lavoro sicuro, che la tiene immersa nelle letture e un po’più al riparo dalle violente scosse che la crisi economica e la guerra hanno inferto all’economia reale del paese. La sua sensibilità estetica e l’interesse per l’architettura l’aiutano a filtrare gli obbrobri del presente attraverso i rari frammenti di bellezza e di grazia sopravvissuti alle tre diverse catastrofi: i bombardamenti degli alleati nella seconda guerra mondiale, l’anonima disumanità dell’ultimo boom edilizio e il caotico decennio di depressione degli anni ‘90. Bastano infatti pochi passi, fino alla Via delle Brigate della Morava meridionale, e l’incessante rimbombo tecno dei bar svapora nei pannilana incorniciati dal legno di silenziose vetrine inizio secolo scorso o nel gong armonico degli ultimi maestri battitori di rame. Nella bottega le loro smorfie di fatica galleggiano in un vortice di polvere, trasfigurate in eteree maschere preindustriali da un velo nerogiallo di penombra. Quegli sguardi indifferenti ai passanti e assorti su gesti precisi sono il muto narrare di un microcosmo d’arti e mestieri a rischio di estinzione. Nel volgere del ricordo l’immagine già vira nei toni seppia di un’acquaforte. “E’ questa la Leskovac che cerco di amare, perché è qua che ho sempre vissuto e qua devo vivere, per ora, anche se spero un giorno di andare a vivere a Belgrado”, mi dice Irina, facendomi notare nel frattempo alcune belle case ottomane, bianche con finestre e balconi in legno scuro, forse gelose custodi di giardini e piccole fontane. Non posso che provare gratitudine per questo sforzo di farmi apprezzare le cose oltre la loro attuale e pesante apparenza. Trajko Mustafovic, un rom che lavora come mediatore culturale nelle scuole per un progetto sulle minoranze etniche, racconta delle famiglie piu’ ricche della sua etnia, che fino agli anni dei pogrom nazisti portarono avanti il fiorente commercio di cavalli tra i Balcani e Salonicco. All’epoca, la Trieste-Salonicco era poco più di un caravanserraglio. Il moderno nucleo commerciale di Leskovac ha un secolo di storia. La giovane e pulsante energia dell’avamposto di frontiera sembra imbalsamata in quell’epoca, lungo tre vie fantasma, simili a un set cinematografico in disuso. Nel presente, a uno sguardo superficiale, Leskovac sembra vivere soltanto di fumosi chioschi di carne arrosto, rivendite di giornali, case da gioco e un susseguirsi di bancarelle d’ogni genere. Gli annunci mortuari stanno ai muri e ai pali della luce come i grandi eventi mondani alle bacheche delle strade di Belgrado e Novi Sad. Tutto sembra procedere al contrario e per paradossi, in questa città che un tempo fu tra i motori dell’economia nazionale.

UNA “MANCHESTER MORAVA”

Dagli anni Venti in poi l’economia locale, da secoli legata ai ritmi dell’ agricoltura e della trasumanza, cominciò a diversificarsi sempre più radicalmente. L’artigianato si trasformò in moderna industria e Leskovac acquistò la fama di capitale serba del tessile. Le prime filande risalgono al 1884, mentre la prima scuola tessile aprì nel 1890, per essere istituzionalmente riconosciuta nel 1927, in un periodo di piena espansione economica.

Tra i tetti dei palazzi più bassi spuntano ancora i comignoli delle vecchie fabbriche di mattoni rossi e fuliginosi, come un frammento di rivoluzione inglese. “Piccola Manchester o Manchester serba” è l’ appellativo affettuoso e nostalgico, ma tutt’altro che esagerato, col quale si continua a parlare di questacittà. Più che un nome è il richiamo di una speranza, dalle proprie radici estirpate. Nell’era socialista le fabbriche tessili si organizzarono in kombinat di medie e piccole dimensioni, capaci di assorbire buona parte della manodopera locale e richiamarne di nuova dalle campagne del circondario. Dopo la grande riforma economica del 1965, la Jugoslavia si aprì alla possibilità di costruire joint venture con i paesi occidentali. Tonnellate di tessuti in lana e misti si riversavano ogni anno sui mercati del nord Europa, specialmente in Inghilterra e Germania. Il tessile alimentava tutto un indotto economico di piccole e medie imprese e attività commerciali correlate. Il fenomeno della disoccupazione, sebbene con grandi differenze regionali, rimaneva comunque elevato su tutto il territorio jugoslavo, ma la possibilità di emigrare facilmente in tutto il mondo per cercare lavoro e il piccolo commercio informale transfrontaliero contribuivano a contenerne gli effetti negativi sul benessere generale.

Tuttavia, lo stato di iperinflazione cronica e indebitamento con l’estero degli anni ’80 uniti alla mancanza di riqualificazione della manodopera interna e delle tecnologie, nel quadro della competizione europea, segnarono l’inesorabile crollo verticale di tutta l’economia della regione. Gli anni novanta, caratterizzati dal conflitto a bassa intensità nel vicino Kosovo, dalle guerre in Slovenia, Croazia e Bosnia e dall’embargo economico alla Jugoslavia, spinsero definitivamente il settore tessile al tracollo, con la perdita immediata del tradizionale mercato interno e dei partner europei. Nell’ottica di un’economia di guerra e di un contesto di embargo internazionale, potevano infatti sopravvivere soltanto quel po’ di attività siderurgica e meccanica, di agricoltura, zootecnia e industria alimentare strettamente funzionali all’ economia quasi autarchica di un paese in guerra.

I dati più recenti parlano di tassi ufficiali di disoccupazione superiori al 40%. Purtroppo, è impossibile accedere a tutte le statistiche senza una trafila burocratica di almeno 24 ore, quindi mancano i dati più precisi sulla disoccupazione giovanile, sulla struttura per età e sesso della popolazione e sul rapporto tra popolazione in età lavorativa e popolazione anziana in età di pensione. Dopo la perdita di un mercato di respiro europeo, la limitazione di commerci e parternariati economici con Macedonia e Bulgaria non avrebbe potuto di per sé garantire la sussistenza alla popolazione, se la regione di Leskovac non fosse stata in parte coinvolta e travolta dal business del mercato nero e delle narcomafie.

L’opuscolo informativo della Camera di Commercio decanta il potenziale di una regione davvero ricca di attività in ogni settore economico, ma i dati relativi all’importante ruolo produttivo della Serbia meridionale illustrano per lo più la situazione degli scambi col mercato interno e le aree limitrofe, tralasciando i grandi indicatori macroeconomici dell’economia nazionale e globale. Le immagini sbiadite dell’opuscolo e una veste grafica concepita con grande parsimonia tradiscono una situazione economica catastrofica, a dispetto delle cento e più imprese nominate. Vesna Djordjevic, la nuova direttrice della Camera di Commercio, comunque non nasconde nulla a riguardo e fin da principio parla di vera e propria “sete di investimenti stranieri”. “La Serbia è qui, non a Belgrado”, lamenta Vesna Djordevic, con una punta di orgoglio e di rabbia. I fallimenti nei programmi di ristrutturazione industriale negli ultimi anni del regime di Milosevic, vengono in parte addebitati all’emorragia dell’emigrazione giovanile, un fattore negativo incontestabile ma che preso da solo dice poco e lascia intendere la poca voglia di parlare del recente passato.

Il 5 ottobre 2000, invece, pareva aver segnato il cambiamento epocale tanto nel Governo del paese, con l’arrivo di tecnici più competenti nei ministeri, che nelle capacità di riallacciare i contatti tra le regioni meridionali più depresse e i paesi del’Unione Europea interessati ad reinvestirvi. Nonostante tutto, la situazione politica dei rapporti con Belgrado è ancora un nodo cruciale da sciogliere. All’inizio del primo semestre del 2003 fu consegnata la prima relazione per la cooperazione economica internazionale al ministro Vlahovic, ma con l’assassinio di Djindjc e la rivincita municipale del vecchio partito socialista, localmente alleato all’SPO di Draskovic, il processo politico di dialogo tra Governo centrale e municipalità sembra essersi nuovamente interrotto.

Preso atto di questa ennesima inerzia, la Camera di Commercio, come ente non governativo, si sta muovendo, nei limiti delle leggi, con una sua apprezzabile autonomia progettuale.

DA LITTLE MANCHESTER A LITTLE VICENZA

Chiedo a Vesna Djordjevic quale esorcismo possa combattere lo stato di depressione che affligge da vent’anni l’economia e il tessuto sociale di Leskovac. “Non possiamo più aspettare l’aiuto di Belgrado. Settembre sarà il mese decisivo per l’intera riqualificazione economica dell’area”, afferma la Djordevic. “E’ dal 5 ottobre 2000 che siamo in contatto con Camere di Commercio e varie associazioni di industriali della provincia di Vicenza, per vedere come portare avanti il processo di ricostruzione e privatizzazione delle imprese. Tutti i visitatori stranieri hanno potuto constatare che il livello tecnico della manodopera è già a livelli buoni, soprattutto nel tessile, dove i nostri operai riescono a produrre confezioni con grande cura, nonostante i telai siano in evidente stato di obsolescenza”.

Una dimostrazione di come potrebbe essere il futuro del sud è l’area industriale di Vranje, dove una decina di piccole imprese già producono scarpe per le firme italiane più prestigiose, come Biaggiotti e Prada. Il problema maggiore è quello di acquistare un equipaggiamento più moderno, anche di seconda mano.

“Nel mese di aprile i rappresentanti di produttori del legno, del calzaturiero e degli agricoltori sono andati a Vicenza per una proposta di scambio: vendita di macchinari contro apertura agli investimenti. Il settore del legname, per esempio, è già promettente sotto profilo quantitativo ma è ancora poco qualificato nei processi di lavorazione, per cui resta prevalentemente circoscritto ai processi di selezione, taglio e all’esportazione del materiale grezzo. Dobbiamo peraltro tenerci aperte più possibilità. Così, se a settembre per il meeting di Trieste i vicentini non daranno risposte, abbiamo già stabilito una rete di contatti con la provincia di Torino”.

Un altro aspetto importante è quello dell’aggiornamento-formazione della manodopera, particolarmante difficile quando a un contesto sociale di giovani psicologicamente abbattuti e desiderosi di fuggire si aggiungono gli scarsi investimenti dello Stato.

FORMAZIONE DECENTRATA CONTRO LA FUGA DEI GIOVANI.

Le “Tre I”, impresa-informatica-inglese, slogan di berlusconiana memoria, a Leskovac non sono una goffa e apologetica cosmesi della scuola, ma una necessità di base assolutamente vitale, il punto di partenza per spezzare il muro di isolamento tra l’intera regione e il mondo. Anche se l’alfabetizzazione informatica non genera di per sé sviluppo civile, culturale ed economico, viaggiando in zone così emarginate si riesce ad afferrare con pienezza quanto ormai sia indispensabile per la sopravvienza e lo sviluppo intellettuale l’accesso alla rete e al flusso di informazioni che corrono per il nostro pianeta. Vesna Djordjevic è stata tra i promotori dell’ Education Center all’interno della Camera di Commercio, che assieme alla SCF statunitense e a una rete di NGOs sta promuovendo corsi di inglese e di computer. (http://www.ngo.org.yu )

In tempi più recenti è stata fatta un’offerta alle principali Camere di Commercio italiane, attinente la formazione di 3 gruppi, composti da 6 giovani con eta’ compresa tra i venticinque e i trent’anni. Questi ragazzi dovrebbero passare dai tre ai sei mesi in Italia, per imparare nuove tecniche nella lavorazione dell’oro, del legno e della terracotta. “Il progetto è stato accolto positivamente in Italia. I giovani formati potrebbero così ritornare a casa con nuove competenze e, a loro volta, ritrasmetterle ai loro coetanei, che lavorano o cercano impiego nelle medie e piccole imprese, già tradizionalmente presenti nei suddetti settori produttivi. Il corso di formazione, tuttavia, per avere piena titolarità ed efficacia, necessita del riconoscimento ministeriale. Al più presto saranno riaperte le negoziazioni col Governo”, dice la Djordjevic.

L’agricoltura, d’altro canto, sta cominciando a cercare nuove prospettive di sviluppo. I territori montani della Suva Planina e del lago di Vlasina possiedono le caratteristiche di isole ecologiche dal valore elevato. “La scelta migliore”, sostiene la Djordjevic, “sarebbe quella di consolidare allevamento, apicoltura e erboristeria secondo criteri biologici di produzione. La presenza di una vegetazione ricchissima di piante rare ha già attratto molti botanici ed erboristi dall’estero. Siamo interessati ad acquistare il nuovo sistema di produzione integrato “Polifood” e a promuovere la nascita di 20 piccole imprese agroalimentari, 10 in Serbia e altre 10 in Bulgaria, con un progetto di cooperazione transfrontaliero. In questo modo si riuscirebbe ad arginare il fenomeno dell’abbandono delle terre. Tuttavia rimane la difficoltà di garantire la produzione biologica in assenza di una legge statale di certificazione. Oggi, in assenza di legislazione, chiunque può truffare facilmente il consumatore, spacciando un prodotto qualsiasi per biologico. Un primo passo potrebbe essere quello di concordare dei criteri per la certificazione a livello della comunità dei produttori locali.”

Dunque la grande sfida attuale è proprio quella degli investimenti secondo un modello di formazione decentrata che non si esaurisce peraltro nel nuovo impulso alle attività imprenditoriali, ma sta coinvolgendo gli orizzonti dell’intera vita civile.

Leskovac ha patito un vuoto drammatico riguardo la presenza di associazioni non governative, sia straniere che locali. Il contrasto è ancor più evidente se si fa un confronto con la città di Nis. Situata a una trentina di chilometri più a nord della stessa valle e colpita da una crisi economica del tutto simile, Nis ha goduto dell’interesse delle organizzazioni internazionali fin dal 1996, quando grazie alla vittoria schiacciante dei partiti di opposizione divenne la prima città della Serbia liberarata dai socialisti di Milosevic. Non bisogna comunque trascurare il fatto che Nis è la seconda città della Serbia, con 300.000 abitanti e l’Università più importante, dopo Belgrado. Non può essere pura casualità il rapporto tra elevate risorse culturali, capacità di organizzare circoli e partiti di opposizione e grado di apertura alla presenza straniera.

Mentre a Nis l’ubriacatura nazionalista, dallo scoppio della guerra, è durata poco più di una legislatura, il risveglio di Leskovac è stato più brusco e faticoso.
Nei Balcani quanto più ci si avvicina alle zone di guerra, tanto più si assiste a una sua rimozione dal quotidiano. Basta risalire di circa trenta chilometri la strada che costeggia il fiume Jablanica, affluente sinistro della Juzna Morava, per ritrovarsi tra i monti dove scorre il confine col Kosovo. Pristina è a 100 chilometri, eppure Leskovac ha vissuto dieci anni di strano letargo. “Fino a quando non iniziarono le mobilitazioni di massa contro l’UCK albanese e i bombardamenti della NATO, la città era soltanto un punto strategico delle mafie per organizzare i traffici criminali di droga, armi e esseri umani. Un retrovia del conflitto, sospeso in un’inquietante calma”. Divna si esprime con queste chiare parole, convinta che soltanto lo shock dei bombardamenti e delle coscrizioni forzate scossero le coscienze.

Fondatrice delle “Donne in nero” a Leskovac, Divna fu la prima leader femminile delle proteste nella primavera del 1999. “Mi ritrovai in piazza quella sera, di fronte a centinaia di persone silenziose ad ascoltarmi. Non avevo previsto nulla. Era soltanto lo sfogo di tutto il dolore represso nel corso degli anni. Forse è vero, abbiamo cominciato a muoverci quando i nostri figli e i nostri affetti sono stati direttamente colpiti. Prima non volevamo vedere. Si tirava a campare, perchè quasi tutti avevano perso il lavoro. La notte tornai a casa e scrissi il mio primo discorso politico, per il giorno dopo. In casa pensavano stessi diventando pazza. La polizia aveva chiesto il mio nome ma nessuno fece la spia. Il giorno seguente fui io stessa a presentarmi pubblicamente con nome, cognome e indirizzo. C’erano cinquemila persone. Se la polizia soltanto avesse voluto, avrebbe potuto arrestarmi, ma non lo fece, nonostante stessi commettendo un grave reato, perché stavo nascondendo mio marito appena richiamato alle armi. Un’altra donna fu portata in centrale e sparì letteralmente per un giorno intero. Questa donna, ancora adesso, non vuole parlare di quel fatto e nessuno sa cosa le possa essere successo. La polizia in questa città è capace di tutto. Basta guardare per le strade: è pieno di trafficanti di eroina. Tutti conosciamo le loro facce e le loro mercedes, ma non avviene mai che la polizia muova un dito per arrestarli. Sono le stesse persone. Cosa dovrei pensare altrimenti?”.

Se a distanza di quattro anni Leskovac ha un po’ di vita culturale, lo deve soprattutto a persone come Divna. Il movimento delle “Donne in nero” a livello locale conta poche attiviste, ma la Casa delle Donne di Leskovac è un centro che si sta proponendo come promotore di attività completamente nuove per la Serbia. Basti pensare alle campagne sulla contraccezione, sulla salute delle donne, all’assistenza alle vittime della violenza o, su un fronte solo in apparenza meno femminile, alle campagne per l’obiezione di coscienza, da poco trasformata in diritto riconosciuto.

Assieme alle “Donne in nero” di Belgrado, il gruppo di Leskovac sta appoggiando le iniziative dell’unico centro culturale cittadino per giovani. Il “Centre Resource Leskovac”, sorto poco più di un anno fa grazie al supporto del Sida (Swedish International Development Cooperation Agency- http:// http://www.sida.se ) e del Swedish Helsinki Commitee for Human Rights (http:// http://www.shc.se ), ha come scopo principale quello di far crescere e rafforzare la rete dell’associazionismo locale come soggetto attivo nella vita comunitaria. Il “Centre Resource” (http:// http://www.rcleskovac.org.yu) vuole imporsi come gruppo di pressione politico rispetto alle scelte dell’amministrazione locale e al contempo fornire competenze, facilitazioni e partnership per lo sviluppo della regione.

Ogni legame con partiti politici, organizzazioni profit e compagnie private viene escluso per statuto. Branislav Jonas, un ragazzo che lavora a tempo pieno all’interno del “Centre Resource”, considera come primo elemento positivo il fatto che i giovani abbiano il primo punto di riferimento alternativo, per sperimentare altre forme di socialità e di espressione che non siano quelle della strada o del bar. Il Centro è sufficientemente grande per facilitare l’esposizione delle opere degli artisti locali o per promuovere concerti. “I partiti politici della municipalità non stanno promuovendo il Centro ma nemmeno lo stanno ostacolando. Non ci sono stati mai particolari problemi per la concessione dello spazio pubblico”, dice Branislav.

All’interno del Resource Center si sta sviluppando, accanto ai computer, una libreria, per ora molto specializzata su temi specifici come diritti umani, cittadinanza e progettazione europea. Gruppi di donne, giovani, rifugiati, portatori di handicap, associazioni studentesche possono trovare un riferimento e un contributo nella soluzione dei loro problemi e nella realizzazione dei loro progetti.

La scuola sta vivendo grandi trasformazioni negli ultimi tempi. Con il progetto “Educazione alla Democrazia”-“Il diritto nella nostra vita quotidiana”, lanciato nel 27 giugno del 2002, la Diputacion Foral de Alava (paesi baschi spagnoli) e l’Unesco hanno dato il supporto alle “Donne in nero” di Belgrado come partner locale. All’inizio dell’autunno s’è aperta la competizione per partecipare al progetto formativo. I gruppi atttivi nella società civile e nella rete femminista-pacifista di Serbia e Montenegro sono stati avvisati via e-mail, mentre tutte le istituzioni educative in Serbia hanno ricevuto la notizia attraverso la Gazzetta Ufficiale del Ministero dell’Educazione e dello Sport della Repubblica di Serbia. La risposta è stata talmente ampia da richiedere una selezione. Zinaida Marjanovic, Stasa Zajovic e Lino Veljak, Presidente del Forum per la Libertà Educativa di Zagabria, attraverso il supporto logistico di Nada Despotovic da Cacak e Lidija Pajovic da Nis, hanno selezionato un gruppo di 61 persone, con un criterio che bilanciava fattori quali struutura di età e sesso, esperienza nelle attività educative, reputazione nella comunità locale e motivazione e competenza nel trasferire le competenze acquisite nelle scuole, nelle comunità locali e nei gruppi civici. Due terzi del gruppo erano donne, secondo la struttura sociale del corpo inseganti in Serbia, con un’età media di 36 anni e 9 anni di esperienza. Tutta la Serbia è stata coinvolta nel progetto. Soltanto a Leskovac c’erano cinque partecipanti.

Tutto il materiale di testo è stato pubblicato dal Forum di Zagabria, tradotto e adattato per gli utenti serbi. Un evento come questo getta un ponte per le prossime generazioni, destinate dalla geografia e dalla storia a convivere nelle diversità nazionali. Saranno loro a riscattarsi dal peso degli errori commessi dai padri, abitando pienamente concetto di cittadinanza. Questo è il messaggio di speranza del progetto”Educazione alla Democrazia”.

I workshops sono stati organizzati a Vrsac e Vrnjacka Banja. Lino Veljak è convinto della bontà di questa decentralizzazione, perché la provincia ha un bisogno disperato di sentirsi parte attiva della vita all’interno dello Stato. Sarebbe stato fin facile centralizzare tutto a Belgrado, ma si sarebbero perse molte informazioni preziose che invece si acquisiscono spostando le sedi dell’evento in zone più marginali. Dopo i seminari i partecipanti hanno espresso soddisfazione per la qualità del materiale didattico, suggerendo però in alcuni casi l’aggiunta di un giorno in più, proprio per diluire l’intensità di un training di un giorno e mezzo su diritti umani, temi della democrazia e simulazione di processo.


MINORANZA ROM E DIRITTI UMANI

Gordana Gavran è un’ insegnante ventinovenne di Leskovac sta lavorando in una struttura dell’Unicef dove i bambini rom possono trovare supporto educativo. La casa Unicef è molto modesta ma si distingue per i suoi colori, ai margini del quartiere rom Mahala. Grazie all’aiuto di Trajko Mustafovic, mediatore culturale, Gordana sta riuscendo a lavorare nel quartiere. Presso la popolazione rom, all’80%-90% analfabeta, la piaga dell’abbandono scolastico si ripercuote da generazione in generazione. I bambini rom non sono stimolati ne’ dalle famiglie, ne’ dal sistema scolastico, a superare l’ottavo anno di scuola dell’obbligo. La loro conoscenza del serbo è estremamente povera e questo contribuisce al loro isolamento e ghettizzazione, in una spirale di reciproci pregiudizi tra maggioranza e minoranza.

Dopo il seminario sui diritti umani, Gordana ha subito iniziato a praticare nelle scuole medie dei corsi sui diritti umani, coinvolgendo anche gli studenti della minoranza rom.
Il lavoro e’ molto difficile, perche’ fa uscire allo scoperto i conflitti intergenerazionali, interni alle famiglie rom, e quelli interetnici della societa’ civile, cercando di condurre le parti al dialogo, nello spazio pubblico delle scuole.

La ricostruzione della vita pubblica e del rapporto tra cittadini e istituzioni e’forse il primo e piu’ visibile bisogno di questa Serbia meridionale, alla ricerca di un’identita’.
A Mahala l’asfalto delle strade si sgretola e scompare nella terra. La maggior parte delle case raccontano la miseria e l’insicurezza di un popolo costretto dalla storia al nomadismo, ma spesso vissuto in condizioni di fragile stanzialità. Gordana è stata la prima cittadina di Leskovac a guadagnarsi la fiducia di alcune famiglie di questa minoranza di cinquemila persone. Io, straniero in Serbia e gadjo (straniero, in lingua romanes) a Mahala ho avuto la fortuna di entrare in una casa rom.

Quando Trajko ci ha riaccompagnati in città sulla sua 600 zastava continuavamo a discutere animatamente. Non ricordo più in quale delle sue lingue mescolate e assorbite servendo birre tra i tavoli delle osterie di Pola. Ho in mente soltanto la strada che ritornava levigata e, dietro pergole di rose su case di cemento nudo, volti indiani che mi sorridevano.

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Data: 02-07-2003 Fonte: Notizie Est
Autore: Lorenzo Guglielmi





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