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"Come la polizia ha rinnegato Slobodan Milosevic"

Data: 10-11-2000 Fonte: "Vreme"
Autore: Dejan Anastasijevic e Jovan Dulovic

NOTIZIE EST #365 - SERBIA/MONTENEGRO
10 novembre 2000


COME LA POLIZIA HA RINNEGATO SLOBODAN MILOSEVIC
di Dejan Anastasijevic e Jovan Dulovic - ("Vreme", 19 ottobre 2000)


Nelle prime ore del mattino di venerdì 29 settembre un gruppo di membri del MUP (Ministero degli Interni) della Serbia si è recato nella Fabbrica di prodotti metallici (FMP), nella via Cukarica di Belgrado, al fine di effettuarvi una perquisizione. Hanno affermato di esservisi recati su ordine dell'ormai ex ministro degli interni Vlajko Stojilkovic in relazione a un camion pieno di diverse armi che, secondo le loro informazioni, era giunto durante la notte nella fabbrica. Non lo hanno trovato e il direttore della FMP, Nebojsa Covic, leader di Alternativa Democratica e membro della presidenza della DOS, ha commentato tale perquisizione come un ulteriore esempio delle pressioni che il regime esercita contro i leader dell'opposizione. "Vlajko pensa di potere fare paura a qualcuno, ma noi gli consigliamo di fare bene i conti su quello che fa", aveva dichiarato Covic ai giornalisti, aggiungendo che "gli stessi poliziotti si sono messi a ridere quando hanno visto in quale nebulosa li aveva gettati il loro ministro".

Tuttavia, secondo un pezzo del "Washington Post", se i poliziotti fossero arrivati poco prima alla FMP, nessuno si sarebbe messo a ridere. Secondo le successive ammissioni di uno dei leader della DOS, che ha insistito per rimanere anonimo, nella fabbrica vi erano davvero delle armi, ma nel corso della notte erano state asportate in imballaggi di piccole dimensioni là dove era necessario. "Ci siamo preparati al peggio, perché avevamo informazioni sul fatto che Milosevic avrebbe cercato di liquidarci", ha raccontato tale fonte, aggiungendo che l'arsenale del camion, nel quale oltre a kalasnikov vi erano bombe e mortai, era stato messo a disposizione del servizio d'ordine della DOS. La stessa fonte conferma che le armi venivano dai depositi del MUP e che esse sono state consegnate all'opposizione da "elementi amici" all'interno della polizia.

Sembra così ora che l'opposizione si sia preparata in modo molto più serio di quanto non si pensasse a un eventuale scontro armato con le forze fedeli a Milosevic. Molto più importante delle armi è stato assicurasi il sostegno attivo o passivo di singole unità della polizia. Si è trattato di un compito che si è dimostrato più semplice di quanto non si pensasse in principio. I poliziotti, anche solo per la natura del loro lavoro, erano i più coscienti del fatto che il regime ormai era marcio e che non era più in grado di sopravvivere, e hanno cominciato a cercare delle soluzioni per evitare che Milosevic li trascinasse con sé. Il colonnello Zivko Trajkovic, comandante delle Unità Speciali Antiterrorismo (SAJ) ha detto di fronte ai colleghi di non avere intenzione di andare contro il popolo. Ha cercato di entrare in contatto con la DOS e per poco ciò non gli è costato caro, perché la sua offerta a Kostunica è giunta agli orecchi della Famiglia: ufficialmente è stato trasferito a Kursumlije, ma in realtà si è dato alla clandestinità, nasconendosi a Belgrado con la convinzione che qualcuno lo avrebbe ucciso.

Nonostante questo caso, molti "elementi amici" della polizia sono riusciti facilmente a mettersi d'accordo con esponenti chiave della DOS. In particolare, alcuni leader dell'opposizione hanno mantenuto per anni alcuni contatti con il MUP e ora sono stati in grado di rafforzare tali relazioni a proprio vantaggio. Il "Washington Post" ha scirtto che nella FMP di Covic mercoledì 4 ottobre, in condizioni di assoluta segretezza, si è tenuto un incontro tra alcuni leader della DOS e un gruppo di circa venti membri di diverse unità speciali, tra i quali membri delle Unità per le Operazioni Speciali (JSO) della Sicurezza di Stato, note anche come "Berretti Rossi" o "Frenki Boys" (si veda il riquadro "I ragazzi del Brasile" più sotto). Nel corso di tale riunione, secondo lo stesso testo, sono state concordate una strategia e una tattica per i giorni successivi e tra i leader della DOS che hanno avuto un ruolo chiave nei rapporti con l'esercito e la polizia si citano Djindjic, Covic e i generali Momcilo Perisic e Vuk Obradovic. Tuttavia, Slobodan Pajic, capo del servizio d'ordine di Alternativa Democratica, ha dichiarato a "Vreme" che non sono mai esistiti né il camion con le armi né la riunione nella fabbrica, definendo l'articolo del "Washington Post" ridicolo.

LA LIBERAZIONE
E' però evidente che alcuni contatti tra singoli esponenti della DOS e strutture dei servizi di sicurezza ci sono stati e che tali contatti sono stati di importanza chiave per evitare lo spargimento di sangue che, secondo Zoran Djindjic, Milosevic stava preparando. Le unità d'élite del MUP e dell'esercito, a cominciare dalla SAJ fino ai famigerati "Frenki boys" e alla 63. brigata paracadutisti dell'Esercito jugoslavo (VJ), quel giorno sono state inutilizzabili, oppure si sono schierate apertamente dalla parte dell'opposizione. I paracadutisti alcuni giorni prima della manifestazione hanno rifiutato di recarsi a Belgrado e di difendere la Famiglia: invece di farlo, molti di loro si sono tolti l'uniforme e in civile, a quanto dicono, di loro iniziativa, si sono mischiati alla gente che giovedì ha assaltato il parlamento e la televisione. Il fatto che il parlamento federale giovedì sia stato difeso da un numero relativamente limitato di poliziotti, per la maggior parte del ministero degli interni federale, mentre le formazioni più preparate si trovavano altrove, porta a concludere che le "falle" nella difesa degli edifici strategici siano state lasciate intenzionalmente aperte. Il sindaco di Cacak, Velimir Ilic, ha successivamente parlato in alcune interviste in maniera del tutto aperta di essere stato continuamente in contatto con alcuni membri del MUP, che lo hanno incoraggiato a continuare l'assalto al parlamento.

A mezzogiorno, dopo che di fronte al parlamento sono stati lanciati i lacrimogeni, ai "Frenki Boys" è stato detto che la massa si era gettata nella Radiotelevisione Serba (RTS), che circa cinquanta poliziotti erano stati presi in ostaggio e che alcuni erano già stati uccisi. Una colonna di veicoli della JSO (degli Hammer americani) si è concentrata a Batajnica nei pressi della RTS sparando colpi di avvertimento in aria, ma dopo l'arrivo sul posto si sono resi conto che i loro colleghi erano sani e salvi e che, nonostante intorno all'edificio vi fosse molta gente, ancora nessuno era riuscito a penetrare all'interno. E' seguito uno scambio di imbarazzanti ordini via radio tra i membri della JSO e Rade Markovic, capo della Sezione Sicurezza di Stato (i servizi segreti), dopo di che i "Frenki Boys" hanno a quanto pare deciso di passare dalla parte del popolo. Non solo hanno fraternizzato con la gente di fronte alle telecamere, ma, secondo le parole di uno dei leader della DOS, hanno avvertito i vertici militari e politici che chiunque avesse cercato di usare la forza contro il popolo avrebbe dovuto fare i conti con loro.

Solo grazie a ciò, affermano alla DOS, non si è arrivati a massacri di grosse dimensioni. "Dopo la liberazione della televisione e del parlamento, Milosevic ha emesso l'ordine di sparare sul popolo, di bombardare con razzi Studio B e la RTS, di arrestare qualcuno di noi, uccidendone alcuni altri", afferma Djindjic. "I 'Frenki Boys' mi hanno salvato la vita, e non solo a me". Altre fonti affermano che dagli elicotteri che in quel momento giravano sopra il centro della città dovevano essere gettati contenitori con gas velenosi, o che Milosevic ha cercato di inviare i carri armati contro il popolo. Un gruppo di carri armati in effetti si è mosso quel giorno da Bubanj Potok verso il centro, ma lungo il tragitto si è fermato e successivamente alcuni carri armati sono tornati indietro, mentre altri sono andati a Banjica e vi sono rimasti. Poi si è sparsa la voce che il capo di stato maggiore, generale Nebojsa Pavkovic, aveva avvertito Milosevic del pericolo che i carristi fraternizzassero con il popolo, rivolgendo le bocche dei cannoni contro di lui. "Ci ritroveremo di fronte a carri armati con sopra un soldato in lacrime che prende i fiori da qualche ragazza", pare abbia detto Pavkovic a Milosevic, e ciò è stato decisivo.

DIFESA E TREGUA
A sera ormai era chiaro anche a Milosevic, che aveva passato tutto il tempo in "posizione di riserva" a Dubasnica, presso Bor, che il sistema di sicurezza da lui costruito per anni faceva acqua da tutte le parti e che Stojilkovic e Pavkovic non erano più in grado di mettere in atto i suoi ordini. Tuttavia, tra le fila dell'opposizione regnava ancora la paura che gruppi fedeli a Milosevic stessero preparando un contraccolpo. A un certo momento, quella note, si è arrivati davvero vicini a "uno scontro a distanza ravvicinata" tra membri della Pubblica sicurezza e della JSO nei pressi degli studi della RTS a Kosutnjak, da dove dopo la presa di possesso della televisione sono stati emessi i programmi.

Lo scontro è stato evitato dopo che un'unità della polizia regolare si è ritirata dalle vicinanze dell'edificio. La tensione è però rimasta alta anche nel corso dei giorni successivi, nonostante Milosevic venerdì avesse ammesso di fronte alle telecamere la sconfitta elettorale. Djindjic, dopo la trasmissione delle dichiarazioni di Milosevic ha affermato di non "credere nemmeno a una parola" dell'ex presidente jugoslavo e che egli, secondo le sue informazioni, si stava preparando a provocare disordini e a tornare al potere con l'aiuto dell'esercito. Anche gli altri leader della DOS, e in particolare quelli che sono responsabili dei rapporti con l'esercito e la polizia, hanno invitato il popolo a rimanere all'erta e pronto a difendere la vittoria conquistata. La dichiarazione del ministro della scienza e tecnologia Branislav Jovanovic, secondo cui il MUP era sotto il controllo del premier Mirko Marjanovic e che la RTS apparteneva al governo, non ha fatto altro che gettare olio sul fuoco. Con il passare del tempo, però, è diventato sempre più chiaro che non ci sarebbe stato nessun contrattacco, ma la questione del controllo del MUP è rimasta aperta. "Nessuno controlla la polizia - è la polizia a controllare se stessa", ha spiegato la settimana scorsa Djindjic. "Abbiamo raggiunto un accordo corretto con la polizia: li lasceremo fare il loro lavoro e loro non ubbidiranno ad alcun ordine di muoversi contro di noi".

Il problema è che il controllo della polizia è un elemento di importanza troppo grande per lasciarlo a un accordo da gentleman tra i politici e i poliziotti stessi. Lo si è visto bene il 16 settembre, quando il generale Pavkovic aveva affermato che "alcuni elementi del MUP e delle forze della Sicurezza statale sono sotto l'influsso di determinati politici", che sono "al di fuori del controllo di organi legali" e che "vi è il pericolo che escano completamente al di fuori del sistema".

LEGAMI PERICOLOSI
Il generale Pavkovic, che ha ottenuto il suo incarico e un appartamento di cinque are proprio grazie ai legami molto particolari con l'ex capo di stato, è la persona meno competente a tenere tali lezioni. Va precisato che il connubio tra polizia e politica non gli ha dato alcun fastidio nel corso della campagna elettorale, quando parlava della "saggia politica del presidente Milosevic" e in coro con Vlajko Stojilkovic minacciava i "paesi della NATO" citando il 24 settembre come "D-day". Ora lo stesso Pavkovic è diventato improvvisamente un fautore della depoliticizzazione e del controllo istituzionale. Questo, purtroppo, non cambia il fatto che Pavkovic, indipendentemente da cosa si pensi della sua figura morale, abbia in buona misura ragione ed è una vergogna che alcuni esponenti della DOS aprano essi stesso spazio a tali critiche. Vi sono persone che nei corridoi del potere si vantano a tutta voce di avere sotto il proprio controllo centinaia, o addirittura migliaia di persone armate; altri hanno accolto tra le loro guardie del corpo noti gangster. Si ha l'impressione che alcuni coltivino un fascino infantile per i "ragazzi duri", con i quali hanno così inaspettatamente fatto amicizia. Amicizie di questo genere hanno sempre il loro prezzo, che viene pagato con pesanti interessi. Sotto il potere di Milosevic la polizia è stata criminalizzata a tal punto che i confini tra briganti e gendarmi si è del tutto perso: alcune persone saccheggiando e uccidendo hanno ricevuto i distintivi di poliziotti, mentre vi sono poliziotti che hanno smesso di mantenersi con lo stipendio e si sono dati alla criminalità organizzata. "Non c'è nessuno di pulito, dalla guardia che tiene per sé le sigarette sequestrate a un venditore di strada, all'ufficiale che organizza scorte armate per i convogli di contrabbandieri", afferma un ex ispettore che in questi giorni sta rifiutando le offerte di tornare al proprio incarico. "Chi si mettesse a frugare in tutto questo sarebbe una persona molto stupida, o molto ingenua". Anche senza i rapporti speciali di alcuni politici del nuovo potere con alcuni membri delle forze speciali una tale polizia difficilmente sarebbe facile da riformare. La sostituzione degli attuali vertici e la nomina di qualche persona dalle buone intenzioni al posto di ministro degli interni non saranno sufficienti: è necessario confermare il più presto possibile attraverso commissioni di inchiesta, chi sta dietro a tutti i casi non chiariti, dall'uccisione di Slavko Curuvija, a quella di Pavle Bulatovic, Zika Petrovic e gli altri, mandando in prigione gli assassini. Le unità che sono state coinvolte in crimini di guerra in Kosovo e in Bosnia non dovrebbero continuare a esistere nella loro attuale composizione, e alcune non dovrebbero esistere del tutto. Se ciò non verrà fatto subito, la brocca traboccherà. I politici forse pensano di avere la pelle molto dura e di potere pagare il prezzo dei "buoni servizi" di determinate persone, ma questo popolo, sfruttato ormai da tredici anni, non ne è in grado.


[RIQUADRO]

I RAGAZZI DEL BRASILE
Chi sono i "Frenki Boys"

Tra le molte unità speciali dell'esercito e della polizia della Jugoslavia di oggi, non ve ne è una che sia altrettanto misteriosa dell'Unità per le Operazioni Speciali (JSO), formazione di combattimento della Sezione sicurezza di stato, nota con il nome "popolare" di "berretti rossi" o "Frenki boys". Tale unità è stata talmente segreta che durante i primi anni dopo la sua formazione ufficialmente non esisteva nemmeno e praticamente agiva al di fuori di ogni sistema; solo prima della fine della guerra in Bosnia ha ottenuto il suo nome ufficiale e un posto in qualche modo definito, ma è sempre stata circondata da una grande segretezza.

L'unità ha messo radici a partire dal 1991, quando lo stato cercava a tutti i costi combattenti per una guerra alla quale "non partecipava". Poiché la risposta alla mobilitazione della JNA [l'esercito dell'ex federazione jugoslava - N.d.T.] per il terrenno di guerra croato era stata minima (a Belgrado sotto il 10%) si era reso necessario ricorrere ai volontari. Questi ultimi sono stati reclutati tra le fila dei tifosi di calcio, tra membri del Partito Radicale Serbo e del Rinnovo Nazionale Serbo, e vi sono stati non pochi casi in cui criminali dediti alla violenza hanno ottenuto una diminuzione, o addirittura un condono, della pena in campio del contributo alla "difesa del popolo senza armi". Il problema è che il carattere di tali unità, che spesso portavano i nomi di animali aggressivi ("Tigri", "Pantere", "Leoni raffinati", "Vespe gialle"...), corrispondeva alla loro composizione: erano indisciplinate, inclini al saccheggio e all'uccisione per motivi puramente materiali, e senza una particolare sensibilità per i supremi interessi nazionali di coloro che li avevano inviati.

Per questo fin dai primi anni della guerra è emersa la necessità di un'unità paramilitare particolare, il cui principale compito sarebbe stato quello di svolgere compiti che altri non potevano o non osavano compiere, e in grado di sorvegliare che l'altra soldataglia non si facesse eccessivamente selvatica e non abbandonasse la bandiera. Il lavoro più importante per la formazione di tali gruppi è stato assegnato all'allora capo della Sicurezza di Stato, Jovica Stanisic, ma un ruolo certamente non minore lo ha avuto Mihalj Kertes, che nel 1991 era ministro senza portafoglio nel governo della Serbia. Il lavoro "sul terreno" è stato assegnato al vice di Stanisic, Frank Simatovic "Frenki", e il suo soprannome è rimasto l'eponimo per un intero gruppo anche dopo che Simatovic, asceso nella gerarchia, è passato a compiti molto più alti di quelli "sul terreno". Poiché era segreta, l'unità non aveva insegne e l'unico elemento per cui si distinguevano erano i berretti rossi, dai quali hanno tratto il secondo nome non ufficiale.

La composizione delle reclute dei "Frenki Boys" era uguale a quella delle altre unità paramilitari (in tutto e per tutto), solo che i criteri erano più rigorosi e si basavano sulla conoscenza delle arti di combattimento e la disponibilità ad adempiere ogni ordine senza domande. Gli uomini dei "Frenki Boys" venivano presi da altre unità paramilitari (per la maggior parte dalle "Tigri" di Arkan), ma anche direttamente dalle prigioni. I suo membri più noti sono conosciuti per la maggior parte con il loro soprannome (Legija, Major Fica, Cema, Zika Crnogorac, Pera Divljak...). Chi ne conosce i veri nomi preferisce non nominarli e pronuncia perfino i loro soprannomi sottovoce. I centri di addestramento principali si trovavano a Kula kod Vrbasa (bombardato più volte dalla NATO), a Pajzos (Slavonia) e a Tikves (Baranja). I suoi effettivi non hanno mai superato 300 persone, ma hanno sempre avuto a propria disposizione le apparecchiature e le armi più moderne, ivi inclusi sistemi antiaerei.

I "Frenki Boys" si sono fatti vedere in tutte le terre serbe ogni volta che c'era bisogno di sbrigare qualche lavoro particolarmente sporco, e di tali compiti in Croazia e in Bosnia ce ne sono stati molti. Sono stati spesso impegnati nella soluzione di molte dispute serbo-serbe al di là della Drina, alle quali ponevano termine in maniera discreta, brutale ed efficace. I più alti ufficiali dell'ex JNA e delle forze armate dei serbi al di là della Drina tremavano di terrore di fronte a loro. Quando nel maggio '92 il generale Momcilo Perisic, allora comandante del corpo d'armata di Mostar, ha ritenuto opportuno chiedere ai "Frenki Boys" chi li aveva inviati nella sua zona di responsabilità, si è visto dare la seguente risposta: "Sai benissimo, mezza scoreggia decrepita, chi ci ha mandato, e ora spariscimi dalla vista se non vuoi che ti mandi in...". Perisic, racconta il testimone di tale scena, ha eseguito l'ordine. Si sa anche che proprio Frenki ha fatto il bello e il cattivo tempo nella ex Krajina, dalla "rivoluzione dei tronchi" nel 1990, fino al controllo della VBR "Orkan" e ai razzi terra-terra del tipo "Luna" 1995.

Alla fine della guerra, i "Frenki Boys" hanno ricevuto l'attuale nome ufficiale (JSO) e la base a Banjica. Durante gli scontri in Kosovo sono stati sotto il comando diretto del generale Sreten Lukic (oggi direttore della Direzione per i servizi di confine presso la Sezione pubblica sicurezza), e Lukic a sua volta prendeva gli ordini da Nikola Sainovic, l'uomo di fiducia di Milosevic per il Kosovo. Informazioni dettagliate sulle loro attività nella provincia le si possono trovare nei rapporti di "Human Rights Watch" e di altre organizzazioni internazionali che hanno indagato sui crimini.

Nell'attuale situazione confusa non è del tutto chiaro sotto il comando di chi agisca al momento la JSO (il 5 ottobre hanno utilizzato per le proprie trasmissioni radio il nome in codice "Brasiliani"). Svariate fonti hanno confermato a "Vreme" che sull'unità in questo momento potrebbe avere più influenze di chiunque altro Zoran Djindjic, uno dei leader della DOS.


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Data: 10-11-2000 Fonte: "Vreme"
Autore: Dejan Anastasijevic e Jovan Dulovic





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