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Tre ex membri dell'UCK all'Aia
| Data: 20-02-2003 | | Fonte: fonti varie |
| Autore: Andrea Ferrario |
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N.E. BALCANI #623 - KOSOVO
20 febbraio 2003
TRE EX MEMBRI DELL'UCK ALL'AIA
a cura di Andrea Ferrario
I primi arresti di ex combattenti dell'UCK su mandato dell'Aia: chi è il più noto di essi, Fatmir Limaj, e quali sono stati i commenti a Belgrado e Prishtina
La KFOR ha arrestato a Prishtina, nei giorni scorsi, alcuni ex membri dell'UCK: si tratta dei primi arresti di membri di questa formazione su mandato del Tribunale dell'Aia, arresti preannunciati già da tempo come imminenti da Carla Del Ponte. In un primo tempo la KFOR aveva comunicato l'avvenuto arresto senza specificare i nomi degli incarcerati e nella stampa balcanica erano circolate voci secondo cui si sarebbe trattato di "pesci grossi": gli ex comandanti Fatmir Limaj, Sulejman Selimi (dell'ala "dura", uno dei principali oppositori della firma dei documenti di Rambouillet) e Sami Lushtaku. Solo il nome del primo è stato confermato (il suo arresto però è avvenuto in un secondo tempo), mentre gli altri tre sono risultati essere esponenti di secondo piano: Haradin Bala, Isak Musliu e Agim Murtezi.
CHI E' FATMIR LIMAJ
Limaj, 33 anni, è membro del Parlamento del Kosovo, è stato cofondatore del PDK di Hashim Thaqi, del quale è uno dei più stretti collaboratori, e attualmente è portavoce del partito. Si è candidato due volte a sindaco di Prishtina, ma è stato sempre sconfitto dal candidato della LDK di Rugova. Con il nome di guerra "Celiku" (Acciaio) era stato comandante di un'unità dell'UCK che operava nel Kosovo centrale e sud-occidentale, nonché membro del quartiere generale della formazione armata. Durante i bombardamenti della NATO, nel 1999, era di base nel nord dell'Albania e comandava le truppe che combattevano al confine Kosovo-Albania.
L'ARRESTO
Limaj è sfuggito in un primo tempo all'arresto: il 14 febbraio era infatti partito per la Slovenia con un volo regolare per un viaggio d'affari in compagnia di Hashim Thaqi e di un businessman kosovaro. Ieri tuttavia è stata data la notizia del suo arresto in Slovenia da parte delle autorità slovene, poco dopo che Limaj aveva dichiarato alla televisione RTK di avere l'intenzione di consegnarsi immediatamente all'Aia. Bala, Musliu e Murtezi si trovano già a Scheveningen, dove saranno raggiunti entro breve tempo anche da Limaj. I quattro ex membri dell'UCK sono accusati di crimini commessi nel campo di prigionia di Lapusnik, nei pressi di Glogovac, durante il periodo compreso tra il maggio e il luglio del 1998: avrebbero commesso omicidi, arresti ingiustificati e maltrattato civili serbi e albanesi.
I COMMENTI
Il ministro della giustizia serbo, Vladan Batic, ha salutato con favore "la buona notizia" e ha espresso la speranza che presto giungano sul banco degli accusati anche "i capostipiti del terrorismo schipetaro: Thaqi, Haradinaj e Ceku", specificando che gli arresti operati nei giorni scorsi sono solo "un esercizio cosmetico da quattro soldi". Il portavoce della KFOR, Tony Adams, interrogato dai giornalisti, non ha voluto rispondere alla domanda se seguiranno altri nuovi arresti di ex membri dell'UCK. Il presidente del Kosovo, Ibrahim Rugova, ha dichiarato che le autorità di Prishtina, attraverso le istituzioni temporanee, intensificheranno la collaborazione con il Tribunale dell'Aia, aggiungendo che "nessuno può essere al di sopra della legge". Da parte sua, Hydajet Hyseni, deputato del PDK, ha detto: "Non siamo felici di assistere a tali fenomeni nel Kosovo del dopoguerra, ma siamo favorevoli alla collaborazione con il Tribunale dell'Aia. Siamo impegnati per il rispetto dei principi della giustizia e, naturalmente, siamo contro ogni pregiudizio, gioco politico, parallelismo. Il Kosovo si trovava in condizioni speciali e penso che se ne debba tenere conto. E' stata la violenza genocida serba a causare così tante vittime e conseguenze e, nel caso peggiore, le reazioni contro di essa sono state reazioni a una violenza incontrollata, che è giunta perfino a essere un genocidio". Molto dure le parole di Adem Demaci, secondo il quale gli arresti sono un chiaro indicatore della politica serba ed europea, il cui interesse è solo quello di rimuovere gli ex leader dell'UCK dalla scena e continuare sulla strada del ritorno del Kosovo sotto la sovranità serba. Il maggiore quotidiano del Kosovo, "Koha Ditore", ha pubblicato ieri il testo integrale dei capi d'accusa, commentando: "Per quanto ci si sforzi, non è possibile evitare di notare i calcoli che le istanze internazionali hanno effettuato riguardo all'estradizione di queste persone all'Aia. L'ordine di arresto di Limaj è rimasto per più di due settimane nel cassetto, fino a quando Steiner non ha fatto rapporto al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed è stato tirato fuori solo dopo l'approvazione della dichiarazione di indipendenza [approvata il 13 febbraio dal parlamento del Kosovo contro la volontà internazionale - N.d.T.]. Con ogni probabilità vi è molta politica in tutto questo. L'arresto di Limaj potrebbe suscitare una crisi all'interno della leadership politica kosovara e tutto lascia intendere che non sarà l'ultimo arresto, sebbene l'Aia abbia annunciato che chiuderà il dossier 'ex Jugoslavia' nel 2004". Oggi "Koha Ditore" ha pubblicato un editoriale di Veton Surroi, nel quale si scrive: "Nascondendosi dietro un'incriminazione, l'UNMIK ha trasferito tutta la vicenda dall'ambito della politica all'ambito della sicurezza, consegnandola nelle mani della KFOR quale esecutrice dell'ordine di arresto. Così facendo, l'UNMIK ha dato prova di una carenza di forza, cosa che non sarebbe accaduta se avesse seguito in prima persona una procedura istituzionale. Le istituzioni elette del Kosovo, da parte lora, sono apparse del tutto superflue e fragili. Giusto al di là del nostro steccato, a Belgrado, esiste da più di un anno un Comitato per le Relazioni con il Tribunale dell'Aia, un'istituzione che si occupa di chi si consegna personalmente e di proteggere le figure istituzionali (come nel caso dell'ex presidente Milutinovic). Non dimentichiamo che in Serbia le incriminazioni sono per genocidio, il più grave crimine di guerra. La storia dell'Aia e il Kosovo non finisce qui. Ci troveremo di fronte alla sfida posta da una grave domanda: siamo capaci di affrontare i crimini commessi nel nome della guerra di liberazione salvando la dignità del Kosovo, le sue istituzioni e i suoi combattenti?". Un altro dei maggiori quotidiani del Kosovo, "Zeri", ha scritto, in un editoriale di Blerim Shala uscito quando Limaj aveva già annunciato l'intenzione di consegnarsi all'Aia e non era ancora stato arrestato: "La decisione di Limaj [di consegnarsi], così come il suo messaggio secondo cui il processo di indipendenza del Kosovo deve andare avanti, ha messo le istituzioni del Kosovo e dell'UNMIK di fronte a una situazione che era difficile immaginarsi nel momento in cui Del Ponte ha annunciato le accuse contro Limaj e gli altri tre ex combattenti dell'UCK. La sfida di un aumento immediato delle tensioni in Kosovo, il pericolo del crearsi di contraddizioni tra gli internazionali e gli albanesi, sono stati evitati dalla mossa di Limaj. Nei fatti, questo atto conferma che la guerra dell'UCK era differente, un tipo speciale di guerra che è stata una conseguenza del processo di dissoluzione della ex Jugoslavia socialista. Proprio questa guerra è stata legittimata internazionalmente durante le conferenza di Rambouillet e giustificata dalla campagna della NATO contro la Serbia. Non dobbiamo mai dimenticarcene".
(fonti: "Dnevnik", 18 febbraio; "Danas", 19 febbraio; AFP, 19 febbraio; AP 19 febbraio; "OSCE Kosovo Media Monitoring", 19 e 20 febbraio)
SURROI: SI' ALLA GUERRA CONTRO L'IRAQ
Veton Surroi, uno dei più noti intellettuali del Kosovo, editore e proprietario del quotidiano "Koha Ditore", ha pubblicato nell'"International Herald Tribune" dell'11 febbraio scorso un articolo di opinione ("Per rovesciare i tiranni ci vogliono le bombe") in cui appoggia senza riserve le posizioni USA sulla necessità di una guerra contro l'Iraq. Surroi elenca alcuni dei concetti che, secondo lui, sono alla base dei ragionamenti di chi si oppone oggi alla guerra e li considera uguali a quelli avanzati per opporsi alla guerra contro la Serbia di Milosevic: "Date una possibilità alla pace", "Un attacco militare minaccerà la stabilità regionale" e "Gli Stati Uniti utilizzano la forza militare per stabilire il loro dominio". Surroi scrive che questi argomenti sono sbagliati oggi, così come erano sbagliati allora. A Milosevic, secondo il giornalista, erano state date tutte le possibilità di pace, ma "solo i bombardamenti sulla Serbia hanno fermato il genocidio in Kosovo". Le bombe sono state "una precondizione della democrazia. La debacle causata dalla pioggia di bombe NATO sulla Serbia è stata l'inizio della fine di Milosevic". Surroi osserva inoltre che "gli Stati Uniti non hanno creato un loro dominio, in realtà hanno, in misura maggiore o minore, lasciato l'area all'Unione Europea e alle Nazioni Unite attraverso il protettorato in Kosovo". Saddam Hussein, scrive Surroi, "è una minaccia per il diritto umanitario internazionale, la stabilità regionale e la pace mondiale, così come lo era Milosevic" e "solo le bombe possono fare mollare la presa sul potere" a personaggi come questi. Dopo avere invitato l'opposizione irachena a pensare fin da oggi al dopoguerra, secondo l'esperienza del giornalista kosovaro il periodo più difficile, Surroi chiude ribadendo: "Bisogna ricordarsi che, come ha dimostrato il caso di Milosevic, ci vuole la forza militare per fare cadere i tiranni, dopo che tutto il resto ha fallito".
[COMMENTO: Dissentiamo completamente dalle opinioni di Surroi, che riportiamo a titolo informativo. Ci sembra impossibile che Surroi possa ignorare alcuni elementi macroscopici, a partire dal fatto che il Kosovo e i Balcani non sono la stessa cosa dell'Iraq e del Medio Oriente e che non è possibile fare un parallelo tra i due contesti. A parte questo particolare decisivo, le bombe NATO non hanno affatto portato alla caduta di Milosevic e vi sono molti più elementi per ritenere che invece abbiano contribuito a prolungarne il potere (nonché a tenere in piedi tutti i suoi uomini ancora oggi attivi nelle istituzioni). La guerra contro la Serbia, è un fatto, non ha fermato il genocidio in Kosovo, visto che le forze serbe hanno iniziato e portato a compimento le loro operazioni di pulizia etnica senza grossi ostacoli e solo al loro termine Belgrado si è seduta al tavolo delle trattative. Come abbiamo visto di recente, nulla indica che l'intenzione della NATO fosse quella di fare cadere il regime di Milosevic, né tantomeno di salvare gli albanesi del Kosovo o di "liberare" quest'ultimo - lo scopo evidente era quello di porre rimedio a una situazione di instabilità pericolosa, mettendo sotto controllo i due "contendenti", non ultimi gli stessi albanesi del Kosovo e dell'area in generale, posti infatti sotto un protettorato politico-militare nel Kosovo stesso e, in parte, in Macedonia e in Albania. Surroi si dimentica anche che sul risultato ultimo della "liberazione" del Kosovo ha inciso molto più la lotta, pacifica o armata, del suo popolo di quanto abbiano inciso le bombe della NATO, il cui esito concreto, per gli albanesi del Kosovo, sembra essere oggi unicamente quello di una limitazione di questa "liberazione" mediante il controllo politico e militare - a. ferrario]
| Data: 20-02-2003 | | Fonte: fonti varie |
| Autore: Andrea Ferrario |
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