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"Il vicolo cieco americano"

Data: 25-06-2000 Fonte: "NIN"
Autore: Ljiljana Smajlovic

NOTIZIE EST #338 - SERBIA/MONTENEGRO
25 giugno 2000


IL VICOLO CIECO AMERICANO
di Ljiljana Smajlovic - ("NIN", 22 giugno 2000)


Gli americani desiderano fortemente mandare il presidente jugoslavo in pensione prima che scada il suo mandato. In caso contrario, a novembre, quando i cittadini americani andranno alle urne, il significato della loro vittoria nella guerra del Kosovo diventerà di nuovo estremamente incerto, e il loro trionfo militare, nel migliore dei casi, dubbio. [...]

E' un segreto pubblico che nella capitale americana il leader del Movimento di Rinnovamento Serbo [SPO], Vuk Draskovic, sia arrivato l'estate scorsa a ritrovarsi nell'elenco delle persone che negli Stati Uniti avrebbero potuto essere accusate di crimini di guerra, solo e unicamente per le voci secondo cui egli potrebbe essere un'importante figura in una delle varianti di un abbandono delle funzioni pubbliche da parte di Milosevic nel dopoguerra, con il successivo ritiro di quest'ultimo nell'ombra politica. Le minacce americane a Draskovic sono state fulminee e, forse per la grande fretta, goffe e maldestre: in un primo momento come motivo dell'eventuale apertura di un'incriminazione per crimini di guerra è stato menzionato il ruolo dei paramilitari di Draskovic nell'estate del 1991 in Croazia e successivamente, nella primavera del 1992, nella Bosnia orientale. L'estate scorsa, a quanto pare sia Milosevic che Draskovic hanno accarezzato l'idea di fare uscire il paese dalla morsa delle sanzioni, della vendetta e dell'isolamento facendo sì che il SPS [Partito Socialista della Serbia] sacrificasse il partner di coalizione Vojislav Seselj, cooptando nuovamente Draskovic nel governo federale, ma questa volta come premier, e facendo gradualmente e lentamente ritirare Slobodan Milosevic in un'ombra politica sempre più profonda, e alla fine anche in pensione. E' rimasto un mistero se allora i presidenti del SPS e del SPO si siano accordati telepaticamente oppure si siano visti a quattr'occhi spremendo le meningi insieme, ma l'epilogo è noto: Draskovic è stato dissuaso in maniera persuasiva dall'intrattenere tali idee, è stato cancellato dall'elenco dei potenziali criminali di guerra redatto a Washington e, invece, è stato cooptato nell'opposizione unita, dove in breve tempo, con la benedizione americana, ha conquistato più o meno la posizione di leader riconosciuto. Cosa è cambiato da allora, per far sì che oggi il Dipartimento di stato, tramite dichiarazioni di funzionari anonimi rilasciate al "New York Times" riguardo alle circostanze nelle quali Washington tollererebbe un abbandono impunito del potere da parte di Milosevic, tasti il terreno per un nuovo, anche se tacito, accordo con il suo ex partner di Dayton? Qui la risposta sembra facile: si sono avvicinate le elezioni americane, e la politica americana nei Balcani è rimasta lì dov'era il giugno dell'anno scorso, in una strada senza uscita, in uno dei vicoli ciechi di Belgrado. "Quest'anno a Belgrado e Novi Sad sarà molto, molto freddo", esultavano l'estate scorsa i generali americani che già in precedenza avevano ammesso che la loro intenzione sarebbe stata quella di lasciare già fin dalla prima notte di bombardamenti Belgrado senza acqua, corrente e le principali istituzioni pubbliche. Ma le loro speranze di un inverno senza corrente e senza riscaldamento sono andate a vuoto e Slobodan Milosevic dà in questi giorni la sensazione di un uomo di stato che ha pressoché le medesime possibilità di rimanere in carica fino alle prossime elezioni che ha lo stesso Clinton.

I RUSSI
In tutta questa storia è particolarmente intrigante il fatto che Vuk Draskovic figura nuovamente come l'uomo della formula che porterà la salvezza. Nella versione messa in circolazione nei primi due mesi da Vojislav Seselj, l'uomo che ha più motivi di temere l'ascesa politica di Draskovic, perché in tal caso egli rimarrebbe superfluo per il SPS, l'idea di Vuk è quella di essere il Putin di Milosevic, cioè l'uomo che, in un eventuale accordo con i russi, "costringerà" Milosevic al ritiro. In una tale teoria del complotto il vero Putin, quello russo, darà a Milosevic una garanzia per un abbandono sicuro del potere e Vuk, nella soddisfazione generale, assumerà un'alta carica. Questa versione permetterebbe di spiegare lo strano comportamento politico tenuto da Draskovic negli ultimi mesi in cui sembra avere perso ogni interesse per le elezioni. La posizione americana, secondo il "New York Times", è la seguente: Washington non ha proposto nulla di sua iniziativa a Milosevic, è stato quest'ultimo invece a inviare per primo dei rappresentanti (chi è bene addentro negli affari di Washington dice che il mese scorso l'emissario di Milosevic al Dipartimento di stato era Chris Spiru, americano di origine greca, funzionario del Partito Democratico nello stato federale del New Hampshire e uomo di fiducia di Milosevic, che ha visitato a più riprese quest'ultimo a Belgrado dopo i bombardamenti e che nel 1995 gli ha fatto da accompagnatore nella base aerea di Dayton, nell'Ohio). I funzionari americani ufficialmente non possono insistere su null'altro che la consegna all'Aja, ma "se ottenessimo un'offerta sicura e rapida che consentirebbe di rimuovere Milosevic dal potere, sarebbe per noi difficile rifiutarla". La politica ufficiale americana è quella secondo cui tale offerta deve essere pubblicamente rifiutata, ma che "è un'altra questione se la fermeremmo, oppure se la avalleremmo tacitamente".

L'OFFERTA
Una cosa è sicura: quello che il mondo è venuto a sapere dal "New York Times" è allo stesso tempo quello che l'amministrazione americana desiderava che si sapesse. Ciò non significa in alcun modo che si tratta di disinformazione, al contrario. Dal punto di vista di tale amministrazione, l'attrattiva della distribuzione di tali informazioni per il tramite del "New York Times" è molteplice. In tal modo è stata fatta a suo modo un'offerta pubblica iniziale a Milosevic, ma senza doversene assumere la responsabilità in pubblico, tanto che la Casa Bianca può smentire tutto pubblicamente. Allo stesso tempo si effettua un test delle reazioni interne e internazionali e, infine, si continua la guerra speciale e psicologica sui generis che l'America conduce contro il presidente jugoslavo. Mettere sotto i riflettori trattative iniziali delicate e confidenziali con Milosevic pone quest'ultimo in una posizione difficile a casa sua e mette alla prova la fiducia dei suoi collaboratori, che fino a oggi avevano pensato di condividere fino alla fine i suoi destini. Alla presidenza jugoslava ciò non è affatto sfuggito, come si vede già dal fatto che il quotidiano di Belgrado "Politika" ha trovato il modo di informare sulla propria prima pagina delle reazioni russe al testo del "New York Times", ma senza mai citare il testo o qualsiasi informazione a esso relativa. Nel "New York Times" si parla di un accordo speciale e eccezionale solo per il presidente, la sua famiglia e i suoi risparmi. Non si fa menzione di risparmi e di amnistie per gli altri accusati che si trovano al secondo posto della lista, al terzo... cosa deve pensare la signora Olga Milutinovic, per esempio, il cui consorte [è presidente della Serbia - N.d.T.] non si trova in una posizione più invidiabile di quella di Milosevic, ma con uno spazio di manovra che non è nemmeno lontanamente ampio come quello del presidente della Jugoslavia?

MARKO
Un accenno a una guerra speciale lo si riscontra anche nell'accento particolare che Washington pone sul figlio di Milosevic, Marko. Il Dipartimento di stato, quando si è aperta la crisi relativa alla manifestazione dell'opposizione a Pozarevac [città natale di Milosevic - N.d.T.], aveva emesso un comunicato dal quale si arguiva che Washington considerava Marko Milosevic uno dei principali "boss mafiosi" della Jugoslavia. I funzionari americani dicono "in via confidenziale" a tutti coloro che li vogliono intendere che Slobodan Milosevic può forse contare sulla fedeltà dei suoi collaboratori, ma che rimane una grande questione se tale fedeltà valga anche per i membri della sua famiglia, ovvero se Milosevic un domani sarà in grado di difenderli. Il messaggio è che Milosevic deve trovare un accordo prima che sia troppo tardi, ma non tanto per sé, quanto piuttosto per la moglie e i figli. Questo è l'elemento centrale di tutto il discorso americano, mentre il resto consiste in un paio di esche gettate a Milosevic: se ha paura degli esiti e se desidera andarsene da qualche parte. Agli americani l'esilio all'estero farebbe in ogni modo comodo, anche solo per il fatto che ciò confermerebbe l'immagine che gli hanno affibbiato durante i bombardamenti, quando lo hanno paragonato a Hitler, cioè l'immagine di un crudele dittatore che fugge con i "risparmi" e di un uomo su cui i cacciatori di teste hanno posto una taglia da cinque milioni di dollari. Basta solo ricordarsi i volantini che la NATO, durante i bombardamenti, ci ha fatto piovere sulla testa, soprattutto quelli più stupidi, con le foto di yacht e ville in Grecia e la spiegazione di accompagnamento secondo cui Milosevic "ne ha di uguali". (Perfino gli spazzini sulle vie di Belgrado si sono chiesti: "e allora perché non hanno fotografato proprio quelle?"). Un anno dopo i bombardamenti, che avrebbero dovuto portare alla sua capitolazione al massimo dopo una settimana, si pone la domanda di quanto gli americani comprendano e conoscano effettivamente il "loro" uomo a Belgrado. Hanno lavorato per tanti anni pubblicamente con lui, di fronte alle telecamere, amichevolmente, con sigari cubani e whisky, e ora vorrebbero sottrargli segretamente, sotto il tavolo, come ladri nella notte, il racket politico. Come se avessero preso a credere alla propria propaganda, a quegli stessi volantini NATO sui quali c'era scritto: "Non c'è combustibile, non c'è elettricità. Milosevic".


[RIQUADRO:] Panic, Putin, Gore, Clinton...

Il "Washington Post" ha pubblicato una lettera di Milan Panic (http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A24289-2000Jun19.html), il quale consiglia agli americani di pregare Putin di fare da intermediario presso Milosevic per un suo abbandono volontario del potere. Il testo, afferma una fonte di "NIN" a Washington, è stato notato dai consiglieri di Al Gore, che lo hanno trasmesso a Bill Clinton. Il presidente americano si è dimostrato molto interessato al testo e lo ha inoltrato al proprio consigliere per la sicurezza nazionale, Samuel Berger.


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Data: 25-06-2000 Fonte: "NIN"
Autore: Ljiljana Smajlovic





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