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"Cosa si sta preparando per il Kosovo?"
| Data: 13-04-2000 | | Fonte: fonti varie |
| Autore: Autori vari |
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NOTIZIE EST #321 - KOSOVO
13 aprile 2000
COSA SI STA PREPARANDO PER IL KOSOVO?
[Negli ultimi giorni è evidentemente cominciata una nuova tornata di "grandi manovre" diplomatiche e politiche intorno al Kosovo. Riportiamo qui sotto una rassegna degli ultimi sviluppi attraverso una selezione di notizie da quotidiani o agenzie. Seguirà, domani o dopodomani, una seconda parte nella quale, alla luce anche di queste nuove notizie, cercheremo di formulare alcune ipotesi sulle prospettive del Kosovo, ripercorrendo varie "tracce" seguite da "Notizie Est" nel corso dell'ultimo anno - Andrea Ferrario]
Il 9 aprile il "Sunday Times" ha pubblicato un articolo nel quale si afferma che gli Stati Uniti stanno conducendo negoziati con Belgrado per la riapertura di una presenza diplomatica in Jugoslavia. Alcuni giorni prima il settimanale croato "Nacional" aveva pubblicato un articolo (tradotto in "Notizie Est" #319 del 4 aprile) che lasciava intendere come un trasferimento dell'ambasciatore USA Montgomery da Zagabria a Belgrado (e quindi la riapertura di una sede statunitense in tale città) avrebbe potuto non essere così lontano. In un articolo di Zoran Kusovac pubblicato nell'ultimo numero di "Jane's Intelligence Review" (e tradotto in "Notizie Est" #320, 8 aprile) si afferma che tra Natale e i primi di febbraio ben quattro inviati occidentali si sono recati a Belgrado con proposte di accordo. Ecco cosa scrive ora il "Sunday Times": "Washington ha avviato delicati negoziati con il governo del presidente della Jugoslavia Slobodan Milosevic, mirati a ristabilire una presenza americana a Belgrado, hanno rivelato diplomatici. [...] Un diplomatico americano di grado relativamente basso potrebbe essere nella capitale serba già a giugno ed entrambe le parti sono da tempo ansiose di ristabilire collegamenti". [...] Gran Bretagna, Francia e Germania hanno tutte riaperto delle "sezioni di interesse" da quando la NATO e le Nazioni Unite hanno preso il controllo del Kosovo. [...] Washington è ricorsa a intermediari russi e greci per ottenere l'aiuto nel riaprire la strada a qualche forma di riavvicinamento con Belgrado. Si prevede che Mosca invierà il suo nuovo ambasciatore a Belgrado questa settimana. 'E' da nove mesi che siamo ansiosi di ottenere una presenza ufficiale, come ha fatto la Gran Bretagna', ha affermato una fonte americana. 'Il primo uomo sarà probabilmente un primo segretario e non ci verrà consentito molto di più di uffici consolari, al momento. Ma non appena avremo il semaforo verde, ci butteremo'. Diplomatici hanno affermato che Washington è stata ansiosa di tenere Milosevic a debita distanza, ma desidera aiutare funzionari serbi a diventare più coinvolti nella gestione del Kosovo sotto l'ONU. [...] [Tra le altre cose,] che preoccupano gli USA c'è la Cina. La moglie di Milosevic si sta troppo avvicinando ai cinesi. Ogni accordo richiederà probabilmente che al governo jugoslavo venga dato accesso al suo vecchio edificio dell'ambasciata a Washington. [...] Una fonte del governo jugoslavo ha confermato che una presenza diplomatica americana a Belgrado potrebbe avere vantaggi reciproci: 'E' molto meglio parlare direttamente', ha detto. 'C'è molto lavoro di mercanteggiamento in corso, al momento' ".
Di per se stessi, gli articoli di "Nacional", "Jane's Intelligence Weekly" e "Sunday Times", vanno già a coincidere con un quadro generale fattuale che siamo andati seguendo fin dall'autunno scorso, di intensa attivazione, in ambito soprattutto USA, delle mosse per riaprire i canali con la Serbia. Ma nel giro strettissimo di alcuni giorni, si sono aggiunti da una parte ulteriori conferme a questo quadro, dall'altra elementi che lasciano pensare a qualcosa di ancora di più. Innanzitutto, quanto scritto dal "Sunday Times" è stato immediatamente confermato da altre fonti: l'agenzia russa Itar-Tass ha pubblicato ieri un servizio sull'argomento, che riprende in larga parte quanto pubblicato dal "Sunday Times", aggiungendo che "la Gran Bretagna interpreta questi sviluppi come una reazione alle difficoltà della NATO in Kosovo" e confermando che "gli Stati Uniti hanno chiesto a Mosca di appoggiare la richiesta di un ritorno di svariati diplomatici a Belgrado". A tutto questo, sempre ieri, Radio B2-92 di Belgrado ha aggiunto che fonti del governo jugoslavo le hanno confermato la notizia, ma hanno rifiutato di fare commenti sull'atteggiamento di Belgrado. Il quotidiano "Danas" dell'11 aprile riporta le dichiarazioni rilasciate da un diplomatico jugoslavo all'agenzia serbo-bosniaca Srna, secondo cui "la posizione del governo jugoslavo, ovvero del ministero degli esteri della repubblica jugoslava, è che in campo diplomatico prima si lavora e solo quando poi vengono ottenuti risultati essi vengono rivelati pubblicamente". Il diplomatico ha detto inoltre alla Srna che "se sono stati creati dei contatti tra i due paesi, essi si limitano a una cerchia molto stretta di funzionari", e prosegue: "Quando invece si parla di un coinvolgimento di funzionari jugoslavi nel lavoro per risolvere la crisi in Kosovo, bisogna ricordare che nostri rappresentanti hanno contatti con il capo dell'UNMIK, Kouchner". L'argomento è stato affrontato anche da Predrag Simic, consigliere di Draskovic per i rapporti internazionali, che ha tra le altre cose partecipato all'incontro tra esponenti serbi e diplomatici USA, tenutosi a Sofia nel dicembre scorso: "le mosse americane nei confronti di Belgrado dono decisamente contraddittorie e in questo momento esiste evidentemente una certa dose di confusione nella diplomazia americana rispetto alla Jugoslavia. Mentre da una parte gli USA aprono canali finanziari di aiuto alle città controllate dall'opposizione, dall'altra si mostrano pronti a una certa normalizzazione dei rapporti con Belgrado, ma allo stesso tempo si criticano le mosse degli altri che vanno proprio in tale direzione" ("Danas", 11 aprile 2000). Draskovic è appena tornato da una visita ufficiale a Mosca, dove ha avuto contatti di alto livello e ha chiesto che si tenga una riunione del Gruppo di Contatto, come auspica Mosca. Dopo questa serie di conferme (va sottolineato, per la maggior parte anonime) delle fonti più svariate, è arrivata oggi la smentita del Dipartimento di Stato USA, secondo il quale ci sono sì stati recentemente contatti tra Washington e Belgrado, ma indiretti e solamente in relazione alla "difesa dei reciproci immobili diplomatici nelle due capitali", non per il rinnovo di una rappresentanza diplomatica ("Danas", 12 aprile 2000). Va notato che la smentita è chiara solo in parte, visto che il "Sunday Times" non parla di contatti diretti, bensì di contatti indiretti ("Washington è ricorsa a intermediari..." ecc.), che vengono per l'appunto confermati dal Dipartimento di Stato. Nemmeno la altre fonti come "Nacional" e "Jane's Intelligence Weekly", che non sono oggetto di tale smentita, hanno accennato a contatti diretti tra Washington e Belgrado.
Quella che più desta sorpresa è la coincidenza di questi sviluppi con altri concreti avvenimenti in Kosovo, e relativamente a esso, verificatisi nei medesimi giorni. Venerdì 7 aprile il comandante della KFOR Reinhardt si è incontrato con il n.2 dell'esercito jugoslavo, il vicecapo dello Stato Maggiore Svetozar Marjanovic. "L'incontro è avvenuto nella zona di sicurezza nel villaggio di Kopaonik ed è stato l'ultimo di una serie di incontri regolari tenutisi tra la KFOR e ufficiali della repubblica federale jugoslava", riporta Radio B2-92 dell'8 aprile. "I generali hanno discusso dell'implementazione dell'Accordo Tecnico Militare [quello di Kumanovo del giugno '99, che prevede una, seppur limitata, presenza militare jugoslava in Kosovo - N.d.T.] e la situazione della sicurezza lungo il confine amministrativo tra il Kosovo e i resto della Serbia. La KFOR ha informato che la riunione si è svolta in un'atmosfera produttiva e franca ["business-like"]". Non si può non mettere tale notizia in relazione con un'altra, già riportata da "Notizie Est" #311 (1) dell'11 marzo e ripresa da un articolo del quotidiano "Danas" pubblicato il 10 marzo in occasione della visita di Kouchner e Reinhardt a New York per relazionare al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. "Danas" scriveva allora che durante tale viaggio era risultato chiaro il grado di confusione rispetto ai futuri assetti del Kosovo e che, citiamo dal quotidiano serbo, "Reinhardt ha spiegato al[la riunione a porte chiuse del] Consiglio di Sicurezza come intende mettere in atto la parte della Risoluzione 1244 che consente il ritorno in Kosovo di un numero limitato di poliziotti e soldati jugoslavi per provvedere alle operazioni di sminamento e proteggere il patrimonio culturale" e noi avevamo osservato come Reinhardt parlasse di come lui intendesse mettere in atto ecc., osservando che il mandato di Reinhardt scade il 18 aprile e traendone la conclusione che si trattava di un'ipotesi poco credibile. Ora invece diventa chiaro che il parlare di "mettere in atto la parte della Risoluzione 1244 che consente ecc." può volere dire fare il lavoro necessario perché, per l'appunto, si creino le condizioni che consentano ciò. Ma non è tutto - due giorni dopo c'è stato uno "strano" incontro a Pristina, di cui riferisce "Danas" del 10 aprile, pubblicando un dispaccio dell'agenzia Beta, nel quale si informa che un pezzo grosso del calibro di Christopher Hill, consigliere di Clinton per i Balcani, si è recato in un viaggio non annunciato a Pristina, dove ha avuto colloqui con Agim Ceku. Il particolare interessante è che Hill era accompagnato da due generali americani - Richard Meier e Keat Walter Dayton [ci asteniamo da facili ironie sul cognome di quest'ultimo... - N.d.T.]. La Beta scrive che Hill non ha rilasciato alcuna dichiarazione dopo tale incontro, ma non si può non pensare che si stiano conducendo sui due fronti trattative di alto livello, e che tali trattative riguardino anche aspetti militari. Infine, va notato che in occasione della visita di Reinhardt presso il Consiglio di Sicurezza, a marzo, era stato deciso di inviare una missione del Consiglio stesso in Kosovo. Successivamente, a inizio aprile è stato deciso che tale missione sarà guidata dal presidente del Consiglio di Sicurezza, Anwarul Chowdhury (la sua composizione è ancora da decidersi) e si recherà in Kosovo il 28 e il 29 aprile ("Albanian Daily News", 7 aprile).
Nel pezzo del "Sunday Times" si accenna alla crescente preoccupazione degli USA per i rapporti sempre più stretti tra la Serbia e la Cina. Questi giorni, tra le altre cose, hanno visto anche degli importanti sviluppi "cinesi". Come riferisce il "Times" del 10 aprile, la CIA ha licenziato un suo impiegato e ne ha puniti amministrativamente altri quattro, per "le informazioni errate" che hanno portato, secondo Washington, al bombardamento dell'ambasciata cinese a Belgrado il 7 maggio dell'anno scorso. Le misure adottate non sono certo di grossa entità, ma l'interesse della notizia sta soprattutto nel fatto che è evidente come gli Stati Uniti stiano cercando, senza cedere in maniera troppo evidente, di soddisfare le condizoni di Pechino, che ha riaperto un mese fa la questione, affermando di non accontentarsi più dei risarcimenti di Washington, ma di volere che le indagini vengano portate fino in fondo e i colpevoli puniti, come aveva scritto la AFP il 10 marzo scorso (tradotta in "Notizie Est" #311 dell'11 marzo). E' significativo che la Cina avesse riaperto il caso proprio all'indomani delle crisi di Mitrovica e delle relative faide interne tra alleati NATO. Sul bombardamento dell'ambasciata cinese in un momento cruciale per i futuri assetti del Kosovo, l'inizio di maggio del 1999, torneremo nel commento della seconda parte. L'articolo del "Times", inoltre, svariate righe dopo avere ricordato che "è stata la CIA a fare sì che i bombardieri americani attaccassero l'Ambasciata cinese per errore", e subito dopo avere citato le parole del capo della CIA Tenet, aggiunge in maniera sibillina che l'ambasciata cinese "è stato l'unico obiettivo fornito dalla CIA durante le 11 settimane dei bombardamenti". L'agenzia AFP (9 aprile), osserva che la televisione serba ha dato con evidenza la notizia del licenziamento dei funzionari CIA per l'"errato" bombardamento dell'ambasciata, citando la tesi USA secondo cui si sarebbe trattato di un errore e astenendosi, contrariamente al solito, dal fare commenti. Durante il fine settimana, inoltre, il vice-segretario del Dipartimento di Stato, Thomas Pickering (che ha appena concluso una lunga tournée diplomatica nei Balcani) si è recato dall'ambasciatore cinese a Washington per informarlo delle misure adottate dalla CIA. L'altra notizia a sfondo "cinese" riguarda invece il Montenegro e vale la pena di notare anche questa coincidenza. Il bollettino della radio Free B2-92 scrive il 10 aprile che il primo ministro montenegrino si trova in Cina, con una delegazione del suo paese, e che intende "cercare di ottenere il supporto di Pechino per una ridefinizione dei rapporti tra Belgrado e Podgorica". Vujanovic, scrive il bollettino, "porta con sé il messaggio secondo cui il supporto per i processi politici in Montenegro non sarebbe in conflitto con la politica della Cina". Nell'infinito tira e molla dei rapporti tra Belgrado e Podgorica, in particolare dall'ottobre scorso, l'ultimo capitolo era stato nei giorni scorsi quello "distensivo" dell'apertura di una collaborazione tra esercito jugoslavo e polizia montenegrina per il controllo del valico di frontiera con il Kosovo, una netta svolta rispetto alle precedenti tensioni. In un'intervista all'agenzia Beta, ripresa oggi in un articolo di "Danas", Miograd Vucic, consigliere del presidente Montenegrino Djukanovic, ha "escluso la possibilità che scoppino incidenti gravi tra la Serbia e il Montenegro". Vucic, appena tornato dall'incontro tra serbi, montenegrini e albanesi del Kosovo tenutosi a Budapest, ha tra l'altro affermato che "l'indipendenza del Kosovo [chiesta dagli albanesi kosovari] non è assolutamente una soluzione, bensì la via per nuove scosse nei Balcani. Il Montenegro è assolutamente contrario all'indipendenza del Kosovo" ("Danas", 13 aprile)
Abbiamo scritto dell'incontro tra Ceku, Hill e i due generali USA. Riguardo al campo albanese va notata un'altra coincidenza temporale con questi sviluppi e alcuni precedenti fatti. Il giorno prima dell'incontro Reinhardt-Marjanovic e tre giorni prima di quello Hill-Ceku, cioè giovedì 6 aprile, si è dimesso dalla sua carica Bardhyl Mahmuti, vicepresidente del PPDK (Partito del Progresso Democratico in Kosovo), la forza politica guidata da Hashim Thaci. Mahmuti era uno dei più importanti leader "storici" dell'UCK (era stato anche uno dei principali esponenti della LPK nell'emigrazione) e aveva fondato nel luglio del '99 il Partito di Unione Democratica (PBD), la prima forza politica formata da uomini ex UCK, dalla quale in un primo tempo era stato tenuto fuori Thaci (si veda "Notizie Est" #253, 9 luglio 2000). In seguito Thaci aveva fondato il PPDK, nel quale era confluito il partito di Mahmuti. Nel dimettersi, quest'ultimo non ha fatto altri commenti eccetto un lapidario: "non sono d'accordo con quello che sta succedendo qui". Rimane invece nel PPDK Jakup Krasniqi, già uomo di Rugova, che a luglio aveva fondato il PBD insieme a Mahmuti.
Nelle ultime settimane Ceku e Thaci hanno inoltre reso dichiarazioni ben diverse dal passato riguardo al tema dell'indipendenza (che affermano ancora essere un loro obiettivo, ma rimandandolo ormai a tempi più che indefiniti). Thaci infatti ha dichiarato in un'intervista a "Koha Ditore" che "questo non è il momento giusto per discutere lo status del Kosovo" e che prima che sia possibile che i kosovari e la comunità internazionale affrontino questi temi "dobbiamo migliorare la situazione in Kosovo, ricostruire le istituzioni e creare un clima democratico", aggiungendo che "quando le condizioni saranno favorevoli, ci dovrà essere una conferenza internazionale per la risoluzione della questione dello status del Kosovo" ("Albanian Daily News", 30 marzo). Ceku da parte sua (abbiamo già visto più nei dettagli le sue posizioni anche in "Notizie Est" #319 del 4 aprile), ha detto: "non vogliamo sottoporre la comunità internazionale a pressioni per accordarci l'indipendenza [...]. Non vogliamo chiedere un'indipendenza con l'esercito ai confini. Vogliamo essere una regione nell'Europa delle regioni [...]. Entro 10 anni i confini non saranno più importanti [...]. Vogliamo prepararci all'indipendenza [...], sviluppando istituzioni democratiche e provando che possiamo governare il Kosovo da soli. Una volta che arriveremo a ciò, che il Kosovo sarà democratico e multietnico, l'indipendenza verrà da sola" ("Albanian Daily News", 23 marzo). Si menziona sì l'indipendenza, ma dire "che verrà da sola", che non bisogna discuterne adesso e che lo status del Kosovo verrà risolto da una conferenza internazionale in tempi indefiniti rappresenta un grande cambiamento rispetto alle posizioni passate. A Thaci e Ceku fa eco da Tirana il primo ministro albanese Ilir Meta il quale ha affermato, come riferisce l'agenzia UPI del 4 aprile, che "un Kosovo indipendente non è nei programmi immediati del suo paese. 'Nel nostro programma di lavoro, la cosa più importante è un Kosodo democratico', ha detto Meta durante una riunione del Consiglio d'Europa a Strasburgo. 'E' questa la priorità sia della comunità internazionale sia del governo albanese', ha detto. Meta ha inoltre affermato che il bisogno immediato in Kosovo è quello di un processo di costruzione di istituzioni democratiche, che secondo lui sono necessarie per normalizzarvi la vita. 'Ora è più utile un Kosovo democratico', ha detto. 'Ciò significa che la situazione in Kosovo, soprattutto a Mitrovica, sarà calma. E significa che gli albanesi del Kosovo e le minoranze serbe e di altri gruppi etnici possono vivere e lavorare insieme' ".
Nei giorni scorsi sono avvenuti due fatti, che proseguono sulla linea della "svolta" USA nei confronti degli albanesi (ma non nei confronti di Thaci e Ceku, evidentemente). Il 3 aprile il quotidiano albanese Kosova Sot, citato da "Danas" del 4 aprile, informava del fatto che Sukri Buja, già comandante dell'UCK e fino a poco tempo fa comandante della Sesta zona del Kosovo Protection Corps (KPC) è stato arrestato il 31 marzo nei pressi di Gnjilane e incarcerato nella base USA di Bondsteel. Da KPC e da KFOR non sono arrivate né conferme né smentite. Buja si era dimesso da tutte le proprie funzioni nel KPC poco tempo prima. Più clamorosi sono stati altri eventi degli stessi giorni, riguardanti un altro ex comandante UCK incarcerato dagli USA, Xhavit Hasani. Alla fine del mese scorso nel settore statunitense del Kosovo vi sono state diffuse manifestazioni di abitanti locali per la liberazione di Hasani. Hasani, come scrive la Associated Press del 5 aprile, era stato arrestato senza motivazioni ufficiali dai soldati USA il 25 gennaio [sette/dieci giorni prima, rispettivamente, dallo scioglimento del governo Thaci in conformità alle richieste ONU e dallo scoppiare della crisi di Mitrovica] ed era stato in carcere fino al 9 marzo [cioè fino al chiudersi di tale lunga crisi], per essere poi estradato. Hasani, che è cittadino macedone ed è accusato dalle autorità di Skopje di tentato omicidio per avere ferito un poliziotto durante il tentativo di demolizione della sua casa alla periferia della capitale macedone, è stato oggetto di un ordine di "estradizione" firmato da Kouchner in persona ed è stato consegnato alle autorità macedoni direttamente da soldati USA. Il problema è che tutto ciò costituisce una violazione delle più elementari norme di diritto, Hasani essendo stato "estradato" in assenza di ogni trattato in merito e senza la possibilità di difendersi, tanto che la cosa è stata denunciata da Amnesty International (il portavoce Inglis: "[l'ONU] non può venire in un posto in cui il governo ha violato i diritti umani per anni e continuare essa stessa a violare tali diritti"). Sebbene la cosa non abbia conferme ufficiali e sia oggetto di notevole imbarazzo, è ormai assodato che "militanti albanesi radicali" hanno sequestrato il 2 aprile quattro soldati macedoni al confine tra Kosovo e Macedonia, liberandoli solo in seguito alla scarcerazione ("su cauzione") e al rientro in Kosovo di Hasani, dopo che Reinhardt si era recato a Skopje per trattare la questione con il presidente macedone Trajkovski, secondo quanto scrive la AFP. Il comandante locale della polizia dell'UNMIK ha detto di non essere contento del ritorno di Hasani in città: "probabilmente è una persona che potrebbe creare dei problemi se dovesse rendere pubbliche le sue opinioni radicali" (AFP, 5 aprile). La Associated Press spiega infine nella seguente maniera la decisione di Kouchner di decretare l'estradizione di Hasani: "Kouchner aveva molto da guadagnare nel giungere a un accordo con la Macedonia, il paese ai confini con il Kosovo. Fragile alleato occidentale, con un'inquieta minoranza albanese, la Macedonia è guidata da un governo che viene messo sotto pressione per dimostrare la sua linea dura sull'ordine pubblico, dopo che la recente uccisione di alcuni poliziotti in enclave albanesi ha acceso le tensioni etniche".
| Data: 13-04-2000 | | Fonte: fonti varie |
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