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I precari equilibri di stati e comunità religiose nei Balcani

Data: 22-05-2004 Fonte: "Feral Tribune", "Monitor", "Vreme"
Autore: Lorenzo Guglielmi

N.E. BALCANI #806 - BALCANI
22 maggio 2004


I PRECARI EQUILIBRI DI STATI E COMUNITA’ RELIGIOSE NEI BALCANI
a cura di Lorenzo Guglielmi

Dalle inchieste di tre prestigiosi settimanali ex-jugoslavi emergono le anomalie nell’attuale sistema di relazioni tra Stati e comunità religiose nella regione balcanica. E’ un macchinoso intreccio di fattori politici, economici e culturali che, se in parte è retaggio e conseguenza dei vecchi regimi comunisti, d’altro canto rischia di perpetuare alcuni spettri del passato


Le tre inchieste recentemente condotte da “Feral Tribune”, “Monitor” e “Vreme”, sul tema dei rapporti tra potere politico, religione e gruppi sociali in ex Jugoslavia e, in parte, nei paesi limitrofi, convergono nell’osservare una comune tendenza di fondo: Stati e comunità religiose, nei Balcani, non hanno ancora assimilato certi requisiti di laica separazione e reciproca non ingerenza. Il "Feral Tribune", settimanale di Spalato, pur circoscrivendo l’analisi all’ex Jugoslavia, giunge senza indugio a sostenere che le sue ex repubbliche socialiste si sono trasformate in “bastioni etnoreligiosi”.

Nelle ideologie e nelle prassi politiche il richiamo all’inscindibile trinomio di nazionalità, cittadinanza e identità religiosa sarebbe così diffuso da confermarsi – pur con i dovuti distinguo di contesti politico-culturali - come un fattore di affinità “transnazionale”. La simmetria, nemmeno troppo sotterranea, di interessi tra opposti nazionalismi è ormai un’argomentazione che non deve più convincere nessuno.

Tuttavia, guardando all’ex Jugoslavia del decennio post-Dayton, emerge una serie di fattori di lungo periodo, che non è semplicemente riconducibile alla guerra e ai gravi strascichi che essa ha lasciato.

“I modelli di simbiosi tra Stati e comunità religiose si distinguono da Stato a Stato e da Chiesa a Chiesa. In casi singoli la Chiesa gode di una condizione di “Stato nello Stato”, più o meno regolata giuridicamente, o Stato e comunità religiose di maggioranza si trovano almeno in un felice matrimonio di interessi mondani”, si sostiene sul “Feral Tribune”.


CROAZIA, STATO CONFESSIONALE LEGGERO, CLERO A CARICO DEI CONTRIBUENTI

Il paradigma dello “Stato nello Stato”, nel caso della Croazia, non va tanto nella direzione di un “puro” Stato confessionale, ma segue le linee di un lungo e zelante processo di contrattazione, con il quale la Chiesa Cattolica è riuscita, complice la classe politica, a conquistarsi una tutela superiore della propria rete di interessi per mezzo delle istituzioni repubblicane; l’obiettivo principe era, in definitiva , quello di assicurarsi in vario modo il proprio primato culturale e spirituale, contro il principio della parità di tutti i culti religiosi.

In Croazia il Concordato, i cui contenuti sono stati tenuti a lungo in segreto, si compone di quattro convenzioni sottoscritte a metà dell’anno scorso tra il Vaticano e Zagabria e disciplina tutti i bisogni e le richieste della Chiesa cattolica in Croazia: il finanziamento della Chiesa direttamente dal bilancio statale, la restituzione dei beni, l’insegnamento del catechismo nelle scuole, il servizio militare, e così via. Al Ksaver di Zagabria è stata costruita per la Chiesa un monumento di tipo militare, anche questo a carico del budget statale.

Il finanziamento della Chiesa cattolica da parte dei privati cittadini non sarebbe di per sé un problema, qualora fosse regolato da un meccanismo del genere 8 per mille italiano o del tipo vigente in Germania dove le “tasse ecclesiastiche” non sono obbligatorie, eppure con le donazioni si finanziano 15 ospedali, 95 istituti per la salute mentale, 965 scuole materne, 751 consultori, 151 case di riposo per anziani.

In Croazia, invece, ogni singolo contribuente, sia cattolico o membro di una minoranza religiosa (per esempio, cristiano ortodosso o musulmano, e non sono pochi), oppure, un qualsiasi cittadino senza appartenenza confessionale, contribuisce d’obbligo e in ugual misura a mantenere l’apparato ecclesiastico, senza possibilità di operare una libera scelta. Lo Stato distribuisce i soldi alle parrocchie con più di 1000 fedeli. “Una cifra non esorbitante di 180 milioni di kune all’anno”, dichiarava al settimanale “Globus” il capo dell’ufficio stampa della Conferenza Episcopale Ilija Zivkovic, facendo eco al nunzio episcopale Giulio Einaudi, che definiva l’accordo “un grande motivo di onore per la Croazia”. Un onore che sottendeva, tra le altre cose, anche il finanziamento per tutti i membri del clero cattolico di un fondo pensioni, indipendente dai loro contributi versati nelle casse statali.

Questo sistema fiscale, creato ad hoc per la Chiesa Cattolica, elude in un colpo solo il principio di separazione tra Stato e Chiesa, scavalcando al contempo il principio di uguaglianza e pari dignità di tutte le confessioni religiose di fronte allo Stato.

Sebbene la Costituzione della Repubblica di Croazia garantisca la parità di tutte le religioni, di fronte a questa palese violazione costituzionale c’è poco da fare, perché “una convenzione internazionale (qual’è il Concordato tra Stato del Vaticano e Stato di Croazia) viene sanzionata come atto superiore alla legge”, commenta Ivan Paden professore di Scienze Politiche a Zagabria. L’insistenza della Chiesa Cattolica nel ricercare una posizione di dominio e privilegio non può essere interpretata né giustificata con la paura di subire un danno da un’eventuale status di equiparazione giuridica con le altre comunità religiose, a dire il vero, troppo minoritarie e deboli per costituire una reale minaccia. Il professor Paden la interpreta come il riflesso di una precisa ideologia politica, che vuole “fare della Croazia un modello di Stato Cattolico, perlomeno nell’accezione minima di assegnare alla comunità dei credenti cattolici, in qualità di maggioranza, determinati diritti che non si danno agli altri”, ferma restando una generale libertà di culto. L’effetto è una sorta di ibridazione; uno “Stato Confessionale leggero”, mutuando il termine “leggero” dal linguaggio burocratico-fiscale. Un eufemismo, visto che il clero pesa in via diretta sulle casse statali…

In tema di Concordato, è eloquente il silenzio del Parlamento di Zagabria, dove la sola voce preoccupata è stata a suo tempo quella del defunto parlamentare Vladimir Primorac. La posizione di privilegio materiale di cui gode la Chiesa Cattolica in Croazia costituisce un’ottima base per il consolidamento del proprio dominio spirituale. Così, sempre sulla scia del Concordato, l’insegnamento della dottrina religiosa nelle scuole pubbliche è monopolio del clero cattolico, in un grottesco cortocircuito rispetto al principio cardine dell’ autonomia della sfera temporale, sancito nientemeno che dal Concilio Vaticano II.

Questa strategia di intrusione nella sfera istituzionale non è che una testa di ponte di più vasto programma moral-pedagogico, il cui proselitismo si fa sentire a tutti i livelli. Infatti, il movimento radicale “pro life”, contrario senza eccezioni all’aborto e alla contraccezione, viene costantemente incensato dal clero, mentre la televisione di stato HTV concede di buon grado alla Chiesa Cattolica lo spazio per le campagne “demografiche”di moralizzazione, dove si esalta il ruolo della famiglia tradizionale, contro le relazioni tra persone dello stesso sesso e i rapporti pre-matrimoniali. Ad ogni modo, fenomeni del genere non vanno considerati come processi irreversibili e monolitici di delaicizzazione della società civile, ma devono essere focalizzati in un contesto culturale, fortunatamente, assai più ricco di sfaccettature e contraddizioni. Basti pensare a manifestazioni radicalmente diverse, come il “Gay Pride” tenutosi a Zagabria la scorsa estate e appoggiato da più parti della società civile.

Certo è che la Chiesa Cattolica in Croazia ha trovato terreno fertile nelle lacerazioni provocate dalla guerra a da uno Stato sociale sempre più atrofizzato, andando a colmare, in qualche modo, il vuoto lasciato dalla caduta del socialismo, per porsi come soggetto interlocutore e nuovo paladino della working class. Mentre il sistema capitalista, con il suo vessillo di celebrazione consumistica dei nuovi mega-centri commerciali continua a marciare verso la rottura con tutti i vincoli spazio-temporali, siano essi frutto della tradizione o residui del sistema precedente, la Chiesa Cattolica in Croazia si pone come l’alternativa promuovendo la propria campagna per il divieto del lavoro domenicale.


SLOVENIA: CLERICAL - REVIVAL?

Nella vicina e fiorente Slovenia, il rullar di tamburi che ha accompagnato il processo di integrazione nella U.E. ha distolto l’attenzione dai rapporti politici tra Lubiana e il Vaticano, che non sono privi di curiose affinità con i “cugini” croati.

Il sociologo delle religioni Marjan Smrke sostiene che lo “Sporazum”, l’accordo di massima tra lo Stato Sloveno e la Santa Sede, indica che per il futuro si realizzeranno relazioni notevolmente vantaggiose per la Chiesa Cattolica. “Sono stato contrario a questo accordo”, dice Marjan Smrke, “perché penso che abbiamo bisogno di emanare una nuova legge che regoli su un piano di parità i diritti tutte le comunità religiose. Ci sono molti paesi in Europa che non fanno questo genere di accordi con la Chiesa”.

In Slovenia si stanno facendo i conti con il passato, ossia con la radicale nazionalizzazione dei beni ecclesiastici sotto il regime di Tito. Per questo, la vecchia legge del 1976 è stata essenzialmente modificata e integrata negli aspetti salienti. Il gruppo di giuristi che lavorano per il Governo di Lubiana, secondo il “Feral Tribune”, ha una posizione molto vicina agli ambienti ecclesiastici.
I beni un tempo nazionalizzati sono ritornati sotto la nuda proprietà della Chiesa, nel senso che de jure è stato riacquisito il titolo, ma ancora si attende il rientro nel possesso di fatto. Alla fine dello scorso gennaio, Milan Kucan è andato in visita a Capodistria nella nuovissima struttura penitenziaria: i detenuti non possono più stare all’interno di un carcere reintegrato nell’ambito patrimoniale della Chiesa! Nel frattempo, i 50 mila musulmani residenti in Slovenia non sono ancora riusciti a ottenere il diritto a costituire le loro moschee.

Secondo Marko Brecelj, un attivo difensore di prima linea contro le violazioni dei diritti dei cittadini, la Chiesa cattolica si starebbe preparando il terreno con un uso sapiente del mezzo televisivo, grazie al quale può mostrarsi in compagnia dei rappresentanti diplomatici mondiali che le fanno il baciamano, rivendicare il ritorno dell’insegnamento della dottrina cattolica nelle scuole pubbliche e, in occasione della festa religiosa di “Velika Gospa”, accusare la sinistra della rovina morale del paese.

BOSNIA-ERZEGOVINA: PARTITI E COMUNITA’ RELIGIOSE IN CONCUBINAGGIO

La Bosnia-Erzegovina s’è recentemente dotata di una Legge sulla libertà di culto e sulla disciplina dei rapporti con chiese e comunità religiose. Il risultato, di per sé positivo, è giunto due anni dopo l’incontro con i rappresentanti di tutte le quattro confessioni religiose (cattolica, ortodossa, musulmana e ebraica) e a ben otto anni di distanza dalla “Conferenza Mondiale dell’ONU delle religioni per la pace”. Tuttavia secondo Ahmed Zilic, l’avvocato sarajevita redattore del testo di legge in collaborazione con il gruppo di esperti della Conferenza Mondiale, l’uguaglianza dei diritti non si traduce pienamente nella prassi.

A questo proposito sono interessanti le dichiarazioni di Mustafa Imamovic, insegnante alla facoltà di Giurisprudenza di Sarajevo e autore del saggio “Storia dei bosniaci”: “Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, la Comunità Musulmana (maggioranza religiosa in Bosnia Erzegovina), è diventata ricovero per tutti i gruppi di persone che, politicamente organizzate, hanno abilmente individuato, alla vigilia delle prime elezioni pluripartitiche, in questa comunità dotata di una rete istituzionale, di imam-funzionari religiosi e dei loro contatti e influenze personali, il più idoneo meccanismo di propaganda nella lotta per la conquista del potere.” In poche parole, una lobby politico-confessionale.

Il triennio di guerra, dal 1992 al 1995, secondo il prof. Imamovic, ha rafforzato questa specie di gruppo di interesse, consentendogli di raggiungere una posizione privilegiata a livello di diritti e competenze altrimenti impossibile in uno normale Stato secolarizzato. La confusione tra i bosniaci musulmani è notevole. “La Comunità Islamica non s’è ancora decisa se desidera vivere in una Umma o in uno Stato moderno. La comunità politica dei musulmani guarda a se stessa nella Comunità religiosa come forma realizzata di un’unità nazionale dei Bosniaci”. Il pluralismo, dunque, viene messo in discussione. Tuttavia, sintetizzando l’analisi di Imamovic, giocano un ruolo destabilizzante tutta una serie di sette islamiche caratterizzate da un sincretismo aggressivo, che si sarebbero infiltrate nelle comunità religiose, mettendo in crisi l’Islam di tradizione bosniaca, sostanzialmente estraneo a posizioni integraliste.

La divisione e la disfunzionalità della compagine statale non ha certo favorito una soluzione per restituire i beni espropriati alle comunità religiose. Tutt’ora la legge in materia è lettera morta e, negli ambienti religiosi, la frustrazione alta. Meno problematica, invece, appare la questione dell’insegnamento della dottrina religiosa, che viene tenuto facoltativamente, ma a seconda delle linee di dominanza nazional-religiosa. Negli “Accordi di Dayton” non si rammentano le comunità religiose, ma una serie di disposizioni ricopre il tema della libertà di culto. A livello sociale, come in Serbia, si discute da lungo tempo se sia necessario rendere obbligatoria le ore di dottrina oppure sostituirle con una materia opzionale che si occupi di tutte le religioni.

Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, secondo Ivan Lovrenovic la variabile di distribuzione etno-religiosa rispetto al territorio della Bosnia-Erzegovina influenza le diverse posizioni che si possono individuare a Banja Luka (Repubblica Serba), nella capitale Sarajevo (cuore della Bosnia), e a Mostar (Erzegovina). Il clero cattolico gode di una posizione di forza soltanto nell’Erzegovina occidentale, dove si vagheggia un Concordato con il Vaticano sul modello di quello vigente in Croazia. Il mosaico etno-confessionale, fortunatamente, rende questa opzione inverosimile. “Tutte e tre le principali confessioni religiose nella storia della Bosnia”, sostiene Lovrenovic, “hanno sempre avuto tendenza a stare dalla parte del potere (…)” e al potere accedono attraverso partiti politici a base etnica, facendo una sorta di “concubinato” (N.d.R.: “divlji brak”, letteralmente matrimonio selvaggio) con i partiti politici a base etnica. In questo modo “si genera molto profondamente la loro posizione politica e sociale.”

Un altro discorso a parte lo merita la Chiesa serbo-ortodossa in Bosnia-Erzegovina.
Secondo il vecchio testo costituzionale, la Chiesa serbo-ortodossa era “Chiesa di Stato” della Repubblica Serba di Bosnia, mentre le altre comunità religiose venivano messe in secondo piano. Nonostante una successiva sentenza contraria della Corte Costituzionale, la Chiesa serbo-ortodossa mantiene l’atteggiamento di arbitro in tutta una serie di questioni sociali, in materia civile e religiosa, in uno stretto connubio con tutti gli oppositori del Tribunale dell’Aja e della Carla Dal Ponte.

Tuttavia, nemmeno nella Repubblica Serba il processo di restituzione dei beni ecclesiastici è stato compiuto, a dispetto del grandissimo prestigio di cui gode la chiesa ortodossa nella società civile. Un problema tipico è quello delle comunità religiose che vantano diritto su abitazioni nei confronti delle quali i cittadini privati hanno altrettanta titolarità. La scelta prima o poi sarà fatta. Qualcuno resterà comunque scontento. Sulla questione dei beni immobili vanno a scontrarsi due gruppi di interesse, entrambi dotati di una forte influenza politica.


I SERBO ORTODOSSI, IL FRAGILE “MOSAICO” BIZANTINO E L’ANTI–ECUMENISMO

“Recentemente è giunta da me in visita una personalità che siede ai vertici del vostro paese e si è dichiarata atea, ma aggiungendo di esser anche ortodossa…”, ha dichiarato il nunzio apostolico di Serbia e Montenegro, Eugenio Sbarbaro. Secondo Sbarbaro la Serbia “è inimmaginabile senza la sua fede cristiano-ortodossa”. Allo stato attuale delle cose, quest’affermazione contiene non pochi elementi di veridicità, per molti versi estendibili a tutta l’area balcanica. La Serbia, infatti, non è che l’esempio più estremo di come le società post-comuniste nei paesi ortodossi si siano, in una certa misura, rimodellate su una rinnovata sinergia di identità religiosa e identità nazionale, agevolata dalla particolare struttura “nazionale-autocefala” delle Chiese cristiano ortodosse.

Secondo il teorico delle religioni Mirko Djordjevic, la devozione alla Chiesa ortodossa, in Serbia, è spesso motivo di avanzamento di carriera, quasi come lo fu, a suo tempo, l’appartenenza al Savez del partito comunista. “Non c’è partito, dalla destra alla sinistra, che non competa con gli altri per avere la benevolenza della Chiesa”, secondo Djordevic; anche se poi – come aggiunge Latinka Perovic - quando viene il momento di indicare il voto, gran parte del clero dà sempre il suo aperto sostegno alla destra del Partito Democratico della Serbia (DSS) di Vojslav Kostunica, alleato affidabile nella campagna di promozione dei valori tradizionali e nazionali.

Per quanto riguarda la situazione patrimoniale, la Chiesa ortodossa serba sembrerebbe in condizioni di relativo benessere. Il processo di restituzione è a buon punto. Il fatto è che il patriarca Pavle e il Santo Sinodo, dal 2002 hanno pensato di legiferare per se stessi e sostituirsi allo Stato, proprio su questioni che riguardano globalmente il patrimonio della Chiesa. Dall’aprile di quell’anno, infatti, la Chiesa ha deciso di farsi titolare di un diritto assoluto ed esclusivo di proprietà su tutti i simboli, i nomi e le immagini sacre, sui monasteri e le chiese, i beni culturali e artistici che ricadono nell’ambito dei suoi possedimenti. Tutto aveva avuto inizio, alla fine degli anni novanta, con la battaglia contro la stampa clandestina di immagini sacre e calendari giuliani. Tuttavia, una maggiore severità dei controlli statali non è bastata a frenare le ambizioni del Sinodo, che secondo il settimanale “Vreme” con questa sua legge interna misconosce l’articolo 73 della Legge statale sui beni culturali, secondo la quale l’autorizzazione all’utilizzo per fini commerciali di nomi e immagini e cose è di esclusiva competenza del Ministero.

In poche parole, sembrerebbe che la Chiesa voglia sottrarsi a qualsiasi concetto di bene e utilità pubblica, dimenticandosi perfino di possedere un patrimonio artistico che, di per sé, dovrebbe avere un valore collettivo, nazionale ed internazionale. Questo fatto è sintomatico del livello di potere raggiunto da una Chiesa che, almeno nei suoi vertici politici, dimostra una mentalità alquanto retrograda e poco disposta alla negoziazione, salvo quando non vi siano particolari vantaggi da guadagnare nel rapporto con la sfera mondana.

Questa ‘mescolanza di sacro e profano ’ pervade un po’ tutte le culture del post-socialismo. Con verosimile riferimento al “risveglio tardivo” del popolo serbo da una fase crepuscolare del socialismo durata più che altrove, Djordjevic descrive in poche parole il caos della sua epoca: “La triade Dio in cielo, il Re nello Stato e il padre in famiglia, rappresenta la strada che è stata semplicemente intrapresa. (...) A dire il vero, abbiamo due miti: quello comunista delle magnifiche sorti progressive e quello nazionalista del passato luminoso”. E in questo immaginario la dimensione del presente se ne va alla deriva, persa in un collage di elementi diversi, teoricamente inconciliabili, eppur cementati nelle smisurate fattezze della Chiesa di San Sava, nuovo cuore spirituale di Belgrado. La Chiesa di San Sava, uno dei più grandi monumenti del mondo cristiano-ortodosso, è l’apoteosi di questa fusione post-moderna: dalla prima pietra vi fu la “benedizione” del governo comunista di Dusan Ckrebic, in tempi ancora poco sospetti, ma paralleli all’ascesa al potere di Slobodan Milosevic.

Il connubio tra la Chiesa serbo-ortodossa e l’idea di Grande Serbia, già in passato detonatore di tanti conflitti, continua a ripercuotersi nei rapporti con il Montenegro e la Macedonia. Nelle diatribe religiose tra fratelli ortodossi, curiosamente, non si disdegna la pratica ( ben poco ortodossa! ) di risolvere i contenziosi a colpi di atti legislativi e giudiziari. C’è una lunga tradizione che resiste persino ai più grandi sconvolgimenti della storia. Così, la Chiesa ortodosso-montenegrina, dopo aver perduto la sua plurisecolare indipendenza per decreto di re Aleksandar nel 1921, risorge orgogliosamente nel 1993, nientemeno che in virtù di un contro-decreto del Parlamento nazionale di Montenegro. Da allora, alla sua testa si sono succeduti prima il patriarca Antonije Abramovic, un ex chierico della Chiesa russo-ortodossa in Canada, e poi, dal 1997, l’attuale nuovo capo spirituale Miras Dedic. Il recupero di uno status “autocefalo” della Chiesa montenegrina, peraltro, non è ancora pienamente riconosciuto nel resto mondo ortodosso e, tanto meno, dalla Chiesa serba. Il patriarcato di Belgrado, infatti, continua a godere di sovranità amministrativa e spirituale sul Montenegro, dove da tempo risiede il suo metropolita Amfilohije Radovic, un personaggio resosi celebre più per aver intrattenuto i paramilitari sul fronte di Dubrovnik con le sue performance di gusla e canti epici serbi, che per le omelie.

Tornando al confronto con il periodo socialista, inoltre, si scoprono ulteriori elementi di continuità nei rapporti Stato-Chiesa. La gestione degli apparati ecclesiastici, non sempre è riducibile a una limpida e rigida linea di condotta a base di laicismo forzato, espropriazioni, repressione e controllo sulle comunità religiose per mezzo degli apparati di partito. In Bulgaria, per esempio, è nato un Santo Sinodo parallelo, in opposizione al patriarca Maksim, giudicato una marionetta veterocomunista. Ma un caso su tutti è quello Repubblica ex jugoslava di Macedonia, dove la Chiesa ortodossa nazionale nasce dal nulla, nel lontano 1965, col pieno benestare dell’élite titina. Nel ventesimo anniversario della Repubblica di Macedonia, questo “regalo” ci svela una strumentalizzazione consapevole e spregiudicata da parte comunista dei simboli religiosi come suggello dell’identità nazionale. E sarebbe proprio l’essenza di questo avvenimento, secondo il “Pavle-pensiero”, a rendere illegittima agli occhi della Chiesa serbo-ortodossa l’esistenza di una Chiesa macedone-ortodossa autocefala. L’anticomunismo duro e puro, a casa degli altri, è più semplice da professare. La Macedonia, d’altronde, era fuori dai concorsi edili per chi innalza il tempio più grande…

Perciò, passando dalle parole ai fatti, il Sacro Sinodo di Belgrado ha pensato bene di nominare, nel maggio dello scorso anno, un archiepiscopo serbo-ortodosso in Macedonia, nella città di Ohrid, luogo di culto tra i più cari a macedoni, bulgari e serbi, e in senso lato, al mondo slavo-ortodosso. Di recente, le autorità macedoni non hanno esitato ad arrestare l’archiepiscopo serbo, con la pesante accusa di esercizio clandestino delle funzioni religiose e istigazione all’odio etnico, razziale e religioso. Dopo quarant’anni di indipendenza ecclesiastica, le scelte “espansionistiche” del patriarcato di Belgrado hanno generato uno shock nei macedoni, con l’esito di ricompattare un po’ tutta la classe politica attorno al valore simbolico del legame tra sovranità statale e chiesa nazionale.

La Macedonia sembra vivere in un permanente stato d’assedio. Territorio e identità nazionali sono messe in costante discussione dalle tendenze egemoniche di tutti i paesi limitrofi. Scossa dagli eventi nel vicino Kosovo, attraversata al suo interno da tensioni etniche tra una forte minoranza albanese-macedone a sinistra del Vardar e la maggioranza slavo-macedone e, infine, costretta a vivere nel suo acronimo burocratichese FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia), a causa del mancato riconoscimento da parte della Grecia, la piccola Macedonia ex jugoslava, col suo mosaico plurietnico e multiconfessionale , è un concentrato di tutte le problematiche presenti nell’area balcanica.

Tuttavia, i suoi rapporti Stato-Chiesa, stando all’analisi del “Feral Tribune”, sembrerebbero seguire un’indirizzo opposto a quelli della Serbia, con uno sbilanciamento dei rapporti di forza a favore delle istituzioni repubblicane. La restituzione dei beni alla Chiesa ortodossa-macedone è quasi del tutto completata, mentre procede con maggior lentezza il rientro in possesso dei beni espropriati alla comunità musulmana.

La Chiesa ortodossa macedone ha anch’essa i suoi interessi a diventare un riferimento per la società civile, ma le istituzioni repubblicane appaiono piuttosto ancorate sulla falsariga del sistema precedente, quasi avessero scelto di prendersi cura direttamente di certe questioni per giocare di anticipo e contropiede su eventuali antagonismi eccessivi.

Nel 2001, a dire il vero, il clero macedone si era opposto, invano, all’emendamento costituzionale che prevedeva la parificazione di tutti i culti religiosi, dichiarando apertamente, di fronte alle istituzioni repubblicane, che la Chiesa macedone-ortodossa detiene un ruolo storico, “fondativo dello Stato”, la cui accentuazione “non reca danno alle altre comunità religiose”.

In tempi non lontani, e come probabile reazione alle tensioni con le altre Chiese ortodosse, l’ex premier Georgevski aveva deciso di rendere quel concetto operativo, accollandosi il compito di sponsorizzare la causa della Chiesa macedone, con una serie di missioni diplomatiche finalizzate a sdoganarla sul piano internazionale. La Chiesa macedone, tuttavia, è rimasta con un suo status autocefalo valido solo per sé, ma non ancora riconosciuto all’esterno. I macedoni ortodossi assomigliano ai cristiano copti, sostiene il “Feral”.

Perduti gli equilibri federativi della vecchia Jugoslavia, dove non era concesso spazio alle dispute tra patriarcati, la politica macedone sembra aver recuperato l’uso strumentale della questione religiosa, come strumento di difesa dello Stato e della nazionalità di maggioranza dagli atti di delegittimazione operati dai paesi limitrofi.

Per il resto, la questione dell’insegnamento della religione rimane una questione controversa, un po’ come in Serbia. I partiti macedoni più nazionalisti spingono verso l’introduzione degli insegnamenti religiosi nelle scuole e dei funzionari ecclesiastici nell’esercito, ma trovano una forte opposizione trasversale, cosciente del rischio che tale decisione comporterebbe in una società dalla struttura etno-religiosa così variegata e, di frequente, sull’orlo del conflitto interno.

Ad ogni modo, la tendenza generale nei Balcani segue quella di tutto l’universo post-comunista: il ritorno alla fede religiosa è accompagnato dalla volontà più o meno manifesta del clero di esercitare un maggiore potere morale nella società.

L’indagine sociale sul tema della libertà religiosa condotta dal Dipartimento di Stato degli U.S.A. nel periodo 1 luglio 2002 - 30 giugno 2003, e riportata in sintesi dal settimanale montenegrino “Monitor”, oltre a una generale recrudescenza dell’antisemitismo (soprattutto nell’Europa centro-orientale), conferma l’instabilità del “mosaico bizantino” dei Balcani.

In Moldavia la linea di governo favorisce la Chiesa ortodossa-moldava, alimentando i contrasti con le altre diramazioni nazionali dell’ortodossia . Nella vicina Romania, nonostante la libertà di culto, la Chiesa ortodossa mostra una certa inimicizia verso le altre fedi religiose, specialmente contro quello che giudica un “aggressivo proselitismo” da parte di protestanti, neoprotestanti e altre sette.
In Grecia, durante il 2003, una delegazione della Chiesa ortodossa in visita a Strasburgo ha allestito una goffa manovra politica per provare ad assicurarsi l’esclusione futura dei “barbari” abitanti della vicina Turchia dall’ingresso nella UE . Immediato l’ostracismo del Governo di Atene, che deve aver sudato freddo, dopo anni di lavoro diplomatico di riavvicinamento dei nemici storici.
Infine, come nota di chiusura, è interessante notare come il dialogo sull’ecumenismo promosso da Giovanni Paolo II abbia incontrato il favore del patriarca di Istanbul Vartolomej Vaseljenski, mentre deve fronteggiare la coriacea opposizione da parte della Chiesa ortodossa di Mosca , che continua a interpretarlo come il tentativo espansionistico di Roma a oriente. Questa posizione di riluttanza, comune a molte chiese ortodosse dell’ex blocco sovietico, secondo certi analisti riflette una paura, forse un’ossessione: che l’ecumenismo romano sia la rivisitazione “in abito talare” del principio “unisci e governa” praticato dal vecchio PCUS al Cremlino?

Fonti: “Feral Tribune” (Spalato, 5 febbraio 2004), “Monitor”(Podgorica, 6 febbraio 2004), “Vreme” (Belgrado, 22 gennaio 2004 )

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Data: 22-05-2004 Fonte: "Feral Tribune", "Monitor", "Vreme"
Autore: Lorenzo Guglielmi





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